Orlando arde d'ira nel vedere che il caro amico Brandimarte giace a terra ucciso da re Gradasso, e si lancia quindi subito contro gli avversari.
Orlando non gioisce per la vittoria ottenuta, scende subito da cavallo e corre dall'amico Brandimarte. Il cavalliere muore subito dopo, non prima però di aver chiesto perdono a Dio per i propri peccati ed avere raccomandato al conte la sua Fiordiligi. L'ultima parola pronunciata dal paladino è appunto il nome della donna amata.
Tornando in Francia, Bradamante vede il suo Ruggiero allontanarsi da lei ancora una volta e riprende così a disperarsi e a maledirlo. La donna si sfoga con Marfisa, sorella del cavaliere, che la consola dicendogli che non crede che Ruggiero possa commettere un simile errore, e se anche lo dovesse fare, ci penserà lei a vendicarla.
Tutti i paladini si godono la meritata pace, ora che i saraceni sono stati fatti scappare, tranne Rinaldo, che è ancora tormentato dall'amore per la bella Angelica. Il cavaliere la cerca ovunque ed infine decide di affidarsi ai poteri magici di Malagigi per sapere dove essa si trovi.
Rinaldo si tormenta durante il viaggio per non aver posseduto la donna quando avrebbe potuto, e per il fatto che un semplice fante abbia potuto far mettere da parte ad Angelica l'amore ed il merito di ogni precedente amante.
Per togliersi da dietro la schiena quell'orribile mostro, Rinaldo prende i sentieri più pericolosi ed avrebbe anche potuto riceverne danno se non fosse giunto in suo aiuto un cavaliere (lo Sdegno), che ha per elmo un giogo rotto, fiamme su scudo e vesti e come arma una mazza che è avvolta da un eterno fuoco. Il cavaliere colpisce di lato il mostro, che avvolge da dietro il paladino con il suo grosso serpente, lo fa cadere a terra e lo ricaccia infine nella sua caverna.
I due giungono presso una gelida fonte, quella che spegna la passione amorosa (dalla quale aveva bevuto Angelica, trasformando così il suo amore per Rinaldo in profondo odio), ed il cavaliere misterioso propone a Rinaldo di rimanere lì a riposare.
Rinaldo prosegue comunque il suo viaggio verso l'India, questa volta veramente con l'intenzione di recuperare Baiardo.
Il palazzo è immenso e ricchissimo, al centro del suo cortile c'è una immensa fontana protetta da una volta sostenuta da otto statue di donna, ognuna diversa dall'altra ma tutte ugualmente belle. Ogni donna poggia su due statue di cavalieri, ognuna delle quali porta un testo in cui vengono tessute le lodi della donna sostenuta.
Il conte taglia di netto la testa ad Agramante. Re Gradasso assiste alla scena e per la prima volta in vita sua trema di paura. Il pagano è ormai rassegnato a morire e non cerca neanche di difendersi dal colpo mortale che gli viene sferrato dal conte cristiano.
Re Sobrino è disteso al suolo senza forze ed ormai quasi dissanguato. Il conte aiuta Oliviero a liberarsi dal peso del cavallo ed a rialzarsi, fa poi prelevare anche Sobrino e lo fa curare.
Orlando vede infine arrivare dal mare un'imbarcazione leggera.
Malagigi rimane molto sorpreso dalla richiesta del cavaliere, visto che in passato, quando era stato prigioniero di Angelica, a nulla erano volse le sue preghiere perché Rinaldo ricambiasse l'amore della donna, condizione per la sua liberazione. Malagigi mette da parte ogni rancore, invoca gli spiriti e viene così a sapere dell'origine del profondo amore di Ruggiero verso Angelica (lui aveva bevuto dalla fontana che trasforma l'odio in amore, lei da quella che produce l'effetto contrario), del matrimonio tra la donna e Medoro e del loro viaggio verso l'India.
Malagigi informa Rinaldo dei fatti e cerca di convincerlo a non amare più la donna, ormai quasi di sicuro giunta in patria insieme al suo Medoro. Il paladino soffre e si tormenta al pensiero che un'altro uomo abbia colto la verginità della sua amata. Spinto dal furore della gelosia, Rinaldo chiede a re Carlo il permesso di partire, dicendo, come scusa, che deve assolutamente riprendersi il cavallo Baiardo, prima che re Gradasso possa vantarsi di averglielo sottratto con le armi.
Carlo Magno acconsente ed il paladino lascia così la Francia senza nessuno al seguito.
Mentre il paladino sta procedendo all'interno della Selva Nera, il cielo diviene improvvisamente nuvoloso e da una caverna esce un mostro dalle sembianze femminili (la Gelosia), con in viso numerosi occhi privi di palpebre, numerose orecchie ai lati della testa, serpenti come capelli e come coda un serpente più grande.
Per la prima volta nella sua vita Rinaldo ha paura. Il cavaliere cerca comunque di simulare il solito coraggio, stringe la spada e cerca di difendersi dai colpi del mostro, senza però riuscirci. Il grosso serpente lo colpisce al petto ed la viso. Il paladino cristiano si mette infine in fuga ma il mostro è veloce a muoversi e sale anch'egli in groppa al suo cavallo.
Rinaldo ringrazia il suo salvatore, ne chiede il nome ma il cavaliere rimanda la risposta.
Il paladino accetta, subito si disseta bevendo alla fonte ed in uno stesso momento si libera della sete e del folle amore per Angelica.
Il cavaliere confessa ora al paladino di essere lo Sdegno e subito scompare.
Giunto a Basilea viene a sapere che Orlando si sta preparando per combattere contro Gradasso e Agramante. Rinaldo vuole combattere al fianco del cugino, cambia meta e si dirige verso l'Italia.
