Il cavaliere misterioso si toglie infine l'elmo e mostra la propria identità: si tratta di Ariodante, che sul punto di morte, si era pentito all'ultimo del proprio gesto e si era quindi messo in salvo a nuoto.
L'ippogrifo e Ruggiero lasciano l'Europa, passano le colonne d'Ercole ed atterrano infine su un'isola meravigliosa, senza pari al mondo.
Si tratta del bel Astolfo, paladino francese, cugino di Orlando e Rinaldo e futuro erede al trono d'Inghilterra. Liberato da Orlando dalla prigione di Monodante, aveva un giorno raggiunto la spiaggia sede del castello di Alcina, sorella di Morgana.
Vista la bellezza di Astolfo, Alcina dedice di farlo prigioniero. Con la scusa di volergli mostrare una sirena su un'altra spiaggia, lo fa salire con sé sulla balena e lo rapisce.
Navigando sul dorso della balena, Alcina ed Astolfo raggiungono infine l'isola meravigliosa. Questa in realtà era stata lasciata in eredità a sua sorella Logistilla, unica delle tre sorelle ad essere figlia legittima del loro padre (Alcina e Morgana sono in realtà nate da incesto).
Alcina ardeva d'amore per Astolfo ed il cavaliere ricambiava il sentimento, essendo lei molto bella e tanto premurosa nei suoi riguardi.
Ruggiero conosceva già Astolfo di nome, in quanto cugino di Bradamante. Per l'amore che nutre nei confronti di lei, decide pertanto di aiutarlo.
Ruggiero riprende il cavallo alato, senza salirgli in groppa per paura di dover ancora volare contro la propria volonta, e si mette in cammino.
Escono intanto dalle mura dorate della città di Alcina due bellissime donne in groppa a due unicorni. Le donne lo invitano ad entrare nella fortezza e lui non può fare altro che acconsentire.
A Ruggiero viene dato un cavallo sul quale poter salire, mentre l'ippogrifo viene consegnato ad un giovane che lo segue a piedi.
Giunto in un ostello, aveva appreso della disperazione di Ginevra alla notizia della sua morte e delle pubbliche accuse del fratello. Spinto dal proprio amore per la donna e risentito per il gesto crudele del fratello, aveva così deciso di prendere lui le difese di Ginevra.
Il re concede la mano della figlia al cavaliere, dando in regalo agli sposi il ducato di Albania, appena liberatosi.
Dalinda ottiene la grazie e "sazia del mondo" si farà monaca.
Ruggiero scende da cavallo e lega il cavallo alato ad un mirto, così che non possa alzarsi in cielo. Mentre il cavaliere, liberatosi dalle armi, si sta rinfrescando, l'ippogrifo viene spaventato da una ombra e per scappare sradica il mirto.
La pianta inizia improvvisamente a parlare e chiede di essere liberata dal cavallo, così da non dover subire un'altra pena oltre a quella che le è stata già inflitta.
Ruggiero corre a liberarla e le chiede subito chi essa sia.
La maga era in quel momento impegnata a pescare; senza reti e senza ami, grazie ad un incantesimo, faceva venire a sé tutti i pesci che desiderava, tra i quali anche una balena, tanto grande che Astolfo, Rinaldo e gli altri credono sia un'isola.
Rinaldo si tuffa in mare e cerca di raggiungerlo a nuoto, ma il vento del sud alzatosi in quel momento glielo impedisce.
Logistilla è tanto virtuosa quanto le altre due sono ingiuste e crudeli e per questo viene odiata. Morgana ed Alcina si sono infatti alleate per sottrarre alla terza ogni avere; Logistilla possiede ora solo una piccola parte dell'isola, e solo perché è un territorio irraggiungibile.
Completamante perso nei piaceri, il paladino si dimentica di ogni altra cosa. Anche lei sembra non avere altro al mondo, Astolfo diviene il suo unico amante.
Un giorno però rivolge improvvisamente il proprio cuore altrove, caccia Astolfo e lui scopre che nella sua stessa situazione ci sono altri mille amanti, trasformati infine in alberi, animali, fonte.. per evitare che vadano in giro per il mondo a raccontare le abitudini della maga.
Astolfo avverte quindi Ruggiero del pericolo che potrebbe correre.
