Ruggiero prende la via per la città di Arles. Bradamante e Marfisa raggiungono insieme l'accampamento cristiano e ricevono un'accoglienza festosa.
Marfisa confessa al re cristiano di essere giunta in Francia solo per muovergli guerra, spinta dall'invidia, dal non volere accettare che un re di religione opposta alla sua potesse avere tanto potere.
Re Carlo accetta di avere Marfisa non solo come parente ma anche come figlia. Il giorno dopo viene allestita una ricca cerimonia e la donna viene battezzata, con il re che le fa da padrino.
Tornando a parlare di Astolfo, il cavaliere, presa con sé l'ampolla contenente il senno di Orlando, riceve dall'evangelista Giovanni anche un'erba in grado di ridare la vista al Senapo, re d'Etiopia, e le indicazioni per riuscire ad attraversare senza danni il deserto ed assalire Biserta, capitale del regno di Agramante, con il supporto degli uomini del Senapo stesso.
Il paladino raggiunge quindi in sella all'ippogrifo l'Etiopia, ridona la vista al re e fa organizzare l'esercito per muovere guerra contro i pagani. La notte prima della partenza Astolfo raggiunge la caverna dalla quale ha origine il vento australe, che genera le tempeste di sabbia nel deserto, e pone al suo imbocco un otre vuoto. Il giorno dopo il vento si sveglia, come è solito fare, esce furioso dalla caverna e rimane così intrappolato.
Il cavaliere conduce l'esercito di Etiopia attraverso il deserto senza alcun problema. Giunti presso un colle, Astolfo mette i guerriri più fidati alla sua base e ne raggiunge in volo la cima. Seguendo le indicazioni ricevute in paradiso, invoca l'evangelista Giovanni ed inzia a buttare dalla cima del colle dei sassi che, per miracolo, si trasformano in cavalli durante la caduta.
In Francia, ricevuto il messaggio dall'Africa, Agramante chiama a consiglio i re ed i principi pagani. Il re dice di aver sbagliato a lasciare incustodite le proprie terre, ma di non aver mai comunque ritenuto possibile che il popolo di Etiopia, così distante e separato da loro da un deserto tanto pericoloso, potesse giungere nelle sue terre ad arrecare loro danno. Chiede quindi consiglio a re Marsilio su come comportarsi.
Re Sobrino capisce che le parole di Marsilio sono dettate più che altro dall'interesse personale, e prende quindi subito parola.
Re Agramante viene convinto dalle parole di Sobrino e quello stesso giorno vengono mandati dei messaggeri da re Carlo, che subito accetta il patto sapendo di poter confidare nel valore di Rinaldo. Il paladino è onorato di essere stato scelto per l'impresa. Anche Ruggiero è onorato ma allo stesso tempo si duole profondamente sapendo che lo sfidante è il fratello della sua amata.
I cavalieri dovranno combattere a piedi ed armati solo di un ascia e di un pugnale. Rinaldo conosce il potere della spada Balisarda di Ruggiero, che annulla qualunque incantesimo, e preferisce pertanto non averne a che fare.
Inizia quindi il combattimento. Ruggiero, indeciso sul da farsi, è più impegnato a difendersi che ad attaccare.
Re Carlo le accoglie personalmente e, per la prima volta in tutta la sua vita, Marfisa si inginocchia, tanto è il rispetto, tanta la reverenza che nutre nei confronti di Carlo Magno.
Racconta di essere figlia di Ruggiero II (e quindi parente dello stesso re Carlo), ucciso a causa del tradimento dello zio. Morta anche la madre (a causa degli zii di Agramante), era stata allevata dal mago Atlante fino all'età di sette anni. Un gruppo di arabi l'aveva però rapita ed era stata poi venduta come schiava ad un re persiano, da lei ucciso.
Ad appena diciotto anni aveva già conquistato numerosi regni. Decise quindi, spinta dall'invidia, di raggiungere l'Europa per combattere contro l'esercito di Carlo Magno.
L'aver conosciuto le proprie origini le aveva ora spento il furore verso i cristiani, ed acceso un profondo odio verso re Agramante. Marfisa dice anche di voler essere parente e serva di re Carlo, così come in passato lo era stato suo padre. Dice infine di volersi convertire al cristianesimo e di voler poi tornare nelle proprie terre, una volta morto re Agramante, per convertire al cristianesimo anche i suoi sudditi e combattere contro i pagani.
Ogni fante diviene un cavaliere e l'esercito inizia a fare scorrerie per tutta l'Africa. I re messi da Agramante a guardia del suo regno, tra i quali Branzardo, si muovono contro i cristiani, prima però mandano una nave in Francia per informare il loro signore degli avvenimenti.
Il re di Spagna consiglia ad Agramante di non dare troppo peso alla notizia ricevuta. Dice che probabilmente era stata ingigantita eccessivamente per giustificare una sconfitta di ben minore entità, soprattutto considerando che il fatto appariva in sé troppo inverosimile.