Giunto sulla riva del Po il paladino incontra un cavaliere che gli chiede se è sposato e, ricevuta una risposta positiva, lo invita quindi nel suo palazzo per mostrargli, dice, qualcosa che chi ha moglie deve assolutamente vedere.
Rinaldo legge tra vari nomi quelli di Lucrezia Borgia e di Isabella d'Este. L'ultima statua raffigura sicuramente Alessandra Benucci, ma nessun nome è in realtà inciso sulla fontana. Non ha nome nemmeno l'unica figura che la sostiene, ma si tratta per certo dello stesso Ariosto.
Rinaldo ed il cavaliere banchettano in cortile. Termina la cena, il padrone del palazzo si fa portare una coppa d'oro, tempestata di gemme e piena di vino, la porge al paladino e gli dice che bevendo da quella potrà scoprire se la sua donna gli è fedele o meno: se il vino gli finirà sul petto allora la sua donna lo tradisce, se non cade neanche una goccia allora la sua donna gli è fedele.
Rinaldo è sul punto di tentare la prova, ma poi riflette su quanto sia pericolosa la verità.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Qual duro freno o qual ferrigno nodo,
qual, s'esser può, catena di
diamante
farà che l'ira servi ordine e modo,
che non trascorra oltre al
prescritto inante,
quando persona che con saldo chiodo
t'abbia già fissa
Amor nel cor costante,
tu vegga o per violenza o per inganno
patire o
disonore o mortal danno?
2
E s'a crudel, s'ad inumano effetto
quell'impeto talor l'animo
svia,
merita escusa, perché allor del petto
non ha ragione imperio né
balìa.
Achille, poi che sotto il falso elmetto
vide Patròclo insanguinar
la via,
d'uccider chi l'uccise non fu sazio,
se nol traea, se non ne facea
strazio.
3
Invitto Alfonso, simile ira accese
la vostra gente il dì che vi
percosse
la fronte il grave sasso, e sì v'offese,
ch'ognun pensò che
l'alma gita fosse:
l'accese in tal furor, che non difese
vostri inimici
argini o mura o fosse,
che non fossino insieme tutti morti,
senza lasciar
chi la novella porti.
4
Il vedervi cader causò il dolore
che i vostri a furor mosse e a
crudeltade.
S'eravate in piè voi, forse minore
licenza avriano avute le
lor spade.
Eravi assai, che la Bastia in manche ore
v'aveste ritornata in
potestade,
che tolta in giorni a voi non era stata
da gente cordovese e di
Granata.
5
Forse fu da Dio vindice permesso
che vi trovaste a quel caso
impedito,
acciò che 'l crudo e scelerato eccesso
che dianzi fatto avean,
fosse punito:
che, poi ch'in lor man vinto si fu messo
il miser Vestidel,
lasso e ferito,
senz'arme fu tra cento spade ucciso
dal popul la più parte
circonciso.
6
Ma perch'io vo' concludere, vi dico
che nessun'altra quell'ira
pareggia,
quando signor, parente, o sozio antico
dinanzi agli occhi
ingiuriar ti veggia.
Dunque è ben dritto per sì caro amico,
che subit'ira
il cor d'Orlando feggia;
che de l'orribil colpo che gli diede
il re
Gradasso, morto in terra il vede.
7
Quel nomade pastor che vedut'abbia
fuggir strisciando l'orrido
serpente
che il figliuol che giocava ne la sabbia,
ucciso gli ha col
venenoso dente,
stringe il baston con colera e con rabbia;
tal la spada
d'ogni altra più tagliente
stringe con ira il cavallier d'Anglante:
il
primo che trovò, fu 'l re Agramante;
8
che sanguinoso e de la spada privo,
con mezzo scudo e con l'elmo
disciolto,
e ferito in più parti ch'io non scrivo,
s'era di man di
Brandimarte tolto,
come di piè all'astor sparvier mal vivo,
a cui lasciò
alla coda invido o stolto.
Orlando giunse, e messe il colpo giusto
ove il
capo si termina col busto.
9
Sciolto era l'elmo e disarmato il collo,
sì che lo tagliò netto come
un giunco.
Cadde, e diè nel sabbion l'ultimo crollo
del regnator di Libia
il grave trunco.
Corse lo spirto all'acque, onde tirollo
Caron nel legno
suo col graffio adunco.
Orlando sopra lui non si ritarda,
ma trova il
Serican con Balisarda.
10
Come vide Gradasso d'Agramante
cadere il busto dal capo
diviso;
quel ch'accaduto mai non gli era inante,
tremò nel core e si
smarrì nel viso;
e all'arrivar del cavallier d'Anglante,
presago del suo
mal, parve conquiso.
Per schermo suo partito alcun non prese,
quando il
colpo mortal sopra gli scese.
11
Orlando lo ferì nel destro fianco
sotto l'ultima costa; e il ferro,
immerso
nel ventre, un palmo uscì dal lato manco,
di sangue sin all'elsa
tutto asperso.
Mostrò ben che di man fu del più franco
e del meglior
guerrier de l'universo
il colpo ch'un signor condusse a morte,
di cui non
era in Pagania il più forte.
12
Di tal vittoria non troppo gioioso,
presto di sella il paladin si
getta;
e col viso turbato e lacrimoso
a Brandimarte suo corre a gran
fretta.
Gli vede intorno il campo sanguinoso:
l'elmo che par ch'aperto
abbia una accetta,
se fosse stato fral più che di scorza,
difeso non
l'avria con minor forza.
