La battaglia navale avviene di notte, ma sembra comunque giorno tanti sono i roghi che avvolgono le navi saracene. Resosi conto della situazione, Agramante fugge su di una barca insieme a Sobrino portandosi dietro il cavallo Brigliadoro (ricevuto da Ruggiero dopo che Mandricaro era stato ucciso).
Tornando a Biserta, l'esercito cristiano è in assetto da guerra ed è pronto a dare inzio alla battaglia. A Sansonetto viene dato il comando di una flotta di navi, create per miracolo insieme a quelle consegnate a Dudone.
Il re Agramante, dalla barca con la quale è scampato all'assalto di Dudone, riesce a vedere la città di Biserta avvolta dalle fiamme e vorrebbe uccidersi. Re Sobrino riesce a trattenerlo dicendogli che morendo toglierà al popolo pagano anche l'ultima speranza rimasta di libertà. Gli consiglia di trovare rifugio in Egitto e lo consola dicendogli infine che non faticherà a trovare nuovi alleati per riconquistare l'Africa.
La nave con a bordo il re pagano viene colta da una violenta tempesta metre si sta dirigendo ad oriente ed è quindi costretta ad approdare su di un isola posta tra l'Africa e la Sicilia. Trovano sull'isola re Gradasso, riparatosi anch'egli lì dalla tempesta con la sua nave.
Un messaggero viene mandato subito a Biserta per lanciare la sfida al conte Orlando. Il paladino è più che contento di accettare, avendo saputo che re Gradasso è in possesso della sua spada Durindana e che Agramante ha invece il suo cavallo Brigliadoro ed il suo famoso corno. Oliviero e Brandimarte sono i due cavalieri scelti per combattere al suo fianco.
Tornando a Parigi, Rinaldo e Ruggiero erano rimasti fuori dal combattimento in attesa di conoscere chi fosse stato per primo a rompere il giuramento. Entrambi cercano di ottenere notizie dagli uomini che si trovano intorno, ed infine vengono a sapere che è stato re Agramante a muoversi per primo.
Ruggiero non riesce a sopportare la vista dei re pagani in lacrime, si lancia quindi subito contro quelli che li custodiscono. Dudone sente i rumori del combattimento ed accorre per sfidare Ruggiero.
Non si è fatto ancora il giorno quando dal mare e dalla terra inzia l'assalto alle mura della città. A Senapo viene dato l'incarico di tenere le mura sotto una pioggia di dardi, così che nessun nemico osi affacciarsi ed i fanti ed i cavalieri possano avanzare senza subire danni.
Mentre Sansonetto attacca la città dal mare, Brandimarte conduce la sua parte di esercito sotto le mura. Viene accostata una scala, il paladino sale per primo ed incita gli altri a seguirlo. Non appena raggiunge la passatoia la scala va però in mille pezzi e Brandimarte si trova così solo all'interno delle mura nemiche. Il cavaliere, nonostante le preghiere dei compagni, non torna indietro, si lancia nella città e fa strage di tutti quelli che incontra.
La notizia che Brandimarte è in pericolo giunge in poco tempo alle orecchie degli altri paladini, che subito si affrettano a porre le scale per entrare in città ed andare in aiuto del cavaliere. Vengono anche aperte delle breccie nelle mura utilizzando gli arieti ed in un solo istante tutto l'esercito cristiano si riversa nella città pagana, che viene così saccheggiata e data in pasto alle fiamme.
Bucifaro viene ucciso da Oliviero. Branzardo si toglie invece la vita da solo. Asfolfo uccide infine Folvo, ultimo dei tre re lasciati da Agramante a difesa del suo regno.
In realtà Sobrino teme per il futuro, sapendo che può portare solo danni il chiedere soccorso a gente straniera per riuscire a tornare in possesso di un regno.
Gradasso cerca di convincere Agramante a non andare in Egitto, suggerisce quindi un altro piano d'azione: lui in persona sfiderà in duello e sconfiggerà Orlando, mentre le sue genti ed il popolo Etiope di fede non cristiana muoveranno guerra alla parte cristiana dell'Etiopia. Agramante accetta il consiglio, ma vuole però essere lui a sfidare Orlando. Anche re Sobrino non vuole essere escluso ed alla fine si decide di richiedere un duello tre contro tre. La sede del combattimento sarà l'isola di Lampedusa.
Nessuno dei tre è in possesso delle proprie armi (Orlando se ne era spogliato, quelle degli altri due erano state vinte da Rodomonte), cercano quindi di trovare quanto c'è di meglio in Africa, ma è rimasto ben poco, dal momento che Agramante aveva fatto portare tutto in Francia.