Marsilio consiglia infine al re pagano di mandare in Africa solo poche sue navi, basterà la vista della sua bandiera per mettere in fuga gli oppressori, e di non abbandonare quindi l'impresa in Francia, così da non subire un grosso danno e perdere il proprio onore. Il re spagnolo spinge quindi affinché Agramante non abbandoni l'Europa ma ci rimanga per sconfiggere Carlo Magno.
Ricorda al re saraceno di avergli in passato consigliato di stare in pace, era stato allora chiamato codardo ma ora si trova ancora al suo fianco. Altri, come Rodomonte, avevano spinto per muovere guerra ai cristiani, ed ora si tengono lontani dall'azione. Sobrino esorta Agramante a tornare in Africa. Non basta l'assenza di Orlando a fare sperare in una loro vittoria, dal momento che molti di loro sono comunque stati uccisi anche in assenza del paladino, ed ora quella guerra rischia di portarli all'estinzione.
I più valorosi guerrieri saraceni non ci sono più e non è previsto l'arrivo di altri rinforzi, mentre re Carlo ne ha adesso dalla sua parte molti di più. L'esercito rimasto serve per proteggere la loro patria, chiede quindi a re Agramante di cambiare i suoi piani e di fare pace con re Carlo. Se però pensa che sia un disonore l'essere il primo a chiedere la pace e voglia proseguire nella battaglia, almeno faccia in modo di uscirne vincitore: proponga a re Carlo di decidere la sorte di tutta la guerra con il combattimento di soli due cavalieri. Propone di mettere il destino di tutti i pagani nelle mani di Ruggiero.
Bradamante è disperta, capisce che qualunque possa essere l'esito di quel duello, lei non potrà che averne un danno. La maga Melissa ascolta le sue lacrime e le promette di darle tutto il suo aiuto per fare interrompere quel duello.
Il giorno fissato per il combattimento entrambi gli eserciti escono dai loro accampamenti e si schierano l'uno di fronte all'altro. Vengono eretti due altari e su di essi prima re Carlo e poi Agramante promettono sulle proprie scritture sacre di rispettare il patto: chi perde dovrà pagare un tributo in oro ogni anno al vincitore e non dovrà mai più muovergli guerra. Entrambi i cavalieri giurano quindi di abbandonare la loro schiera e di servire l'esercito avversario, se qualcuno dei loro dovesse intervenire nel combattimento.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Cortesi donne, che benigna udienza
date a' miei versi, io vi veggo al
sembiante,
che quest'altra sì subita partenza
che fa Ruggier da la sua
fida amante,
vi dà gran noia, e avete displicenza
poco minor ch'avesse
Bradamante;
e fate anco argumento ch'esser poco
in lui dovesse l'amoroso
fuoco.
2
Per ogni altra cagion ch'allontanato
contra la voglia d'essa se ne
fusse,
ancor ch'avesse più tesor sperato
che Creso o Crasso insieme non
ridusse,
io crederia con voi, che penetrato
non fosse al cor lo stral che
lo percusse;
ch'un almo gaudio, un così gran contento
non potrebbe
comprare oro né argento.
3
Pur, per salvar l'onor, non solamente
d'escusa, ma di laude è degno
ancora;
per salvar, dico, in caso ch'altrimente
facendo, biasmo ed
ignominia f�ra:
e se la donna fosse renitente
ed ostinata in fargli far
dimora,
darebbe di sé indizio e chiaro segno
o d'amar poco o d'aver poco
ingegno.
4
Che se l'amante de l'amato deve
la vita amar più de la propria, o
tanto
(io parlo d'uno amante a cui non lieve
colpo d'Amor passò più là del
manto);
al piacer tanto più, ch'esso riceve,
l'onor di quello antepor
deve, quanto
l'onore è di più pregio che la vita,
ch'a tutti altri piaceri
è preferita.
5
Fece Ruggiero il debito a seguire
il suo signor, che non se ne
potea,
se non con ignominia, dipartire;
che ragion di lasciarlo non
avea.
E s'Almonte gli fe' il padre morire,
tal colpa in Agramante non
cadea;
ch'in molti effetti avea con Ruggier poi
emendato ogni error dei
maggior suoi.
6
Farà Ruggiero il debito a tornare
al suo signore; ed ella ancor lo
fece,
che sforzar non lo volse di restare,
come potea, con iterata
prece.
Ruggier potrà alla donna satisfare
a un altro tempo, s'or non
satisfece:
ma all'onor, chi gli manca d'un momento,
non può in cento anni
satisfar né in cento.
7
Torna Ruggiero in Arli, ove ha ritratta
Agramante la gente che gli
avanza.
Bradamante e Marfisa, che contratta
col parentado avean grande
amistanza,
andaro insieme ove re Carlo fatta
la maggior prova avea di sua
possanza,
sperando, o per battaglia o per assedio,
levar di Francia così
lungo tedio.
8
Di Bradamante, poi che conosciuta
in campo fu, si fe' letizia e
festa:
ognun la riverisce e la saluta;
ed ella a questo e a quel china la
testa.
Rinaldo, come udì la sua venuta,
le venne incontra; né Ricciardo
resta
né Ricciardetto od altri di sua gente,
e la raccoglion tutti
allegramente.