Astolfo gli indica la via per raggiungere il regno di Logistilla senza passare da quello di Alcina. Lo avverte però che la maga malvagia ha messo a guardia del sentiero un gruppo di suoi guerrieri dall'aspetto mostruoso.
Raggiunge poco dopo la fortezza di Alcina e si dirige poi verso il monte in cima al quale si trovava il regno di Logistilla. Il suo cammino viene però interrotto dai guerrieri dei quali gli aveva parlato Astolfo: esseri metà animale e metà uomo, metà uomo e metà donna, a cavallo di animali di ogni genere e con ogni tipo di arma in pugno.
Ruggiero sguaina la spada e si lancia tra di loro, ma sono troppi, è accerchiato e fa molta fatica ad avere la meglio.
All'interno della fortezza è tutta un festa amorosa, tanto che si può ritenere essere il posto dove sia nato Amore.
Le due donne chiedono aiuto al cavaliere per sconfiggere la gigante Erifile, che sta a guardia di un ponte ed impedisce il suo attraversamento. Ruggiero dice loro di essere completamente al loro servizio, qualunque sia il loro desiderio.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Miser chi mal oprando si confida
ch'ognor star debbia il maleficio
occulto;
che quando ogn'altro taccia, intorno grida
l'aria e la terra
istessa in ch'è sepulto:
e Dio fa spesso che 'l peccato guida
il peccator,
poi ch'alcun dì gli ha indulto,
che sé medesmo, senza altrui
richiesta,
innavedutamente manifesta.
2
Avea creduto il miser Polinesso
totalmente il delitto suo
coprire,
Dalinda consapevole d'appresso
levandosi, che sola il potea
dire:
e aggiungendo il secondo al primo eccesso,
affrettò il mal che potea
differire,
e potea differire e schivar forse;
ma se stesso spronando, a
morir corse:
3
e perdé amici a un tempo e vita e stato,
e onor, che fu molto più
grave danno.
Dissi di sopra, che fu assai pregato
il cavallier, ch'ancor
chi sia non sanno.
Al fin si trasse l'elmo, e 'l viso amato
scoperse, che
più volte veduto hanno:
e dimostrò come era Ariodante,
per tutta Scozia
lacrimato inante;
4
Ariodante, che Ginevra pianto
avea per morto, e 'l fratel pianto
avea,
il re, la corte, il popul tutto quanto:
di tal bontà, di tal valor
splendea.
Adunque il peregrin mentir di quanto
dianzi di lui narrò, quivi
apparea;
e fu pur ver che dal sasso marino
gittarsi in mar lo vide a capo
chino.
5
Ma (come aviene a un disperato spesso,
che da lontan brama e disia la
morte,
e l'odia poi che se la vede appresso,
tanto gli pare il passo
acerbo e forte)
Ariodante, poi ch'in mar fu messo,
si pentì di morire: e
come forte
e come destro e più d'ogn'altro ardito,
si messe a nuoto e
ritornossi al lito;
6
e dispregiando e nominando folle
il desir ch'ebbe di lasciar la
vita,
si messe a caminar bagnato e molle,
e capitò all'ostel d'un
eremita.
Quivi secretamente indugiar volle
tanto, che la novella avesse
udita,
se del caso Ginevra s'allegrasse,
o pur mesta e pietosa ne
restasse.
7
Intese prima, che per gran dolore
ella era stata a rischio di
morire
(la fama andò di questo in modo fuore,
che ne fu in tutta l'isola
che dire):
contrario effetto a quel che per errore
credea aver visto con
suo gran martire.
Intese poi, come Lurcanio avea
fatta Ginevra appresso il
padre rea.
8
Contra il fratel d'ira minor non arse,
che per Ginevra già d'amor
ardesse;
che troppo empio e crudele atto gli parse,
ancora che per lui
fatto l'avesse.
Sentendo poi, che per lei non comparse
cavallier che
difender la volesse
(che Lurcanio sì forte era e gagliardo,
ch'ognun
d'andargli contra avea riguardo;
9
e chi n'avea notizia, il riputava
tanto discreto, e sì saggio ed
accorto,
che se non fosse ver quel che narrava,
non si porrebbe a rischio
d'esser morto;
per questo la più parte dubitava
di non pigliar questa
difesa a torto);
Ariodante, dopo gran discorsi,
pensò all'accusa del
fratello opporsi.