Mentre i tre paladini ragionano sul prossimo duello camminando lungo la spiaggia, una nave priva di equipaggio raggiunge la costa di Biserta.
Nonostante avesse giurato di prestare servizio per la fazione cristiana nel caso il combattimento fosse stato interrotto dalla fazione pagana, nonostante l'amore per Bradamante e nonostante il patto fatto con Rinaldo, a Ruggiero sembra comunque ingiusto abbandonare il re in quel momento di difficoltà ed è quindi indeciso su cosa fare.
Dopo un giorno ed una notta di tormenti, decide infine di seguire in Africa il suo re e torna pertanto ad Arles per cercare un passaggio. Vista la situazione (non c'è neanche un saraceno vivo e tutta la flotta è già partita), si muove poi verso Marsiglia ed incontra Dudone, i guerrieri etiopi al suo seguito ed i pagani loro prigionieri.
I due prima si presentano e poi iniziano il duello. Ruggiero viene così a sapere che il suo sfidante, paladino di Francia, è cugino della sua Bradamante. Per non dare dispiacere alla donna amata, cerca di colpirlo solo con il piatto della spada, facendogli risuonare l'armatura ad ogni colpo come fosse un sonaglio.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Lungo sarebbe, se i diversi casi
volessi dir di quel naval
conflitto;
e raccontarlo a voi mi parria quasi,
magnanimo figliuol
d'Ercole invitto,
portar, come si dice, a Samo vasi,
nottole Atene, e
crocodili a Egitto;
che quanto per udita io ve ne parlo,
Signor, miraste,
e feste altrui mirarlo.
2
Ebbe lungo spettacolo il fedele
vostro popul la notte e 'l dì che
stette,
come in teatro, l'inimiche vele
mirando in Po tra ferro e fuoco
astrette.
Che gridi udir si possano e querele,
ch'onde veder di sangue
umano infette,
per quanti modi in tal pugna si muora,
vedeste, e a molti
il dimostraste allora.
3
Nol vide io già, ch'era sei giorni inanti,
mutando ogn'ora altre
vetture, corso
con molta fretta e molta ai piedi santi
del gran Pastore a
domandar soccorso:
poi né cavalli bisognar né fanti;
ch'intanto al Leon
d'or l'artiglio e 'l morso
fu da voi rotto sì, che più molesto
non l'ho
sentito da quel giorno a questo.
4
Ma Alfonsin Trotto il qual si trovò in fatto,
Annibal e Pier Moro e
Afranio e Alberto,
e tre Ariosti, e il Bagno e il Zerbinatto
tanto me ne
contar, ch'io ne fui certo:
me ne chiarir poi le bandiere affatto,
vistone
al tempio il gran numero offerto,
e quindice galee ch'a queste rive
con
mille legni star vidi captive.
5
Chi vide quelli incendi e quei naufragi,
le tante uccisioni e sì
diverse,
che, vendicando i nostri arsi palagi,
fin che fu preso ogni
navilio, ferse;
potrà, veder le morti anco e i disagi
che 'l miser popul
d'Africa sofferse
col re Agramante in mezzo l'onde salse,
la scura notte
che Dudon l'assalse.
6
Era la notte, e non si vedea lume,
quando s'incominciar l'aspre
contese:
ma poi che 'l zolfo e la pece e 'l bitume
sparso in gran copia,
ha prore e sponde accese,
e la vorace fiamma arde e consume
le navi e le
galee poco difese;
sì chiaramente ognun si vedea intorno,
che la notte
parea mutata in giorno.
7
Onde Agramante che per l'aer scuro,
non avea l'inimico in sì gran
stima,
né aver contrasto si credea sì duro,
che, resistendo, al fin non lo
reprima;
poi che rimosse le tenèbre furo,
e vide quel che non credeva in
prima,
che le navi nimiche eran duo tante,
fece pensier diverso a quel
d'avante.
8
Smonta con pochi, ove in più lieve barca
ha Brigliadoro e l'altre
cose care.
Tra legno e legno taciturno varca,
fin che si trova in più
sicuro mare
da' suoi lontan, che Dudon preme e carca,
e mena a condizioni
acri ed amare.
Gli arde il foco, il mar sorbe, il ferro strugge:
egli che
n'è cagion, via se ne fugge.
9
Fugge Agramante ed ha con lui Sobrino,
con cui si duol di non gli
aver creduto,
quando previde con occhio divino,
e 'l mal gli annunziò,
ch'or gli è avvenuto.