9
Come s'intese poi che la compagna
era Marfisa, in arme sì
famosa,
che dal Cataio ai termini di Spagna
di mille chiare palme iva
pomposa;
non è povero o ricco che rimagna
nel padiglion: la turba
disiosa
vien quinci e quindi, e s'urta, storpia e preme
sol per veder sì
bella coppia insieme.
10
A Carlo riverenti appresentarsi.
Questo fu il primo dì (scrive
Turpino)
che fu vista Marfisa inginocchiarsi;
che sol le parve il figlio
di Pipino
degno, a cui tanto onor dovesse farsi,
tra quanti, o mai nel
popul saracino
o nel cristiano, imperatori e regi
per virtù vide o per
ricchezza egregi.
11
Carlo benignamente la raccolse,
e le uscì incontra fuor dei
padiglioni;
e che sedesse a lato suo poi volse
sopra tutti re, principi e
baroni.
Si diè licenza a chi non se la tolse;
sì che tosto restaro in
pochi e buoni:
restaro i paladini e i gran signori;
la vilipesa plebe andò
di fuori.
12
Marfisa cominciò con grata voce:
- Eccelso, invitto e glorioso
Augusto,
che dal mar Indo alla Tirinzia foce,
dal bianco Scita all'Etiope
adusto
riverir fai la tua candida croce,
né di te regna il più saggio o 'l
più giusto;
tua fama, ch'alcun termine non serra,
qui tratto m'ha fin da
l'estrema terra.
13
E, per narrarti il ver, sola mi mosse
invidia, e sol per farti
guerra io venni,
acciò che sì possente un re non fosse,
che non tenesse la
legge ch'io tenni.
Per questo ho fatto le campagne rosse
del cristian
sangue; ed altri fieri cenni
era per farti da crudel nimica,
se non cadea
chi mi t'ha fatto amica.
14
Quando nuocer pensai più alle tue squadre,
io trovo (e come sia dirò
più adagio)
che 'l bon Ruggier di Risa fu mio padre,
tradito a torto dal
fratel malvagio.
Portommi in corpo mia misera madre
di là dal mare, e
nacqui in gran disagio.
Nutrimmi un mago infin al settimo anno,
a cui gli
Arabi poi rubata m'hanno.
15
E mi vendero in Persia per ischiava
a un re che poi cresciuta io
posi a morte;
che mia virginità tor mi cercava.
Uccisi lui con tutta la
sua corte;
tutta cacciai la sua progenie prava,
e presi il regno; e tal fu
la mia sorte,
che diciotto anni d'uno o di due mesi
io non passai, che
sette regni presi.
16
E di tua fama invidiosa, come
io t'ho già detto, avea fermo nel
core
la grande altezza abbatter del tuo nome:
forse il faceva, o forse era
in errore.
Ma ora avvien che questa voglia dome,
e faccia cader l'ale al
mio furore,
l'aver inteso, poi che qui son giunta,
come io ti son
d'affinità congiunta.
17
E come il padre mio parente e servo
ti fu, ti son parente e serva
anch'io:
e quella invidia e quell'odio protervo
il qual io t'ebbi un
tempo, or tutto oblio;
anzi contra Agramante io lo riservo,
e contra
ogn'altro che sia al padre o al zio
di lui stato parente, che fur rei
di
porre a morte i genitori miei. -
18
E seguitò, voler cristiana farsi,
e dopo ch'avrà estinto il re
Agramante,
voler piacendo a Carlo, ritornarsi
a battezzare il suo regno in
Levante;
ed indi contra tutto il mondo armarsi,
ove Macon s'adori e
Trivigante;
e con promission, ch'ogni suo acquisto
sia de l'Impero e de la
fé di Cristo.
19
L'imperator, che non meno eloquente
era, che fosse valoroso e
saggio,
molto esaltando la donna eccellente,
e molto il padre e molto il
suo lignaggio,
rispose ad ogni parte umanamente,
e mostrò in fronte aperto
il suo coraggio;
e conchiuse ne l'ultima parola,
per parente accettarla e
per figliuola.
20
E qui si leva, e di nuovo l'abbraccia,
e, come figlia, bacia ne la
fronte.
vengono tutti con allegra faccia
quei di Mongrana e quei di
Chiaramonte.
Lungo a dir f�ra, quanto onor le faccia
Rinaldo, che di lei
le prove conte
vedute avea più volte al paragone,
quando Albracca assediar
col suo girone.
21
Lungo a dir f�ra, quanto il giovinetto
Guidon s'allegri di veder
costei,
Aquilante e Grifone e Sansonetto
ch'alla città crudel furon con
lei;
Malagigi e Viviano e Ricciardetto,
ch'all'occision de' Maganzesi
rei
e di quei venditori empi di Spagna
l'aveano avuta sì fedel
compagna.
22
Apparecchiar per lo seguente giorno,
ed ebbe cura Carlo egli
medesmo,
che fosse un luogo riccamente adorno,
ove prendesse Marfisa
battesmo.
I vescovi e gran chierici d'intorno,
che le leggi sapean del
cristianesmo,
fece raccorre, acciò da lor in tutta
la santa fé fosse
Marfisa istrutta.
