Ruggiero fugge attraverso il bosco.
Nel frattempo Alcina raccoglie tutta la sua gente intorno a sé, ne manda un parte alla ricerca di Ruggiero lungo il sentiero che lui stava percorrendo e l'altra parte la fa invece imbarcare.
Melissa riesce quindi ad annullare con comodo tutti gli incantesimi della maga Alcina e tutti gli amanti trasformati in piante, animali, fonti.. ritornano alla loro forma originaria e con Ruggiero si mettono in salvo nel regno di Logistilla, per tornare poi ai rispettivi paesi di origine.
Rinaldo intanto chiede ed ottiene dal re di Scozia il supporto armato per sostenere re Carlo assediato a Parigi. Naviga fino a Londra e chiede ed ottiene supporto anche dal principe del Galles (il re Ottone d'Inghilterra era insieme a re Carlo sotto assedio a Parigi).
L'eremita, aiutata Angelica, colpito dalla bellezza di lei, cerca di trattenere la donna ma questa riparte subito dopo.
Giunta sulle rive dell'oceano Atlantico, il demone spinge il cavallo in mare aperto verso nord, senza che Angelica possa fare nulla per fermarlo. Quando è ormai sera l'animale e la donna raggiungono una spiaggia deserta e spaventosa.
L'eremita, giunto sul posto qualche giorno prima grazie ad un altro demonio, compare improvvisamente e lei, non conoscendolo bene, trova conforto nella sua presenza. Lui si mostra subito troppo affettuoso e lei lo respinge.
Nel mare del nord, oltre l'Irlanda, si trova l'isola di Ebuda.
Il dio Proteo, che accudisce tutti gli animali marini di Nettuno, dio del mare, colmo d'ira infrange le regole della natura e manda sulla terra ferma tutte le crature marine, a seminare distruzione ed a tenere d'assedio gli abitanti dell'isola.
Passa in quel momento davanti alla spiaggia una barca proveniente dall'isola di Ebuda, Angelica viene fatta prigioniera e messa insieme alle altre donne destinate al sacrificio.
Intanto re Agramante tiene d'assedio a Parigi l'esercito di re Carlo, e solo l'intervento divino (un temporale) evita la sconfitta dei cristiani.
Orlando viene tormentato la notte dal pensiero di Angelica, della quale non aveva avuto più notizie dopo la sconfitta di Bordeaux. Il suo cuore si riaccende d'amore e si accusa di non aver fatto niente per evitare che la donna gli venisse tolta per essere affidata al duca Namo. Si accusa di non esser riuscito a difenderla.
Il giorno dopo re Carlo si accorge della partenza del proprio nipote, proprio quando il suo aiuto era per lui più necessario. Il re non riesce a trattenere la collera, lo accusa e lo minaccia di farlo pentire di un tale gesto.
Brandimate, compagno molto amato da Orlando, va il giorno dopo all'inseguimento di Orlando, senza dire nulla alla propria compagna Firodiligi, in quanto pensava di riuscire a tornare poco dopo.
Un servo della fata, disarmato, su un povero ronzino, con un falcone da caccia ed un cane al seguito, cerca di opporsi alla sua corsa dimostrando di essere altrettanto veloce. Il paladino, per non dover mettere mano alla spada, utilizza lo scudo di Atlante e si libera dall'impiccio.
Lei, totalmente presa dal desiderio di rivedere Ruggiero, si unisce a questi ultimi e lascia così la propria città incustodita.
Come da preghiere di Ruggiero, libera anche il paladino Astolfo, gli riconsegna tutte le armi che gli erano state sottratte, tra le quali la lancia d'oro che disarciona ogni cavaliere che riesca a toccare, gli fa montare l'ippogrifo e lo fa volare in salvo.
Infine si reca anch'essa da Logistilla, mentre Ruggiero è ancora impegnato nel suo faticoso viaggio.
L'eremità evoca allora un demone e gli fa prendere possesso del cavallo di Angelica, quindi si metta a seguirla da lontano.
Angelica accusa la Fortuna di accanirsi contro di lei, di averle tolto ogni avere, ogni persona cara ed infine l'onore (essendo divenuta una vagabonda è infatti ora facile pensare che, benché non abbia commesso alcun peccato, sia una donna di facili costumi), tenendola in vita per il solo gusto di tormentarla ancora.
A questo punto l'eremita spruzza una pozione magica negli occhi della donna e la fa cadere addormentata. Tenterà di abusare di Angelica, ma a causa dell'età finirà solo per addormentarsi al fianco di lei.
In un tempo passato, un re che governava l'isola aveva avuto una figlia tanto bella da fare innamorare di sé il dio marino Proteo, che trovandola un giorno da sola, l'aveva quindi posseduta ed ingravidata. Il re, uomo severo e crudele, non perdonò il gesto alla figlia e la decapitò subito, facendo quindi morire anche il nipote prima che potesse nascere.