Ma torniamo ad Orlando paladino,
che, prima che
Biserta abbia altro aiuto,
consiglia Astolfo che la getti in terra,
sì che
a Francia mai più non faccia guerra.
10
E così fu publicamente detto
che 'l campo in arme al terzo dì sia
istrutto.
Molti navili Astolfo a questo effetto
tenuti avea, né Dudon
n'ebbe il tutto;
di quai diede il governo a Sansonetto,
sì buon guerrier
al mar come all'asciutto:
e quel si pose, in su l'ancore sorto,
contra a
Biserta, un miglio appresso al porto.
11
Come veri cristiani Astolfo e Orlando,
che senza Dio non vanno a
rischio alcuno,
ne l'esercito fan publico bando,
che sieno orazion fatte e
digiuno;
e che si trovi il terzo giorno, quando
si darà il segno,
apparecchiato ognuno
per espugnar Biserta, che data hanno,
vinta che
s'abbia, a fuoco e a saccomanno.
12
E così, poi che le astinenze e i voti
devotamente celebrati
foro,
parenti, amici, e gli altri insieme noti
si cominciaro a convitar
tra loro.
Dato restauro a' corpi esausti e voti,
abbracciandosi insieme
lacrimoro,
tra loro usando i modi e le parole
che tra i più cari al
dipartir si suole.
13
Dentro a Biserta i sacerdoti santi
supplicando col populo
dolente,
battonsi il petto, e con dirotti pianti
chiamano il lor Macon che
nulla sente.
Quante vigilie, quante offerte, quanti
doni promessi son
privatamente!
quanto in publico templi, statue, altari,
memoria eterna de'
lor casi amari!
14
E poi che dal Cadì fu benedetto,
prese il populo l'arme, e tornò al
muro.
Ancor giacea col suo Titon nel letto
la bella Aurora, ed era il
cielo oscuro,
quando Astolfo da un canto, e Sansonetto
da un altro, armati
agli ordini lor furo:
e poi che 'l segno che diè il conte udiro,
Biserta
con grande impeto assaliro.
15
Avea Biserta da duo canti il mare,
sedea dagli altri duo nel lito
asciutto.
Con fabrica eccellente e singulare
fu antiquamente il suo muro
costrutto.
Poco altro ha che l'aiuti o la ripare;
che poi che 'l re
Branzardo fu ridutto
dentro da quella, pochi mastri, e poco
poté aver
tempo a riparare il loco.
16
Astolfo dà l'assunto al re de' Neri,
che faccia a' merli tanto
nocumento
con falariche, fonde e con arcieri,
che levi d'affacciarsi ogni
ardimento;
sì che passin pedoni e cavallieri
fin sotto la muraglia a
salvamento,
che vengon, chi di pietre e chi di travi,
chi d'asce e chi
d'altra materia gravi.
17
Chi questa cosa e chi quell'altra getta
dentro alla fossa, e vien di
mano in mano;
di cui l'acqua il dì inanzi fu intercetta,
sì che in più
parti si scopria il pantano.
Ella fu piena ed atturata in fretta,
e fatto
uguale insin al muro il piano.
Astolfo, Orlando ed Olivier procura
di far
salir i fanti in su le mura.
18
I Nubi d'ogni indugio impazienti,
da la speranza del guadagno
tratti,
non mirando a' pericoli imminenti,
coperti da testuggini e da
gatti,
con arieti e loro altri istrumenti
a forar torri, e porte rompere
atti,
tosto si fero alla città vicini;
né trovaro sprovisti i
Saracini:
19
che ferro e fuoco e merli e tetti gravi
cader facendo a guisa di
tempeste,
per forza aprian le tavole e le travi
de le machine in lor danno
conteste.
Ne l'aria oscura e nei principi pravi
molto patir le battezzate
teste;
ma poi che 'l sole uscì del ricco albergo,
voltò Fortuna ai
Saracini il tergo.
20
Da tutti i canti risforzar l'assalto
fe' il conte Orlando e da mare
e da terra.
Sansonetto ch'avea l'armata in alto,
entrò nel porto e
s'accostò alla terra;
e con frombe e con archi facea d'alto,
e con vari
tormenti estrema guerra;
e facea insieme espedir lance e scale,
ogni
apparecchio e munizion navale.
21
Facea Oliviero, Orlando e Brandimarte,
e quel che fu sì dianzi in
aria ardito,
aspra e fiera battaglia da la parte
che lungi al mare era più
dentro al lito.
Ciascun d'essi venìa con una parte
de l'oste che s'avean
quadripartito.
Quale a mur, quale a porte, e quale altrove,
tutti davan di
sé lucide prove.