13
Orlando l'elmo gli levò dal viso,
e ritrovò che 'l capo sino al
naso
fra l'uno e l'altro ciglio era diviso:
ma pur gli è tanto spirto anco
rimaso,
che de' suoi falli al Re del paradiso
può domandar perdono anzi
l'occaso;
e confortare il conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza
puote;
14
e dirgli: - Orlando, fa che ti raccordi
di me ne l'orazion tue grate
a Dio;
né men ti raccomando la mia Fiordi... -
ma dir non poté: - ... ligi
-, e qui finio.
E voci e suoni d'angeli concordi
tosto in aria s'udir, che
l'alma uscìo;
la qual disciolta dal corporeo velo
fra dolce melodia salì
nel cielo.
15
Orlando, ancor che far dovea allegrezza
di sì devoto fine, e sapea
certo
che Brandimarte alla suprema altezza
salito era (che 'l ciel gli
vide aperto);
pur da la umana volontade, avezza
coi fragil sensi, male era
sofferto
ch'un tal più che fratel gli fosse tolto,
e non aver di pianto
umido il volto.
16
Sobrin che molto sangue avea perduto,
che gli piovea sul fianco e su
le gote,
riverso già gran pezzo era caduto,
e aver ne dovea ormai le vene
vote.
Ancor giacea Olivier, né riavuto
il piede avea, né riaver lo
puote
se non ismosso, e de lo star che tanto
gli fece il destrier sopra,
mezzo infranto:
17
e se 'l cognato non venìa ad aitarlo
(sì come lacrimoso era e
dolente),
per sé medesmo non potea ritrarlo;
e tanta doglia e tal martìr
ne sente,
che ritratto che l'ebbe, né a mutarlo
né a fermarvisi sopra era
possente;
e n'ha insieme la gamba sì stordita,
che muover non si può, se
non si aita.
18
De la vittoria poco rallegrosse
Orlando; e troppo gli era acerbo e
duro
veder che morto Brandimarte fosse,
né del cognato molto esser
sicuro.
Sobrin, che vivea ancora, ritrovosse,
ma poco chiaro avea con
molto oscuro;
che la sua vita per l'uscito sangue
era vicina a rimanere
esangue.
19
Lo fece tor, che tutto era sanguigno,
il conte, e medicar
discretamente;
e confortollo con parlar benigno,
come se stato gli fosse
parente;
che dopo il fatto nulla di maligno
in sé tenea, ma tutto era
clemente.
Fece dei morti arme e cavalli torre;
del resto a' servi lor
lasciò disporre.
20
Qui de la istoria mia, che non sia vera,
Federigo Fulgoso è in
dubbio alquanto;
che con l'armata avendo la riviera
di Barberia trascorsa
in ogni canto,
capitò quivi, e l'isola sì fiera,
montuosa e inegual
ritrovò tanto,
che non è, dice, in tutto il luogo strano,
ove un sol piè
si possa metter piano:
21
né verisimil tien che ne l'alpestre
scoglio sei cavallieri, il fior
del mondo,
potesson far quella battaglia equestre.
Alla quale obiezion
così rispondo:
ch'a quel tempo una piazza de le destre,
che sieno a
questo, avea lo scoglio al fondo;
ma poi, ch'un sasso che 'l tremuoto
aperse,
le cadde sopra, e tutta la coperse.
22
Sì che, o chiaro fulgor de la Fulgosa
stirpe, o serena, o sempre
viva luce,
se mai mi riprendeste in questa cosa,
e forse inanti a quello
invitto duce
per cui la vostra patria or si riposa,
lascia ogni odio, e in
amor tutta s'induce;
vi priego che non siate a dirgli tardo,
ch'esser può
che né in questo io sia bugiardo.
23
In questo tempo, alzando gli occhi al mare,
vide Orlando venire a
vela in fretta
un navilio leggier, che di calare
facea sembiante sopra
l'isoletta.
Di chi si fosse, io non voglio or contare,
perc'ho più d'uno
altrove che m'aspetta.
Veggiamo in Francia, poi che spinto n'hanno
i
Saracin, se mesti o lieti stanno.
24
Veggiàn che fa quella fedele amante
che vede il suo contento ir sì
lontano;
dico la travagliata Bradamante,
poi che ritrova il giuramento
vano,
ch'avea fatto Ruggier pochi dì inante,
udendo il nostro e l'altro
stuol pagano.
Poi ch'in questo ancor manca, non le avanza
in ch'ella debba
più metter speranza.
25
E ripetendo i pianti e le querele
che pur troppo domestiche le
furo,
tornò a sua usanza a nominar crudele
Ruggiero, e 'l suo destin
spietato e duro.
Indi sciogliendo al gran dolor le vele,
il ciel, che
consentia tanto pergiuro,
né fatto n'avea ancor segno evidente,
ingiusto
chiama, debole e impotente.
26
Ad accusar Melissa si converse,
e maledir l'oracol de la
grotta;
ch'a lor mendace suasion s'immerse
nel mar d'amore, ov'è a morir
condotta.
Poi con Marfisa ritornò a dolerse
del suo fratel che le ha la
fede rotta:
con lei grida e si sfoga, e le domanda,
piangendo, aiuto, e se
le raccomanda.
27
Marfisa si ristringe ne le spalle,
e, quel sol che pò far, le dà
conforto;
né crede che Ruggier mai così falle,
ch'a lei non debba ritornar
di corto.
E se non torna pur, sua fede dalle,
ch'ella non patirà sì grave
torto;
o che battaglia piglierà con esso,
o gli farà osservar ciò c'ha
promesso.
28
Così fa ch'ella un poco il duol raffrena;
ch'avendo ove sfogarlo, è
meno acerbo.
