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Dante Alighieri, autore dell’opera Divina Commedia

Il rapporto con la politica. Dante è senza dubbio uno degli autori più “politici” della letteratura italiana. Innanzitutto egli ha vissuto in prima persona l’esperienza di governo, rivestendo cariche pubbliche di grande prestigio per la città di Firenze. Non sarebbe una forzatura parlare di “passione” politica, visto che è stato proprio il suo ruolo pubblico, come membro di spicco dei guelfi bianchi, a costargli l’esilio dalla città natale. Il suo pensiero politico è espresso in modo sistematico nel De Monarchia, un trattato in latino, ma è l’intera produzione letteraria di Dante a essere percorsa da temi politici che si intrecciano con quelli biografici. È spesso lo spinoso rapporto tra potere spirituale e potere temporale ad essere centrale nei suoi scritti, nello specifico quello tra il papa e l’imperatore. Basti pensare al sesto canto del Paradiso e alla figura dell’imperatore Giustiniano che vi compare, preso a pretesto da Dante per enunciare la teoria dei “due soli”, già presente nel De Monarchia, e la necessità di un impero universale. La passione politica in Dante si manifesta in tutta la sua forza corrosiva quando affronta la situazione dell’Italia dell’epoca, che agli occhi del poeta appariva come una «nave sanza nocchiero in gran tempesta» (canto VI del Purgatorio), in balia di poteri stranieri e interessi privati.

Il poeta vate. La passione politica non è l’unico fattore a rendere Dante un impegnato poeta civile. I versi di Dante hanno sempre un indirizzo morale, prima che spirituale: sono versi spesso di denuncia, di indignazione e sottendono un senso di giustizia ideale altissimo. Basti pensare al fervore con cui il poeta prende posizione contro le lotte intestine nella sua Firenze e soprattutto contro la corruzione della Chiesa. Per questa ragione i suoi versi aprono a un rinnovamento della società sotto ogni aspetto. Il viaggio oltremondano del Dante della Commedia oltre ad essere una missione spirituale, di redenzione per se stesso e per l’intera umanità, si configura come una missione civilizzatrice, un rinnovamento morale. Per questi motivi Dante può essere considerato un poeta vate.

La difesa del volgare. Il poeta “civile” si manifesta anche nella difesa del volgare. Dante è stato il primo scrittore della nostra letteratura a porre il problema di una lingua comune a tutti gli abitanti della penisola, in un’epoca in cui l’idea di unità nazionale era subordinata a una più grande sfida tra i due poteri universali: l’impero, erede di quello carolingio, e il papato. Dante si espose a favore del volgare come lingua letteraria sia per opere a carattere teorico e filosofico (il Convivio), sia per opere poetiche (la Commedia), in modo che esse fossero comprensibili a un vasto pubblico. Nel De Vulgari Eloquentia viene trattato in modo organico l’argomento, che talvolta si intreccia anche al discorso politico.

Plurilinguismo e poesia “sperimentale”. L’ampia produzione letteraria di Dante spazia dal volgare al latino, dalle rime ai trattati linguistici e filosofici, da un linguaggio “basso” e “grottesco” (si pensi alla tenzone con Forese Donati o ai canti XXI-XXII-XXIII dell’Inferno, quando Dante e Virgilio incontrano i Malebranche, i diavoli della V bolgia) alle vette poetiche del Paradiso, dalla dolcezza delle Rime e dei versi della Vita nova al linguaggio “aspro” delle “rime petrose”. In alcuni casi ci si imbatte perfino nella compresenza di più lingue nella stessa opera o addirittura nella stessa porzione di testo, come nei funambolici versi finali del XXVI canto del Purgatorio dedicati al poeta Arnaut Daniel, che si esprime in occitano. In virtù della versatilità e dell’equilibrismo stilistico, gli studiosi, e in particolare Gianfranco Contini, hanno parlato di plurilinguismo, cioè di uno sperimentalismo linguistico sempre teso alla varietà e alla compresenza di più stili e registri. Anche sul piano metrico Dante dimostra una febbrile ricerca del nuovo e della varietà: basti pensare all’invenzione della terzina e alla ripresa di quel complicatissimo congegno strofico che è la sestina. La varietà stilistica e contenutistica fanno di Dante un poeta “sperimentale”, sempre voglioso di superare i modelli precedenti nonché i suoi modelli, rilanciando la posta in gioco in nuove sfide sempre più ardite. Anche in questa volontà di superarsi Dante dimostra una grande consapevolezza: nel finale della Vita nova egli scrive: «io spero di dicere di lei quello che mai non fue detto d’alcuna», profetizzando o alludendo forse alla successiva composizione della Commedia. Non occorre qui ricordare l’unicità della Commedia, un’opera che rappresenta per concezione, struttura, metrica e argomento un caso unico nella storia letteraria occidentale, quindi di per sé un’opera altamente “sperimentale”.

Un’eredità preziosa. Paradossalmente proprio il plurilinguismo dantesco ha indotto i teorici rinascimentali (in primis Pietro Bembo) a preferirgli la lingua più omogenea e trasparente di Petrarca, facendo di quest’ultimo il punto di riferimento linguistico per quanto riguarda la poesia. Del resto la lingua “inclusiva” di Dante sarebbe stata un modello difficile da imitare. Ciononostante l’influenza sulla successiva letteratura occidentale è stata notevolissima a vari livelli: in Inghilterra Geoffrey Chaucer prese a modello, tra le altre opere, anche la Commedia di Dante per i suoi Racconti di Canterbury e John Milton rielaborò l’immaginifica concezione dantesca nel suo celebre Paradise Lost; in Italia autori come Pascoli e Pasolini hanno ripreso lo schema metrico della terzina, mentre Montale ha intrapreso un cammino poetico all’insegna del pluristilismo e plurilinguismo e ha rievocato la figura della donna-angelo in alcune sillogi poetiche; la grande fortuna novecentesca di Dante è stata inaugurata da due grandi poeti americani, Ezra Pound e T.S. Eliot, che hanno posto la poesia del fiorentino al centro della loro ricerca poetica. Dante è un poeta nell’accezione più nobile e completa, ha affrontato con la sua poesia le più alte questioni morali e spirituali e ha saputo conferire all’uomo piena dignità, tramite ritratti a volte indimenticabili: grazie alla ricchezza e alla complessità della sua opera hanno tratto giovamento le voci più alte della successiva storia letteraria, che hanno saputo raccogliere i frutti del suo altissimo magistero.

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