22
Il valor di ciascun meglio si puote
veder così, che se fosser
confusi:
chi sia degno di premio e chi di note,
appare inanzi a mill'occhi
non chiusi.
Torri di legno trannosi con ruote,
e gli elefanti altre ne
portano usi,
che su lor dossi così in alto vanno,
che i merli sotto a
molto spazio stanno.
23
Vien Brandimarte, e pon la scala a' muri,
e sale, e di salir altri
conforta:
lo seguon molti intrepidi e sicuri;
che non può dubitar chi l'ha
in sua scorta.
Non è chi miri, o chi mirar si curi,
se quella scala il
gran peso comporta.
Sol Brandimarte agli nimici attende;
pugnando sale, e
al fine un merlo prende.
24
E con mano e con piè quivi s'attacca,
salta sui merli, e mena il
brando in volta,
urta, riversa e fende e fora e ammacca,
e di sé mostra
esperienza molta.
Ma tutto a un tempo la scala si fiacca,
che troppa soma
e di soperchio ha tolta:
e for che Brandimarte, giù nel fosso
vanno
sozzopra, e l'uno all'altro adosso.
25
Per ciò non perde il cavallier l'ardire,
né pensa riportare a dietro
il piede;
ben che de' suoi non vede alcun seguire,
ben che berzaglio alla
città si vede.
Pregavan molti (e non volse egli udire)
che ritornasse; ma
dentro si diede:
dico che giù ne la città d'un salto
dal muro entrò, che
trenta braccia era alto.
26
Come trovato avesse o piume o paglia,
presse il duro terren senza
alcun danno;
e quei c'ha intorno affrappa e fora e taglia,
come s'affrappa
e taglia e fora il panno.
Or contra questi or contra quei si scaglia;
e
quelli e questi in fuga se ne vanno.
Pensano quei di fuor, che l'han
veduto
dentro saltar, che tardo fia ogni aiuto.
27
Per tutto 'l campo alto rumor si spande
di voce in voce, e 'l
mormorio e 'l bisbiglio.
La vaga Fama intorno si fa grande,
e narra, ed
accrescendo va il periglio.
Ove era Orlando (perché da più bande
si dava
assalto), ove d'Otone il figlio,
ove Olivier, quella volando venne,
senza
posar mai le veloci penne.
28
Questi guerrier, e più di tutti Orlando,
ch'amano Brandimarte e
l'hanno in pregio,
udendo che se van troppo indugiando,
perderanno un
compagno così egregio,
piglian le scale, e qua e là montando,
mostrano a
gara animo altiero e regio,
con sì audace sembiante e sì gagliardo,
che i
nimici tremar fan con lo sguardo.
29
Come nel mar che per tempesta freme,
assaglion l'acque il temerario
legno,
ch'or da la prora, or da le parti estreme
cercano entrar con rabbia
e con isdegno;
il pallido nocchier sospira e geme,
ch'aiutar deve, e non
ha cor né ingegno;
una onda viene al fin, ch'occupa il tutto,
e dove
quella entrò, segue ogni flutto:
30
così dipoi ch'ebbono presi i muri
questi tre primi, fu sì largo il
passo,
che gli altri ormai seguir ponno sicuri,
che mille scale hanno
fermate al basso.
Aveano intanto gli arieti duri
rotto in più lochi, e con
sì gran fraccasso,
che si poteva in più che in una parte
soccorrer
l'animoso Brandimarte.
31
Con quel furor che 'l re de' fiumi altiero,
quando rompe talvolta
argini e sponde,
e che nei campi Ocnei s'apre il sentiero,
e i grassi
solchi e le biade feconde,
e con le sue capanne il gregge intero,
e coi
cani i pastor porta ne l'onde;
guizzano i pesci agli olmi in su la
cima,
ove solean volar gli augelli in prima:
32
con quel furor l'impetuosa gente,
là dove avea in più parti il muro
rotto,
entrò col ferro e con la face ardente
a distruggere il popul mal
condotto.
Omicidio, rapina e man violente
nel sangue e ne l'aver, trasse
di botto
la ricca e trionfal città a ruina,
che fu di tutta l'Africa
regina.
33
D'uomini morti pieno era per tutto;
e de le innumerabili
ferite
fatto era un stagno più scuro e più brutto
di quel che cinge la
città di Dite.
Di casa in casa un lungo incendio indutto
ardea palagi,
portici e meschite.
Di pianti e d'urli e di battuti petti
suonano i voti e
depredati tetti.