Un'oracolo consiglia allora alla gente del posto di offire al dio una donna di pari bellezza. Se Proteo accetterà il dono, tutto potrà terminare, altrimenti sarà necessario presentarne un'altra. Da allora ogni giorno una bella donna viene portata sulla spiaggia e finisce mangiata da un'orca, unica delle creature marine ad essere rimasta presso l'isola.
Gli abitanti di Ebuda hanno così cominciato a rapire le donne delle vicine isole, per salvare le proprie mogli.
La bellezza della donna muove a pietà la gente del posto e il suo sacrificio viene ritardato il più possibile. Arriva però inevitabilmente il suo momento e, nuda, viene offerta in catene all'orca.
Anche nel brevi momenti di sonno, sogna di perdere l'amata in seguito ad un forte temporale. La sente invocare il suo aiuto, ma poi una voce misteriosa gli dice di non sperare di poterla ancora rivedere e lo fa svegliare tra le lacrime.
Temendo che Angelica sia in pericolo, appena sveglio si mette l'armatura, prende le sue armi, monta su Brigliadoro ed a mezzanotte parte alla ricerca di Angelica.
Per poter avere accesso ad ogni sentiero, non prende le proprie insegne ma indossa solo un ornamento nero sottratto ad un avversario saraceno, più adeguato al suo stato d'animo.
La donna non rivedrà però il proprio amante per quasi un mese e deciderà in seguito di partire alla sua ricerca.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Oh quante sono incantatrici, oh quanti
incantator tra noi, che non si
sanno!
che con lor arti uomini e donne amanti
di sé, cangiando i visi lor,
fatto hanno.
Non con spirti costretti tali incanti,
né con osservazion di
stelle fanno;
ma con simulazion, menzogne e frodi
legano i cor
d'indissolubil nodi.
2
Chi l'annello d'Angelica, o piu tosto
chi avesse quel de la ragion,
potria
veder a tutti il viso, che nascosto
da finzione e d'arte non
saria.
Tal ci par bello e buono, che, deposto
il liscio, brutto e rio
forse parria.
Fu gran ventura quella di Ruggiero,
ch'ebbe l'annel che gli
scoperse il vero.
3
Ruggier (come io dicea) dissimulando,
su Rabican venne alla porta
armato:
trovò le guardie sprovedute, e quando
giunse tra lor, non tenne il
brando a lato.
Chi morto e chi a mal termine lasciando,
esce del ponte, e
il rastrello ha spezzato:
prende al bosco la via; ma poco corre,
ch'ad un
de' servi de la fata occorre.
4
Il servo in pugno avea un augel grifagno
che volar con piacer facea
ogni giorno,
ora a campagna, ora a un vicino stagno,
dove era sempre da
far preda intorno:
avea da lato il can fido compagno:
cavalcava un ronzin
non troppo adorno.
Ben pensò che Ruggier dovea fuggire,
quando lo vide in
tal fretta venire.
5
Se gli fe' incontra, e con sembiante altiero
gli domandò perché in
tal fretta gisse.
Risponder non gli volse il buon Ruggiero:
perciò colui,
più certo che fuggisse,
di volerlo arrestar fece pensiero;
e distendendo
il braccio manco, disse:
- Che dirai tu, se subito ti fermo?
se contra
questo augel non avrai schermo? -
6
Spinge l'augello: e quel batte sì l'ale,
che non l'avanza Rabican di
corso.
Del palafreno il cacciator giù sale,
e tutto a un tempo gli ha
levato il morso.
Quel par da l'arco uno aventato strale,
di calci
formidabile e di morso;
e 'l servo dietro sì veloce viene,
che par ch'il
vento, anzi che il fuoco il mene.
7
Non vuol parere il can d'esser più tardo;
ma segue Rabican con quella
fretta
con che le lepri suol seguire il pardo.
Vergogna a Ruggier par, se
non aspetta.
Voltasi a quel che vien sì a piè gagliardo;
né gli vede arme,
fuor ch'una bacchetta,
quella con che ubidire al cane insegna:
Ruggier di
trar la spada si disdegna.
8
Quel se gli appressa, e forte lo percuote:
lo morde a un tempo il can
nel piede manco.
Lo sfrenato destrier la groppa scuote
tre volte e più, né
falla il destro fianco.
Gira l'augello e gli fa mille ruote,
e con l'ugna
sovente il ferisce anco:
sì il destrier collo strido impaurisce,
ch'alla
mano e allo spron poco ubidisce.
9
Ruggiero, al fin costretto, il ferro caccia:
e perché tal molestia se
ne vada,
or gli animali, or quel villan minaccia
col taglio e con la punta
de la spada.
Quella importuna turba più l'impaccia:
presa ha chi qua chi
là tutta la strada.
Vede Ruggiero il disonore e il danno
che gli avverrà,
se più tardar lo fanno.
10
Sa ch'ogni poco più ch'ivi rimane,
Alcina avrà col populo alle
spalle:
di trombe, di tamburi e di campane
già s'ode alto rumore in ogni
valle.