23
Venne in pontificale abito sacro
l'arcivesco Turpino, e
battizzolla:
Carlo dal salutifero lavacro
con cerimonie debite
levolla.
Ma tempo è ormai ch'al capo voto e macro
di senno si soccorra con
l'ampolla,
con che dal ciel più basso ne venìa
il duca Astolfo sul carro
d'Elia.
24
Sceso era Astolfo dal giro lucente
alla maggiore altezza de la
terra,
con la felice ampolla che la mente
dovea sanare al gram mastro di
guerra.
Un'erba quivi di virtù eccellente
mostra Giovanni al duca
d'Inghilterra:
con essa vuol ch'al suo ritorno tocchi
al re di Nubia e gli
risani gli occhi;
25
acciò per questi e per li primi merti
gente gli dia con che Biserta
assaglia.
E come poi quei populi inesperti
armi ed acconci ad uso di
battaglia,
e senza danno passi pei deserti
ove l'arena gli uomini
abbarbaglia,
a punto a punto l'ordine che tegna,
tutto il vecchio
santissimo gl'insegna.
26
Poi lo fe' rimontar su quello alato
che di Ruggiero, e fu prima
d'Atlante.
Il paladin lasciò, licenziato
da San Giovanni, le contrade
sante;
e secondando il Nilo a lato a lato,
tosto i Nubi apparir si vide
inante;
e ne la terra che del regno è capo
scese da l'aria, e ritrovò il
Senapo.
27
Molto fu il gaudio e molta fu la gioia
che portò a quel signor nel
suo ritorno;
che ben si raccordava de la noia
che gli avea tolta, de
l'arpie, d'intorno.
Ma poi che la grossezza gli discuoia
di quello umor
che già gli tolse il giorno,
e che gli rende la vista di prima,
l'adora e
cole, e come un Dio sublima:
28
sì che non pur la gente che gli chiede
per muover guerra al regno di
Biserta,
ma centomila sopra gli ne diede,
e gli fe' ancor di sua persona
offerta.
La gente a pena, ch'era tutta a piede,
potea capir ne la campagna
aperta;
che di cavalli ha quel paese inopia,
ma d'elefanti e de camelli
copia.
29
La notte inanzi il dì che a suo camino
l'esercito di Nubia dovea
porse,
montò su l'ippogrifo il paladino,
e verso mezzodì con fretta
corse,
tanto che giunse al monte che l'austrino
vento produce e spira
contra l'Orse.
Trovò la cava, onde per stretta bocca,
quando si desta, il
furioso scocca.
30
E come raccordògli il suo maestro,
avea seco arrecato un utre
voto,
il qual, mentre ne l'antro oscuro e alpestro,
affaticato dorme il
fiero Noto,
allo spiraglio pon tacito e destro:
ed è l'aguato in modo al
vento ignoto,
che, credendosi uscir fuor la dimane,
preso e legato in
quello utre rimane.
31
Di tanta preda il paladino allegro,
ritorna in Nubia, e la medesma
luce
si pone a caminar col popul negro,
e vettovaglia dietro si
conduce.
A salvamento con lo stuolo integro
verso l'Atlante il glorioso
duce
pel mezzo vien de la minuta sabbia,
senza temer che 'l vento a nuocer
gli abbia.
32
E giunto poi di qua dal giogo, in parte
onde il pian si discuopre e
la marina,
Astolfo elegge la più nobil parte
del campo, e la meglio atta a
disciplina;
e qua e là per ordine la parte
a piè d'un colle, ove nel pian
confina.
Quivi la lascia, e su la cima ascende
in vista d'uom ch'a gran
pensieri intende.
33
Poi che, inchinando le ginocchia, fece
al santo suo maestro
orazione,
sicuro che sia udita la sua prece,
copia di sassi a far cader si
pone.
Oh quanto a chi ben crede in Cristo, lece!
I sassi, fuor di natural
ragione
crescendo, si vedean venire in giuso,
e formar ventre e gambe e
collo e muso:
34
e con chiari anitrir giù per quei calli
venian saltando, e giunti
poi nel piano
scuotean le groppe, e fatti eran cavalli,
chi baio e chi
leardo e chi rovano.
La turba ch'aspettando ne le valli
stava alla posta,
lor dava di mano:
sì che in poche ore fur tutti montati;
che con sella e
con freno erano nati.
35
Ottantamila cento e dua in un giorno
fe', di pedoni, Astolfo
cavallieri.
Con questi tutta scorse Africa intorno,
facendo prede, incendi
e prigionieri.
Posto Agramante avea fin al ritorno
il re di Fersa e 'l re
degli Algazeri,
col re Branzardo a guardia del paese:
e questi si fer
contra al duca inglese;
36
prima avendo spacciato un suttil legno,
ch'a vele e a remi andò
battendo l'ali,
ad Agramante aviso, come il regno
patia dal re de' Nubi
oltraggi e mali.
Giorno e notte andò quel senza ritegno,
tanto che giunse
ai liti provenzali;
e trovò in Arli il suo re mezzo oppresso,
che 'l campo
avea di Carlo un miglio appresso.