10
- Ah lasso! io non potrei (seco dicea)
sentir per mia cagion perir
costei:
troppo mia morte f�ra acerba e rea,
se inanzi a me morir vedessi
lei.
Ella è pur la mia donna e la mia dea,
questa è la luce pur degli
occhi miei:
convien ch'a dritto e a torto, per suo scampo
pigli l'impresa,
e resti morto in campo.
11
So ch'io m'appiglio al torto; e al torto sia:
e ne morrò; né questo
mi sconforta,
se non ch'io so che per la morte mia
sì bella donna ha da
restar poi morta.
Un sol conforto nel morir mi fia,
che, se 'l suo
Polinesso amor le porta,
chiaramente veder avrà potuto,
che non s'è mosso
ancor per darle aiuto;
12
e me, che tanto espressamente ha offeso,
vedrà, per lei salvare, a
morir giunto.
Di mio fratello insieme, il quale acceso
tanto fuoco ha,
vendicherommi a un punto;
ch'io lo farò doler, poi che compreso
il fine
avrà del suo crudele assunto:
creduto vendicar avrà il germano,
e gli avrà
dato morte di sua mano. -
13
Concluso ch'ebbe questo nel pensiero,
nuove arme ritrovò, nuovo
cavallo;
e sopraveste nere, e scudo nero
portò, fregiato a color
verdegiallo.
Per aventura si trovò un scudiero
ignoto in quel paese, e
menato hallo;
e sconosciuto (come ho già narrato)
s'appresentò contra il
fratello armato.
14
Narrato v'ho come il fatto successe,
come fu conosciuto
Ariodante.
Non minor gaudio n'ebbe il re, ch'avesse
de la figliuola
liberata inante.
Seco pensò che mai non si potesse
trovar un più fedele e
vero amante;
che dopo tanta ingiuria, la difesa
di lei, contra il fratel
proprio, avea presa.
15
E per sua inclinazion (ch'assai l'amava)
e per li preghi di tutta la
corte,
e di Rinaldo, che più d'altri instava,
de la bella figliuola il fa
consorte.
La duchea d'Albania ch'al re tornava
dopo che Polinesso ebbe la
morte,
in miglior tempo discader non puote,
poi che la dona alla sua
figlia in dote.
16
Rinaldo per Dalinda impetrò grazia,
che se n'andò di tanto errore
esente;
la qual per voto, e perché molto sazia
era del mondo, a Dio volse
la mente:
monaca s'andò a render fin in Dazia,
e si levò di Scozia
immantinente.
Ma tempo è ormai di ritrovar Ruggiero,
che scorre il ciel su
l'animal leggiero.
17
Ben che Ruggier sia d'animo costante,
né cangiato abbia il solito
colore,
io non gli voglio creder che tremante
non abbia dentro più che
foglia il core.
Lasciato avea di gran spazio distante
tutta l'Europa, ed
era uscito fuore
per molto spazio il segno che prescritto
avea già a'
naviganti Ercole invitto.
18
Quello ippogrifo, grande e strano augello,
lo porta via con tal
prestezza d'ale,
che lasceria di lungo tratto quello
celer ministro del
fulmineo strale.
Non va per l'aria altro animal sì snello,
che di velocità
gli fosse uguale:
credo ch'a pena il tuono e la saetta
venga in terra dal
ciel con maggior fretta.
19
Poi che l'augel trascorso ebbe gran spazio
per linea dritta e senza
mai piegarsi,
con larghe ruote, omai de l'aria sazio,
cominciò sopra una
isola a calarsi;
pari a quella ove, dopo lungo strazio
far del suo amante
e lungo a lui celarsi,
la vergine Aretusa passò invano
di sotto il mar per
camin cieco e strano.
20
Non vide né 'l più bel né 'l più giocondo
da tutta l'aria ove le
penne stese;
né se tutto cercato avesse il mondo,
vedria di questo il più
gentil paese,
ove, dopo un girarsi di gran tondo,
con Ruggier seco il
grande augel discese:
culte pianure e delicati colli,
chiare acque,
ombrose ripe e prati molli.