34
I vincitori uscir de le funeste
porte vedeansi di gran preda
onusti,
chi con bei vasi e chi con ricche veste,
chi con rapiti argenti a'
dei vetusti:
chi traea i figli, e chi le madri meste:
fur fatti stupri e
mille altri atti ingiusti,
dei quali Orlando una gran parte intese,
né lo
poté vietar, né 'l duca inglese.
35
Fu Bucifar de l'Algazera morto
con esso un colpo da Olivier
gagliardo.
Perduta ogni speranza, ogni conforto,
s'uccise di sua mano il
re Branzardo,
con tre ferite, onde morì di corto,
fu preso Folvo dal duca
dal Pardo.
Questi eran tre ch'al suo partir lasciato
avea Agramante a
guardia de lo stato.
36
Agramante ch'intanto avea deserta
l'armata, e con Sobrin n'era
fuggito,
pianse da lungi e sospirò Biserta,
veduto sì gran fiamma arder
sul lito.
Poi più d'appresso ebbe novella certa
come de la sua terra il
caso era ito:
e d'uccider se stesso in pensier venne,
e lo facea; ma il re
Sobrin lo tenne.
37
Dicea Sobrin: - Che più vittoria lieta,
signor, potrebbe il tuo
inimico avere,
che la tua morte udire, onde quieta
si speraria poi
l'Africa godere?
Questo contento il viver tuo gli vieta:
quindi avrà
cagion sempre di temere.
Sa ben che lungamente Africa sua
esser non può,
se non per morte tua.
38
Tutti i sudditi tuoi, morendo, privi
de la speranza, un ben che sol
ne resta.
Spero che n'abbi a liberar, se vivi,
e trar d'affanno e
ritornarne in festa.
So che, se muori, siàn sempre captivi,
Africa sempre
tributaria e mesta.
Dunque, s'in util tuo viver non vuoi,
vivi, signor,
per non far danno ai tuoi.
39
Dal soldano d'Egitto, tuo vicino,
certo esser puoi d'aver danari e
gente:
malvolentieri il figlio di Pipino
in Africa vedrà tanto
potente.
Verrà con ogni sforzo Norandino
per ritornarti in regno, il tuo
parente:
Armeni, Turchi, Persi, Arabi e Medi,
tutti in soccorso avrai, se
tu li chiedi. -
40
Con tali e simil detti il vecchio accorto
studia tornare il suo
signore in speme
di racquistarsi l'Africa di corto;
ma nel suo cor forse
il contrario teme:
sa ben quanto è a mal termine e a mal porto,
e come
spesso invan sospira e geme
chiunque il regno suo si lascia torre,
e per
soccorso a' barbari ricorre.
41
Annibal e Iugurta di ciò foro
buon testimoni, ed altri al tempo
antico:
al tempo nostro Ludovico il Moro,
dato in poter d'un altro
Ludovico.
Vostro fratello Alfonso da costoro
ben ebbe esempio (a voi,
Signor mio, dico),
che sempre ha riputato pazzo espresso
chi più si fida
in altri ch'in se stesso.
42
E però ne la guerra che gli mnosse
del pontifice irato un duro
sdegno,
ancor che ne le deboli sue posse
non potessi egli far molto
disegno,
e chi lo difendea, d'Italia fosse
spinto, e n'avesse il suo
nimico il regno;
né per minacce mai né per promesse
s'indusse che lo stato
altrui cedesse.
43
Il re Agramante all'oriente avea
volta la prora, e s'era spinto in
alto,
quando da terra una tempesta rea
mosse da banda impetuoso
assalto.
Il nocchier ch'al governo vi sedea:
- Io veggo (disse alzando gli
occhi ad alto)
una procella apparecchiar sì grave,
che contrastar non le
potrà la nave.
44
S'attendete, signori, al mio consiglio,
qui da man manca ha un'isola
vicina,
a cui mi par ch'abbiamo a dar di piglio,
fin che passi il furor de
la marina. -
Consentì il re Agramante; e di periglio
uscì, pigliando la
spiaggia mancina,
che per salute de' nocchier giace
tra gli Afri e di
Vulcan l'alta fornace.
45
D'abitazioni è l'isoletta vota,
piena d'umil mortelle e di
ginepri,
ioconda solitudine e remota
a cervi, a daini, a capriuoli, a
lepri;
e fuor ch'a piscatori, è poco nota,
ove sovente a rimondati
vepri
sospendon, per seccar, l'umide reti:
dormeno intanto i pesci in mar
quieti.
46
Quivi trovar che s'era un altro legno,
cacciato da fortuna, già
ridutto:
il gran guerrier ch'in Sericana ha regno,
levato d'Arli, avea
quivi condutto.
