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Parafrasi canto 24 (XXIV) dell’Inferno di Dante

“Conviente che tu ti riprenda subito” mi disse Virgilio
vedendomi seduto; “perchè restando seduto su una piuma,
o disteso sotto le coperte, non raggiungerai mai la fama;

senza la quale chi consuma la sua vita (senza ottenerla),
non lascia nessuna orma, nessun segno di sè sulla terra,
come il fumo che svanisce nell’aria e la schiuma nell’acqua.

Perciò alzati in piedi: vinci l’affanno facendoti forza
con quel tuo animo coraggioso che può vincere qualsiasi battaglia,
se non si lascia abbattere dalla pesantezza del suo corpo.

Ti manca ancora da salire la scala più lunga, quella fino al Purgatorio;
non basta essersi allontanati da costoro, dagli ipocriti: se tu
mi hai capito, fa allora sì che ti servano d’aiuto le mie parole”.

Allora mi alzai, mostrando di aver più fiato
di quanto in realtà io me ne sentissi e dissi:
“Rirpendi il cammino, che io mi sento in forza e senza paura”.

Prendemmo dunque la via sù per per il pendio che era roccioso,
stretto e poco agevole, e ancora più ripido di quello di prima,
dello scoglio che sovrasta come fosse un ponte le bolgie.

Continuavo a parlare mentre camminavo, per non sembrare fiacco;
quando, sentendomi, una voce uscì dall’altra bolgia,
dando forma a parole a me incomprensibili.

Non so cosa disse, anche se ero oramai giunto sul dosso
del ponte ad arco che passa sopra la bolgia:
ma chi parlava sembrava stesse correndo.

Io guardavo fisso verso il basso, ma anche guardando attentamente
i miei occhi non potevano vedere il fondo per quanto era scuro;
perciò dissi: “Maestro, fai in modo di arrivare

all’altro argine che cinge la bolgia e scendiamo dal muro;
perchè da qui io sento parlare ma non capisco quello che dicono,
ed allo stesso modo vedo ma non riesco a distinguere nulla”.

Virgilio mi rispose: “Non posso darti nessun altra risposta
se non accontentarti subito; perchè ad una richesta ragionevole
deve subito seguire una azione, per assecondarla, senza aggiungere altro”.

Dalla testata del ponte, scendemmo
verso il punto in cui questo si congiunge con l’ottavo argine,
ed in questo modo si svelò ai miei occhi la bolgia;

e vi potei vedere un terribile ammasso
di serpenti, di una varietà così orribili che al solo
ricordarli ancora adesso mi si rimescola il sangue.

La Libia non si può più vantare delle sue spiagge;
perchè anche se produce chelidri, iaculi e faree
e cencri e anfisibene, svariate specie di serpi,

non può dire di avere mai avuto serpenti così pestiferi e velenosi
nemmeno mettendosi insieme a tutta l’Etiopia ed a tutte
le terre che si trovano sopra al Mar Rosso, a tutto il deserto arabico.

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