21
Vaghi boschetti di soavi allori,
di palme e d'amenissime
mortelle,
cedri ed aranci ch'avean frutti e fiori
contesti in varie forme
e tutte belle,
facean riparo ai fervidi calori
de' giorni estivi con lor
spesse ombrelle;
e tra quei rami con sicuri voli
cantanto se ne gìano i
rosignuoli.
22
Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,
che tiepida aura freschi
ognora serba,
sicuri si vedean lepri e conigli,
e cervi con la fronte alta
e superba,
senza temer ch'alcun gli uccida o pigli,
pascano o stiansi
rominando l'erba;
saltano i daini e i capri isnelli e destri,
che sono in
copia in quei luoghi campestri.
23
Come sì presso è l'ippogrifo a terra,
ch'esser ne può men periglioso
il salto,
Ruggier con fretta de l'arcion si sferra,
e si ritruova in su
l'erboso smalto;
tuttavia in man le redine si serra,
che non vuol che 'l
destrier più vada in alto:
poi lo lega nel margine marino
a un verde mirto
in mezzo un lauro e un pino.
24
E quivi appresso, ove surgea una fonte
cinta di cedri e di feconde
palme,
pose lo scudo, e l'elmo da la fronte
si trasse, e disarmossi ambe
le palme;
ed ora alla marina ed ora al monte
volgea la faccia all'aure
fresche ed alme,
che l'alte cime con mormorii lieti
fan tremolar dei faggi
e degli abeti.
25
Bagna talor ne la chiara onda e fresca
l'asciutte labra, e con le
man diguazza,
acciò che de le vene il calor esca
che gli ha acceso il
portar de la corazza.
Né maraviglia è già ch'ella gl'incresca;
che non è
stato un far vedersi in piazza:
ma senza mai posar, d'arme
guernito,
tremila miglia ognor correndo era ito.
26
Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato
tra le più dense frasche
alla fresca ombra,
per fuggir si rivolta, spaventato
di non so che, che
dentro al bosco adombra:
e fa crollar sì il mirto ove è legato,
che de le
frondi intorno il piè gli ingombra:
crollar fa il mirto, e fa cader la
foglia;
né succede però che se ne scioglia.
27
Come ceppo talor, che le medolle
rare e vote abbia, e posto al fuoco
sia,
poi che per gran calor quell'aria molle
resta consunta ch'in mezzo
l'empìa,
dentro risuona e con strepito bolle
tanto che quel furor truovi
la via;
così murmura e stride e si corruccia
quel mirto offeso, e al fine
apre la buccia.
28
Onde con mesta e flebil voce uscìo
espedita e chiarissima
favella,
e disse: - Se tu sei cortese e pio,
come dimostri alla presenza
bella,
lieva questo animal da l'arbor mio:
basti che 'l mio mal proprio mi
flagella,
senza altra pena, senza altro dolore
ch'a tormentarmi ancor
venga di fuore. -
29
Al primo suon di quella voce torse
Ruggiero il viso, e subito
levosse;
e poi ch'uscir da l'arbore s'accorse,
stupefatto restò più che
mai fosse.
A levarne il destrier subito corse;
e con le guance di vergogna
rosse:
- Qual che tu sii, perdonami (dicea),
o spirto umano, o
boschereccia dea.
30
Il non aver saputo che s'asconda
sotto ruvida scorza umano
spirto,
m'ha lasciato turbar la bella fronda
e far ingiuria al tuo vivace
mirto:
ma non restar però, che non risponda
chi tu ti sia, ch'in corpo
orrido ed irto,
con voce e razionale anima vivi;
se da grandine il ciel
sempre ti schivi.
31
E s'ora o mai potrò questo dispetto
con alcun beneficio
compensarte,
per quella bella donna ti prometto,
quella che di me tien la
miglior parte,
ch'io farò con parole e con effetto,
ch'avrai giusta cagion
di me lodarte. -
Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
tremò quel mirto
da la cima al piede.
32
Poi si vide sudar su per la scorza,
come legno dal bosco allora
tratto,
che del fuoco venir sente la forza,
poscia ch'invano ogni ripar
gli ha fatto;
e cominciò: - Tua cortesia mi sforza
a discoprirti in un
medesmo tratto
ch'io fossi prima, e chi converso m'aggia
in questo mirto
in su l'amena spiaggia.
