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Introduzione all’INFERNO della DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri

L’INFERNO della DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri:
– Introduzione
Testo dei canti
Parafrasi dei canti


Il regno dell’eterno dolore. L’Inferno è la prima cantica della Divina commedia dove è raccontato il viaggio di Dante Alighieri nel primo dei tre regni oltremondani. Il pellegrinaggio attraverso i cerchi infernali è un viaggio tra i dannati, in un paesaggio tetro e lugubre: la cantica tratta infatti una materia «paurosa e fetida» (Lettera a Cangrande) e mostra la decadenza morale in cui sono precipitati gli uomini, lontano da Dio e perduti per sempre.

La creazione dell’Inferno. Nella «Selva oscura», dove si è perduto, Dante incontra il poeta latino Virgilio che lo condurrà alla porta dell’Inferno, posta sotto la città di Gerusalemme. Secondo le Sacre Scritture, Lucifero fu precipitato dal Paradiso e arso nelle fiamme; Dante completa il racconto nel XXXIV canto dell’Inferno, raccontando che Lucifero sprofondò nella Terra e la sua caduta aprì la voragine infernale, una sorta di imbuto, proprio all’altezza di Gerusalemme: il demonio restò conficcato al centro della Terra e la terra rimossa dal suo precipitare si alzò nell’emisfero opposto, dando vita alla montagna del Purgatorio.

Nella sua descrizione dei regni oltremondani, Dante presta fede al sistema tolemaico, con la Terra al centro dell’universo e divisa in due emisferi, di cui uno, quello meridionale, dominato dalle acque, ad eccezione appunto del Purgatorio.

La struttura dell’Inferno. L’Inferno è preceduto dall’Antinferno, un luogo in cui scontano la pena gli ignavi, cioè coloro che da vivi non hanno saputo prendere una posizione; poi attraversato il fiume Acheronte si giunge all’Inferno propriamente detto. Questo è suddiviso in nove cerchi, all’interno dei quali le anime dei dannati scontano le pene in base ai peccati commessi: più si scende verso Lucifero più aumenta la gravità dei peccati.

La legge del contrappasso. Le pene che le anime devono scontare seguono il principio del contrappasso, cioè possono essere simili alle colpe (secondo il principio di analogia) o l’esatto opposto (secondo il principio del contrario). Questo criterio si ispira ai modelli della teologia medievale e all’etica aristotelica, che ripongono grande importanza nell’uso che l’uomo fa della ragione per misurare la gravità delle colpe commesse. Secondo questo criterio, Dante suddivide i peccatori in due categorie, gli incontinenti (per loro natura incapaci di porsi un limite) e quelli che hanno agito con malizia.

Infatti Dante ritiene i peccati di incontinenza meno gravi perché scaturiti dall’istinto che sopraffa la ragione, per cui gli incontinenti vengono puniti nei primi cerchi, fino al quinto (è il caso dei golosi come Ciacco o dei lussuriosi come Paolo e Francesca). Oltre il quinto cerchio sono puniti invece tutti i peccati frutto di un uso deviato della ragione, quindi architettati consapevolmente con malvagità (è il caso degli omicidi, dei traditori…). I peccatori che hanno agito con malizia vengono a loro volta suddivisi da Dante in ulteriori due categorie: i violenti e i fraudolenti.

I traditori del potere temporale e del potere divino. Tra i fraudolenti, i traditori occupano il nono e ultimo cerchio, mentre i tre che espiano le colpe più gravi sono Bruto e Cassio, che hanno tradito Cesare (anticipatore dell’impero, quindi del potere temporale), e Giuda, che ha tradito Cristo (quindi il potere divino). I tre sono maciullati dalle fauci di Lucifero.

Il limbo. È estranea ai modelli cristiani del Medioevo la funzione che Dante riserva al limbo: in esso non vi sono solamente i bambini non battezzati e gli ebrei giusti vissuti prima di Cristo, come prevedeva la teologia del tempo, ma anche coloro che vivendo nel giusto non hanno potuto conoscere la vera fede, come filosofi e poeti del mondo classico (tra cui la guida Virgilio) e persino uomini che hanno vissuto dopo Cristo e professato altre fedi, come per esempio il Saladino o i filosofi arabi Avicenna e Averroè. Queste anime sono dannate perché prive di fede e vivono nel desiderio inappagato di contemplare Dio: in ciò consiste la loro pena.

Una traccia indelebile. Alcuni versi ed espressioni dell’Inferno sono ormai proverbiali ed entrate nel linguaggio comune; allo stesso modo il ritratto di molti personaggi che Dante incontra nei cerchi infernali sono memorabili: basti pensare a Paolo e Francesca, al Conte Ugolino, a Pier delle Vigne, a Ulisse… L’Inferno dantesco a conti fatti ha colonizzato il nostro immaginario e ha lasciato una traccia indelebile nella nostra cultura.

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