Ruggiero sa che se uccide Rinaldo perderà per sempre la sua amata Bradamante, ha l'animo tormentato e combatte più in difesa che in attacco. Rinaldo non ha invece preoccupazioni e cerca con ogni affondo di conquistare la vittoria.
La maga Melissa, assunte le sembianze di Rodomonte, si avvicina ad Agramante e chiede al re di intervenire per interrompere quel combattimento (che avrebbe arrecato solo danno), di rompere il patto e passare quindi all'azione con tutto l'esercito. Agramante, credendo di avere al fianco il feroce guerriero, presa fiducia, si spinge subito in avanti. Entrambi gli eserciti si lanciano subito al combattimento ed i due sfidanti abbandonano il duello, si mettono da parte in attesa di sapere chi abbia violato il patto, e giurano infine di essere nemici di quella fazione.
Tornando in Africa da Astolfo, contro il paladino e l'esercito di Etiopia si muove un esercito di africani guidato da re Branzardo, messo da Agramante a guardia del suo regno. Vengono arruoltati in Africa bambini, vecchi e anche quasi donne, tutti i migliori cavalieri erano stati infatti inviati in Francia in precedenza.
Astolfo getta in mare dei rami e, grazie ad un altro miracolo, vengono generate delle navi. Il paladino inglese rimane a gestire l'assedio di Biserta e fa imbarcare Dudone verso le coste della Francia, per liberarle, come gli aveva chiesto san Giovanni, dall'occupazione saracena.
Firodiligi riconosce il furioso guerriero nudo, è il conte Orlando. Anche Astolfo riconosce il pazzo, ne comunica l'identità agli altri paladini e tutti rimangono commossi fino alle lacrime per la sua sorte.
Bardino comunica a Brandimarte la morte di suo padre Monodante e chiede al paladino di ritornare in patria. Il cavaliere decide però di continuare a combattere al fianco di re Carlo e di rimandare quindi il suo ritorno.
Il giorno seguente Dudone si imbarca verso la Francia.
Tornando in Francia, re Sobrino, re Marsiglio e molto soldati saraceni abbandonano il campo di battaglia e si rifugiano subito sulle navi, tanto temono per la loro vita stando sulla terra ferma. Agramante è abbandonato al pericolo, continua a combattere finché riesce, poi volta le spalle e corre al galoppo verso Arles. Bradamante e Marfisa lo inseguono a tutta velocità ma non riesco a raggiungerlo, il re si rifugia nella citta e si imbarca infine con gli altri. Agramante chiude le porte di Arles dietrò di sé e fa tagliare i ponti sul Rodano. Tutti gli altri guerrieri saraceni ancora presenti non possono pertanto più trovare un via di scampo e vengono quindi sterminati.
Agramante fa ritorno in Africa con la sua flotta. Tutti l'hanno ormai in odio ma non lo danno a vedere. Gli viene suggerito di evitare Biserta, che si è saputo essere nelle mani dell'esercito Etiope, di approdare in un porto sicuro e di correre quindi in soccorso dei suoi.
L'incontro inzia a sembrare impari ai pagani, che iniziano quindi a temere il peggio.
Bradamante e Marfisa non resistono oltre e si lanciano in mezzo ai nemici facendo una strage. L'esercito pagano viene messo subito in fuga. Agramante cerca invano Rodomonte, re Marsilio e re Sobrino, ma il primo non era reale e gli altri due si sono prontamente ritirati nella città di Arles, timorosi per l'imminente castigo divino (Agramante era venuto meno ad un giuramento sel testo sacro).
Lo scontro è impari, molti fuggono subito alla sola vista dell'esercito di Etiopia, gli altri vengono sterminati.
Re Branzardo, rifiugiatosi nella città di Biserta, capisce di non poter organizzare da solo le difese della città. Facendo uno scambio di prigionieri consegna ad Astolfo il paladino Dudone, catturato da Rodomonte, e riottiene così indietro il re Bucifaro.
La flotta non è ancora partita che giunge in porto la nave carica dei cavalieri sconfitti da Rodomonte e fatti poi suoi prigionieri, tra i quali Sansonetto e Brandimarte. L'esercito guidato da Dudone e da Astolfo libera tutti i cristiani senza alcuna difficoltà e viene poi allestito un sontuoso banchetto.
I festeggiamenti vengono interrotti da un gran frastuono. Tutti i paladini si armano, corrono sul posto e vedono che i loro soldati sono stati aggrediti e uccisi da un uomo feroce, completamente nudo ed armato di un semplice bastone. Giunge in quel momento anche Fiordiligi, che subito getta le braccia al collo del suo amato Brandimarte, per ritrovare il quale era giunta fino in Africa. A Marsilia aveva infatti incontrato Bardino, cavaliere del padre di Brandimarte ed egli stesso alla ricerca del paladino, si era imbarcata con lui ed aveva così abbandonato l'Europa.
