La ragazza si chiama Dalinda ed era una cameriera di Ginevra, figlia del re di Scozia.
La ragazza racconta di essersi innamorata del duca d'Albania, Polinesso, e di avere passato in sua compagnia notti di passione nella camera della sua padrona, approfittando dell'assenza di lei, dopo aver fatto salire l'uomo dal balcone tramite una corda.
Spinta dall'amore verso il duca, la camieriera fa tutto quanto è possibile per rendere Ginevra amica di Polinesso, ma riesce ad ottenere però solo l'effetto contrario: più cerca di farglielo amare e più lei lo odia.
L'insuccesso dei propri propotisi, fa sì che Polinesso cambi l'amore verso Ginevra in un profondo odio. Il duca d'Albania vuole quindi ora solo mettere discordia tra i due amanti e vuole diffamare la donna.
Il duca consiglia al rivale di appostarsi fuori della stanza di Ginevra e quella sera, come richiesto a Dalinda, si fa accogliere dalla cameriera nelle vesti della figlia del re.
Ariodante, afflitto da ciò che vede, decide di trogliersi la vita, ma il fratello lo ferma appena in tempo e gli consiglia di muovere la sua ira contro di lei, unica a meritare la morte.
Lucarnio, spinto dall'ira e dal dolore, accusa apertamente Ginevra di essere stata la causa di quella morte e racconta quindi al re ciò che aveva visto quella notte: l'incontro amoroso di lei con un uomo a lui sconosciuto.
In Scozia la legge condanna al rogo una donna accusata di essersi unita con un uomo che non è suo marito, se entro un mese nessun cavaliere prende le sue difese contro l'accusatore. Ginevra è quindi in pericolo di morte.
Il re, confidando nell'innocenza della figlia, ha promesso di dare in moglie Ginevra a chiunque vorrà e riuscirà a prendere le sue difese. Nessuno si è però ancora fatto vivo, tanto è il terrore che ognuno ha di Lacarnio.
Rinaldo, che aveva già prima deciso di prendere le difese della donna, ora è ancora più convinto e corre ancora più velocemente verso la città.
Rinaldo giunge sul campo di battaglia, convince il re a fermare l'aspro combattimento e rende quindi evidente a tutti ciò che era realmente accaduto.
Il re chiede infine al cavaliere misterioro di mostrare la sua identità, per essere premiato per il proprio valore mostrato e per le proprie buone intenzioni.
Il duca le aveva però confessato un giorno di avere un interesse anche per Ginevra e le aveva quindi chiesto di aiutarlo nei suoi intenti. Il suo scopo è quello di prendere in sposa la figlia del re, per godere i benefici di quel così vantaggioso matrimonio, pur mantenendo Dalinda come propria unica amante.
La donna è infatti già innamorata di un altro uomo, Ariodante, cavaliere tanto valoroso e già nelle grazie del re.
Fingendo di volere soddisfare una propria fantasia con il solo scopo di scordare Ginevra, convince Dalinda a travestirsi sempre da lei in occasione di ogni loro successivo incontro d'amore.
Polinesso chiede quindi ad Ariodante di non intralciare la sua storia d'amore. Il cavaliere si meraviglia della richiesta e per dimostrare quanto lei sia innamorato solo di lui, gli racconta le promesse da lei ricevute, sia scritte che a parole, di sposarlo appena possibile.
Polinesso sostiene a quel punto di aver ricevuto da lei ben altri trattamenti: di avere già vissuto con lei momenti di passione carnale, e di aver ricevuto anche la confessione di quanto sia invece di poco conto l'amore ricevuto da Ariodante.
Questo promette di abbandonare ogni intento amoroso se Polinesso riesce a dimostrargli quanto dichiara.
Ariodante, temendo che il duca volesse solo tendergli un agguato, va all'appuntamento con il fratello Lurcanio, pur tenendolo lontano dal possibile spiacevole spettacolo. Il fratello però lo segue ugualmente.
Arriva Polinesso, Dalinda si mostra sul balcone, gli lancia la corda e lo fa salire. I due si abbracciano, si accarezzano e si baciano ben visti dai due fratelli, che, senza dubitare oltre, cadono appieno nella trappola del duca.
Il cavaliere finge di abbandonare il gesto ma il giorno dopo però si allontana dal castello. Dopo alcuni giorni arriva un viandante, annuncia la morte di Ariodante, gettentosi in mare da uno dirupo, e comunicare a Ginevra le sue ultime parole: quel suo gesto era la conseguenza di ciò ce aveva dovuto vedere.
Si dichiara quindi infine disposto a sostenere con le armi la propria accusa.
Inizia anche ad indagare tra le cameriere per sapere se la foglia sia o meno colpevole. Dalinda, sapendo di essere in pericolo, scappa è corre ad informare Polinesso.