Contra un servo senza arme e contra un cane
gli par ch'a usar la
spada troppo falle:
meglio e più breve è dunque che gli scopra
lo scudo
che d'Atlante era stato opra.
11
Levò il drappo vermiglio in che coperto
già molti giorni lo scudo si
tenne.
Fece l'effetto mille volte esperto
il lume, ove a ferir negli occhi
venne:
resta dai sensi il cacciator deserto,
cade il cane e il ronzin,
cadon le penne,
ch'in aria sostener l'augel non ponno.
Lieto Ruggier li
lascia in preda al sonno.
12
Alcina, ch'avea intanto avuto aviso
di Ruggier, che sforzato avea la
porta,
e de la guardia buon numero ucciso,
fu, vinta dal dolor, per restar
morta.
Squarciossi i panni e si percosse il viso,
e sciocca nominossi e
malaccorta;
e fece dar all'arme immantinente,
e intorno a sé raccor tutta
sua gente.
13
E poi ne fa due parti, e manda l'una
per quella strada ove Ruggier
camina;
al porto l'altra subito raguna,
imbarca, ed uscir fa ne la
marina:
sotto le vele aperte il mar s'imbruna.
Con questi va la disperata
Alcina,
che 'l desiderio di Ruggier sì rode,
che lascia sua città senza
custode.
14
Non lascia alcuno a guardia del palagio:
il che a Melissa che stava
alla posta
per liberar di quel regno malvagio
la gente ch'in miseria v'era
posta,
diede commodità, diede grande agio
di gir cercando ogni cosa a sua
posta,
imagini abbruciar, suggelli torre,
e nodi e rombi e turbini
disciorre.
15
Indi pei campi accelerando i passi,
gli antiqui amanti, ch'erano in
gran torma
conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi,
fe' ritornar ne
la lor prima forma.
E quei, poi ch'allargati furo i passi,
tutti del buon
Ruggier seguiron l'orma:
a Logistilla si salvaro; ed indi
tornaro a Sciti,
a Persi, a Greci, ad Indi.
16
Li rimandò Melissa in lor paesi,
con obligo di mai non esser
sciolto.
Fu inanzi agli altri il duca degl'Inglesi
ad esser ritornato in
uman volto;
che 'l parentado in questo e li cortesi
prieghi del buon
Ruggier gli giovar molto:
oltre i prieghi, Ruggier le diè l'annello,
acciò
meglio potesse aiutar quello.
17
A' prieghi dunque di Ruggier, rifatto
fu 'l paladin ne la sua prima
faccia.
Nulla pare a Melissa d'aver fatto,
quando ricovrar l'arme non gli
faccia,
e quella lancia d'or, ch'al primo tratto
quanti ne tocca de la
sella caccia:
de l'Argalia, poi fu d'Astolfo lancia,
e molto onor fe'
all'uno e a l'altro in Francia.
18
Trovò Melissa questa lancia d'oro,
ch'Alcina avea reposta nel
palagio,
e tutte l'arme che del duca foro,
e gli fur tolte ne l'ostel
malvagio.
Montò il destrier del negromante moro,
e fe' montar Astolfo in
groppa ad agio;
e quindi a Logistilla si condusse
d'un'ora prima che
Ruggier vi fusse.
19
Tra duri sassi e folte spine gìa
Ruggiero intanto inv�r la fata
saggia,
di balzo in balzo, e d'una in altra via
aspra, solinga, inospita e
selvaggia;
tanto ch'a gran fatica riuscia
su la fervida nona in una
spiaggia
tra 'l mare e 'l monte, al mezzodì scoperta,
arsiccia, nuda,
sterile e deserta.
20
Percuote il sole ardente il vicin colle;
e del calor che si riflette
a dietro,
in modo l'aria e l'arena ne bolle,
che saria troppo a far
liquido il vetro.
Stassi cheto ogni augello all'ombra molle:
sol la cicala
col noioso metro
fra i densi rami del fronzuto stelo
le valli e i monti
assorda, e il mare e il cielo.
21
Quivi il caldo, la sete, e la fatica
ch'era di gir per quella via
arenosa,
facean, lungo la spiaggia erma ed aprica,
a Ruggier compagnia
grave e noiosa.
Ma perché non convien che sempre io dica,
né ch'io vi
occupi sempre in una cosa,
io lascerò Ruggiero in questo caldo,
e girò in
Scozia a ritrovar Rinaldo.
22
Era Rinaldo molto ben veduto
dal re, da la figliuola e dal
paese.
Poi la cagion che quivi era venuto,
più ad agio il paladin fece
palese:
ch'in nome del suo re chiedeva aiuto
e dal regno di Scozia e da
l'Inglese;
ed ai preghi soggiunse anco di Carlo,
giustissime cagion di
dover farlo.