Or ch'abbiam vista Bradamante in pena,
chiamar Ruggier
pergiuro, empio e superbo;
veggiamo ancor, se miglior vita mena
il fratel
suo che non ha polso o nerbo,
osso o medolla che non senta caldo
de le
fiamme d'amor; dico Rinaldo.
29
dico Rinaldo, il qual, come sapete,
Angelica la bella amava
tanto;
né l'avea tratto all'amorosa rete
sì la beltà di lei, come
l'incanto.
Aveano gli altri paladin quiete,
essendo ai Mori ogni vigore
affranto:
tra i vincitori era rimaso solo
egli captivo in amoroso
duolo.
30
Cento messi a cercar che di lei fusse
avea mandato, e cerconne egli
stesso.
Al fine a Malagigi si ridusse,
che nei bisogni suoi l'aiutò
spesso.
A narrar il suo amor se gli condusse
col viso rosso e col ciglio
demesso;
indi lo priega che gli insegni dove
la desiata Angelica si
trove.
31
Gran maraviglia di sì strano caso
va rivolgendo a Malagigi il
petto.
Sa che sol per Rinaldo era rimaso
d'averla cento volte e più nel
letto:
ed egli stesso, acciò che persuaso
fosse di questo, avea assai
fatto e detto
con prieghi e con minacce per piegarlo;
né mai avuto avea
poter di farlo:
32
e tanto più, ch'allor Rinaldo avrebbe
tratto fuor Malagigi di
prigione.
Fare or spontaneamente lo vorrebbe,
che nulla giova, e n'ha
minor cagione.
Poi priega lui che ricordar si debbe
pur quanto ha offeso
in questo oltr'a ragione;
che per negargli già, vi mancò poco
di non farlo
morire in scuro loco.
33
Ma quanto a Malagigi le domande
di Rinaldo importune più
pareano,
tanto, che l'amor suo fosse più grande,
indizio manifesto gli
faceano.
I prieghi che con lui vani non spande,
fan che subito immerge ne
l'oceano
ogni memoria de la ingiuria vecchia,
e che a dargli soccorso
s'apparecchia.
34
Termine tolse alla risposta, e spene
gli diè, che favorevol gli
saria,
e che gli saprà dir la via che tiene
Angelica, o sia in Francia o
dove sia.
E quindi Malagigi al luogo viene
ove i demoni scongiurar
solia,
ch'era fra monti inaccessibil grotta:
apre il libro, e li spirti
chiama in frotta.
35
Poi ne sceglie un che de' casi d'amore
avea notizia, e da lui saper
volle,
come sia che Rinaldo ch'avea il core
dianzi sì duro, or l'abbia
tanto molle:
e di quelle due fonti ode il tenore,
di che l'una dà il
fuoco, e l'altra il tolle;
e al mal che l'una fa, nulla soccorre,
se non
l'altra acqua che contraria corre.
36
Ed ode come avendo già di quella
che l'amor caccia, beuto
Rinaldo,
ai lunghi prieghi d'Angelica bella
si dimostrò così ostinato e
saldo;
e che poi giunto per sua iniqua stella
a ber ne l'altra l'amoroso
caldo,
tornò ad amar, per forza di quelle acque,
lei che pur dianzi
oltr'al dover gli spiacque.
37
Da iniqua stella e fier destin fu giunto
a ber la fiamma in quel
ghiacciato rivo;
perché Angelica venne quasi a un punto
a ber ne l'altro
di dolcezza privo,
che d'ogni amor le lasciò il cor sì emunto,
ch'indi
ebbe lui più che le serpi a schivo:
egli amò lei, e l'amor giunse al
segno
in ch'era già di lei l'odio e lo sdegno.
38
Del caso strano di Rinaldo a pieno
fu Malagigi dal demonio
istrutto,
che gli narrò d'Angelica non meno,
ch'a un giovine african si
donò in tutto;
e come poi lasciato avea il terreno
tutto d'Europa, e per
l'instabil flutto
verso India sciolto avea dai liti ispani
su l'audaci
galee de' Catallani.
39
Poi che venne il cugin per la risposta,
molto gli disuase
Malagigi
di più Angelica amar, che s'era posta
d'un vilissimo barbaro ai
servigi;
ed ora sì da Francia si discosta,
che mal seguir se ne potria i
vestigi:
ch'era oggimai più là ch'a mezza strada,
per andar con Medoro in
sua contrada.
40
La partita d'Angelica non molto
sarebbe grave all'animoso
amante;
né pur gli avria turbato il sonno, o tolto
il pensier di
tornarsene in Levante:
ma sentendo ch'avea del suo amor colto
un Saracino
le primizie inante,
tal passione e tal cordoglio sente,
che non fu in vita
sua, mai, più dolente.
41
Non ha poter d'una risposta sola;
triema il cor dentro, e trieman
fuor le labbia;
non può la lingua disnodar parola;
la bocca ha amara, e
par che tosco v'abbia.
Da Malagigi subito s'invola;
e come il caccia la
gelosa rabbia,
dopo gran pianto e gran ramaricarsi,
verso Levante fa
pensier tornarsi.
42
Chiede licenza al figlio di Pipino:
e trova scusa che 'l destrier
Baiardo,
che ne mena Gradasso saracino
contra il dover di cavallier
gagliardo,
lo muove per suo onore a quel camino,
acciò che vieti al
Serican bugiardo
di mai vantarsi che con spada o lancia
l'abbia levato a
un paladin di Francia.
43
Lasciollo andar con sua licenza Carlo,
ben che ne fu con tutta
Francia mesto;
ma finalmente non seppe negarlo,
tanto gli parve il
desiderio onesto.
Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo;
ma lo niega
Rinaldo a quello e a questo.