Con modo riverente e di sé degno
l'un re con l'altro
s'abbracciò all'asciutto;
ch'erano amici, e poco inanzi furo
compagni
d'arme al parigino muro.
47
Con molto dispiacer Gradasso intese
del re Agramante le fortune
avverse:
poi confortollo, e come re cortese,
con la propria persona se gli
offerse:
ma che egli andasse all'infedel paese
d'Egitto, per aiuto, non
sofferse.
- Che vi sia (disse) periglioso gire,
dovria Pompeio i profugi
ammonire.
48
E perché detto m'hai che con l'aiuto
degli Etiopi, sudditi al
Senapo,
Astolfo a torti l'Africa è venuto,
e ch'arsa ha la città che n'era
capo;
e ch'Orlando è con lui, che diminuto
poco inanzi di senno aveva il
capo;
mi pare al tutto un ottimo rimedio
aver pensato a farti uscir di
tedio.
49
Io piglierò per amor tuo l'impresa
d'entrar col conte a singular
certame.
Contra me so che non avrà difesa,
se tutto fosse di ferro o di
rame.
Morto lui, stimo la cristiana Chiesa,
quel che l'agnelle il lupo
ch'abbia fame.
Ho poi pensato (e mi fia cosa lieve)
di fare i Nubi uscir
d'Africa in breve.
50
Farò che gli altri Nubi che da loro
il Nilo parte e la diversa
legge,
e gli Arabi e i Macrobi, questi d'oro
ricchi e di gente, e quei
d'equino gregge,
Persi e Caldei (perché tutti costoro
con altri molti il
mio scettro corregge);
farò ch'in Nubia lor faran tal guerra,
che non si
fermeran ne la tua terra. -
51
Al re Agramante assai parve oportuna
del re Gradasso la seconda
offerta;
e si chiamò obligato alla Fortuna,
che l'avea tratto all'isola
deserta:
ma non vuol torre a condizione alcuna,
se racquistar credesse
indi Biserta,
che battaglia per lui Gradasso prenda;
che 'n ciò gli par
che l'onor troppo offenda.
52
- S'a disfidar s'ha Orlando, son quell'io
(rispose) a cui la pugna
più conviene:
e pronto vi sarò; poi faccia Dio
di me, come gli pare, o
male o bene. -
- Facciàn (disse Gradasso) al modo mio,
a un nuovo modo
ch'in pensier mi viene:
questa battaglia pigliamo ambedui
incontra
Orlando, e un altro sia con lui. -
53
- Pur ch'io non resti fuor, non me ne lagno
(disse Agramante), o sia
primo o secondo:
ben so ch'in arme ritrovar compagno
di te miglior non si
può in tutto 'l mondo. -
- Ed io (disse Sobrin) dove rimagno?
E se vecchio
vi paio, vi rispondo
ch'io debbo esser più esperto, e nel periglio
presso
alla forza è buono aver consiglio. -
54
D'una vecchiezza valida e robusta
era Sobrino, e di famosa
prova;
e dice ch'in vigor l'età vetusta
si sente pari alla già verde e
nuova.
Stimata fu la sua domanda giusta;
e senza indugio un messo si
ritrova,
il qual si mandi agli africani lidi,
e da lor parte il conte
Orlando sfidi;
55
che s'abbia a ritrovar con numer pare
di cavallieri armati in
Lipadusa.
Una isoletta è questa, che dal mare
medesmo che li cinge, è
circonfusa.
Non cessa il messo a vela e a remi andare,
come quel che
prestezza al bisogno usa,
che fu a Biserta; e trovò Orlando quivi,
ch'a
suoi le spoglie dividea e i captivi.
56
Lo 'nvito di Gradasso e d'Agramante
e di Sobrino in publico fu
espresso,
tanto giocondo al principe d'Anglante,
che d'ampli doni onorar
fece il messo.
Avea dai suoi compagni udito inante,
che Durindana al
fianco s'avea messo
il re Gradasso: onde egli, per desire
di racquistarla,
in India volea gire,
57
stimando non aver Gradasso altrove,
poi ch'udì che di Francia era
partito.
Or più vicin gli è offerto luogo, dove
spera che 'l suo gli fia
restituito.
Il bel corno d'Almonte anco lo muove
ad accettar sì volentier
lo 'nvito,
e Brigliador non men; che sapea in mano
esser venuti al figlio
di Troiano.
58
Per compagno s'elegge alla battaglia
il fedel Brandimarte e 'l suo
cognato.
Provato ha quanto l'uno e l'altro vaglia;
sa che da trambi è
sommamente amato.