23
Dal re, senza indugiar, gli fu risposto,
che di quanto sua forza
s'estendea,
per utile ed onor sempre disposto
di Carlo e de l'Imperio
esser volea;
e che fra pochi dì gli avrebbe posto
più cavallieri in punto
che potea;
e se non ch'esso era oggimai pur vecchio,
capitano verria del
suo apparecchio.
24
Né tal rispetto ancor gli parria degno
di farlo rimaner, se non
avesse
il figlio, che di forza, e più d'ingegno,
dignissimo era a chi'l
governo desse,
ben che non si trovasse allor nel regno;
ma che sperava che
venir dovesse
mentre ch'insieme aduneria lo stuolo;
e ch'adunato il
troveria il figliuolo.
25
Così mandò per tutta la sua terra
suoi tesorieri a far cavalli e
gente;
navi apparecchia e munizion da guerra,
vettovaglia e danar
maturamente.
Venne intanto Rinaldo in Inghilterra,
e 'l re nel suo partir
cortesemente
insino a Beroicche accompagnollo;
e visto pianger fu quando
lasciollo.
26
Spirando il vento prospero alla poppa,
monta Rinaldo, ed a Dio dice
a tutti:
la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa;
tanto che giunge ove
nei salsi flutti
il bel Tamigi amareggiando intoppa.
Col gran flusso del
mar quindi condutti
i naviganti per camin sicuro
a vela e remi insino a
Londra furo.
27
Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone,
che con Carlo in Parigi era
assediato,
al principe di Vallia commissione
per contrasegni e lettere
portato,
che ciò che potea far la regione
di fanti e di cavalli in ogni
lato,
tutto debba a Calesio traghittarlo,
sì che aiutar si possa Francia e
Carlo.
28
Il principe ch'io dico, ch'era, in vece
d'Oton, rimaso nel seggio
reale,
a Rinaldo d'Amon tanto onor fece,
che non l'avrebbe al suo re fatto
uguale:
indi alle sue domande satisfece;
perché a tutta la gente
marziale
e di Bretagna e de l'isole intorno
di ritrovarsi al mar prefisse
il giorno.
29
Signor, far mi convien come fa il buono
sonator sopra il suo
istrumento arguto,
che spesso muta corda, e varia suono,
ricercando ora il
grave, ora l'acuto.
Mentre a dir di Rinaldo attento sono,
d'Angelica
gentil m'è sovenuto,
di che lasciai ch'era da lui fuggita,
e ch'avea
riscontrato uno eremita.
30
Alquanto la sua istoria io vo' seguire.
Dissi che domandava con gran
cura,
come potesse alla marina gire;
che di Rinaldo avea tanta
paura,
che, non passando il mar, credea morire,
né in tutta Europa si
tenea sicura:
ma l'eremita a bada la tenea,
perché di star con lei piacere
avea.
31
Quella rara bellezza il cor gli accese,
e gli scaldò le frigide
medolle:
ma poi che vide che poco gli attese,
e ch'oltra soggiornar seco
non volle,
di cento punte l'asinello offese;
né di sua tardità però lo
tolle:
e poco va di passo e men di trotto,
né stender gli si vuol la
bestia sotto.
32
E perché molto dilungata s'era,
e poco più, n'avria perduta
l'orma,
ricorse il frate alla spelonca nera,
e di demoni uscir fece una
torma:
e ne sceglie uno di tutta la schiera,
e del bisogno suo prima
l'informa;
poi lo fa entrare adosso al corridore,
che via gli porta con la
donna il core.
33
E qual sagace can, nel monte usato
a volpi o lepri dar spesso la
caccia,
che se la fera andar vede da un lato,
ne va da un altro, e par
sprezzi la traccia;
al varco poi lo sentono arrivato,
che l'ha già in
bocca, e l'apre il fianco e straccia:
tal l'eremita per diversa
strada
aggiugnerà la donna ovunque vada.
34
Che sia il disegno suo, ben io comprendo:
e dirollo anco a voi, ma
in altro loco.
Angelica di ciò nulla temendo,
cavalcava a giornate, or
molto or poco.
Nel cavallo il demon si gìa coprendo,
come si cuopre alcuna
volta il fuoco,
che con sì grave incendio poscia avampa,
che non si
estingue, e a pena se ne scampa.
35
Poi che la donna preso ebbe il sentiero
dietro il gran mar che li
Guasconi lava,
tenendo appresso all'onde il suo destriero,
dove l'umor la
via più ferma dava;
quel le fu tratto dal demonio fiero
ne l'acqua sì, che
dentro vi nuotava.
Non sa che far la timida donzella,
se non tenersi ferma
in su la sella.
36
Per tirar briglia, non gli può dar volta:
più e più sempre quel si
caccia in alto.
Ella tenea la vesta in su raccolta
per non bagnarla, e
traea i piedi in alto.
Per le spalle la chioma iva disciolta,
e l'aura le
facea lascivo assalto.