Lascia Parigi, e se ne va via solo,
pien di
sospiri e d'amoroso duolo.
44
Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle,
ch'averla mille volte
avea potuto,
e mille volte avea ostinato e folle
di sì rara beltà fatto
rifiuto;
e di tanto piacer ch'aver non volle,
sì bello e sì buon tempo era
perduto:
ed ora eleggerebbe un giorno corto
averne solo, e rimaner poi
morto.
45
Ha sempre in mente, e mai non se ne parte,
come esser puote ch'un
povero fante
abbia del cor di lei spinto da parte
merito e amor d'ogni
altro primo amante.
Con tal pensier che 'l cor gli straccia e
parte,
Rinaldo se ne va verso Levante;
e dritto al Reno e a Basilea si
tiene,
fin che d'Ardenna alla gran selva viene.
46
Poi che fu dentro a molte miglia andato
il paladin pel bosco
aventuroso,
da ville e da castella allontanato,
ove aspro era più il luogo
e periglioso,
tutto in un tratto vide il ciel turbato,
sparito il sol tra
nuvoli nascoso,
ed uscir fuor d'una caverna oscura
un strano mostro in
feminil figura.
47
Mill'occhi in capo avea senza palpèbre;
non può serrarli, e non
credo che dorma:
non men che gli occhi, avea l'orecchie crebre;
avea in
loco de crin serpi a gran torma.
Fuor de le diaboliche tenèbre
nel mondo
uscì la spaventevol forma.
Un fiero e maggior serpe ha per la coda,
che
pel petto si gira e che l'annoda.
48
Quel ch'a Rinaldo in mille e mille imprese
più non avvenne mai,
quivi gli avviene;
che come vede il mostro ch'all'offese
se gli
apparecchia, e ch'a trovar lo viene,
tanta paura, quanta mai non scese
in
altri forse, gli entra ne le vene:
ma pur l'usato ardir simula e finge,
e
con trepida man la spada stringe.
49
S'acconcia il mostro in guisa al fiero assalto,
che si può dir che
sia mastro di guerra:
vibra il serpente venenoso in alto,
e poi contra
Rinaldo si disserra;
di qua di là gli vien sopra a gran salto.
Rinaldo
contra lui vaneggia ed erra:
colpi a dritto e a riverso tira assai,
ma non
ne tira alcun che fera mai.
50
Il mostro al petto il serpe ora gli appicca,
che sotto l'arme e sin
nel cor l'agghiaccia;
ora per la visiera gliele ficca,
e fa ch'erra pel
collo e per la faccia.
Rinaldo da l'impresa si dispicca,
e quanto può con
sproni il destrier caccia:
ma la Furia infernal già non par zoppa,
che
spicca un salto, e gli è subito in groppa.
51
Vada al traverso, al dritto, ove si voglia,
sempre ha con lui la
maledetta peste;
né sa modo trovar, che se ne scioglia,
ben che 'l
destrier di calcitrar non reste.
Triema a Rinaldo il cor come una
foglia:
non ch'altrimente il serpe lo moleste;
ma tanto orror ne sente e
tanto schivo,
che stride e geme, e duolsi ch'egli è vivo.
52
Nel più tristo sentier, nel peggior calle
scorrendo va, nel più
intricato bosco,
ove ha più asprezza il balzo, ove la valle
è più spinosa,
ov'è l'aer più fosco,
così sperando torsi da le spalle
quel brutto,
abominoso, orrido tosco;
e ne saria mal capitato forse,
se tosto non
giungea chi lo soccorse.
53
Ma lo soccorse a tempo un cavalliero
di bello armato e lucido
metallo,
che porta un giogo rotto per cimiero,
di rosse fiamme ha pien lo
scudo giallo;
così trapunto il suo vestire altiero,
così la sopravesta del
cavallo:
la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco,
e la mazza
all'arcion, che getta foco.
54
Piena d'un foco eterno è quella mazza,
che senza consumarsi ognora
avampa:
né per buon scudo o tempra di corazza
o per grossezza d'elmo se ne
scampa.
Dunque si debbe il cavallier far piazza,
giri ove vuol
l'inestinguibil lampa:
né manco bisognava al guerrier nostro,
per levarlo
di man del crudel mostro.
55
E come cavallier d'animo saldo,
ove ha udito il rumor, corre e
galoppa,
tanto che vede il mostro che Rinaldo
col brutto serpe in mille
nodi agroppa,
e sentir fagli a un tempo freddo e caldo;
che non ha via di
torlosi di groppa.
Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco,
e lo fa
trabboccar dal lato manco.
56
Ma quello è a pena in terra che si rizza,
e il lungo serpe intorno
aggira e vibra.
Quest'altro più con l'asta non l'attizza;
ma di farla col
fuoco si delibra.
La mazza impugna, e dove il serpe guizza,
spessi come
tempesta i colpi libra;
né lascia tempo a quel brutto animale,
che possa
farne un solo o bene o male:
57
e mentre a dietro il caccia o tiene a bada,
e lo percuote, e vendica
mille onte,
consiglia il paladin che se ne vada
per quella via che s'alza
verso il monte.
Quel s'appiglia al consiglio ed alla strada;
e senza
dietro mai volger la fronte,
non cessa, che di vista se gli tolle,
ben che
molto aspro era a salir quel colle.
58
Il cavallier, poi ch'alla scura buca
fece tornare il mostro da
l'inferno,
ove rode se stesso e si manuca,
e da mille occhi versa il
pianto eterno;
per esser di Rinaldo guida e duca
gli salì dietro, e sul
giogo superno
gli fu alle spalle, e si mise con lui
per trarlo fuor de'
luoghi oscuri e bui.