33
Il nome mio fu Astolfo; e paladino
era di Francia, assai temuto in
guerra:
d'Orlando e di Rinaldo era cugino,
la cui fama alcun termine non
serra;
e si spettava a me tutto il domìno,
dopo il mio padre Oton, de
l'Inghilterra.
Leggiadro e bel fui sì, che di me accesi
più d'una donna: e
al fin me solo offesi.
34
Ritornando io da quelle isole estreme
che da Levante il mar Indico
lava,
dopo Rinaldo ed alcun'altri insieme
meco fur chiusi in parte oscura
e cava,
ed onde liberati le supreme
forze n'avean del cavallier di
Brava;
v�r ponente io venìa lungo la sabbia
che del settentrion sente la
rabbia.
35
E come la via nostra e il duro e fello
destin ci trasse, uscimmo una
matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la
possente Alcina.
Trovammo lei ch'uscita era di quello,
e stava sola in
ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito,
che volea.
36
Veloci vi correvano i delfini,
vi venìa a bocca aperta il grosso
tonno;
i capidogli coi vecchi marini
vengon turbati dal loro pigro
sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che
ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con mostruose
schiene.
37
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta
fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l'onde salse le spallacce
grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch'era ferma e che mai
non si scosse:
ch'ella sia una isoletta ci credemo,
così distante a l'un
da l'altro estremo.
38
Alcina i pesci uscir facea de l' acque
con semplici parole e puri
incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s'a un parto o
dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l'aspetto mio, come
mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni;
e riuscì il disegno.
39
Ci venne incontra con allegra faccia
con modi graziosi e
riverenti,
e disse: - Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri
alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti
differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non
ha stelle il cielo.
40
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il
mare,
passian di qui fin su quell'altra arena,
dove a quest'ora suol
sempre tornare. -
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi,
una isoletta pare.
Io, che sempre fui troppo (e me
n'incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
41
Rinaldo m'accennava, e similmente
Dudon, ch'io non v'andassi: e poco
valse.
La fata Alcina con faccia ridente,
lasciando gli altri dua, dietro
mi salse.
La balena, all'ufficio diligente,
nuotando se n'andò per l'onde
salse.
Di mia sciocchezza tosto fui pentito;
ma troppo mi trovai lungi dal
lito.
42
Rinaldo si cacciò ne l'acqua a nuoto
per aiutarmi, e quasi si
sommerse,
perché levossi un furioso Noto
che d'ombra il cielo e 'l pelago
coperse.
Quel che di lui seguì poi, non m'è noto.
Alcina a confortarmi si
converse;
e quel dì tutto e la notte che venne,
sopra quel mostro in mezzo
il mar mi tenne.
43
Fin che venimmo a questa isola bella,
di cui gran parte Alcina ne
possiede,
e l'ha usurpata ad una sua sorella
che 'l padre già lasciò del
tutto erede,
perché sola legitima avea quella;
e (come alcun notizia me ne
diede,
che pienamente istrutto era di questo)
sono quest'altre due nate
d'incesto.
44
E come sono inique e scelerate
e piene d'ogni vizio infame e
brutto
così quella, vivendo in castitate,
posto ha ne le virtuti il suo
cor tutto.
Contra lei queste due son congiurate;
e già più d'uno esercito
hanno istrutto
per cacciarla de l'isola, e in più volte
più di cento
castella l'hanno tolte:
45
né ci terrebbe ormai spanna di terra
colei, che Logistilla è
nominata,
se non che quinci un golfo il passo serra,
e quindi una montagna
inabitata,
sì come tien la Scozia e l'Inghilterra
il monte e la riviera
separata;
né però Alcina né Morgana resta
che non le voglia tor ciò che le
resta.
46
Perché di vizi è questa coppia rea,
odia colei, perché è pudica e
santa.
Ma, per tornare a quel ch'io ti dicea,
e seguir poi com'io divenni
pianta,
Alcina in gran delizie mi tenea,
e del mio amore ardeva tutta
quanta;
né minor fiamma nel mio core accese
il veder lei sì bella e sì
cortese.