37
Sentendo il re Agramante a che periglio,
per guadagnare il regno di
Pipino,
lasciava il suo, chiamar fece a consiglio
principi e re del popul
saracino.
E poi ch'una o due volte girò il ciglio
quinci a Marsilio e
quindi al re Sobrino,
i quai d'ogni altro fur, che vi venisse,
i duo più
antiqui e saggi, così disse:
38
- Quantunque io sappia come mal convegna
a un capitano dir: non mel
pensai,
pur lo dirò; che quando un danno vegna
da ogni discorso uman
lontano assai,
a quel fallir par che sia escusa degna:
e qui si versa il
caso mio; ch'errai
a lasciar d'arme l'Africa sfornita,
se da li Nubi esser
dovea assalita.
39
Ma chi pensato avria, fuor che Dio solo,
a cui non è cosa futura
ignota,
che dovesse venir con sì gran stuolo
a farne danno gente sì
remota?
tra i quali e noi giace l'instabil suolo
di quella arena ognor da'
venti mota.
Pur è venuta ad assediar Biserta,
ed ha in gran parte l'Africa
deserta.
40
Or sopra ciò vostro consiglio chieggio:
se partirmi di qui senza far
frutto,
o pur seguir tanto l'impresa deggio,
che prigion Carlo meco abbi
condutto;
o come insieme io salvi il nostro seggio,
e questo imperial
lasci distrutto.
S'alcun di voi sa dir, priego nol taccia,
acciò si trovi
il meglio, e quel si faccia. -
41
Così disse Agramante; e volse gli occhi
al re di Spagna, che gli
sedea appresso,
come mostrando di voler che tocchi
di quel c'ha detto, la
risposta ad esso.
E quel, poi che surgendo ebbe i ginocchi
per riverenza,
e così il capo flesso,
nel suo onorato seggio si raccolse;
indi la lingua
a tai parole sciolse:
42
- O bene o mal che la Fama ci apporti,
signor, di sempre accrescere
ha in usanza.
Perciò non sarà mai ch'io mi sconforti,
o mai più del dover
pigli baldanza
per casi o buoni o rei, che sieno sorti:
ma sempre avrò di
par tema e speranza
ch'esser debban minori, e non del modo
ch'a noi per
tante lingue venir odo.
43
E tanto men prestar gli debbo fede,
quanto più al verisimile
s'oppone.
Or se gli è verisimile si vede,
ch'abbia con tanto numer di
persone
posto ne la pugnace Africa il piede
un re di sì lontana
regione,
traversando l'arene a cui Cambise
con male augurio il popul suo
commise.
44
Crederò ben, che sian gli Arabi scesi
da le montagne, ed abbian dato
il guasto,
e saccheggiato, e morti uomini e presi,
ove trovato avran poco
contrasto;
e che Branzardo che di quei paesi
luogotenente e viceré è
rimasto,
per le decine scriva le migliaia,
acciò la scusa sua più degna
paia.
45
Vo' concedergli ancor che sieno i Nubi
per miracol dal ciel forse
piovuti:
o forse ascosi venner ne le nubi;
poi che non fur mai per camin
veduti.
Temi tu che tal gente Africa rubi,
se ben di più soccorso non
l'aiuti?
Il tuo presidio avria ben trista pelle,
quando temesse un populo
sì imbelle.
46
Ma se tu mandi ancor che poche navi,
pur che si veggan gli stendardi
tuoi,
non scioglieran di qua sì tosto i cavi,
che fuggiranno nei confini
suoi
questi, o sien Nubi o sieno Arabi ignavi,
ai quali il ritrovarti qui
con noi,
separato pel mar da la tua terra,
ha dato ardir di romperti la
guerra.
47
Or piglia il tempo che, per esser senza
il suo nipote Carlo, hai di
vendetta:
poi ch'Orlando non c'è, far resistenza
non ti può alcun de la
nimica setta.
Se per non veder lasci, o negligenza,
l'onorata vittoria che
t'aspetta,
volterà il calvo, ove ora il crin ne mostra,
con molto danno e
lunga infamia nostra. -
48
Con questo ed altri detti accortamente
l'Ispano persuader vuol nel
concilio
che non esca di Francia questa gente,
fin che Carlo non sia
spinto in esilio.
Ma il re Sobrin, che vide apertamente
il camino a che
andava il re Marsilio,
che più per l'util proprio queste cose,
che pel
commun dicea, così rispose:
49
- Quando io ti confortava a stare in pace,
fosse io stato, signor,
falso indovino;
o tu, se io dovea pure esser verace,
creduto avessi al tuo
fedel Sobrino,
e non più tosto a Rodomonte audace,
a Marbalusto, a Alzirdo
e a Martasino,
li quali ora vorrei qui avere a fronte:
ma vorrei più degli
altri Rodomonte,
50
per rinfacciargli che volea di Francia
far quel che si faria d'un
fragil vetro,
e in cielo e ne lo 'nferno la tua lancia
seguire, anzi
lasciarsela di dietro;
poi nel bisogno si gratta la pancia
ne l'ozio
immerso abominoso e tetro:
ed io, che per predirti il vero allora
codardo
detto fui, son teco ancora;
51
e sarò sempremai, fin ch'io finisca
questa vita ch'ancor che d'anni
grave,
porsi incontra ogni dì per te s'arrisca
a qualunque di Francia più
nome have.