Tutti i paladini si gettano sul conte, ma la sua forza è immensa ed è solo per fortuna che non ne uccide alcuni. I cavalieri riescono comunque, con gran fatica, a legare Orlando con una fune ed a immobilizzarlo a terra.
Seguendo le istruzioni di Astolfo, il conte viene immerso per sette volte in mare affinché si purifichi. Gli viene poi chiusa la bocca con delle erbe, così che possa respirare solo dal naso, ed infine avvicinata al viso l'ampolla contenete il suo senno. Non appena il paladino Orlando ne respira il contenuto, subito riacquisa tutto il proprio intelletto, rinsavisce e rimane meravigliato per la situazione in cui si trova.
Dopo essersi guardato in giro in silenzio, senza sapere cosa dire, il paladino apre infine la bocca e dice solo "slegatemi". Il conte viene fatto vestire e viene consoltato per lo sbaglio compiuto in passato. L'uomo è tornato saggio e si è liberato dalle catene d'amore.
Orlando rimane invece al fianco di Astolfo per dare il suo aiuto nell'assedio di Biserta. La città verrà presa dai cristiani al primo scontro ed i pagani verranno messi in fuga.
Re Marsilio si fa condurre in Spagna ed inizia i preparativi per sostenere la successiva guerra (sa che i cristinai avrebbero fatto pagare alla Spagna le conseguenze di quegli anni d'assedio), che sarà la sua rovina.
Il destino vuole però che la sua flotta incontri quella comandata da Dudone. Agramante non avrebbe mai creduto di poter essere assalito per mare, non mette pertanto nessuna vedetta a controllare l'orizzonte. L'assalto avviene così di notte, all'improvviso, ed è una strage di pagani.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
L'affanno di Ruggier ben veramente
è sopra ogn'altro duro, acerbo e
forte,
di cui travaglia il corpo, e più la mente,
poi che di due fuggir
non può una morte;
o da Rinaldo, se di lui possente
fia meno, o se fia
più, da la consorte:
che se 'l fratel le uccide, sa ch'incorre
ne l'odio
suo, che più che morte aborre.
2
Rinaldo, che non ha simil pensiero,
in tutti i modi alla vittoria
aspira:
mena de l'azza dispettoso e fiero;
quando alle braccia e quando al
capo mira.
Volteggiando con l'asta il buon Ruggiero
ribatte il colpo, e
quinci e quindi gìra;
e se percuote pur, disegna loco
ove possa a Rinaldo
nuocer poco.
3
Alla più parte dei signor pagani
troppo par disegual esser la
zuffa:
troppo è Ruggier pigro a menar le mani,
troppo Rinaldo il giovine
ribuffa.
Smarrito in faccia il re degli Africani
mira l'assalto, e ne
sospira e sbuffa:
ed accusa Sobrin, da cui procede
tutto l'error, che 'l
mal consiglio diede.
4
Melissa in questo tempo, ch'era fonte
di quanto sappia incantatore o
mago,
avea cangiata la feminil fronte,
e del gran re d'Algier presa
l'imago:
sembrava al viso, ai gesti Rodomonte,
e parea armata di pelle di
drago;
e tal lo scudo e tal la spada al fianco
avea, quale usava egli, e
nulla manco.
5
Spinse il demonio inanzi al mesto figlio
del re Troiano, in forma di
cavallo;
e con gran voce e con turbato ciglio
disse: - Signor, questo è
pur troppo fallo,
ch'un giovene inesperto a far periglio,
contra un sì
forte e sì famoso Gallo
abbiate eletto in cosa di tal sorte,
che 'l regno
e l'onor d'Africa n'importe.
6
Non si lassi seguir questa battaglia,
che ne sarebbe in troppo
detrimento.
Su Rodomonte sia, né ve ne caglia,
l'avere il patto rotto e 'l
giuramento.
Dimostri ognun come sua spada taglia:
poi ch'io ci sono, ognun
di voi val cento. -
Poté questo parlar sì in Agramante,
che senza più
pensar si cacciò inante.
7
Il creder d'aver seco il re d'Algieri
fece che si curò poco del
patto;
e non avria di mille cavallieri
giunti in suo aiuto sì gran stima
fatto.
Perciò lance abbassar, spronar destrieri
di qua di là veduto fu in
un tratto.
Melissa, poi che con sue finte larve
la battaglia attaccò,
subito sparve.
8
I duo campion che vedeno turbarsi
contra ogni accordo, contra ogni
promessa,
senza più l'un con l'altro travagliarsi,
anzi ogni ingiuria
avendosi rimessa,
fede si dàn né qua né là impacciarsi,
fin che la cosa
non sia meglio espressa,
chi stato sia che i patti ha rotto inante,
o 'l
vecchio Carlo, o 'l giovene Agramante.