47
Io mi godea le delicate membra;
pareami aver qui tutto il ben
raccolto
che fra i mortali in più parti si smembra,
a chi più ed a chi
meno e a nessun molto;
né di Francia né d'altro mi rimembra:
stavami
sempre a contemplar quel volto:
ogni pensiero, ogni mio bel disegno
in lei
finia, né passava oltre il segno.
48
Io da lei altretanto era o più amato:
Alcina più non si curava
d'altri;
ella ogn'altro suo amante avea lasciato,
ch'inanzi a me ben ce ne
fur degli altri.
Me consiglier, me avea dì e notte a lato,
e me fe' quel
che commandava agli altri:
a me credeva, a me si riportava;
né notte o dì
con altri mai parlava.
49
Deh! perché vo le mie piaghe toccando,
senza speranza poi di
medicina?
perché l'avuto ben vo rimembrando,
quando io patisco estrema
disciplina?
Quando credea d'esser felice, e quando
credea ch'amar più mi
dovesse Alcina,
il cor che m'avea dato si ritolse,
e ad altro nuovo amor
tutta si volse.
50
Conobbi tardi il suo mobil ingegno,
usato amare e disamare a un
punto.
Non era stato oltre a duo mesi in regno,
ch'un novo amante al loco
mio fu assunto.
Da sé cacciommi la fata con sdegno,
e da la grazia sua
m'ebbe disgiunto:
e seppi poi, che tratti a simil porto
avea mill'altri
amanti, e tutti a torto.
51
E perché essi non vadano pel mondo
di lei narrando la vita
lasciva,
chi qua chi là, per lo terren fecondo
li muta, altri in abete,
altri in oliva,
altri in palma, altri in cedro, altri secondo
che vedi me
su questa verde riva;
altri in liquido fonte, alcuni in fiera,
come più
agrada a quella fata altiera.
52
Or tu che sei per non usata via,
signor, venuto all'isola
fatale,
acciò ch'alcuno amante per te sia
converso in pietra o in onda, o
fatto tale;
avrai d'Alcina scettro e signoria,
e sarai lieto sopra ogni
mortale:
ma certo sii di giunger tosto al passo
d'entrar o in fiera o in
fonte o in legno o in sasso.
53
Io te n'ho dato volentieri aviso;
non ch'io mi creda che debbia
giovarte:
pur meglio fia che non vadi improviso,
e de' costumi suoi tu
sappia parte;
che forse, come è differente il viso,
è differente ancor
l'ingegno e l'arte.
Tu saprai forse riparare al danno,
quel che saputo
mill'altri non hanno. -
54
Ruggier, che conosciuto avea per fama
ch'Astolfo alla sua donna
cugin era,
si dolse assai che in steril pianta e grama
mutato avesse la
sembianza vera;
e per amor di quella che tanto ama
(pur che saputo avesse
in che maniera)
gli avria fatto servizio: ma aiutarlo
in altro non potea,
ch'in confortarlo.
55
Lo fe' al meglio che seppe; e domandolli
poi se via c'era, ch'al
regno guidassi
di Logistilla, o per piano o per colli,
sì che per quel
d'Alcina non andassi.
Che ben ve n'era un'altra, ritornolli
l'arbore a
dir, ma piena d'aspri sassi,
s'andando un poco inanzi alla man
destra
salisse il poggio inv�r la cima alpestra.
56
Ma che non pensi già che seguir possa
il suo camin per quella strada
troppo:
incontro avrà di gente ardita, grossa
e fiera compagnia, con duro
intoppo.
Alcina ve li tien per muro e fossa
a chi volesse uscir fuor del
suo groppo.
Ruggier quel mirto ringraziò del tutto,
poi da lui si partì
dotto ed istrutto.
57
Venne al cavallo, e lo disciolse e prese
per le redine, e dietro se
lo trasse;
né, come fece prima, più l'ascese,
perché mal grado suo non lo
portasse.
Seco pensava come nel paese
di Logistilla a salvamento
andasse.
Era disposto e fermo usar ogni opra,
che non gli avesse imperio
Alcina sopra.
58
Pensò di rimontar sul suo cavallo,
e per l'aria spronarlo a nuovo
corso:
ma dubitò di far poi maggior fallo;
che troppo mal quel gli ubidiva
al morso.
- Io passerò per forza, s'io non fallo, -
dicea tra sé, ma vano
era il discorso.