I duca d'Albania fingendo di volerla mettere al sicuro, decide però di farla uccidere, così da eliminare ogni testimone del suo inganno.
L'arrivo di Rinaldo ha però messo in fuga i due assassini e l'ha salvata da morte certa.
Giunto sul posto scopre che era da poco inziato il combattimento tra Lucarnio ed un cavaliere sconosciuto, e nascosto dal suo elmo, che aveva deciso di combattere per l'innocenza di Ginevra.
Per sostenere la propria accusa, sfida a duello Polinesso e lo sconfigge. Il duca d'Albania sul punto di morte confessa il proprio inganno.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Tutti gli altri animai che sono in terra,
o che vivon quieti e stanno
in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alla femina il maschio non
la face:
l'orsa con l'orso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il
leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
né la iuvenca ha del torel
paura.
2
Ch'abominevol peste, che Megera
è venuta a turbar gli umani
petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d'ingiuriosi
detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i geniali
letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati l'ira
stolta.
3
Parmi non sol gran mal, ma che l'uom faccia
contra natura e sia di
Dio ribello,
che s'induce a percuotere la faccia
di bella donna, o
romperle un capello:
ma chi le dà veneno, o chi le caccia
l'alma del corpo
con laccio o coltello,
ch'uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista
umana uno spirto de l'inferno.
4
Cotali esser doveano i duo ladroni
che Rinaldo cacciò da la
donzella,
da lor condotta in quei scuri valloni
perché non se n'udisse più
novella.
Io lasciai ch'ella render le cagioni
s'apparechiava di sua sorte
fella
al paladin, che le fu buono amico:
or, seguendo l'istoria, così
dico.
5
La donna incominciò: - Tu intenderai
la maggior crudeltade e la più
espressa,
ch'in Tebe e in Argo o ch'in Micene mai,
o in loco più crudel
fosse commessa.
E se rotando il sole i chiari rai,
qui men ch'all'altre
region s'appressa,
credo ch'a noi malvolentieri arrivi,
perché veder sì
crudel gente schivi.
6
Ch'agli nemici gli uomini sien crudi,
in ogni età se n'è veduto
esempio;
ma dar la morte a chi procuri e studi
il tuo ben sempre, è troppo
ingiusto ed empio.
E acciò che meglio il vero io ti denudi,
perché costor
volessero far scempio
degli anni verdi miei contra ragione,
ti dirò da
principio ogni cagione.
7
Voglio che sappi, signor mio, ch'essendo
tenera ancora, alli servigi
venni
de la figlia del re, con cui crescendo,
buon luogo in corte ed
onorato tenni.
Crudele Amore, al mio stato invidendo,
fe' che seguace, ahi
lassa! gli divenni:
fe' d'ogni cavallier, d'ogni donzello
parermi il duca
d'Albania più bello.
8
Perché egli mostrò amarmi più che molto,
io ad amar lui con tutto il
cor mi mossi.
Ben s'ode il ragionar, si vede il volto,
ma dentro il petto
mal giudicar possi.
Credendo, amando, non cessai che tolto
l'ebbi nel
letto, e non guardai ch'io fossi
di tutte le real camere in quella
che più
secreta avea Ginevra bella;
9
dove tenea le sue cose più care,
e dove le più volte ella
dormia.
Si può di quella in s'un verrone entrare,
che fuor del muro al
discoperto uscìa.
Io facea il mio amator quivi montare;
e la scala di
corde onde salia
io stessa dal verron giù gli mandai
qual volta meco aver
lo desiai:
10
che tante volte ve lo fei venire,
quante Ginevra me ne diede
l'agio,
che solea mutar letto, or per fuggire
il tempo ardente, or il
brumal malvagio.
Non fu veduto d'alcun mai salire;
però che quella parte
del palagio
risponde verso alcune case rotte,
dove nessun mai passa o
giorno o notte.
11
Continuò per molti giorni e mesi
tra noi secreto l'amoroso
gioco:
sempre crebbe l'amore; e sì m'accesi,
che tutta dentro io mi sentia
di foco:
e cieca ne fui sì, ch'io non compresi
ch'egli fingeva molto, e
amava poco;
ancor che li suo' inganni discoperti
esser doveanmi a mille
segni certi.
12
Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante
de la bella Ginevra. Io non so
appunto
s'allora cominciasse, o pur inante
de l'amor mio, n'avesse il cor
già punto.
Vedi s'in me venuto era arrogante,
s'imperio nel mio cor
s'aveva assunto;
che mi scoperse, e non ebbe rossore
chiedermi aiuto in
questo nuovo amore.
13
Ben mi dicea ch'uguale al mio non era,
né vero amor quel ch'egli
avea a costei;
ma simulando esserne acceso, spera
celebrarne i legitimi
imenei.