9
E replican con nuovi giuramenti
d'esser nimici a chi mancò di
fede.
Sozzopra se ne van tutte le genti:
chi porta inanzi e chi ritorna il
piede.
Chi sia fra i vili, e chi tra i più valenti
in un atto medesimo si
vede:
son tutti parimente al correr presti;
ma quei corrono inanzi, e
indietro questi.
10
Come levrier che la fugace fera
correre intorno ed aggirarsi
mira,
né può con gli altri cani andare in schiera,
che 'l cacciator lo
tien, si strugge d'ira,
si tormenta, s'affligge e si dispera,
schiattisce
indarno, e si dibatte e tira;
così sdegnosa infin allora stata
Marfisa era
quel dì con la cognata.
11
Fin a quell'ora avean quel dì vedute
sì ricche prede in spazioso
piano;
e che fosser dal patto ritenute
di non poter seguirle e porvi
mano,
ramaricate s'erano e dolute,
e n'avean molto sospirato invano.
Or
che i patti e le triegue vider rotte,
liete saltar ne l'africane frotte.
12
Marfisa cacciò l'asta per lo petto
al primo che scontrò, due braccia
dietro:
poi trasse il brando, e in men che non l'ho detto,
spezzò quattro
elmi, che sembrar di vetro.
Bradamante non fe' minore effetto;
ma l'asta
d'or tenne diverso metro:
tutti quei che toccò, per terra mise;
duo tanti
fur, né però alcuno uccise.
13
Questo sì presso l'una all'altra fero,
che testimonie se ne fur tra
loro;
poi si scostaro, ed a ferir si diero,
ove le trasse l'ira, il popul
Moro.
Chi potrà conto aver d'ogni guerriero
ch'a terra mandi quella lancia
d'oro?
o d'ogni testa che tronca o divisa
sia da la orribil spada di
Marfisa?
14
Come al soffiar de' più benigni venti,
quando Apennin scuopre
l'erbose spalle,
muovonsi a par duo turbidi torrenti
che nel cader fan poi
diverso calle;
svellono i sassi e gli arbori eminenti
da l'alte ripe, e
portan ne la valle
le biade e i campi; e quasi a gara fanno
a chi far può
nel suo camin più danno:
15
così le due magnanime guerriere,
scorrendo il campo per diversa
strada,
gran strage fan ne l'africane schiere,
l'una con l'asta, e l'altra
con la spada.
Tiene Agramante a pena alle bandiere
la gente sua, ch'in
fuga non ne vada.
Invan domanda, invan volge la fronte;
né può saper che
sia di Rodomonte.
16
A conforto di lui rotto avea il patto
(così credea) che fu
solennemente,
i dei chiamando in testimonio, fatto;
poi s'era dileguato sì
repente.
Né Sobrin vede ancor: Sobrin ritratto
in Arli s'era, e dettosi
innocente;
perché di quel pergiuro aspra vendetta
sopra Agramante il dì
medesmo aspetta.
17
Marsilio anco è fuggito ne la terra:
sì la religion gli preme il
core.
Perciò male Agramante il passo serra
a quei che mena Carlo
imperatore,
d'Italia, di Lamagna e d'Inghilterra,
che tutte gente son
d'alto valore;
ed hanno i paladin sparsi tra loro,
come le gemme in un
riccamo d'oro:
18
e presso ai paladini alcun perfetto
quanto esser possa al mondo
cavalliero,
Guidon Selvaggio, l'intrepido petto,
e i duo famosi figli
d'Oliviero.
Io non voglio ridir, ch'io l'ho già detto,
di quel par di
donzelle ardito e fiero.
Questi uccidean di genti saracine
tanto, che non
v'è numero né fine.
19
Ma differendo questa pugna alquanto,
io vo' passar senza navilio il
mare.
Non ho con quei di Francia da far tanto,
ch'io non m'abbia d'Astolfo
a ricordare.
La grazia che gli diè l'apostol santo
io v'ho già detto, e
detto aver mi pare,
che 'l re Branzardo e il re de l'Algazera
per girli
incontra armasse ogni sua schiera.
20
Furon di quei ch'aver poteano in fretta,
le schiere di tutta Africa
raccolte,
non men d'inferma età che di perfetta;
quasi ch'ancor le femine
fur tolte.
Agramante ostinato alla vendetta
avea già vota l'Africa due
volte.
Poche genti rimase erano, e quelle
esercito facean timido e
imbelle.
21
Ben lo mostrar; che gli nimici a pena
vider lontan, che se n'andaron
rotti.
Astolfo, come pecore, li mena
dinanzi ai suoi di guerreggiar più
dotti,
e fa restarne la campagna piena:
pochi a Biserta se ne son
ridotti.