Né sarà alcun, sia chi si vuol, ch'ardisca
di dir che l'opre
mie mai fosser prave:
e non han più di me fatto, né tanto,
molti che si
donar di me più vanto.
52
Dico così, per dimostrar che quello
ch'io dissi allora, e che ti
voglio or dire,
né da viltade vien né da cor fello,
ma d'amor vero e da
fedel servire.
Io ti conforto ch'al paterno ostello,
più tosto che tu pòi,
vogli redire;
che poco saggio si può dir colui
che perde il suo per
acquistar l'altrui.
53
S'acquisto c'è, tu 'l sai. Trentadui fummo
re tuoi vassalli a uscir
teco del porto:
or, se di nuovo il conto ne rassummo,
c'è a pena il terzo,
e tutto 'l resto è morto.
Che non ne cadan più, piaccia a Dio summo:
ma se
tu vuoi seguir, temo di corto,
che non ne rimarrà quarto né quinto;
e 'l
miser popul tuo fia tutto estinto.
54
Ch'Orlando non ci sia, ne aiuta; ch'ove
siàn pochi, forse alcun non
ci saria.
Ma per questo il periglio non rimuove,
se ben prolunga nostra
sorte ria.
Ecci Rinaldo, che per molte prove
mostra che non minor
d'Orlando sia:
c'è il suo lignaggio e tutti i paladini,
timore eterno a'
nostri Saracini.
55
Ed hanno appresso quel secondo Marte
(ben che i nimici al mio
dispetto lodo),
io dico il valoroso Brandimarte,
non men d'Orlando ad ogni
prova sodo;
del qual provata ho la virtude in parte,
parte ne veggo
all'altrui spese ed odo.
Poi son più dì che non c'è Orlando stato;
e più
perduto abbiàn che guadagnato.
56
Se per adietro abbiàn perduto, io temo
che da qui inanzi perderen
più in grosso.
Del nostro campo Mandricardo è scemo:
Gradasso il suo
soccorso n'ha rimosso:
Marfisa n'ha lasciata al punto estremo,
e così il
re d' Algier, di cui dir posso
che, se fosse fedel come gagliardo,
poco
uopo era Gradasso o Mandricardo.
57
Ove sono a noi tolti questi aiuti,
e tante mila son dei nostri
morti;
e quei ch'a venir han, son già venuti,
né s'aspetta altro legno che
n'apporti:
quattro son giunti a Carlo, non tenuti
manco d'Orlando o di
Rinaldo forti;
e con ragion; che da qui sino a Battro
potresti mal trovar
tali altri quattro.
58
Non so se sai chi sia Guidon Selvaggio
e Sansonetto e i figli
d'Oliviero.
Di questi fo più stima e più tema aggio,
che d'ogni altro lor
duca e cavalliero
che di Lamagna o d'altro stran linguaggio
sia contra noi
per aiutar l'Impero:
ben ch'importa anco assai la gente nuova
ch' a'
nostri danni in campo si ritrova.
59
Quante volte uscirai alla campagna,
tanto avrai la peggiore, o sarai
rotto.
Se spesso perdé il campo Africa e Spagna,
quando siàn stati sedici
per otto,
che sarà poi ch'Italia e che Lamagna
con Francia è unita, e 'l
populo anglo e scotto,
e che sei contra dodici saranno?
Ch'altro si può
sperar, che biasmo e danno?
60
La gente qui, là perdi a un tempo il regno,
s'in questa impresa più
duri ostinato;
ove, s'al ritornar muti disegno,
l'avanzo di noi servi con
lo stato.
Lasciar Marsilio è di te caso indegno,
ch'ognun te ne terrebbe
molto ingrato:
ma c'è rimedio, far con Carlo pace;
ch'a lui deve piacer,
se a te pur piace.
61
Pur se ti par che non ci sia il tuo onore,
se tu, che prima offeso
sei, la chiedi;
e la battaglia più ti sta nel core,
che, come sia fin qui
successa, vedi;
studia almen di restarne vincitore:
il che forse averrà,
se tu mi credi;
se d'ogni tua querela a un cavalliero
darai l'assunto, e
se quel fia Ruggiero.
62
Io 'l so, e tu 'l sai che Ruggier nostro è tale,
che già da solo a
sol con l'arme in mano
non men d'Orlando o di Rinaldo vale,
né d'alcun
altro cavallier cristiano.
Ma se tu vuoi far guerra universale,
ancor che
'l valor suo sia sopraumano,
egli però non sarà più ch'un solo,
ed avrà di
par suoi contra uno stuolo.
63
A me par, s'a te par, ch'a dir si mandi
al re cristian, che per
finir le liti,
e perché cessi il sangue che tu spandi
ognor de' suoi, egli
de' tuo' infiniti;
che contra un tuo guerrier tu gli domandi
che metta in
campo uno dei suoi più arditi;
e faccian questi duo tutta la guerra,
fin
che l'un vinca, e l'altro resti in terra:
64
con patto, che qual d'essi perde, faccia
che 'l suo re all'altro re
tributo dia.
