Parafrasi canto 26 (XXVI) dell’Inferno di Dante

Apr 19, 2013 by

Parafrasi del Canto XXVI dell’Inferno - I consiglieri di frode, avvolti da un eterno fuoco, e l’incontro con Ulisse che racconta a Virgilio e Dante la morte sua e dei suoi compagni, gli Argonauti, in un viaggio ai confini del mondo.

Leggi il testo del canto 26 (XXVI) dell’Inferno di Dante


Godi Firenze, sii soddisfatta, perché sei tanto grande
che la tua fama vola ovunque per mare e per terra,
e perfino nell’inferno si diffonde il tuo nome!

Tra i ladroni, trovai cinque tuoi cittadini di buon ceto sociale
che mi fecero provare vergogna per le mie origini,
e tu non puoi certo guadagnarne in onore.

Ma se gli ultimi sogni del mattino sono presagi del futuro,
tu sentirai, tra non molto tempo,
la durezza dei mali che Prato, insieme ad altre città, desidera ardentemente che ti capitino.

E se fossero già capitati, non sarebbe troppo presto.
Magari fossero già avvenuti, dato che dovranno per forza accadere!
Perché mi peserà tanto di più, quando più sarò ormai vecchio.

Ripartimmo, e su per le scale, fatte di massi sporgenti,
che prima avevamo percorso discendendo,
risalì la mia guida conducendo al seguito anche me;

e continuammo il cammino lungo una via solitaria
tra le schegge e tra i massi della parete rocciosa;
il piede senza l’aiuto della mano non riusciva a procedere oltre.

Mi rattristai quindi, e mi rende ancora triste oggi
riportare alla mente ciò che allora vidi,
e limito quindi il mio ingegno più di quanto non sia solito fare,

perché non corra senza essere guidato dalla virtù;
così che, sa la mia buona stella o la divina provvidenza
mi hanno fatto dono dell’ingegno, io non possa usarlo contro di me, recandomi danno, come farebbe un nemico invidioso.

Quante il contadino che si riposa in collina,
d’estate, quando il sole, che illumina il mondo,
ci mostra la sua faccia in modo meno nascosto,

non appena, al tramonto, le mosche lasciano il posto alle zanzare,
vede lucciole giù per la vallata,
presenti forse anche là dove prima vendemmiava ed arava:

di altrettante fiamme risplendeva tutta quanta
l’ottava bolgia, così come me ne resi conto non appena
giunsi là dove riuscivo a scorgere il fondo della valle.

E come Eliseo, colui che ottenne vendetta per mezzo di orsi,
vide la partenza del carro su cui si trovava Elia
quando i cavalli che lo trainavano si levarono dritti al cielo,

e non era in grado di seguirne il percorso con gli occhi
riuscendo a vedere nulla d’altro che una sola fiamma
salire in cielo simile ad una nuvoletta:

allo stesso modo si muoveva ogni fiammella che vedevo,
lungo la gola di quel fossato, senza lasciare intravedere il peccatore rapito in essa,
ed ognuna al proprio interno ne nascondeva uno.

Io stavo sul ponte, sporto in avanti per vedere meglio,
tanto che se non mi fosse aggrappato da un masso sporgente,
sarei di certo caduto giù anche senza essere stato spinto.

E Virgilio, che mi vide tanto attento,
mi disse: “Dentro quei fuochi ci sono gli spiriti dannati;
ciascuno è ricoperto di quel fuoco da cui è bruciato.”

“Mio maestro”, risposi, “sentendotelo anche dire,
sono ora più certo di ciò che vedo; ma già prima avevo pensato
che le cose stessero come tu dici, e già volevo domandarti:

chi c’è in quel fuoco che viene verso noi, diviso
in alto in due fiamme, tanto che sembra essere stato generato dalla pira sulla quale
furono bruciati i cadaveri di Eteocle e del fratello Polinice?

Mi rispose la mia guida: “Là dentro scontano la loro pena
Ulisse e Diomede, che così come insieme
suscitarono l’ira di Dio, insieme ne subiscono le conseguenze;

e dentro alla loro fiamma piangono
l’inganno fatto a Troia con il famoso cavallo, che aprì la via
dalle quale uscì Enea, fondatore di Roma.

Piangono anche per la triste astuzia a causa della quale
Deidamia, anche se ormai morta, piange ancora della perdita del suo Achille,
ed anche per rapimento di Palladio.”