Non fu duo miglia lungi alla marina,
che la bella città
vide d'Alcina.
59
Lontan si vide una muraglia lunga
che gira intorno, e gran paese
serra;
e par che la sua altezza al ciel s'aggiunga,
e d'oro sia da l'alta
cima a terra.
Alcun dal mio parer qui si dilunga,
e dice ch'ell'è
alchimia: e forse ch'erra;
ed anco forse meglio di me intende:
a me par
oro, poi che sì risplende.
60
Come fu presso alle sì ricche mura,
che 'l mondo altre non ha de la
lor sorte,
lasciò la strada che per la pianura
ampla e diritta andava alle
gran porte;
ed a man destra, a quella più sicura,
ch'al monte già,
piegossi il guerrier forte:
ma tosto ritrovò l'iniqua frotta,
dal cui
furor gli fu turbata e rotta.
61
Non fu veduta mai più strana torma,
più monstruosi volti e peggio
fatti:
alcun' dal collo in giù d'uomini han forma,
col viso altri di
simie, altri di gatti;
stampano alcun con piè caprigni l'orma;
alcuni son
centauri agili ed atti;
son gioveni impudenti e vecchi stolti,
chi nudi e
chi di strane pelli involti.
62
Chi senza freno in s'un destrier galoppa,
chi lento va con l'asino o
col bue,
altri salisce ad un centauro in groppa,
struzzoli molti han
sotto, aquile e grue;
ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa;
chi
femina è, chi maschio, e chi amendue;
chi porta uncino e chi scala di
corda,
chi pal di ferro e chi una lima sorda.
63
Di questi il capitano si vedea
aver gonfiato il ventre, e 'l viso
grasso;
il qual su una testuggine sedea,
che con gran tardità mutava il
passo.
Avea di qua e di là chi lo reggea,
perché egli era ebro, e tenea il
ciglio basso:
altri la fronte gli asciugava e il mento,
altri i panni
scuotea per fargli vento.
64
Un ch'avea umana forma i piedi e 'l ventre,
e collo avea di cane,
orecchie e testa,
contra Ruggiero abaia, acciò ch'egli entre
ne la bella
città ch'a dietro resta.
Rispose il cavallier: - Nol farò, mentre
avrà
forza la man di regger questa! -
e gli mostra la spada, di cui volta
avea
l'aguzza punta alla sua volta.
65
Quel mostro lui ferir vuol d'una lancia,
ma Ruggier presto se gli
aventa addosso:
una stoccata gli trasse alla pancia,
e la fe' un palmo
riuscir pel dosso.
Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia,
ma l'inimico
stuolo è troppo grosso:
l'un quinci il punge, e l'altro quindi
afferra:
egli s'arrosta, e fa lor aspra guerra.
66
L'un sin a' denti, e l'altro sin al petto
partendo va di quella
iniqua razza;
ch'alla sua spada non s'oppone elmetto,
né scudo, né
panziera, né corazza:
ma da tutte le parti è così astretto,
che bisogno
saria, per trovar piazza
e tener da sé largo il popul reo,
d'aver più
braccia e man che Briareo.
67
Se di scoprire avesse avuto aviso
lo scudo che già fu del
negromante
(io dico quel ch'abbarbagliava il viso,
quel ch'all'arcione
avea lasciato Atlante),
subito avria quel brutto stuol conquiso
e fattosel
cader cieco davante;
e forse ben, che disprezzò quel modo,
perché virtude
usar volse, e non frodo.
68
Sia quel che può, più tosto vuol morire,
che rendersi prigione a sì
vil gente.
Eccoti intanto da la porta uscire
del muro, ch'io dicea d'oro
lucente,
due giovani ch'ai gesti ed al vestire
non eran da stimar nate
umilmente,
né da pastor nutrite con disagi,
ma fra delizie di real
palagi.
69
L'una e l'altra sedea s'un liocorno,
candido più che candido
armelino;
l'una e l'altra era bella, e di sì adorno
abito, e modo tanto
pellegrino,
che a l'uom, guardando e contemplando intorno,
bisognerebbe
aver occhio divino
per far di lor giudizio: e tal saria
Beltà, s'avesse
corpo, e Leggiadria.
