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Parafrasi canto 9 (IX) del Paradiso di Dante

Bougie e la città dove fui nato io, Marsiglia,
la quale macchiò il porto con il sangue dei suoi cittadini,
si trovano quasi sullo stesso meridiano.

Folco mi chiamava quella gente a cui
il mio nome fu noto; e questo cielo
risplende della mia luce, come io feci con la sua in vita:

poiché Didone non arse di passione,
oltraggiando le ceneri di Sicheo, suo marito, e di Creusa, moglie di Enea,
più di me, finchè l’età giovane me lo permise;

né la famosa Rodopea, che fu delusa
da Demofonte, né Ercole
quando ebbe rinchiusa Iole nel suo cuore.

Non per ciò in Paradiso ci si pente, ma ci si rallegra,
non della colpa, che non torna nella mente,
ma della virtù divina che ordinò e provvide per noi.

Qui si contempla l’arte divina che adorna
cotanta perfezione, e si comprende il bene
per il quale i Cieli influiscono sulla Terra.

Ma per colmare tutte le tue voglie di sapienza
che ti sono nate in questo Cielo,
mi conviene continuare ancora a spiegare.

Tu vuoi sapere chi c’è in questa luce
che luccica così tanto vicino a me,
come un raggio di sole nell’acqua limpida.

Ora sappi che là dentro così beata c’è
Raab; e unita al nostro ordine in questo cielo,
lo fa risplendere della sua luce in sommo grado.

Fu accolta da questo cielo, in cui si proietta l’ombra
che crea il mondo terreno, prima di ogni altra
anima che fu redenta dal trionfo di Cristo.

Fu ben giusto lasciare lei in uno dei cieli,
per testimonianza dell’alta vittoria
che Cristo conquistò con la crocifissione,

perché essa favorì la prima conquista
ottenuta da Giosuè in Terra Santa,
che poco interessa alla memoria del Papa.

La tua città, Firenze, che è origine di Lucifero,
colui che prima girò le spalle al suo creatore
e la cui invidia verso Dio causa tanto dolore,

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