Stavano cheti tutti i maggior venti,
forse a tanta
beltà, col mare, attenti.
37
Ella volgea i begli occhi a terra invano,
che bagnavan di pianto il
viso e 'l seno,
e vedea il lito andar sempre lontano
e decrescer più
sempre e venir meno.
Il destrier, che nuotava a destra mano,
dopo un gran
giro la portò al terreno
tra scuri sassi e spaventose grotte,
già
cominciando ad oscurar la notte.
38
Quando si vide sola in quel deserto,
che a riguardarlo sol, mettea
paura,
ne l'ora che nel mar Febo coperto
l'aria e la terra avea lasciata
oscura,
fermossi in atto ch'avria fatto incerto
chiunque avesse vista sua
figura,
s'ella era donna sensitiva e vera,
o sasso colorito in tal
maniera.
39
Stupida e fissa ne la incerta sabbia,
coi capelli disciolti e
rabuffati,
con le man giunte e con l'immote labbia,
i languidi occhi al
ciel tenea levati,
come accusando il gran Motor che l'abbia
tutti
inclinati nel suo danno i fati.
Immota e come attonita stè alquanto;
poi
sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto.
40
Dicea: - Fortuna, che più a far ti resta
acciò di me ti sazi e ti
disfami?
che dar ti posso omai più, se non questa
misera vita? ma tu non
la brami;
ch'ora a trarla del mar sei stata presta,
quando potea finir
suoi giorni grami:
perché ti parve di voler più ancora
vedermi tormentar
prima ch'io muora.
41
Ma che mi possi nuocere non veggio,
più di quel che sin qui nociuto
m'hai.
Per te cacciata son del real seggio,
dove più ritornar non spero
mai:
ho perduto l'onor, ch'è stato peggio;
che, se ben con effetto io non
peccai,
io do però materia ch'ognun dica,
ch'essendo vagabonda, io sia
impudica.
42
Ch'aver può donna al mondo più di buono,
a cui la castità levata
sia?
Mi nuoce, ahimè! ch'io son giovane, e sono
tenuta bella, o sia vero o
bugia.
Già non ringrazio il ciel di questo dono;
che di qui nasce ogni
ruina mia:
morto per questo fu Argalia mio frate,
che poco gli giovar
l'arme incantate:
43
per questo il re di Tartaria Agricane
disfece il genitor mio
Galafrone,
ch'in India, del Cataio era gran Cane;
onde io son giunta a tal
condizione,
che muto albergo da sera a dimane.
Se l'aver, se l'onor, se le
persone
m'hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi,
a che più doglia anco
serbar mi vuoi?
44
Se l'affogarmi in mar morte non era
a tuo senno crudel, pur ch'io ti
sazi,
non recuso che mandi alcuna fera
che mi divori, e non mi tenga in
strazi.
D'ogni martir che sia, pur ch'io ne pera,
esser non può ch'assai
non ti ringrazi. -
Così dicea la donna con gran pianto,
quando le apparve
l'eremita accanto.
45
Avea mirato da l'estrema cima
d'un rilevato sasso
l'eremita
Angelica, che giunta alla parte ima
è dello scoglio, afflitta e
sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch'un demonio il portò per
via non trita:
e venne a lei fingendo divozione
quanta avesse mai Paulo o
Ilarione.
46
Come la donna il cominciò a vedere,
prese, non conoscendolo,
conforto;
e cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora
il viso smorto.
Come fu presso, disse: - Miserere,
padre, di me, ch'i' son
giunta a mal porto. -
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel
ch'a lui non era occulto.
47
Comincia l'eremita a confortarla
con alquante ragion belle e
divote;
e pon l'audaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per
l'umide gote:
poi più sicuro va per abbracciarla;
ed ella sdegnosetta lo
percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d'onesto rossor tutta si
tinge.
48
Egli, ch'allato avea una tasca, aprilla,
e trassene una ampolla di
liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la più cocente face
ch'abbia Amore,
spruzzò di quel leggiermente una stilla,
che di farla
dormire ebbe valore.
Già resupina ne l'arena giace
a tutte voglie del
vecchio rapace.
49
Egli l'abbraccia ed a piacer la tocca
ed ella dorme e non può fare
ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non è chi 'l veggia in
quel loco aspro ed ermo.
Ma ne l'incontro il suo destrier trabocca;
ch'al
disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perché avea troppi
anni;
e potrà peggio, quanto più l'affanni.
50
Tutte le vie, tutti li modi tenta,
ma quel pigro rozzon non però
salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non può far che tenga
la testa alta.
Al fin presso alla donna s'addormenta;
e nuova altra
sciagura anco l'assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un
mortal si piglia a scherno e a gioco.
51
Bisogna, prima ch'io vi narri il caso,
ch'un poco dal sentier dritto
mi torca.
Nel mar di tramontana inv�r l'occaso,
oltre l'Irlanda una isola
si corca,
Ebuda nominata; ove è rimaso
il popul raro, poi che la brutta
orca
e l'altro marin gregge la distrusse,
ch'in sua vendetta Proteo vi
condusse.