Prigion rimase Bucifar gagliardo;
salvossi ne la terra il re
Branzardo,
22
via più dolente sol di Bucifaro,
che se tutto perduto avesse il
resto.
Biserta è grande, e farle gran riparo
bisogna, e senza lui mal può
far questo:
poterlo riscattar molto avria caro.
Mentre vi pensa e ne sta
afflitto e mesto,
gli viene in mente come tien prigione
già molti mesi il
paladin Dudone.
23
Lo prese sotto a Monaco in riviera
il re di Sarza nel primo
passaggio.
Da indi in qua prigion sempre stato era
Dudon che del Danese fu
lignaggio.
Mutar costui col re de l'Algazera
pensò Branzardo, e ne mandò
messaggio
al capitan de' Nubi, perché intese
per vera spia, ch'egli era
Astolfo inglese.
24
Essendo Astolfo paladin, comprende
che dee aver caro un paladino
sciorre.
Il gentil duca, come il caso intende,
col re Branzardo in un
voler concorre.
Liberato Dudon, grazie ne rende
al duca, e seco si mette a
disporre
le cose che appertengono alla guerra,
così quelle da mar, come da
terra.
25
Avendo Astolfo esercito infinito
da non gli far sette Afriche
difesa;
e rammentando come fu ammonito
dal santo vecchio che gli diè
l'impresa
di tor Provenza e d'Acquamorta il lito
di man di Saracin che
l'avean presa;
d'una gran turba fece nuova eletta,
quella ch'al mar gli
parve manco inetta.
26
Ed avendosi piene ambe le palme,
quanto potean capir, di varie
fronde
a lauri, a cedri tolte, a olive, a palme,
venne sul mare, e le
gittò ne l'onde.
Oh felici, e dal ciel ben dilette alme!
Grazia che Dio
raro a' mortali infonde!
Oh stupendo miracolo che nacque
di quelle frondi,
come fur ne l'acque!
27
Crebbero in quantità fuor d'ogni stima;
si feron curve e grosse e
lunghe e gravi;
le vene ch'attraverso aveano prima,
mutaro in dure
spranghe e in grosse travi:
e rimanendo acute inver la cima,
tutte in un
tratto diventaro navi
di differenti qualitadi, e tante,
quante raccolte
fur da varie piante.
28
Miracol fu veder le fronde sparte
produr fuste, galee, navi da
gabbia.
Fu mirabile ancor, che vele e sarte
e remi avean, quanto alcun
legno n'abbia.
Non mancò al duca poi chi avesse l'arte
di governarsi alla
ventosa rabbia;
che di Sardi e di Corsi non remoti,
nocchier, padron,
pennesi ebbe e piloti.
29
Quelli che entraro in mar, contati foro
ventiseimila, e gente d'ogni
sorte.
Dudon andò per capitano loro,
cavallier saggio, e in terra e in
acqua forte.
Stava l'armata ancora al lito moro,
miglior vento aspettando,
che la porte,
quando un navilio giunse a quella riva,
che di presi
guerrier carco veniva.
30
Portava quei ch'al periglioso ponte,
ove alla giostre il campo era
sì stretto,
pigliato avea l'audace Rodomonte,
come più volte io v'ho di
sopra detto.
Il cognato tra questi era del conte,
e 'l fedel Brandimarte e
Sansonetto,
ed altri ancor, che dir non mi bisogna,
d'Alemagna, d'Italia e
di Guascogna.
31
Quivi il nocchier, ch'ancor non s'era accorto
degli inimici, entrò
con la galea,
lasciando molte miglia a dietro il porto
d'Algieri, ove
calar prima volea,
per un vento gagliardo ch'era sorto,
e spinto oltre il
dover la poppa avea.
Venir tra i suoi credette e in loco fido,
come vien
Progne al suo loquace nido.
32
Ma come poi l'imperiale augello,
i gigli d'oro e i pardi vide
appresso,
restò pallido in faccia, come quello
che 'l piede incauto
d'improviso ha messo
sopra il serpente venenoso e fello,
dal pigro sonno
in mezzo l'erbe oppresso;
che spaventato e smorto si ritira,
fuggendo
quel, ch'è pien di tosco e d'ira.
33
Già non poté fuggir quindi il nocchiero,
né tener seppe i prigion
suoi di piatto.
Con Brandimarte fu, con Oliviero,
con Sansonetto e con
molti altri tratto
ove dal duca e dal figliuol d'Uggiero
fu lieto viso
agli suo' amici fatto;
e per mercede lui che li condusse,
volson che
condannato al remo fusse.
34
Come io vi dico, dal figliuol d'Otone
i cavallier cristian furon ben
visti,
e di mensa onorati al padiglione,
d'arme e di ciò che bisognò
provisti.
Per amor d'essi differì Dudone
l'andata sua; che non minori
acquisti
di ragionar con tai baroni estima,
che d'esser gito uno o duo
giorni prima.