Buon destrier, buona piastra e buona maglia,
e spade
cerca e lance in ogni lato
a sé e a' compagni: che sappiate parme,
che
nessun d'essi avea le solite arme.
59
Orlando (come io v'ho detto più volte)
de le sue sparse per furor la
terra:
agli altri ha Rodomonte le lor tolte,
ch'or alta torre in ripa un
fiume serra.
Non se ne può per Africa aver molte;
sì perché in Francia
avea tratto alla guerra
il re Agramante ciò ch'era di buono,
sì perché
poche in Africa ne sono.
60
Ciò che di ruginoso e di brunito
aver si può, fa ragunare
Orlando;
e coi compagni intanto va pel lito
de la futura pugna
ragionando.
Gli avvien ch'essendo fuor del campo uscito
più di tre miglia,
e gli occhi al mare alzando,
vide calar con le vele alte un legno
verso il
lito african senza ritegno.
61
Senza nocchieri e senza naviganti,
sol come il vento e sua fortuna
il mena,
venìa con le vele alte il legno avanti,
tanto che se ritenne in
su l'arena.
Ma prima che di questo più vi canti,
l'amor ch'a Ruggier porto
mi rimena
alla sua istoria, e vuol ch'io vi racconte
di lui e del guerrier
di Chiaramonte.
62
Di questi duo guerrier dissi che tratti
s'erano fuor del marziale
agone,
viste convenzion rompere e patti,
e turbarsi ogni squadra e
legione.
Chi prima i giuramenti abbia disfatti,
e stato sia di tanto mal
cagione,
o l'imperator Carlo, o il re Agramante,
studian saper da chi lor
passa avante.
63
Un servitor intanto di Ruggiero,
ch'era fedele e pratico ed
astuto,
né pel conflitto dei duo campi fiero
avea di vista il patron mai
perduto,
venne a trovarlo, e la spada e 'l destriero
gli diede, perché a'
suoi fosse in aiuto.
Montò Ruggiero e la sua spada tolse,
ma ne la zuffa
entrar non però volse.
64
Quindi si parte; ma prima rinuova
la convenzion che con Rinaldo
avea;
che se pergiuro il suo Agramante trova,
lo lascierà con la sua setta
rea.
Per quel giorno Ruggier fare altra prova
d'arme non volse; ma solo
attendea
a fermar questo e quello, e a domandarlo
chi prima roppe, o 'l re
Agramante, o Carlo.
65
Ode da tutto 'l mondo, che la parte
del re Agramante fu, che roppe
prima.
Ruggiero ama Agramante, e se si parte
da lui per questo, error non
lieve stima.
Fur le gente africane e rotte e sparte
(questo ho già detto
inanzi), e da la cima
de la volubil ruota tratte al fondo,
come piacque a
colei ch'aggira il mondo.
66
Tra sé volve Ruggiero e fa discorso,
se restar deve, o il suo signor
seguire.
Gli pon l'amor de la sua donna un morso
per non lasciarlo in
Africa più gire:
lo volta e gira, ed a contrario corso
lo sprona, e lo
minaccia di punire,
se l' patto e 'l giuramento non tien saldo,
che fatto
avea col paladin Rinaldo.
67
Non men da l'altra parte sferza e sprona
la vigilante e stimulosa
cura,
che s'Agramante in quel caso abbandona,
a viltà gli sia ascritto ed
a paura.
Se del restar la causa parrà buona
a molti, a molti ad accettar
fia dura.
Molti diran che non si de' osservare
quel ch'era ingiusto e
illicito a giurare.
68
Tutto quel giorno e la notte seguente
stette solingo, e così l'altro
giorno,
pur travagliando la dubbiosa mente,
se partir deve o far quivi
soggiorno.
Pel signor suo conclude finalmente
di fargli dietro in Africa
ritorno.
Potea in lui molto il coniugale amore,
ma vi potea più il debito
e l'onore.
69
Torna verso Arli; che trovarvi spera
l'armata ancor, ch'in Africa il
trasporti:
né legno in mar né dentro alla rivera,
né Saracini vede, se non
morti.
Seco al partire ogni legno che v'era
trasse Agramante, e 'l resto
arse nei porti.
Fallitogli il pensier, prese il camino
verso Marsilia pel
lito marino.
70
A qualche legno pensa dar di piglio,
ch'a prieghi o forza il porti
all'altra riva.
Già v'era giunto del Danese il figlio
con l'armata de'
barbari captiva.
