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Parafrasi canto 1 (I) dell’Inferno di Dante

Poi che ebbi riposato il corpo stanco,
ripresi la via lungo quel lieve pendio deserto,
così che il piede sicuro ere sempre quello più in basso.

Ed ecco, quasi al cominciare della salita, apparire
una lince (la lussuria) agile e molto rapida nei movimenti,
coperta da un manto di pelliccia maculato;

e non smetteva di starmi di fronte,
anzi cercava di impedire a tal punto il mio cammino,
che fui più volte sul punto di tornare indietro.

Era il principio del mattino, tempo
in cui il sole saliva in cielo con quelle stelle, l’Ariete,
che erano con lui quando l’Amore divino  e creatore

impresse il primo moto a quelle belle cose celesti;
così che avevo buon motivo di sperare
riguardo a quella bestia dal variopinto,

grazie all’ora del mattino ed alla dolce stagione primaverile;
ma la mia speranza non fu tanto salda da non spaventarmi
per la vista di un Leone (la superbia) che mi apparve dinanzi.

Questa belva sembrava avanzare contro di me
a testa alta e spinto da una fame  rabbiosa,
tanto che sembrava che anche l’aria tremasse per paura.

E la vista di una lupa (l’avarizia) che di tutti i desideri più
ardenti sembrava carica nella sua magrezza,
e molti popoli aveva già fatto vivere nel dolore,

questa lupa mi oppresse tanto l’anima,
con la paura causata dalla sua vista, che persi
la speranza di proseguire nell’ascesa verso la cima.

E come l’avaro, colui che è tutto voglioso di acquistare,
giunto il tempo in cui perde tutto ciò che aveva acquistato,
piange ed ogni suo pensiero non fa che rattristarlo;

tale mi rese quella bestia irrequieta,
che, venendo verso di me, a poco a poco
mi spingeva  nuovamente verso l’oscura selva.

Mentre correvo rovinosamente verso la valle,
dinanzi agli occhi mi comparve un individuo
la cui voce sembrava essere divenuta debole per il lungo silenzio.

Quando vidi costui in quella grande solitudine,
“Abbi pietà di me”, gridai a lui, “qualunque cosa tu sia,
o ombra, spirito, o uomo in carne ed ossa!”

Mi rispose lui: “Non sono un uomo, ma un uomo sono stato,
ed i miei genitori furono lombardi,
entrambi di origine mantovana, di Mantova.

Nacqui al tempo di Giulio Cesare, sebbene troppo tardi,
e vissi a Roma al tempo del buon Augusto,
quando ancora venivano adorati déi falsi e bugiardi.

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