59
Come Rinaldo il vide ritornato,
gli disse che gli avea grazia
infinita,
e ch'era debitore in ogni lato
di porre a beneficio suo la
vita.
Poi lo domanda come sia nomato,
acciò dir sappia chi gli ha dato
aita,
e tra guerrieri possa e inanzi a Carlo
de l'alta sua bontà sempre
esaltarlo.
60
Rispose il cavallier: - Non ti rincresca
se 'l nome mio scoprir non
ti vogli'ora:
ben tel dirò prima ch'un passo cresca
l'ombra; che ci sarà
poca dimora. -
Trovaro, andando insieme, un'acqua fresca
che col suo
mormorio facea talora
pastori e viandanti al chiaro rio
venire, e berne
l'amoroso oblio.
61
Signor, queste eran quelle gelide acque,
quelle che spengon
l'amoroso caldo;
di cui bevendo, ad Angelica nacque
l'odio ch'ebbe di poi
sempre a Rinaldo.
E s'ella un tempo a lui prima dispiacque,
e se ne l'odio
il ritrovò sì saldo,
non derivò, Signor, la causa altronde,
se non d'aver
beuto di queste onde.
62
Il cavallier che con Rinaldo viene,
come si vede inanzi al chiaro
rivo,
caldo per la fatica il destrier tiene,
e dice: - Il posar qui non
fia nocivo. -
- Non fia (disse Rinaldo) se non bene;
ch'oltre che prema il
mezzogiorno estivo,
m'ha così il brutto mostro travagliato,
che 'l riposar
mi fia commodo e grato. -
63
L'un e l'altro smontò del suo cavallo,
e pascer lo lasciò per la
foresta;
e nel fiorito verde a rosso e a giallo
ambi si trasson l'elmo de
la testa.
Corse Rinaldo al liquido cristallo,
spinto da caldo e da sete
molesta,
e cacciò, a un sorso del freddo liquore,
dal petto ardente e la
sete e l'amore.
64
Quando lo vide l'altro cavalliero
la bocca sollevar de l'acqua
molle,
e ritrarne pentito ogni pensiero
di quel desir ch'ebbe d'amor sì
folle;
si levò ritto, e con sembiante altiero
gli disse quel che dianzi
dir non volle:
- Sappi, Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno,
venuto sol per
sciorti il giogo indegno. -
65
Così dicendo, subito gli sparve,
e sparve insieme il suo destrier
con lui.
Questo a Rinaldo un gran miracol parve;
s'aggirò intorno, e
disse: - Ove è costui? -
Stimar non sa se sian magiche larve,
che Malagigi
un de' ministri sui
gli abbia mandato a romper la catena
che lungamente
l'ha tenuto in pena:
66
o pur che Dio da l'alta ierarchia
gli abbia per ineffabil sua
bontade
mandato, come già mandò a Tobia,
un angelo a levar di
cecitade.
Ma buono o rio demonio, o quel che sia,
che gli ha renduta la
sua libertade,
ringrazia e loda; e da lui sol conosce
che sano ha il cor
da l'amorose angosce.
67
Gli fu nel primier odio ritornata
Angelica; e gli parve troppo
indegna
d'esser, non che sì lungi seguitata,
ma che per lei pur mezza lega
vegna.
Per Baiardo riaver tutta fiata
verso India in Sericana andar
disegna,
sì perché l'onor suo lo stringe a farlo,
sì per averne già
parlato a Carlo.
68
Giunse il giorno seguente a Basilea,
ove la nuova era venuta
inante,
che 'l conte Orlando aver pugna dovea
contra Gradasso e contro il
re Agramante.
Né questo per aviso si sapea,
ch'avesse dato il cavallier
d'Anglante;
ma di Sicilia in fretta venut'era
chi la novella v'apportò per
vera.
69
Rinaldo vuol trovarsi con Orlando
alla battaglia, e se ne vede
lunge.
Di dieci in dieci miglia va mutando
cavalli e guide, e corre e
sferza e punge.
Passa il Reno a Costanza, e in su volando,
traversa
l'Alpe, ed in Italia giunge.
Verona a dietro, a dietro Mantua lassa;
sul
Po si trova, e con gran fretta il passa.
70
Già s'inchinava il sol molto alla sera,
e già apparia nel ciel la
prima stella,
quando Rinaldo in ripa alla riviera
stando in pensier s'avea
da mutar sella,
o tanto soggiornar, che l'aria nera
fuggisse inanzi
all'altra aurora bella,
venir si vede un cavalliero inanti
cortese ne
l'aspetto e nei sembianti.
71
Costui, dopo il saluto, con bel modo
gli domandò s'aggiunto a moglie
fosse.
Disse Rinaldo: - Io son nel giugal nodo: -
ma di tal domandar
maravigliosse.
Soggiunse quel: - Che sia così, ne godo. -
Poi, per chiarir
perché tal detto mosse,
disse: - Io ti priego che tu sia contento
ch'io ti
dia questa sera alloggiamento;
72
che ti farò veder cosa che debbe
ben volentieri veder chi ha moglie
a lato. -
Rinaldo, sì perché posar vorrebbe,
ormai di correr tanto
affaticato;
sì perché di vedere e d'udire ebbe
sempre aventure un
desiderio innato;
accettò l'offerir del cavalliero,
e dietro gli pigliò
nuovo sentiero.
73
Un tratto d'arco fuor di strada usciro,
e inanzi un gran palazzo si
trovaro,
onde scudieri in gran frotta veniro
con torchi accesi, e fero
intorno chiaro.
Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro,
e vide loco il
qual si vede raro,
di gran fabrica e bella e bene intesa;
né a privato uom
convenia tanta spesa.
74
Di serpentin, di porfido le dure
pietre fan de la porta il ricco
volto.