35
In che stato, in che termine si trove
e Francia e Carlo, istruzion
vera ebbe;
e dove più sicuramente, e dove,
per far miglior effetto, calar
debbe.
Mentre da lor venìa intendendo nuove,
s'udì un rumor che tuttavia
più crebbe;
e un dar all'arme ne seguì sì fiero,
che fece a tutti far più
d'un pensiero.
36
Il duca Astolfo e la compagnia bella,
che ragionando insieme si
trovaro,
in un momento armati furo e in sella,
e verso il maggior grido in
fretta andaro,
di qua di là cercando pur novella
di quel romore; e in loco
capitaro,
ove videro un uom tanto feroce,
che nudo e solo a tutto 'l campo
nuoce.
37
Menava un suo baston di legno in volta,
che era sì duro e sì grave e
sì fermo,
che declinando quel, facea ogni volta
cader in terra un uom
peggio ch'infermo.
Già a più di cento avea la vita tolta;
né più se gli
facea riparo o schermo,
se non tirando di lontan saette:
d'appresso non è
alcun già che l'aspette.
38
Dudone, Astolfo, Brandimarte, essendo
corsi in fretta al romore, ed
Oliviero,
de la gran forza e del valor stupendo
stavan maravigliosi di
quel fiero;
quando venir s'un palafren correndo
videro una donzella in
vestir nero,
che corse a Brandimarte e salutollo,
e gli alzò a un tempo
ambe le braccia al collo.
39
Questa era Fiordiligi, che sì acceso
avea d'amor per Brandimarte il
core,
che quando al ponte stretto il lasciò preso,
vicina ad impazzar fu
di dolore.
Di là dal mare era passata, inteso
avendo dal pagan che ne fu
autore,
che mandato con molti cavallieri
era prigion ne la città
d'Algieri.
40
Quando fu per passare, avea trovato
a Marsilia una nave di
Levante,
ch'un vecchio cavalliero avea portato
de la famiglia del re
Monodante;
il qual molte province avea cercato,
quando per mar, quando per
terra errante,
per trovar Brandimarte; che nuova ebbe
tra via di lui,
ch'in Francia il troverebbe.
41
Ed ella, conosciuto che Bardino
era costui, Bardino che rapito
al
padre Brandimarte piccolino,
ed a Rocca Silvana avea notrito,
e la cagione
intesa del camino,
seco fatto l'avea scioglier dal lito,
avendogli narrato
in che maniera
Brandimarte passato in Africa era.
42
Tosto che furo a terra, udir le nuove,
ch'assediata d'Astolfo era
Biserta:
che seco Brandimarte si ritrove
udito avean, ma non per cosa
certa.
Or Fiordiligi in tal fretta si muove,
come lo vede, che ben mostra
aperta
quella allegrezza ch'i precessi guai
le fero la maggior ch'avesse
mai.
43
Il gentil cavallier, non men giocondo
di veder la diletta e fida
moglie
ch'amava più che cosa altra del mondo,
l'abraccia e stringe e
dolcemente accoglie:
né per saziare al primo né al secondo
né al terzo
bacio era l'accese voglie;
se non ch'alzando gli occhi ebbe veduto
Bardin
che con la donna era venuto.
44
Stese le mani, ed abbracciar lo volle,
e insieme domandar perché
venìa;
ma di poterlo far tempo gli tolle
il campo ch'in disordine
fuggia
dinanzi a quel baston che 'l nudo folle
menava intorno, e gli facea
dar via.
Fiordiligi mirò quel nudo in fronte,
e gridò a Brandimarte: -
Eccovi il conte! -
45
Astolfo tutto a un tempo, ch'era quivi,
che questo Orlando fosse,
ebbe palese
per alcun segno che dai vecchi divi
su nel terrestre paradiso
intese.
Altrimente restavan tutti privi
di cognizion di quel signor
cortese;
che per lungo sprezzarsi, come stolto,
avea di fera, più che
d'uomo, il volto.
46
Astolfo per pietà che gli traffisse
il petto e il cor, si volse
lacrimando;
ed a Dudon (che gli era appresso) disse,
ed indi ad Oliviero:
- Eccovi Orlando! -
Quei gli occhi alquanto e le palpèbre fisse
tenendo in
lui, l'andar raffigurando;
e 'l ritrovarlo in tal calamitade,
gli empì di
meraviglie e di pietade.
47
Piangeano quei signor per la più parte:
sì lor ne dolse, e lor ne
'ncrebbe tanto.
- Tempo è (lor disse Astolfo) trovar arte
di risanarlo, e
non di fargli il pianto. -
E saltò a piedi, e così
Brandimarte,
Sansonetto, Oliviero e Dudon santo;
e s'aventaro al nipote di
Carlo
tutti in un tempo; che volean pigliarlo.