70
L'una e l'altra n'andò dove nel prato
Ruggiero è oppresso da lo
stuol villano.
Tutta la turba si levò da lato;
e quelle al cavallier
porser la mano,
che tinto in viso di color rosato,
le donne ringraziò de
l'atto umano:
e fu contento, compiacendo loro,
di ritornarsi a quella
porta d'oro.
71
L'adornamento che s'aggira sopra
la bella porta e sporge un poco
avante,
parte non ha che tutta non si cuopra
de le più rare gemme di
Levante.
Da quattro parti si riposa sopra
grosse colonne d'integro
diamante.
O ver o falso ch'all'occhio risponda,
non è cosa più bella o più
gioconda.
72
Su per la soglia e fuor per le colonne
corron scherzando lascive
donzelle,
che, se i rispetti debiti alle donne
servasser più, sarian forse
più belle.
Tutte vestite eran di verdi gonne,
e coronate di frondi
novelle.
Queste, con molte offerte e con buon viso,
Ruggier fecero entrar
nel paradiso:
73
che si può ben così nomar quel loco,
ove mi credo che nascesse
Amore.
Non vi si sta se non in danza e in giuoco,
e tutte in festa vi si
spendon l'ore:
pensier canuto né molto né poco
si può quivi albergare in
alcun core:
non entra quivi disagio né inopia,
ma vi sta ognor col corno
pien la Copia.
74
Qui, dove con serena e lieta fronte
par ch'ognor rida il grazioso
aprile,
gioveni e donne son: qual presso a fonte
canta con dolce e
dilettoso stile;
qual d'un arbore all'ombra e qual d'un monte
o giuoca o
danza o fa cosa non vile;
e qual, lungi dagli altri, a un suo
fedele
discuopre l'amorose sue querele.
75
Per le cime dei pini e degli allori,
degli alti faggi e degl'irsuti
abeti,
volan scherzando i pargoletti Amori:
di lor vittorie altri godendo
lieti,
altri pigliando a saettare i cori,
la mira quindi, altri tendendo
reti;
chi tempra dardi ad un ruscel più basso,
e chi gli aguzza ad un
volubil sasso.
76
Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato,
forte, gagliardo, e tutto
di pel sauro,
ch'avea il bel guernimento ricamato
di preziose gemme e di
fin auro;
e fu lasciato in guardia quello alato,
quel che solea ubidire al
vecchio Mauro,
a un giovene che dietro lo menassi
al buon Ruggier, con men
frettosi passi.
77
Quelle due belle giovani amorose
ch'avean Ruggier da l'empio stuol
difeso,
da l'empio stuol che dianzi se gli oppose
su quel camin ch'avea a
man destra preso,
gli dissero: - Signor, le virtuose
opere vostre che già
abbiamo inteso,
ne fan sì ardite, che l'aiuto vostro
vi chiederemo a
beneficio nostro.
78
Noi troverem tra via tosto una lama,
che fa due parti di questa
pianura.
Una crudel, che Erifilla si chiama,
difende il ponte, e sforza e
inganna e fura
chiunque andar ne l'altra ripa brama;
ed ella è gigantessa
di statura,
li denti ha lunghi e velenoso il morso,
acute l'ugne, e
graffia come un orso.
79
Oltre che sempre ci turbi il camino,
che libero saria se non fosse
ella,
spesso, correndo per tutto il giardino,
va disturbando or questa
cosa or quella.
Sappiate che del populo assassino
che vi assalì fuor de la
porta bella,
molti suoi figli son, tutti seguaci,
empi, come ella,
inospiti e rapaci. -
80
Ruggier rispose: - Non ch'una battaglia,
ma per voi sarò pronto a
farne cento:
di mia persona, in tutto quel che vaglia,
fatene voi secondo
il vostro intento;
che la cagion ch'io vesto piastra e maglia,
non è per
guadagnar terre né argento,
ma sol per farne beneficio altrui,
tanto più a
belle donne come vui. -
81
Le donne molte grazie riferiro
degne d'un cavallier, come
quell'era:
e così ragionando ne veniro
dove videro il ponte e la
riviera;
e di smeraldo ornata e di zaffiro
su l'arme d'or, vider la donna
altiera.
Ma dir ne l'altro canto differisco,
come Ruggier con lei si pose
a risco.