52
Narran l'antique istorie, o vere o false,
che tenne già quel luogo
un re possente,
ch'ebbe una figlia, in cui bellezza valse
e grazia sì, che
poté facilmente,
poi che mostrossi in su l'arene salse,
Proteo lasciare in
mezzo l'acque ardente;
e quello, un dì che sola ritrovolla,
compresse, e
di sé gravida lasciolla.
53
La cosa fu gravissima e molesta
al padre, più d'ogn'altro empio e
severo:
né per iscusa o per pietà, la testa
le perdonò: sì può lo sdegno
fiero.
Né per vederla gravida, si resta
di subito esequire il crudo
impero:
e 'l nipotin che non avea peccato,
prima fece morir che fosse
nato.
54
Proteo marin, che pasce il fiero armento
di Nettunno che l'onda
tutta regge,
sente de la sua donna aspro tormento,
e per grand'ira, rompe
ordine e legge;
sì che a mandare in terra non è lento
l'orche e le foche,
e tutto il marin gregge,
che distruggon non sol pecore e buoi,
ma ville e
borghi e li cultori suoi:
55
e spesso vanno alle città murate,
e d'ogn'intorno lor mettono
assedio.
Notte e dì stanno le persone armate,
con gran timore e
dispiacevol tedio:
tutte hanno le campagne abbandonate;
e per trovarvi al
fin qualche rimedio,
andarsi a consigliar di queste cose
all'oracol, che
lor così rispose:
56
che trovar bisognava una donzella
che fosse all'altra di bellezza
pare,
ed a Proteo sdegnato offerir quella,
in cambio de la morta, in lito
al mare.
S'a sua satisfazion gli parrà bella,
se la terrà, né li verrà a
sturbare:
se per questo non sta, se gli appresenti
una ed un'altra, fin
che si contenti.
57
E così cominciò la dura sorte
tra quelle che più grate eran di
faccia,
ch'a Proteo ciascun giorno una si porte,
fin che trovino donna che
gli piaccia.
La prima e tutte l'altre ebbero morte;
che tutte giù pel
ventre se le caccia
un'orca, che restò presso alla foce,
poi che 'l resto
partì del gregge atroce.
58
O vera o falsa che fosse la cosa
di Proteo (ch'io non so che me ne
dica),
servosse in quella terra, con tal chiosa,
contra le donne un'empia
lege antica:
che di lor carne l'orca mostruosa
che viene ogni dì al lito,
si notrica.
Ben ch'esser donna sia in tutte le bande
danno e sciagura,
quivi era pur grande.
59
Oh misere donzelle che trasporte
fortuna ingiuriosa al lito
infausto!
dove le genti stan sul mare accorte
per far de le straniere
empio olocausto;
che, come più di fuor ne sono morte,
il numer de le loro
è meno esausto:
ma perché il vento ognor preda non mena,
ricercando ne van
per ogni arena.
60
Van discorrendo tutta la marina
con fuste e grippi ed altri legni
loro,
e da lontana parte e da vicina
portan sollevamento al lor
martoro.
Molte donne han per forza e per rapina,
alcune per lusinghe,
altre per oro;
e sempre da diverse regioni
n'hanno piene le torri e le
prigioni.
61
Passando una lor fusta a terra a terra
inanzi a quella solitaria
riva
dove fra sterpi in su l'erbosa terra
la sfortunata Angelica
dormiva,
smontaro alquanti galeotti in terra
per riportarne e legna ed
acqua viva;
e di quante mai fur belle e leggiadre
trovaro il fiore in
braccio al santo padre.
62
Oh troppo cara, oh troppo eccelsa preda
per sì barbare genti e sì
villane!
Oh Fortuna crudel, chi fia ch'il creda,
che tanta forza hai ne le
cose umane,
che per cibo d'un mostro tu conceda
la gran beltà, ch'in India
il re Agricane
fece venir da le caucasee porte
con mezza Scizia a
guadagnar la morte?
63
La gran beltà, che fu da Sacripante
posta inanzi al suo onore e al
suo bel regno;
la gran beltà, ch'al gran signor d'Anglante
macchiò la
chiara fama e l'alto ingegno;
la gran beltà che fe' tutto
Levante
sottosopra voltarsi e stare al segno,
ora non ha (così è rimasa
sola)
chi le dia aiuto pur d'una parola.
64
La bella donna, di gran sonno oppressa,
incatenata fu prima che
desta.
Portaro il frate incantator con essa
nel legno pien di turba
afflitta e mesta.
La vela, in cima all'arbore rimessa,
rendé la nave
all'isola funesta,
dove chiuser la donna in rocca forte,
fin a quel dì
ch'a lei toccò la sorte.