48
Orlando che si vide fare il cerchio,
menò il baston da disperato e
folle;
ed a Dudon che si facea coperchio
al capo de lo scudo ed entrar
volle,
fe' sentir ch'era grave di soperchio:
e se non che Olivier col
brando tolle
parte del colpo, avria il bastone ingiusto
rotto lo scudo,
l'elmo, il capo e il busto.
49
Lo scudo roppe solo, e su l'elmetto
tempestò sì, che Dudon cadde in
terra.
Menò la spada a un tempo Sansonetto;
e del baston più di duo
braccia afferra
con valor tal, che tutto il taglia netto.
Brandimarte
ch'addosso se gli serra,
gli cinge i fianchi, quanto può, con ambe
le
braccia, e Astolfo il piglia ne le gambe.
50
Scuotesi Orlando, e lungi dieci passi
da sé l'Inglese fe' cader
riverso:
non fa però che Brandimarte il lassi,
che con più forza l'ha
preso a traverso.
Ad Olivier che troppo inanzi fassi,
menò un pugno sì
duro e sì perverso,
che lo fe' cader pallido ed esangue,
e dal naso e
dagli occhi uscirgli il sangue.
51
E se non era l'elmo più che buono,
ch'avea Olivier, l'avria quel
pugno ucciso:
cadde però, come se fatto dono
avesse de lo spirto al
paradiso.
Dudone e Astolfo che levati sono,
ben che Dudone abbia gonfiato
il viso,
e Sansonetto che 'l bel colpo ha fatto,
adosso a Orlando son
tutti in un tratto.
52
Dudon con gran vigor dietro l'abbraccia,
pur tentando col piè farlo
cadere:
Astolfo e gli altri gli han prese le braccia,
né lo puon tutti
insieme anco tenere.
C'ha visto toro a cui si dia la caccia,
e ch'alle
orecchie abbia le zanne fiere,
correr mugliando, e trarre ovunque corre
i
cani seco, e non potersi sciorre;
53
imagini ch'Orlando fosse tale,
che tutti quei guerrier seco
traea.
In quel tempo Olivier di terra sale,
là dove steso il gran pugno
l'avea;
e visto che così si potea male
far di lui quel ch'Astolfo far
volea,
si pensò un modo, ed ad effetto il messe,
di far cader Orlando, e
gli successe.
54
Si fe' quivi arrecar più d'una fune,
e con nodi correnti adattò
presto;
ed alle gambe ed alle braccia alcune
fe' porre al conte, ed a
traverso il resto.
Di quelle i capi poi partì in commune,
e li diede a
tenere a quello e a questo.
Per quella via che maniscalco atterra
cavallo
o bue, fu tratto Orlando in terra.
55
Come egli è in terra, gli son tutti adosso,
e gli legan più forte e
piedi e mani.
Assai di qua di là s'è Orlando scosso,
ma sono i suoi
risforzi tutti vani.
Commanda Astolfo che sia quindi mosso,
che dice voler
far che si risani.
Dudon ch'è grande, il leva in su le schene,
e porta al
mar sopra l'estreme arene.
56
Lo fa lavar Astolfo sette volte;
e sette volte sotto acqua
l'attuffa;
sì che dal viso e da le membra stolte
leva la brutta rugine e
la muffa:
poi con certe erbe, a questo effetto colte,
la bocca chiuder fa,
che soffia e buffa;
che non volea ch'avesse altro meato
onde spirar, che
per lo naso, il fiato.
57
Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso
in che il senno d'Orlando era
rinchiuso;
e quello in modo appropinquogli al naso,
che nel tirar che fece
il fiato in suso,
tutto il votò: maraviglioso caso!
che ritornò la mente
al primier uso;
e ne' suoi bei discorsi l'intelletto
rivenne, più che mai
lucido e netto.
58
Come chi da noioso e grave sonno,
ove o vedere abominevol
forme
di mostri che non son, né ch'esser ponno,
o gli par cosa far strana
ed enorme,
ancor si maraviglia, poi che donno
è fatto de' suoi sensi, e
che non dorme;
così, poi che fu Orlando d'error tratto,
restò maraviglioso
e stupefatto.
59
E Brandimarte, e il fratel d'Aldabella,
e quel che 'l senno in capo
gli ridusse,
pur pensando riguarda, e non favella,
come egli quivi e
quando si condusse.
Girava gli occhi in questa parte e in quella,
né sapea
imaginar dove si fusse.
Si maraviglia che nudo si vede,
e tante funi ha da
le spalle al piede.
60
Poi disse, come già disse Sileno
a quei che lo legar nel cavo
speco:
<I>Solvite me,</I> con viso sì sereno,
con guardo sì
men de l'usato bieco,
che fu slegato; e de' panni ch'avieno
fatti arrecar
participaron seco,
consolandolo tutti del dolore,
che lo premea, di quel
passato errore.