Dal re ottenerla fia cosa leggiera,
qualor vi sia la volontà di
lei;
che di sangue e di stato in tutto il regno
non era, dopo il re, di
lu' il più degno.
14
Mi persuade, se per opra mia
potesse al suo signor genero
farsi
(che veder posso che se n'alzeria
a quanto presso al re possa uomo
alzarsi),
che me n'avria buon merto, e non saria
mai tanto beneficio per
scordarsi;
e ch'alla moglie e ch'ad ogni altro inante
mi porrebbe egli in
sempre essermi amante.
15
Io, ch'era tutta a satisfargli intenta,
né seppi o volsi
contradirgli mai,
e sol quei giorni io mi vidi contenta,
ch'averlo
compiaciuto mi trovai;
piglio l'occasion che s'appresenta
di parlar d'esso
e di lodarlo assai;
ed ogni industria adopro, ogni fatica,
per far del mio
amator Ginevra amica.
16
Feci col core e con l'effetto tutto
quel che far si poteva, e sallo
Idio;
né con Ginevra mai potei far frutto,
ch'io le ponessi in grazia il
duca mio:
e questo, che ad amar ella avea indutto
tutto il pensiero e
tutto il suo disio
un gentil cavallier, bello e cortese,
venuto in Scozia
di lontan paese;
17
che con un suo fratel ben giovinetto
venne d'Italia a stare in
questa corte;
si fe' ne l'arme poi tanto perfetto,
che la Bretagna non
avea il più forte.
Il re l'amava, e ne mostrò l'effetto;
che gli donò di
non picciola sorte
castella e ville e iurisdizioni,
e lo fe' grande al par
dei gran baroni.
18
Grato era al re, più grato era alla figlia
quel cavallier chiamato
Ariodante,
per esser valoroso a maraviglia;
ma più, ch'ella sapea che
l'era amante.
Né Vesuvio, né il monte di Siciglia,
né Troia avampò mai di
fiamme tante,
quanto ella conoscea che per suo amore
Ariodante ardea per
tutto il core.
19
L'amar che dunque ella facea colui
con cor sincero e con perfetta
fede,
fe' che pel duca male udita fui;
né mai risposta da sperar mi
diede:
anzi quanto io pregava più per lui
e gli studiava d'impetrar
mercede,
ella, biasmandol sempre e dispregiando,
se gli venìa più sempre
inimicando.
20
Io confortai l'amator mio sovente,
che volesse lasciar la vana
impresa;
né si sperasse mai volger la mente
di costei, troppo ad altro
amore intesa:
e gli feci conoscer chiaramente,
come era sì d'Ariodante
accesa,
che quanta acqua è nel mar, piccola dramma
non spegneria de la sua
immensa fiamma.
21
Questo da me più volte Polinesso
(che così nome ha il duca) avendo
udito,
e ben compreso e visto per se stesso
che molto male era il suo amor
gradito;
non pur di tanto amor si fu rimesso,
ma di vedersi un altro
preferito,
come superbo, così mal sofferse,
che tutto in ira e in odio si
converse.
22
E tra Ginevra e l'amator suo pensa
tanta discordia e tanta lite
porre,
e farvi inimicizia così intensa,
che mai più non si possino
comporre;
e por Ginevra in ignominia immensa,
donde non s'abbia o viva o
morta a torre:
né de l'iniquo suo disegno meco
volse o con altri ragionar,
che seco.
23
Fatto il pensier: - Dalinda mia, - mi dice
(che così son nomata) -
saper dèi,
che come suol tornar da la radice
arbor che tronchi e quattro
volte e sei;
così la pertinacia mia infelice,
ben che sia tronca dai
successi rei,
di germogliar non resta; che venire
pur vorria a fin di
questo suo desire.
24
E non lo bramo tanto per diletto,
quanto perché vorrei vincer la
pruova;
e non possendo farlo con effetto,
s'io lo fo imaginando, anco mi
giuova.
Voglio, qual volta tu mi dài ricetto,
quando allora Ginevra si
ritruova
nuda nel letto, che pigli ogni vesta
ch'ella posta abbia, e tutta
te ne vesta.
25
Come ella s'orna e come il crin dispone
studia imitarla, e cerca il
più che sai
di parer dessa, e poi sopra il verrone
a mandar giù la scala
ne verrai.
Io verrò a te con imaginazione
che quella sii, di cui tu i
panni avrai:
e così spero, me stesso ingannando,
venir in breve il mio
desir sciemando. -
26
Così disse egli. Io che divisa e sevra
e lungi era da me, non posi
mente
che questo in che pregando egli persevra,
era una fraude pur troppo
evidente;
e dal verron, coi panni di Ginevra,
mandai la scala onde salì
sovente;
e non m'accorsi prima de l'inganno,
che n'era già tutto accaduto
il danno.