65
Ma poté sì, per esser tanto bella,
la fiera gente muovere a
pietade,
che molti dì le differiron quella
morte, e serbarla a gran
necessitade;
e fin ch'ebber di fuore altra donzella,
perdonaro
all'angelica beltade.
Al mostro fu condotta finalmente,
piangendo dietro a
lei tutta la gente.
66
Chi narrerà l'angosce, i pianti, i gridi,
l'alta querela che nel
ciel penetra?
maraviglia ho che non s'apriro i lidi,
quando fu posta in su
la fredda pietra,
dove in catena, priva di sussidi,
morte aspettava
abominosa e tetra.
Io nol dirò; che sì il dolor mi muove,
che mi sforza
voltar le rime altrove,
67
e trovar versi non tanto lugubri,
fin che 'l mio spirto stanco si
riabbia;
che non potrian li squalidi colubri,
né l'orba tigre accesa in
maggior rabbia,
né ciò che da l'Atlante ai liti rubri
venenoso erra per la
calda sabbia,
né veder né pensar senza cordoglio,
Angelica legata al nudo
scoglio.
68
Oh se l'avesse il suo Orlando saputo,
ch'era per ritrovarla ito a
Parigi;
o li dui ch'ingannò quel vecchio astuto
col messo che venìa dai
luoghi stigi!
fra mille morti, per donarle aiuto,
cercato avrian gli
angelici vestigi:
ma che fariano, avendone anco spia,
poi che distanti son
di tanta via?
69
Parigi intanto avea l'assedio intorno
dal famoso figliuol del re
Troiano;
e venne a tanta estremitade un giorno,
che n'andò quasi al suo
nimico in mano:
e se non che li voti il ciel placorno,
che dilagò di
pioggia oscura il piano,
cadea quel dì per l'africana lancia
il santo
Impero e 'l gran nome di Francia.
70
Il sommo Creator gli occhi rivolse
al giusto lamentar del vecchio
Carlo;
e con subita pioggia il fuoco tolse:
né forse uman saper potea
smorzarlo.
Savio chiunque a Dio sempre si volse;
ch'altri non poté mai
meglio aiutarlo.
Ben dal devoto re fu conosciuto,
che si salvò per lo
divino aiuto.
71
La notte Orlando alle noiose piume
del veloce pensier fa parte
assai.
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume
tutto in un loco, e non
l'afferma mai:
qual d'acqua chiara il tremolante lume,
dal sol percossa o
da' notturni rai,
per gli ampli tetti va con lungo salto
a destra ed a
sinistra, e basso ed alto.
72
La donna sua, che gli ritorna a mente,
anzi che mai non era indi
partita,
gli raccende nel core e fa più ardente
la fiamma che nel dì parea
sopita.
Costei venuta seco era in Ponente
fin dal Cataio; e qui l'avea
smarrita,
né ritrovato poi vestigio d'ella
che Carlo rotto fu presso a
Bordella.
73
Di questo Orlando avea gran doglia, e seco
indarno a sua sciocchezza
ripensava.
- Cor mio (dicea), come vilmente teco
mi son portato! ohimè,
quanto mi grava
che potendoti aver notte e dì meco,
quando la tua bontà
non mel negava,
t'abbia lasciato in man di Namo porre,
per non sapermi a
tanta ingiuria opporre!
74
Non aveva ragione io di scusarme?
e Carlo non m'avria forse
disdetto:
se pur disdetto, e chi potea sforzarme?
chi ti mi volea torre al
mio dispetto?
non poteva io venir più tosto all'arme?
lasciar più tosto
trarmi il cor del petto?
Ma né Carlo né tutta la sua gente
di tormiti per
forza era possente.
75
Almen l'avesse posta in guardia buona
dentro a Parigi o in qualche
rocca forte.
Che l'abbia data a Namo mi consona,
sol perché a perder
l'abbia a questa sorte.
Chi la dovea guardar meglio persona
di me? ch'io
dovea farlo fino a morte;
guardarla più che 'l cor, che gli occhi miei:
e
dovea e potea farlo, e pur nol fei.
76
Deh, dove senza me, dolce mia vita,
rimasa sei sì giovane e sì
bella?
come, poi che la luce è dipartita,
riman tra' boschi la smarrita
agnella,
che dal pastor sperando esser udita,
si va lagnando in questa
parte e in quella;
tanto che 'l lupo l'ode da lontano,
e 'l misero pastor
ne piagne invano.
77
Dove, speranza mia, dove ora sei?
vai tu soletta forse ancor
errando?
o pur t'hanno trovata i lupi rei
senza la guardia del tuo fido
Orlando?
e il fior ch'in ciel potea pormi fra i dei,
il fior ch'intatto io
mi venìa serbando
per non turbarti, ohimè! l'animo casto,
ohimè! per forza
avranno colto e guasto.
78
Oh infelice! oh misero! che voglio
se non morir, se 'l mio bel fior
colto hanno?
O sommo Dio, fammi sentir cordoglio
prima d'ogn'altro, che di
questo danno.
