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Testo del canto 29 (XXIX) dell’Inferno di Dante

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:

«Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.

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