27
Fatto in quel tempo con Ariodante
il duca avea queste parole o
tali
(che grandi amici erano stati inante
che per Ginevra si fesson
rivali):
- Mi maraviglio (incominciò il mio amante)
ch'avendoti io fra
tutti li mie' uguali
sempre avuto in rispetto e sempre amato,
ch'io sia da
te sì mal rimunerato.
28
Io son ben certo che comprendi e sai
di Ginevra e di me l'antiquo
amore;
e per sposa legittima oggimai
per impetrarla son dal mio
signore.
Perché mi turbi tu? perché pur vai
senza frutto in costei ponendo
il core?
Io ben a te rispetto avrei, per Dio,
s'io nel tuo grado fossi, e
tu nel mio. -
29
- Ed io (rispose Ariodante a lui)
di te mi maraviglio
maggiormente;
che di lei prima inamorato fui,
che tu l'avessi vista
solamente:
e so che sai quanto è l'amor tra nui,
ch'esser non può di quel
che sia, più ardente;
e sol d'essermi moglie intende e brama:
e so che
certo sai ch'ella non t'ama.
30
Perché non hai tu dunque a me il rispetto
per l'amicizia nostra, che
domande
ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in effetto,
se tu fossi con
lei di me più grande?
Né men di te per moglie averla aspetto,
se ben tu
sei più ricco in queste bande:
io non son meno al re, che tu sia,
grato,
ma più di te da la sua figlia amato. -
31
- Oh (disse il duca a lui), grande è cotesto
errore a che t'ha il
folle amor condutto!
Tu credi esser più amato; io credo questo
medesmo: ma
si può veder al frutto.
Tu fammi ciò ch'hai seco, manifesto,
ed io il
secreto mio t'aprirò tutto;
e quel di noi che manco aver si veggia,
ceda a
chi vince, e d'altro si provveggia.
32
E sarò pronto, se tu vuoi ch'io giuri
di non dir cosa mai che mi
riveli:
così voglio ch'ancor tu m'assicuri
che quel ch'io ti dirò, sempre
mi celi. -
Venner dunque d'accordo alli scongiuri,
e poser le man sugli
Evangeli:
e poi che di tacer fede si diero,
Ariodante incominciò
primiero.
33
E disse per lo giusto e per lo dritto
come tra sé e Ginevra era la
cosa;
ch'ella gli avea giurato e a bocca e in scritto,
che mai non saria
ad altri, ch'a lui, sposa;
e se dal re le venìa contraditto,
gli promettea
di sempre esser ritrosa
da tutti gli altri maritaggi poi,
e viver sola in
tutti i giorni suoi:
34
e ch'esso era in speranza pel valore
ch'avea mostrato in arme a più
d'un segno,
ed era per mostrare a laude, a onore,
a beneficio del re e del
suo regno,
di crescer tanto in grazia al suo signore,
che sarebbe da lui
stimato degno
che la figliuola sua per moglie avesse,
poi che piacer a lei
così intendesse.
35
Poi disse: - A questo termine son io,
né credo già ch'alcun mi venga
appresso:
né cerco più di questo, né desio
de l'amor d'essa aver segno più
espresso;
né più vorrei, se non quanto da Dio
per connubio legitimo è
concesso:
e saria invano il domandar più inanzi;
che di bontà so come
ogn'altra avanzi. -
36
Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto
de la mercé ch'aspetta a sua
fatica,
Polinesso, che già s'avea proposto
di far Ginevra al suo amator
nemica,
cominciò: - Sei da me molto discosto,
e vo' che di tua bocca anco
tu 'l dica;
e del mio ben veduta la radice,
che confessi me solo esser
felice.
37
Finge ella teco, né t'ama né prezza;
che ti pasce di speme e di
parole:
oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza,
quando meco
ragiona, imputar suole.
Io ben d'esserle caro altra certezza
veduta n'ho,
che di promesse e fole;
e tel dirò sotto la fé in secreto,
ben che farei
più il debito a star cheto.
38
Non passa mese, che tre, quattro e sei
e talor diece notti io non mi
truovi
nudo abbracciato in quel piacer con lei,
ch'all'amoroso ardor par
che sì giovi:
sì che tu puoi veder s'a' piacer miei
son d'aguagliar le
ciance che tu pruovi.
Cedimi dunque e d'altro ti provedi,
poi che sì
inferior di me ti vedi. -
39
- Non ti vo' creder questo (gli rispose
Ariodante), e certo so che
menti;
e composto fra te t'hai queste cose,
acciò che da l'impresa io mi
spaventi:
ma perché a lei son troppo ingiuriose,
questo c'hai detto
sostener convienti;
che non bugiardo sol, ma voglio ancora
che tu sei
traditor mostrarti or ora. -
40
Soggiunse il duca: - Non sarebbe onesto
che noi volessen la
battaglia torre
di quel che t'offerisco manifesto,
quando ti piaccia,
inanzi agli occhi porre. -
Resta smarrito Ariodante a questo,
e per l'ossa
un tremor freddo gli scorre;
e se creduto ben gli avesse a pieno,
venìa
sua vita allora allora meno.