Quel che chiude è di bronzo, con figure
che sembrano spirar,
muovere il volto.
Sotto un arco poi s'entra, ove misture
di bel musaico
ingannan l'occhio molto.
Quindi si va in un quadro ch'ogni faccia
de le
sue logge ha lunga cento braccia.
75
La sua porta ha per sé ciascuna loggia,
e tra la porta e sé ciascuna
ha un arco:
d'ampiezza pari son, ma varia foggia
fe' d'ornamenti il mastro
lor non parco.
Da ciascuno arco s'entra, ove si poggia
sì facil, ch'un
somier vi può gir carco.
Un altro arco di su trova ogni scala;
e s'entra
per ogni arco in una sala.
76
Gli archi di sopra escono fuor del segno
tanto, che fan coperchio
alle gran porte;
e ciascun due colonne ha per sostegno,
altre di bronzo,
altre di pietra forte.
Lungo sarà, se tutti vi disegno
gli ornati
alloggiamenti de la corte;
e oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto
la
cava terra il mastro avea ridotto.
77
L'alte colonne e i capitelli d'oro,
da che i gemmati palchi eran
suffulti,
i peregrini marmi che vi foro
da dotta mano in varie forme
sculti,
pitture e getti, e tant'altro lavoro
(ben che la notte agli occhi
il più ne occulti),
mostran che non bastaro a tanta mole
di duo re insieme
le ricchezze sole.
78
Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli,
ch'erano assai ne la
gioconda stanza,
v'era una fonte che per più ruscelli
spargea freschissime
acque in abondanza.
Poste le mense avean quivi i donzelli;
ch'era nel
mezzo per ugual distanza:
vedeva, e parimente veduta era
da quattro porte
de la casa altiera.
79
Fatta da mastro diligente e dotto
la fonte era con molta e suttil
opra,
di loggia a guisa, o padiglion ch'in otto
facce distinto, intorno
adombri e cuopra.
Un ciel d'oro, che tutto era di sotto
colorito di
smalto, le sta sopra;
ed otto statue son di marmo bianco,
che sostengon
quel ciel col braccio manco.
80
Ne la man destra il corno d'Amaltea
sculto aveva lor l'ingenioso
mastro,
onde con grato murmure cadea
l'acqua di fuore in vaso
d'alabastro;
ed a sembianza di gran donna avea
ridutto con grande arte
ogni pilastro.
Son d'abito e di faccia differente,
ma grazia hanno e beltà
tutte ugualmente.
81
Fermava il piè ciascuno di questi segni
sopra due belle imagini più
basse,
che con la bocca aperta facean segni
che 'l canto e l'armonia lor
dilettasse;
e quell'atto in che son, par che disegni
che l'opra e studio
lor tutto lodasse
le belle donne che sugli omeri hanno,
se fosser quei di
cu' in sembianza stanno.
82
I simulacri inferiori in mano
avean lunghe ed amplissime
scritture,
ove facean con molta laude piano
i nomi de le più degne
figure;
e mostravano ancor poco lontano
i propri loro in note non
oscure.
Mirò Rinaldo a lume di doppieri
le donne ad una ad una e i
cavallieri.
83
La prima iscrizion ch'agli occhi occorre,
con lungo onor Lucrezia
Borgia noma,
la cui bellezza ed onestà preporre
debbe all'antiqua la sua
patria Roma.
I duo che voluto han sopra sé torre
tanto eccellente ed
onorata soma,
noma lo scritto, Antonio Tebaldeo,
Ercole Strozza: un Lino
ed uno Orfeo.
84
Non men gioconda statua né men bella
si vede appresso, e la
scrittura dice:
- Ecco la figlia d'Ercole, Issabella,
per cui Ferrara si
terrà felice
via più, perché in lei nata sarà quella,
che d'altro ben che
prospera e fautrice
e benigna Fortuna dar le deve,
volgendo gli anni nel
suo corso lieve. -
85
I duo che mostran disiosi affetti
che la gloria di lei sempre
risuone,
Gian Iacobi ugualmente erano detti,
l'uno Calandra, e l'altro
Bardelone.
Nel terzo e quarto loco ove per stretti
rivi l'acqua esce fuor
del padiglione,
due donne son, che patria, stirpe, onore
hanno di par, di
par beltà e valore.
86
Elissabetta l'una e Leonora
nominata era l'altra: e fia, per
quanto
narrava il marmo sculto, d'esse ancora
sì gloriosa la terra di
Manto,
che di Vergilio, che tanto l'onora,
più che di queste, non si darà
vanto.
Avea la prima a piè del sacro lembo
Iacobo Sadoletto e Pietro
Bembo.
87
Uno elegante Castiglione, e un culto
Muzio Arelio de l'altra eran
sostegni.
Di questi nomi era il bel marmo sculto,
ignoti allora, or sì
famosi e degni.
Veggon poi quella a cui dal cielo indulto
tanta virtù
sarà, quanta ne regni,
o mai regnata in alcun tempo sia,
versata da
Fortuna or buona or ria.
88
Lo scritto d'oro esser costei dichiara
Lucrezia Bentivoglia; e fra
le lode
pone di lei, che 'l duca di Ferrara
d'esserle padre si rallegra e
gode.
Di costei canta con soave e chiara
voce un Camil che 'l Reno e
Felsina ode
con tanta attenzion, tanto stupore,
con quanta Anfriso udì già
il suo pastore;
89
ed un per cui la terra, ove l'Isauro
le sue dolci acque insala in
maggior vase,
nominata sarà da l'Indo al Mauro,
e da l'austrine
all'iperboree case,
via più che per pesare il romano auro,
di che perpetuo
nome le rimase;
Guido Postumo, a cui doppia corona
Pallade quinci, e
quindi Febo dona.