Non si avrebbe potuto un gran di miglio
gittar ne
l'acqua: tanto la copriva
la spessa moltitudine de navi,
di vincitori e di
prigioni, gravi.
71
Le navi de' pagani, ch'avanzaro
dal fuoco e dal naufragio quella
notte,
eccetto poche ch'in fuga n'andaro,
tutte a Marsilia avea Dudon
condotte.
Sette di quei ch'in Africa regnaro,
che, poi che le lor genti
vider rotte,
con sette legni lor s'eran renduti,
stavan dolenti, lacrimosi
e muti.
72
Era Dudon sopra la spiaggia uscito,
ch'a trovar Carlo andar volea
quel giorno;
e de' captivi e de lor spoglie ordito
con lunga pompa avea un
trionfo adorno.
Eran tutti i prigion stesi nel lito,
e i Nubi vincitori
allegri intorno,
che faceano del nome di Dudone
intorno risonar la
regione.
73
Venne in speranza di lontan Ruggiero,
che questa fosse armata
d'Agramante;
e, per saperne il vero, urtò il destriero:
ma riconobbe, come
fu più inante,
il re de Nasamona prigionero,
Bambirago, Agricalte e
Farurante,
Manilardo e Balastro e Rimedonte,
che piangendo tenean bassa la
fronte.
74
Ruggier che gli ama, sofferir non puote
che stian ne la miseria in
che li trova.
Quivi sa ch'a venir con le man vote,
senza usar forza, il
pregar poco giova.
La lancia abbassa, e chi li tien percuote;
e fa del suo
valor l'usata prova;
stringe la spada, e in un piccol momento
ne fa cadere
intorno più di cento.
75
Dudone ode il rumor, la strage vede
che fa Ruggier, ma chi sia non
conosce.
Vede i suoi c'hanno in fuga volto il piede
con gran timor, con
pianto e con angosce.
Presto il destrier, lo scudo e l'elmo chiede;
che
già avea armato e petto e braccia e cosce:
salta a cavallo e si fa dar la
lancia,
e non oblia ch'è paladin di Francia.
76
Grida che si ritiri ognun da canto,
spinge il cavallo e fa sentir
gli sproni.
Ruggier cent'altri n'avea uccisi intanto,
e gran speranza dato
a quei prigioni:
e come venir vide Dudon santo
solo a cavallo, e gli altri
esser pedoni,
stimò che capo e che signor lor fosse;
e contra lui con gran
desir si mosse.
77
Già mosso prima era Dudon; ma quando
senza lancia Ruggier vide
venire,
lunge da sé la sua gittò, sdegnando
con tal vantaggio il cavallier
ferire.
Ruggiero, al cortese atto riguardando,
disse fra sé: - Costui non
può mentire,
ch'uno non sia di quei guerrier perfetti
che paladin di
Francia sono detti.
78
S'impetrar lo potrò, vo' che 'l suo nome,
inanzi che segua altro, mi
palese; -
e così domandollo: e seppe come
era Dudon figliuol d'Uggier
danese.
Dudon gravò Ruggier poi d'ugual some,
e parimente lo trovò
cortese.
Poi che i nomi tra lor s'ebbono detti,
si disfidaro, e vennero
agli effetti.
79
Avea Dudon quella ferrata mazza
ch'in mille imprese gli diè eterno
onore:
con essa mostra ben ch'egli è di razza
di quel Danese pien d'alto
valore.
La spada ch'apre ogni elmo, ogni corazza,
di che non era al mondo
la migliore,
trasse Ruggiero, e fece paragone
di sua virtude al paladin
Dudone.
80
Ma perché in mente ognora avea di meno
offender la sua donna, che
potea;
ed era certo, se spargea il terreno
del sangue di costui, che la
offendea
(de le case di Francia istrutto a pieno,
la madre di Dudone esser
sapea
Armelina sorella di Beatrice,
ch'era di Bradamante genitrice):
81
per questo mai di punta non gli trasse,
e di taglio rarissimo
ferìa.
Schermiasi, ovunque la mazza calasse,
or ribattendo, or dandole la
via.
Crede Turpin che per Ruggier restasse,
che Dudon morto in pochi colpi
avria:
né mai, qualunque volta si scoperse,
ferir, se non di piatto, lo
sofferse.
82
Di piatto usar potea, come di taglio,
Ruggier la spada sua ch'avea
gran schena;
e quivi a strano giuoco di sonaglio
sopra Dudon con tanta
forza mena,
che spesso agli occhi gli pon tal barbaglio,
che si ritien di
non cadere a pena.
Ma per esser più grato a chi mi ascolta,
io differisco
il canto a un'altra volta.