41
Con cor trafitto e con pallida faccia,
e con voce tremante e bocca
amara
rispose: - Quando sia che tu mi faccia
veder quest'aventura tua sì
rara,
prometto di costei lasciar la traccia,
a te sì liberale, a me sì
avara:
ma ch'io tel voglia creder non far stima,
s'io non lo veggio con
questi occhi prima. -
42
- Quando ne sarà il tempo, avisarotti, -
soggiunse Polinesso, e
dipartisse.
Non credo che passar più di due notti,
ch'ordine fu che 'l
duca a me venisse.
Per scoccar dunque i lacci che condotti
avea sì cheti,
andò al rivale, e disse
che s'ascondesse la notte seguente
tra quelle case
ove non sta mai gente:
43
e dimostrogli un luogo a dirimpetto
di quel verrone ove solea
salire.
Ariodante avea preso sospetto
che lo cercasse far quivi
venire,
come in un luogo dove avesse eletto
di por gli aguati, e farvelo
morire,
sotto questa finzion, che vuol mostrargli
quel di Ginevra,
ch'impossibil pargli.
44
Di volervi venir prese partito,
ma in guisa che di lui non sia men
forte;
perché accadendo che fosse assalito,
si truovi sì, che non tema di
morte.
Un suo fratello avea saggio ed ardito,
iI più famoso in arme de la
corte,
detto Lurcanio; e avea più cor con esso,
che se dieci altri avesse
avuto appresso.
45
Seco chiamollo, e volse che prendesse
l'arme; e la notte lo menò con
lui:
non che 'l secreto suo già gli dicesse;
né l'avria detto ad esso, né
ad altrui.
Da sé lontano un trar di pietra il messe:
- Se mi senti
chiamar, vien (disse) a nui;
ma se non senti, prima ch'io ti chiami,
non
ti partir di qui, frate, se m'ami. -
46
- Va pur, non dubitar, - disse il fratello:
e così venne Ariodanle
cheto,
e si celò nel solitario ostello
ch'era d'incontro al mio verron
secreto.
Vien d'altra parte il fraudolente e fello,
che d'infamar Ginevra
era sì lieto;
e fa il segno, tra noi solito inante,
a me che de l'inganno
era ignorante.
47
Ed io con veste candida, e fregiata
per mezzo a liste d'oro e
d'ogn'intorno,
e con rete pur d'or, tutta adombrata
di bei fiocchi
vermigli al capo intorno
(foggia che sol fu da Ginevra usata,
non
d'alcun'altra), udito il segno, torno
sopra il verron, ch'in modo era
locato,
che mi scopria dinanzi e d'ogni lato.
48
Lurcanio in questo mezzo dubitando
che 'l fratello a pericolo non
vada,
o come è pur commun disio, cercando
di spiar sempre ciò che ad altri
accada;
l'era pian pian venuto seguitando,
tenendo l'ombre e la più oscura
strada:
e a men di dieci passi a lui discosto,
nel medesimo ostel s'era
riposto.
49
Non sappiendo io di questo cosa alcuna,
venni al verron ne l'abito
c'ho detto,
sì come già venuta era più d'una
e più di due fiate a buono
effetto.
Le veste si vedean chiare alla luna;
né dissimile essendo anch'io
d'aspetto
né di persona da Ginevra molto,
fece parere un per un altro il
volto:
50
e tanto più, ch'era gran spazio in mezzo
fra dove io venni a quelle
inculte case
ai dui fratelli, che stavano al rezzo,
il duca agevolmente
persuase
quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo
Ariodante, in che
dolor rimase.
Vien Polinesso, e alla scala s'appoggia
che giù manda'gli, e
monta in su la loggia.
51
A prima giunta io gli getto le braccia
al collo, ch'io non penso
esser veduta;
lo bacio in bocca e per tutta la faccia,
come far soglio ad
ogni sua venuta.
Egli più de l'usato si procaccia
d'accarezzarmi, e la sua
fraude aiuta.
Quell'altro al rio spettacolo condutto,
misero sta lontano,
e vede il tutto.
52
Cade in tanto dolor, che si dispone
allora allora di voler
morire:
e il pome de la spada in terra pone,
che su la punta si volea
ferire.
Lurcanio che con grande ammirazione
avea veduto il duca a me
salire,
ma non già conosciuto chi si fosse,
scorgendo l'atto del fratel,
si mosse;
53
e gli vietò che con la propria mano
non si passasse in quel furore
il petto.
S'era più tardo o poco più lontano,
non giugnea a tempo, e non
faceva effetto.