90
L'altra che segue in ordine, è Diana.
- Non guardar (dice il marmo
scritto) ch'ella
sia altiera in vista; che nel core umana
non sarà però
men ch'in viso bella. -
Il dotto Celio Calcagnin lontana
farà la gloria e
'l bel nome di quella
nel regno di Monese, in quel di Iuba,
in India e
Spagna udir con chiara tuba:
91
ed un Marco Cavallo, che tal fonte
farà di poesia nascer
d'Ancona,
qual fe' il cavallo alato uscir del monte,
non so se di Parnasso
o d'Elicona.
Beatrice appresso a questo alza la fronte,
di cui lo scritto
suo così ragiona:
- Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia
infelice alla sua morte;
92
anzi tutta l'Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei,
captiva. -
Un signor di Coreggio di costei
con alto stil par che cantando
scriva,
e Timoteo, l'onor de' Bendedei:
ambi faran tra l'una e l'altra
riva
fermare al suon de' lor soavi plettri
il fiume ove sudar gli antiqui
elettri.
93
Tra questo loco e quel de la colonna
che fu sculpita in Borgia,
com'è detto,
formata in alabastro una gran donna
era di tanto e sì sublime
aspetto,
che sotto puro velo, in nera gonna,
senza oro e gemme, in un
vestire schietto,
tra le più adorne non parea men bella,
che sia tra
l'altre la ciprigna stella.
94
Non si potea, ben contemplando fiso,
conoscer se più grazia o più
beltade,
o maggior maestà fosse nel viso,
o più indizio d'ingegno o
d'onestade.
- Chi vorrà di costei (dicea l'inciso
marmo) parlar, quanto
parlar n'accade,
ben torrà impresa più d'ogn'altra degna;
ma non però ch'a
fin mai se ne vegna. -
95
Dolce quantunque e pien di grazia tanto
fosse il suo bello e ben
formato segno,
parea sdegnarsi che con umil canto
ardisse lei lodar sì
rozzo ingegno,
com'era quel che sol, senz'altri a canto
(non so perché),
le fu fatto sostegno.
Di tutto 'l resto erano i nomi sculti;
sol questi
due l'artefice avea occulti.
96
Fanno le statue in mezzo un luogo tondo,
che 'l pavimento asciutto
ha di corallo,
di freddo soavissimo giocondo,
che rendea il puro e liquido
cristallo,
che di fuor cade in un canal fecondo,
che 'l prato verde,
azzurro, bianco e giallo
rigando, scorre per vari ruscelli,
grato alle
morbide erbe e agli arbuscelli.
97
Col cortese oste ragionando stava
il paladino a mensa; e spesso
spesso,
senza più differir, gli ricordava
che gli attenesse quanto avea
promesso:
e ad or ad or mirandolo, osservava
ch'avea di grande affanno il
core oppresso;
che non può star momento che non abbia
un cocente sospiro
in su le labbia.
98
Spesso la voce dal disio cacciata
viene a Rinaldo sin presso alla
bocca
per domandarlo; e quivi, raffrenata
di cortese modestia, fuor non
scocca.
Ora essendo la cena terminata,
ecco un donzello a chi l'ufficio
tocca,
pon su la mensa un bel nappo d'or fino,
di fuor di gemme, e dentro
pien di vino.
99
Il signor de la casa allora alquanto
sorridendo, a Rinaldo levò il
viso;
ma chi ben lo notava, più di pianto
parea ch'avesse voglia che di
riso.
Disse: - Ora a quel che mi ricordi tanto,
che tempo sia di sodisfar
m'è aviso;
mostrarti un paragon ch'esser de' grato
di vedere a ciascun
c'ha moglie allato.
100
Ciascun marito, a mio giudizio, deve
sempre spiar se la sua donna
l'ama;
saper s'onore o biasmo ne riceve,
se per lei bestia, o se pur uom
si chiama.
L'incarco de le corna è lo più lieve
ch'al mondo sia, se ben
l'uom tanto infama:
lo vede quasi tutta l'altra gente;
e chi l'ha in capo,
mai non se lo sente.
101
Se tu sai che fedel la moglie sia,
hai di più amarla e d'onorar
ragione,
che non ha quel che la conosce ria,
o quel che ne sta in dubbio e
in passione.
Di molte n'hanno a torto gelosia
i lor mariti, che son caste
e buone:
molti di molte anco sicuri stanno,
che con le corna in capo se ne
vanno.
102
Se vuoi saper se la tua sia pudica
(come io credo che credi, e
creder déi;
ch'altrimente far credere è fatica,
se chiaro già per prova
non ne sei),
tu per te stesso, senza ch'altri il dica,
te n'avvedrai, s'in
questo vaso bei;
che per altra cagion non è qui messo,
che per mostrarti
quanto io t'ho promesso.
103
Se béi con questo, vedrai grande effetto;
che se porti il cimier di
Cornovaglia,
il vin ti spargerai tutto sul petto,
né gocciola sarà ch'in
bocca saglia:
ma s'hai moglie fedel, tu berai netto.
Or di veder tua sorte
ti travaglia. -
Così dicendo, per mirar tien gli occhi,
ch'in seno il vin
Rinaldo si trabbocchi.
104
Quasi Rinaldo di cercar suaso
quel che poi ritrovar non vorria
forse,
messa la mano inanzi, e preso il vaso,
fu presso di volere in prova
porse:
poi, quanto fosse periglioso il caso
a porvi i labri, col pensier
discorse.
Ma lasciate, Signor, ch'io mi ripose;
poi dirò quel che 'l
paladin rispose.