“Se possono, seppure dentro a quelle fiamma,
parlare”, dissi allora io, “maestro, ti prego intensamente
e ti prego ancora, così che la mia preghiera valga quanto mille,

di non impedirmi di rimanere qui ad aspettare
fino a ché quella fiamma a doppia punta sia qui giunta;
vedi quanto mi sporgo, spinto dal desiderio di parlare con loro, verso quella fiamma!”

E Virgilio mi disse quindi: “La tua preghiera e degna
di molta lode, e perciò sono disposto ad esaudirla;
ma trattieniti però dal parlare con loro.

Lascia parlare me, ho ben capito ciò che tu
vorresti chiedere loro; perché altrimenti loro,
essendo greci, non si degnerebbero di ascoltarti.”

Quando la fiamma giunse là dove
la mia guida ritenne che fosse tempo e luogo di parlare,
sentii lui esprimersi in questo modo:

“O voi, che vi trovate ad essere in due dentro ad un solo fuoco,
per i meriti acquistati davanti a voi quando fui in vita,
per i meriti acquistati davanti a voi, molti o pochi che furono,

quando, ancora al mondo, scrissi gli immortali versi,
fermatevi qui un poco; e uno di voi, Ulisse, ci racconti
dove, per sua colpa, andò a morire smarrito nei suoi viaggi.”

Il corno, la metà maggiore della fiamma accesa in tempi antichi
incominciò ad agitarsi, mormorando e vibrando
come fa la fiamma affaticata dal vento;

vibrò la propria punta di qua e di là,
quasi come fosse una lingua che parlava,
buttò fuori la voce e disse quindi: “Quando

mi separai da Circe, che mi sequestrò
per più di un anno sul monte Circello vicino a Gaeta,
prima ancora che Enea attribuì questo nome alla città,

né l’affetto verso mio figlio Telemaco, né la pietà
verso il mio vecchio padre Laerte, né il doveroso amore
che avrebbe dovuto rendere felice la mia sposa Penelope,

poterono vincere l’ardente desiderio, che sentivo in me,
di esplorare il mondo, per divenire un esperto conoscitore suo,
dei vizi e delle virtù dell’uomo.

quindi mi spinsi verso il mare aperto
con solo una nave e quel piccolo gruppo di compagni
che mai mi abbandonò.

Vidi l’una e l’altra costa del mediterraneo, fino alla Spagna
e fino al Marocco, vidi la Sardegna
e tutte le altre isole bagnate da quel mare.

Io ed i miei compagni di viaggio eravamo ormai vecchi e lenti
quando giungemmo a quello stretto passaggio
dove Ercole costruì le sue due colonne, come limiti invalicabili,

affinché l’uomo non si fosse spinto oltre;
lasciai alla mia destra Siviglia
ed alla mia sinistra Ceuta.

“Fratelli”, dissi ai miei compagni, “che affrontando mille
pericoli siete infine giunti all’estremo occidente del mondo abitato,
in questa tanto breve vigilia

della pace dei sensi, che ancora vi resta da vivere,
non vogliate negarvi la possibilità di conoscere,
il mondo disabitato, seguendo verso Ovest il cammino del sole.

Tenete a mente le vostre origini:
non siete nati per viver una vita inutile, come bestie,
ma siete nati invece per vivere di virtù e di conoscenza.”

Stimolai talmente i miei compagni,
con queste poche parole, a proseguire oltre,
che, l’avessi voluto, a stento sarei stato in grado di trattenerli;

voltata la nostra poppa verso oriente, dove sorge il sole,
utilizzammo i remi, come fossero ali, per il nostro folle volo,
procedendo sempre in direzione sud-ovest.

Già incominciavamo a vedere di notte tutte le stelle
dell’emisfero australe, e la stella polare tanto bassa all’orizzonte
che infine non emerse più dal livello del mare.

Già per cinque volte si era riaccesa e per tante volte spenta
la luce emanata dalla faccia della luna rivolta verso la terra,
da quando avevamo fatto quel passo estremo,

quando ci apparve alla vista una montagna (il paradiso), scura
per la distanza, e mi sembrava tanto alta
quanto mai avevo potuto vederne prima d’allora.

A quella vista ci rallegrammo, ma subito iniziò invece il pianto;
poiché da quella terra inesplorata si scatenò un vortice
che percosse la prua della nostra nave.

La fece girare su sé stessa per tre volte insieme al mare circostante;
alla quarta volta fece alzare in cielo la poppa
ed andare in basso la prua, affondandoci, come a Dio piacque,

finché il mare si richiuse sopra di noi.”

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