- Ah misero fratel, fratello insano
(gridò), perc'hai
perduto l'intelletto,
ch'una femina a morte trar ti debbia?
ch'ir possan
tutte come al vento nebbia!
54
Cerca far morir lei, che morir merta,
e serva a più tuo onor tu la
tua morte.
Fu d'amar lei, quando non t'era aperta
la fraude sua: or è da
odiar ben forte,
poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa,
quanto sia
meretrice, e di che sorte.
Serbi quest'arme che volti in te stesso,
a far
dinanzi al re tal fallo espresso. -
55
Quando si vede Ariodante giunto
sopra il fratel, la dura impresa
lascia;
ma la sua intenzion da quel ch'assunto
avea già di morir, poco
s'accascia.
Quindi si leva, e porta non che punto,
ma trapassato il cor
d'estrema ambascia;
pur finge col fratel, che quel furore
non abbia più,
che dianzi avea nel core.
56
Il seguente matin, senza far motto
al suo fratello o ad altri, in
via si messe
da la mortal disperazion condotto;
né di lui per più dì fu
chi sapesse.
Fuor che 'l duca e il fratello, ogn'altro indotto
era chi
mosso al dipartir l'avesse.
Ne la casa del re di lui diversi
ragionamenti
e in tutta Scozia fersi.
57
In capo d'otto o di più giorni in corte
venne inanzi a Ginevra un
viandante,
e novelle arrecò di mala sorte:
che s'era in mar summerso
Ariodante
di volontaria sua libera morte,
non per colpa di borea o di
levante.
D'un sasso che sul mar sporgea molt'alto
avea col capo in giù
preso un gran salto.
58
Colui dicea: - Pria che venisse a questo,
a me che a caso riscontrò
per via,
disse: - Vien meco, acciò che manifesto
per te a Ginevra il mio
successo sia;
e dille poi, che la cagion del resto
che tu vedrai di me,
ch'or ora fia,
è stato sol perc'ho troppo veduto:
felice, se senza occhi
io fussi suto! -
59
Eramo a caso sopra Capobasso,
che verso Irlanda alquanto sporge in
mare.
Così dicendo, di cima d'un sasso
lo vidi a capo in giù sott'acqua
andare.
Io lo lasciai nel mare, ed a gran passo
ti son venuto la nuova a
portare. -
Ginevra, sbigottita e in viso smorta,
rimase a quello annunzio
mezza morta.
60
Oh Dio, che disse e fece, poi che sola
si ritrovò nel suo fidato
letto!
percosse il seno, e si stracciò la stola,
e fece all'aureo crin
danno e dispetto;
ripetendo sovente la parola
ch'Ariodante avea in estremo
detto:
che la cagion del suo caso empio e tristo
tutta venìa per aver
troppo visto.
61
Il rumor scorse di costui per tutto,
che per dolor s'avea dato la
morte.
Di questo il re non tenne il viso asciutto,
né cavallier né donna
de la corte.
Di tutti il suo fratel mostrò più lutto;
e si sommerse nel
dolor sì forte,
ch'ad esempio di lui, contra se stesso
voltò quasi la man
per irgli appresso.
62
E molte volte ripetendo seco,
che fu Ginevra che 'l fratel gli
estinse,
e che non fu se non quell'atto bieco
che di lei vide, ch'a morir
lo spinse;
di voler vendicarsene sì cieco
venne, e sì l'ira e sì il dolor
lo vinse,
che di perder la grazia vilipese,
ed aver l'odio del re e del
paese.
63
E inanzi al re, quando era più di gente
la sala piena, se ne venne,
e disse:
- Sappi, signor, che di levar la mente
al mio fratel, sì ch'a
morir ne gisse,
stata è la figlia tua sola nocente;
ch'a lui tanto dolor
l'alma trafisse
d'aver veduta lei poco pudica,
che più che vita ebbe la
morte amica.
64
Erane amante, e perché le sue voglie
disoneste non fur, nol vo'
coprire:
per virtù meritarla aver per moglie
da te sperava e per fedel
servire;
ma mentre il lasso ad odorar le foglie
stava lontano, altrui vide
salire,
salir su l'arbor riserbato, e tutto
essergli tolto il disiato
frutto. -
65
E seguitò, come egli avea veduto
venir Ginevra sul verrone, e
come
mandò la scala, onde era a lei venuto
un drudo suo, di chi egli non
sa il nome,
che s'avea, per non esser conosciuto,
cambiati i panni e
nascose le chiome.
Soggiunse che con l'arme egli volea
provar tutto esser
ver ciò che dicea.
66
Tu puoi pensar se 'l padre addolorato
riman, quando accusar sente la
figlia;
sì perché ode di lei quel che pensato
mai non avrebbe, e n'ha gran
maraviglia;
sì perché sa che fia necessitato
(se la difesa alcun guerrier
non piglia,
il qual Lurcanio possa far mentire)
di condannarla e di farla
morire.