Se questo è ver, con le mie man mi toglio
la vita, e l'alma
disperata danno. -
Così, piangendo forte e sospirando,
seco dicea
l'addolorato Orlando.
79
Già in ogni parte gli animanti lassi
davan riposo ai travagliati
spirti,
chi su le piume, e chi sui duri sassi,
e chi su l'erbe, e chi su
faggi o mirti:
tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi,
punto da' tuoi
pensieri acuti ed irti;
né quel sì breve e fuggitivo sonno
godere in pace
anco lasciar ti ponno.
80
Parea ad Orlando, s'una verde riva
d'odoriferi fior tutta
dipinta,
mirare il bello avorio, e la nativa
purpura ch'avea Amor di sua
man tinta,
e le due chiare stelle onde nutriva
ne le reti d'Amor l'anima
avinta:
io parlo de' begli occhi e del bel volto,
che gli hanno il cor di
mezzo il petto tolto.
81
Sentia il maggior piacer, la maggior festa
che sentir possa alcun
felice amante:
ma ecco intanto uscire una tempesta
che struggea i fior, ed
abbattea le piante:
non se ne suol veder simile a questa,
quando giostra
aquilone, austro e levante.
Parea che per trovar qualche coperto,
andasse
errando invan per un deserto.
82
Intanto l'infelice (e non sa come)
perde la donna sua per l'aer
fosco;
onde di qua e di là del suo bel nome
fa risonare ogni campagna e
bosco.
E mentre dice indarno: - Misero me!
chi ha cangiata mia dolcezza in
tosco? -
ode la donna sua che gli domanda,
piangendo, aiuto, e se gli
raccomanda.
83
Onde par ch'esca il grido, va veloce,
e quinci e quindi s'affatica
assai.
Oh quanto è il suo dolore aspro ed atroce,
che non può rivedere i
dolci rai!
Ecco ch'altronde ode da un'altra voce:
- Non sperar più gioirne
in terra mai. -
A questo orribil grido risvegliossi,
e tutto pien di
lacrime trovossi.
84
Senza pensar che sian l'immagin false
quando per tema o per disio si
sogna,
de la donzella per modo gli calse,
che stimò giunta a danno od a
vergogna,
che fulminando fuor del letto salse.
Di piastra e maglia, quanto
gli bisogna,
tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse;
né di scudiero alcun
servigio volse.
85
E per poter entrare ogni sentiero,
che la sua dignità macchia non
pigli,
non l'onorata insegna del quartiero,
distinta di color bianchi e
vermigli,
ma portar volse un ornamento nero;
e forse acciò ch'al suo dolor
simigli:
e quello avea già tolto a uno amostante,
ch'uccise di sua man
pochi anni inante.
86
Da mezza notte tacito si parte,
e non saluta e non fa motto al
zio;
né al fido suo compagno Brandimarte,
che tanto amar solea, pur dice a
Dio.
Ma poi che 'l Sol con l'auree chiome sparte
del ricco albergo di
Titone uscìo
e fe' l'ombra fugire umida e nera,
s'avide il re che 'l
paladin non v'era.
87
Con suo gran dispiacer s'avede Carlo
che partito la notte è 'l suo
nipote,
quando esser dovea seco e più aiutarlo;
e ritener la colera non
puote,
ch'a lamentarsi d'esso, ed a gravarlo
non incominci di biasmevol
note:
e minacciar, se non ritorna, e dire
che lo faria di tanto error
pentire.
88
Brandimarte, ch'Orlando amava a pare
di sé medesmo, non fece
soggiorno;
o che sperasse farlo ritornare,
o sdegno avesse udirne biasmo e
scorno;
e volse a pena tanto dimorare,
ch'uscisse fuor ne l'oscurar del
giorno.
A Fiordiligi sua nulla ne disse,
perché 'l disegno suo non
gl'impedisse.
89
Era questa una donna che fu molto
da lui diletta, e ne fu raro
senza;
di costumi, di grazia e di bel volto
dotata e d'accortezza e di
prudenza:
e se licenza or non n'aveva tolto,
fu che sperò tornarle alla
presenza
il dì medesmo; ma gli accadde poi,
che lo tardò più dei disegni
suoi.
90
E poi ch'ella aspettato quasi un mese
indarno l'ebbe, e che tornar
nol vide,
di desiderio sì di lui s'accese,
che si partì senza compagni o
guide;
e cercandone andò molto paese,
come l'istoria al luogo suo
dicide.
Di questi dua non vi dico or più inante;
che più m'importa il
cavallier d'Anglante.
91
Il qual, poi che mutato ebbe d'Almonte
le gloriose insegne, andò
alla porta,
e disse ne l'orecchio: - Io sono il conte -
a un capitan che
vi facea la scorta;
e fattosi abassar subito il ponte,
per quella strada
che più breve porta
agl'inimici, se n'andò diritto.
Quel che seguì, ne
l'altro canto è scritto.