Questa condizion non credo spiaccia
a Carlo, ancor che sul
vantaggio sia.
Mi fido sì ne le robuste braccia
poi di Ruggier, che
vincitor ne fia;
e ragion tanta è da la nostra parte,
che vincerà,
s'avesse incontra Marte. -
65
Con questi ed altri più efficaci detti
fece Sobrin sì che 'l partito
ottenne;
e gl'interpreti fur quel giorno eletti,
e quel dì a Carlo
l'imbasciata venne.
Carlo ch'avea tanti guerrier perfetti,
vinta per sé
quella battaglia tenne,
di cui l'impresa al buon Rinaldo diede,
in
ch'avea, dopo Orlando, maggior fede.
66
Di questo accordo lieto parimente
l'uno esercito e l'altro si
godea;
che 'l travaglio del corpo e de la mente
tutti avea stanchi e a
tutti rincrescea.
Ognun di riposare il rimanente
de la sua vita disegnato
avea;
ognun maledicea l'ire e i furori
ch'a risse e a gare avean lor desti
i cori.
67
Rinaldo che esaltar molto si vede,
che Carlo in lui di quel che
tanto pesa,
via più ch'in tutti gli altri, ha avuto fede,
lieto si mette
all'onorata impresa.
Ruggier non stima; e veramente crede
che contra sé
non potrà far difesa:
che suo pari esser possa non gli è aviso,
se ben in
campo ha Mandricardo ucciso.
68
Ruggier da l'altra parte, ancor che molto
onor gli sia che 'l suo re
l'abbia eletto,
e pel miglior di tutti i buoni tolto,
a cui commetta un sì
importante effetto;
pur mostra affanno e gran mestizia in volto,
non per
paura che gli turbi il petto;
che non ch'un sol Rinaldo, ma non teme
se
fosse con Rinaldo Orlando insieme:
69
ma perché vede esser di lui sorella
la sua cara e fidissima
consorte
ch'ognor scriver do stimula e martella,
come colei ch'è
ingiuriata forte.
Or s'alle vecchie offese aggiunge quella
d'entrare in
campo a porle il frate a morte,
se la farà, d'amante, così odiosa,
ch'a
placarla mai più fia dura cosa.
70
Se tacito Ruggier s'affligge ed ange
de la battaglia che mal grado
prende,
la sua cara moglier lacrima e piange,
come la nuova indi a poche
ore intende.
Batte il bel petto, e l'auree chiome frange,
e le guance
innocenti irriga e offende;
e chiama con ramarichi e querele
Ruggiero
ingrato, e il suo destin crudele.
71
D'ogni fin che sortisca la contesa,
a lei non può venir altro che
doglia.
Ch'abbia a morir Ruggiero in questa impresa,
pensar non vuol; che
par che 'l cor le toglia.
Quando anco, per punir più d'una offesa,
la
ruina di Francia Cristo voglia,
oltre che sarà morto il suo
fratello,
seguirà un danno a lei più acerbo e fello:
72
che non potrà, se non con biasmo e scorno,
e nimicizia di tutta sua
gente,
fare al marito suo mai più ritorno,
sì che lo sappia ognun
publicamente,
come s'avea, pensando notte e giorno,
più volte disegnato ne
la mente:
e tra lor era la promessa tale,
che 'l ritrarsi e il pentir più
poco vale.
73
Ma quella usata ne le cose avverse
di non mancarle di soccorsi
fidi,
dico Melissa maga, non sofferse
udirne il pianto e i dolorosi
gridi;
e venne a consolarla, e le proferse,
quando ne fosse il tempo, alti
sussidi,
e disturbar quella pugna futura
di ch'ella piange e si pon tanta
cura.
74
Rinaldo intanto e l'inclito Ruggiero
apparechiavan l'arme alla
tenzone,
di cui dovea l'eletta al cavalliero
che del romano Imperio era
campione:
e come quel, che poi che 'l buon destriero
perdé Baiardo, andò
sempre pedone,
si elesse a piè, coperto a piastra e a maglia,
con l'azza e
col pugnal far la battaglia.
75
O fosse caso, o fosse pur ricordo
di Malagigi suo provido e
saggio,
che sapea quanto Balisarda ingordo
il taglio avea di fare all'arme
oltraggio;
combatter senza spada fur d'accordo
l'uno e l'altro guerrier,
come detto aggio.
Del luogo s'accordar presso alle mura
de l'antiquo Arli,
in una gran pianura.
76
A pena avea la vigilante Aurora
da l'ostel di Titon fuor messo il
capo,
per dare al giorno terminato, e all'ora
ch'era prefissa alla
battaglia, capo;
quando di qua e di là vennero fuora
i deputati; e questi
in ciascun capo
degli steccati i padiglion tiraro,
appresso ai quali ambi
un altar fermaro.
77
Non molto dopo, istrutto a schiera a schiera,
si vide uscir
l'esercito pagano.