67
Io non credo, signor, che ti sia nuova
la legge nostra che condanna
a morte
ogni donna e donzella, che si pruova
di sé far copia altrui ch'al
suo consorte.
Morta ne vien, s'in un mese non truova
in sua difesa un
cavallier sì forte,
che contra il falso accusator sostegna
che sia
innocente e di morire indegna.
68
Ha fatto il re bandir, per liberarla
(che pur gli par ch'a torto sia
accusata),
che vuol per moglie e con gran dote darla
a chi torrà l'infamia
che l'è data.
Chi per lei comparisca non si parla
guerriero ancora, anzi
l'un l'altro guata;
che quel Lurcanio in arme è così fiero,
che par che di
lui tema ogni guerriero.
69
Atteso ha l'empia sorte, che Zerbino,
fratel di lei, nel regno non
si truove;
che va già molti mesi peregrino,
mostrando di sé in arme
inclite pruove:
che quando si trovasse più vicino
quel cavallier
gagliardo, o in luogo dove
potesse avere a tempo la novella,
non mancheria
d'aiuto alla sorella.
70
Il re, ch'intanto cerca di sapere
per altra pruova, che per arme,
ancora,
se sono queste accuse o false o vere,
se dritto o torto è che sua
figlia mora;
ha fatto prender certe cameriere
che lo dovrian saper, se
vero f�ra:
ond'io previdi, che se presa era io,
troppo periglio era del
duca e mio.
71
E la notte medesima mi trassi
fuor de la corte, e al duca mi
condussi;
e gli feci veder quanto importassi
al capo d'amendua, se presa
io fussi.
Lodommi, e disse ch'io non dubitassi:
a' suoi conforti poi venir
m'indussi
ad una sua fortezza ch'è qui presso,
in compagnia di dui che mi
diede esso.
72
Hai sentito, signor, con quanti effetti
de l'amor mio fei Polinesso
certo;
e s'era debitor per tai rispetti
d'avermi cara o no, tu 'l vedi
aperto.
Or senti il guidardon che io ricevetti,
vedi la gran mercé del mio
gran merto;
vedi se deve, per amare assai,
donna sperar d'essere amata
mai:
73
che questo ingrato, perfido e crudele,
de la mia fede ha preso
dubbio al fine:
venuto è in sospizion ch'io non rivele
a lungo andar le
fraudi sue volpine.
Ha finto, acciò che m'allontane e cele
fin che l'ira e
il furor del re decline,
voler mandarmi ad un suo luogo forte;
e mi volea
mandar dritto alla morte:
74
che di secreto ha commesso alla guida,
che come m'abbia in queste
selve tratta,
per degno premio di mia fé m'uccida.
Così l'intenzion gli
venìa fatta,
se tu non eri appresso alle mia grida.
Ve' come Amor ben chi
lui segue, tratta! -
Così narrò Dalinda al paladino
seguendo tuttavolta il
lor camino.
75
A cui fu sopra ogn'aventura, grata
questa, d'aver trovata la
donzella
che gli avea tutta l'istoria narrata
de l'innocenza di Ginevra
bella.
E se sperato avea, quando accusata
ancor fosse a ragion, d'aiutar
quella,
via con maggior baldanza or viene in prova,
poi che evidente la
calunnia truova.
76
E verso la città di Santo Andrea,
dove era il re con tutta la
famiglia,
e la battaglia singular dovea
esser de la querela de la
figlia,
andò Rinaldo quanto andar potea,
fin che vicino giunse a poche
miglia;
alla città vicino giunse, dove
trovò un scudier ch'avea più
fresche nuove:
77
ch'un cavallier istrano era venuto,
ch'a difender Ginevra s'avea
tolto,
con non usate insegne, e sconosciuto,
però che sempre ascoso andava
molto;
e che dopo che v'era, ancor veduto
non gli avea alcuno al
discoperto il volto;
e che 'l proprio scudier che gli servia,
dicea
giurando: - Io non so dir chi sia. -
78
Non cavalcaro molto, ch'alle mura
si trovar de la terra e in su la
porta.
Dalinda andar più inanzi avea paura;
pur va, poi che Rinaldo la
conforta.
La porta è chiusa, ed a chi n'avea cura
Rinaldo domandò: -
Questo ch'importa?
E fugli detto: perché 'l popol tutto
a veder la
battaglia era ridutto,
79
che tra Lurcanio e un cavallier istrano
si fa ne l'altro capo de la
terra,
ove era un prato spazioso e piano;
e che già cominciata hanno la
guerra.
Aperto fu al signor di Montealbano,
e tosto il portinar dietro gli
serra.