61
Poi che fu all'esser primo ritornato
Orlando più che mai saggio e
virile,
d'amor si trovò insieme liberato;
sì che colei, che sì bella e
gentile
gli parve dianzi, e ch'avea tanto amato,
non stima più se non per
cosa vile.
Ogni suo studio, ogni disio rivolse
a racquistar quanto già
amor gli tolse.
62
Narrò Bardino intanto a Brandimarte,
che morto era il suo padre
Monodante;
e che a chiamarlo al regno egli da parte
veniva prima del
fratel Gigliante,
poi de le genti ch'abitan le sparte
isole in mare, e
l'ultime in Levante;
di che non era un altro regno al mondo
sì ricco,
populoso, o sì giocondo.
63
Disse, tra più ragion che dovea farlo,
che dolce cosa era la patria;
e quando
si disponesse di voler gustarlo,
avria poi sempre in odio andare
errando.
Brandimarte rispose voler Carlo
servir per tutta questa guerra e
Orlando;
e se potea vederne il fin, che poi
penseria meglio sopra i casi
suoi.
64
Il dì seguente la sua armata spinse
verso Provenza il figlio del
Danese.
Indi Orlando col duca si ristrinse,
ed in che stato era la guerra,
intese:
tutta Biserta poi d'assedio cinse,
dando però l'onore al duca
inglese
d'ogni vittoria; ma quel duca il tutto
facea, come dal conte venìa
istrutto.
65
Ch'ordine abbian tra lor, come s'assaglia
la gran Biserta, e da che
lato e quando,
come fu presa alla prima battaglia,
chi ne l'onor parte
ebbe con Orlando,
s'io non vi séguito ora, non vi caglia;
ch'io non me ne
vo molto dilungando.
In questo mezzo di saper vi piaccia,
come dai Franchi
i Mori hanno la caccia.
66
Fu quasi il re Agramante abbandonato
nel pericol maggior di quella
guerra;
che con molti pagani era tornato
Marsilio e 'l re Sobrin dentro
alla terra,
poi su l'armata è questo e quel montato,
che dubbio avean di
non salvarsi in terra;
e duci e cavallier del popul Moro
molti seguito
avean l'esempio loro.
67
Pure Agramante la pugna sostiene;
e quando finalmente più non
puote,
volta le spalle, e la via dritta tiene
alle porte non troppo indi
remote.
Rabican dietro in gran fretta gli viene,
che Bradamante stimola e
percuote:
d'ucciderlo era disiosa molto;
che tante volte il suo Ruggier le
ha tolto.
68
Il medesmo desir Marfisa avea,
per far del padre suo tarda
vendetta;
e con gli sproni, quanto più potea,
facea il destrier sentir
ch'ella avea fretta.
Ma né l'una né l'altra vi giungea
sì a tempo, che la
via fosse intercetta
al re d'entrar ne la città serrata,
ed indi poi
salvarsi in su l'armata.
69
Come due belle e generose parde
che fuor del lascio sien di pari
uscite,
poscia ch'i cervi o le capre gagliarde
indarno aver si veggano
seguite,
vergognandosi quasi, che fur tarde,
sdegnose se ne tornano e
pentite;
così tornar le due donzelle, quando
videro il pagan salvo,
sospirando.
70
Non però si fermar; ma ne la frotta
degli altri che fuggivano,
cacciarsi,
di qua di là facendo ad ogni botta
molti cader senza mai più
levarsi.
A mal partito era la gente rotta,
che per fuggir non potea ancor
salvarsi;
ch'Agramante avea fatto per suo scampo
chiuder la porta ch'uscia
verso il campo,
71
e fatto sopra il Rodano tagliare
i ponti tutti. Ah sfortunata
plebe,
che dove del tiranno utile appare,
sempre è in conto di pecore e di
zebe!
Chi s'affoga nel fiume e chi nel mare,
chi sanguinose fa di sé le
glebe.
Molti perir, pochi restar prigioni;
che pochi a farsi taglia erano
buoni.
72
De la gran moltitudine ch'uccisa
fu da ogni parte in questa ultima
guerra
(ben che la cosa non fu ugual divisa;
ch'assai più andar dei
Saracin sotterra
per man di Bradamante e di Marfisa),
se ne vede ancor
segno in quella terra;
che presso ad Arli, ove il Rodano stagna,
piena di
sepolture è la campagna.
73
Fatto avea intanto il re Agramante sciorre
e ritirar in alto i legni
gravi,
lasciando alcuni, e i più leggieri, a torre
quei che volean
salvarsi in su le navi.
Vi ste' duo dì per chi fuggia raccorre,
e perché
venti eran contrari e pravi.
Fece lor dar le vele il terzo giorno;
ch'in
Africa credea di far ritorno.