In mezzo armato e suntuoso v'era
di barbarica pompa il
re africano;
e s'un baio corsier di chioma nera,
di fronte bianca, e di
duo piè balzano,
a par a par con lui venìa Ruggiero,
a cui servir non è
Marsilio altiero.
78
L'elmo, che dianzi con travaglio tanto
trasse di testa al re di
Tartaria,
l'elmo, che celebrato in maggior canto
portò il troiano Ettòr
mill'anni pria,
gli porta il re Marsilio a canto a canto:
altri principi
ed altra baronia
s'hanno partite l'altr'arme fra loro,
ricche di gioie e
ben fregiate d'oro.
79
Da l'altra parte fuor dei gran ripari
re Carlo uscì con la sua gente
d'arme,
con gli ordini medesmi e modi pari
che terria se venisse al fatto
d'arme.
Cingonlo intorno i suoi famosi pari;
e Rinaldo è con lui con tutte
l'arme,
fuor che l'elmo che fu del re Mambrino,
che porta Ugier Danese
paladino.
80
E di due azze ha il duca Namo l'una,
e l'altra Salamon re di
Bretagna.
Carlo da un lato i suoi tutti raguna;
da l'altro son quei
d'Africa e di Spagna.
Nel mezzo non appar persona alcuna:
voto riman gran
spazio di campagna,
che per bando commune a chi vi sale,
eccetto ai duo
guerrieri, è capitale.
81
Poi che de l'arme la seconda eletta
si diè al campion del populo
pagano,
duo sacerdoti, l'un de l'una setta,
l'altro de l'altra, uscir coi
libri in mano.
In quel del nostro è la vita perfetta
scritta di Cristo; e
l'altro è l'Alcorano.
Con quel de l'Evangelio si fe' inante
l'imperator,
con l'altro il re Agramante.
82
Giunto Carlo all'altar che statuito
i suoi gli aveano, al ciel levò
le palme,
e disse: - O Dio, c'hai di morir patito
per redimer da morte le
nostr'alme;
o Donna, il cui valor fu sì gradito,
che Dio prese da te
l'umane salme,
e nove mesi fu nel tuo santo alvo,
sempre serbando il fior
virgineo salvo:
83
siatemi testimoni, ch'io prometto
per me e per ogni mia
successione
al re Agramante, ed a chi dopo eletto
sarà al governo di sua
regione,
dar venti some ogni anno d'oro schietto,
s'oggi qui riman vinto
il mio campione;
e ch'io prometto subito la triegua
incominciar, che poi
perpetua segua:
84
e se 'n ciò manco, subito s'accenda
la formidabil ira
d'ambidui,
la qual me solo e i miei figliuoli offenda,
non alcun altro che
sia qui con nui;
sì che in brevissima ora si comprenda
che sia il mancar
de la promessa a vui. -
Così dicendo, Carlo sul Vangelo
tenea la mano, e
gli occhi fissi al cielo.
85
Si levan quindi, e poi vanno all'altare
che riccamente avean pagani
adorno;
ove giurò Agramante, ch'oltre al mare
con l'esercito suo faria
ritorno,
ed a Carlo daria tributo pare,
se restasse Ruggier vinto quel
giorno;
e perpetua tra lor triegua saria,
coi patti ch'avea Carlo detti
pria.
86
E similmente con parlar non basso,
chiamando in testimonio il gran
Maumette,
sul libro ch'in man tiene il suo papasso,
ciò che detto ha,
tutto osservar promette.
Poi del campo si partono a gran passo,
e tra i
suoi l'uno e l'altro si rimette:
poi quel par di campioni a giurar
venne;
e 'l giuramento lor questo contenne:
87
Ruggier promette, se de la tenzone
il suo re viene o manda a
disturbarlo,
che né suo guerrier più, né suo barone
esser mai vuol, ma
darsi tutto a Carlo.
Giura Rinaldo ancor, che se cagione
sarà del suo
signor quindi levarlo,
fin che non resti vinto egli o Ruggiero,
si farà
d'Agramante cavalliero.
88
Poi che le cerimonie finite hanno,
si ritorna ciascun da la sua
parte;
né v'indugiano molto, che lor danno
le chiare trombe segno al fiero
marte.
Or gli animosi a ritrovar si vanno,
con senno i passi dispensando
ed arte.
Ecco si vede incominciar l'assalto,
sonar il ferro, or girar
basso, or alto.
89
Or inanzi col calce, or col martello
accennan quando al capo e
quando al piede,
con tal destrezza e con modo sì snello,
ch'ogni credenza
il raccontarlo eccede.
Ruggier che combattea contro il fratello
di chi la
misera alma gli possiede,
a ferir lo venìa con tal riguardo,
che stimato
ne fu manco gagliardo.
90
Era a parar, più ch'a ferire, intento,
e non sapea egli stesso il
suo desire:
spegner Rinaldo saria malcontento,
né vorria volentieri egli
morire.
Ma ecco giunto al termine mi sento,
ove convien l'istoria
diferire.
Ne l'altro canto il resto intenderete,
s'udir ne l'altro canto
mi vorrete.