Per la vota città Rinaldo passa;
ma la donzella al primo albergo
lassa:
80
e dice che sicura ivi si stia
fin che ritorni a lei, che sarà
tosto;
e verso il campo poi ratto s'invia,
dove li dui guerrier dato e
risposto
molto s'aveano, e davan tuttavia.
Stava Lurcanio di mal cor
disposto
contra Ginevra; e l'altro in sua difesa
ben sostenea la favorita
impresa.
81
Sei cavallier con lor ne lo steccato
erano a piedi, armati di
corazza,
col duca d'Albania, ch'era montato
s'un possente corsier di buona
razza.
Come a gran contestabile, a lui dato
la guardia fu del campo e de
la piazza:
e di veder Ginevra in gran periglio
avea il cor lieto, ed
orgoglioso il ciglio.
82
Rinaldo se ne va tra gente e gente;
fassi far largo il buon destrier
Baiardo:
chi la tempesta del suo venir sente,
a dargli via non par zoppo
né tardo.
Rinaldo vi compar sopra eminente,
e ben rassembra il fior d'ogni
gagliardo;
poi si ferma all'incontro ove il re siede:
ognun s'accosta per
udir che chiede.
83
Rinaldo disse al re: - Magno signore,
non lasciar la battaglia più
seguire;
perché di questi dua qualunche more,
sappi ch'a torto tu 'l lasci
morire.
L'un crede aver ragione, ed è in errore,
e dice il falso, e non sa
di mentire;
ma quel medesmo error che 'l suo germano
a morir trasse, a lui
pon l'arme in mano.
84
L'altro non sa se s'abbia dritto o torto;
ma sol per gentilezza e
per bontade
in pericol si è posto d'esser morto,
per non lasciar morir
tanta beltade.
Io la salute all'innocenza porto;
porto il contrario a chi
usa falsitade.
Ma, per Dio, questa pugna prima parti,
poi mi dà audienza a
quel ch'io vo' narrarti. -
85
Fu da l'autorità d'un uom sì degno,
come Rinaldo gli parea al
sembiante,
sì mosso il re, che disse e fece segno
che non andasse più la
pugna inante;
al quale insieme ed ai baron del regno
e ai cavallieri e
all'altre turbe tante
Rinaldo fe' l'inganno tutto espresso,
ch'avea ordito
a Ginevra Polinesso.
86
Indi s'offerse di voler provare
coll'arme, ch'era ver quel ch'avea
detto.
Chiamasi Polinesso; ed ei compare,
ma tutto conturbato ne
l'aspetto:
pur con audacia cominciò a negare.
Disse Rinaldo: - Or noi
vedrem l'effetto. -
L'uno e l'altro era armato, il campo fatto,
sì che
senza indugiar vengono al fatto.
87
Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro
che Ginevra a provar
s'abbi innocente!
tutti han speranza che Dio mostri chiaro
ch'impudica era
detta ingiustamente.
Crudel superbo e riputato avaro
fu Polinesso, iniquo
e fraudolente;
sì che ad alcun miracolo non fia
che l'inganno da lui
tramato sia.
88
Sta Polinesso con la faccia mesta,
col cor tremante e con pallida
guancia;
e al terzo suon mette la lancia in resta.
Così Rinaldo inverso
lui si lancia,
che disioso di finir la festa,
mira a passargli il petto
con la lancia:
né discorde al disir seguì l'effetto;
ché mezza l'asta gli
cacciò nel petto.
89
Fisso nel tronco lo trasporta in terra,
lontan dal suo destrier più
di sei braccia.
Rinaldo smonta subito, e gli afferra
l'elmo, pria che si
levi, e gli lo slaccia:
ma quel, che non può far più troppa guerra,
gli
domanda mercé con umil faccia,
e gli confessa, udendo il re e la corte,
la
fraude sua che l'ha condutto a morte.
90
Non finì il tutto, e in mezzo la parola
e la voce e la vita
l'abandona.
Il re, che liberata la figliuola
vede da morte e da fama non
buona,
più s'allegra, gioisce e raconsola,
che, s'avendo perduta la
corona,
ripor se la vedesse allora allora;
sì che Rinaldo unicamente
onora.
91
E poi ch'al trar dell'elmo conosciuto
l'ebbe, perch'altre volte
l'avea visto,
levò le mani a Dio, che d'un aiuto
come era quel, gli avea
sì ben provisto.
Quell'altro cavallier che, sconosciuto,
soccorso avea
Ginevra al caso tristo,
ed armato per lei s'era condutto,
stato da parte
era a vedere il tutto.
92
Dal re pregato fu di dire il nome,
o di lasciarsi almen veder
scoperto,
acciò da lui fosse premiato, come
di sua buona intenzion
chiedeva il merto.
Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome
si levò l'elmo,
e fe' palese e certo
quel che ne l'altro canto ho da seguire,
se grata vi
sarà l'istoria udire.