74
Il re Marsilio che sta in gran paura
ch'alla sua Spagna il fio pagar
non tocche,
e la tempesta orribilmente oscura
sopra suoi campi all'ultimo
non scocche;
si fe' porre a Valenza, e con gran cura
cominciò a riparar
castella e rocche,
e preparar la guerra che fu poi
la sua ruina e degli
amici suoi.
75
Verso Africa Agramante alzò le vele
de' legni male armati, e voti
quasi;
d'uomini voti, e pieni di querele,
perch'in Francia i tre quarti
eran rimasi.
Chi chiama il re superbo, chi crudele,
chi stolto; e come
avviene in simil casi,
tutti gli voglion mal ne' lor secreti;
ma timor
n'hanno, e stan per forza cheti.
76
Pur duo talora o tre schiudon le labbia,
ch'amici sono, e che tra
lor s'han fede,
e sfogano la colera e la rabbia;
e 'l misero Agramante
ancor si crede
ch'ognun gli porti amore, e pietà gli abbia:
e questo
gl'intervien, perché non vede
mai visi se non finti, e mai non ode
se non
adulazion, menzogne e frode.
77
Erasi consigliato il re africano
di non smontar nel porto di
Biserta,
però ch'avea del popul nubiano,
che quel lito tenea, novella
certa;
ma tenersi di sopra sì lontano,
che non fosse acre la discesa ed
erta;
mettersi in terra, e ritornare al dritto
a dar soccorso al suo
populo afflitto.
78
Ma il suo fiero destin che non risponde
a quella intenzion provida e
saggia,
vuol che l'armata che nacque di fronde
miracolosamente ne la
spiaggia,
e vien solcando inverso Francia l'onde,
con questa ad incontrar
di notte s'aggia,
a nubiloso tempo, oscuro e tristo,
perché sia in più
disordine sprovisto.
79
Non ha avuto Agramante ancora spia,
ch'Astolfo mandi una armata sì
grossa;
né creduto anco a chi 'l dicesse, avria,
che cento navi un
ramuscel far possa:
e vien senza temer ch'intorno sia
che contra lui
s'ardisca di far mossa;
né pone guardie né veletta in gabbia,
che di ciò
che si scuopre avisar abbia.
80
Sì che i navili che d'Astolfo avuti
avea Dudon, di buona gente
armati,
e che la sera avean questi veduti,
ed alla volta lor s'eran
drizzati,
assalir gli nimici sproveduti,
gittaro i ferri, e sonsi
incatenati,
poi ch'al parlar certificati foro,
ch'erano Mori e gli nimici
loro.
81
Ne l'arrivar i gran navili fenno
(spirando il vento a' lor desir
secondo),
nei Saracin con tale impeto denno,
che molti legni ne cacciaro
al fondo.
Poi cominciaro oprar le mani e il senno,
e ferro e fuoco e sassi
di gran pondo
tirar con tanta e sì fiera tempesta,
che mai non ebbe il mar
simile a questa.
82
Quei di Dudone, a cui possanza e ardire
più del solito è lor dato di
sopra
(che venuto era il tempo di punire
i Saracin di più d'una
mal'opra),
sanno appresso e lontan sì ben ferire,
che non trova Agramante
ove si cuopra.
Gli cade sopra un nembo di saette;
da lato ha spade e
graffi e picche e accette.
83
D'alto cader sente gran sassi e gravi
da machine cacciati e da
tormenti;
e prore e poppe fraccassar de navi,
ed aprire usci al mar larghi
e patenti;
e 'l maggior danno è de l'incendi pravi,
a nascer presti, ad
ammorzarsi lenti.
La sfortunata ciurma si vuol torre
del gran periglio, e
via più ognor vi corre.
84
Altri che 'l ferro e l'inimico caccia,
nel mar si getta, e vi
s'affoga e resta:
altri che muove a tempo piedi e braccia,
va per salvarsi
o in quella barca o in questa;
ma quella, grave oltre il dover, lo
scaccia,
e la man, per salir troppo molesta,
fa restare attaccata ne la
sponda:
ritorna il resto a far sanguigna l'onda.
85
Altri che spera in mar salvar la vita,
o perderlavi almen con minor
pena,
poi che notando non ritrova aita,
e mancar sente l'animo e la
lena,
alla vorace fiamma c'ha fuggita,
la tema di annegarsi anco
rimena:
s'abbraccia a un legno ch'arde, e per timore
c'ha di due morte, in
ambe se ne muore.
86
Altri per tema di spiedo o d'accetta
che vede appresso, al mar
ricorre invano,
perché dietro gli vien pietra o saetta
che non lo lascia
andar troppo lontano.
Ma saria forse, mentre che diletta
il mio cantar,
consiglio utile e sano
di finirlo, più tosto che seguire
tanto, che
v'annoiasse il troppo dire.
