Ruggiero sta per ripartire in sella al proprio destriero, quando il suono di un pianto richiama l'attenzione sua e delle due donne, Marfisa e Bradamante.
La sera, Ruggiero, Marfisa, Bradamante e le tre donne al seguito alloggiano in un villaggio posto presso una collina e completamante abitato da donne. Ruggiero domanda ad una di loro il perché di quella situazione e gli viene quindi data la spiegazione.
Il loro signore, Marganorre, di statura e di forza fuori dal normale, aveva in odio il sesso femminile e le aveva perciò esiliate da ormai due anni al confine dei suoi possedimenti. Ai loro mariti, loro figli, loro fratelli o padri era stato anche impedito di andarle a trovare. Chiunque capitasse al suo castello veniva inoltre sempre gravemente punito ed umiliato, molte volte anche ucciso.
Marganorre aveva sempre tenuto nascoso il proprio animo crudele finché erano stati in vita i suoi due figli, Cilandro e Tanacro, molto cortesi ed ospitali verso chiunque passasse per quella terra.
Lo stesso anno giunse però da loro anche un barone, di nome Olindro, accompagnato dalla sua bellissima sposa, di nome Drusilla.
Il ragazzo si prese cura della donna, aveva intenzione di farla guarire per poi sposarla. Fece di tutto per ottenere il suo perdono, ma tanto più si affaticò nel tentativo di farla innamorare di sé, tanto più lei lo odiò e rimase ferma nel suo voler dargli la morte.
Giunto finalmente il giorno del matrimonio, al termine della cerimonia in memoria di Olindro, il sacerdote pose il calice nelle mani della donna, che bevve un sorso del liquore avvelenato e fece bere il resto a Tanacro. Il ragazzo aprì le braccia per accogliere la donna, lei lo allontanò piena d'ira, gli confessò di averlo avvelenato, lo maledisse e chiese infine perdono al marito per non essere riuscire a dare peggiore punizione al suo assassino. Morì subito dopo, non prima di aver visto morire Tanacro.
Marganorre, rimasto con il corpo privo di vita del figlio tra le braccia, non riuscì più a tenere nascosta la propria crudeltà. Il tiranno si accanì con tutte le sue forze sul cadavere di Drusilla, straziandolo in ogni modo. Rivolse poi la propria furia contro le donne presenti e con la propria spada ne fece una strage.
Il mattino seguente Bradamante, Marfisa e Ruggiero si preparano per raggiungere il castello e mettere fine a quella legge crudele. Giunge presso il villaggio un gruppo armato che sta portando a Marganorre la vecchia che aveva preparato il veleno per Drusilla, ed era poi riuscita a scappare. I tre cavalieri riescono a liberare la donna e la portano quindi con loro presso il castello del tiranno.
Giunti nel borgo dove regna il crudele Marganorre, i tre cavalieri vengono subito circondati. Marfisa si lancia contro il tiranno, lo lascia tramortito dopo averlo colpito alla testa con un pugno, lo lega e lo lascia quindi in custodia alla vecchia serva di Drusilla. Dopo un breve combattimento, Marfisa minaccia di dar fuoco alle case se gli abitanti non si mostrano pentiti delle loro azioni. Nessuno esita più a manifestare la propria ribellione contro le regole di Marganorre ed ogniuno vuole ora vendicarsi dei torti subiti. Il tiranno viene quasi linciato dalla folla, il suo castello saccheggiato di ogni avere. A Ullania viene restituito lo scudo d'oro ed i tre re al suo seguito vengono liberati dalla prigione.
Marganorre viene consegnato ad Ullania e verrà poi buttato da una torre. Bradamante, Marfisa e Ruggiero ripartono insieme per poi separarsi ad un bivio: l'uomo prosegue il suo viaggio verso Arles, le donne verso l'accampamento cristiano.
I tre cavalieri si recano là dove proviene quel lamento ed incontrano così tre donne, alle quali era stata tagliata la gonna fino all'ombelico, e che quindi stanno sedute a terra per nascondere le loro nudità. Bradamante riconosce subito Ullania e due delle donne al suo seguito. La donna le racconta che era stata così umiliata dagli abitanti di un castello vicino, e dice anche di non sapere ormai più nulla dei tre re e dello scudo d'oro che avrebbe dovuto consegnare a re Carlo.
Senza aspettare di ricevere la richiesta d'aiuto, i tre cavalieri donano le loro sopravesti alle tre donne, ognuno se ne prende una in sella, e si avviano quindi verso il castello indicato da Ullania.
La donna prosegue oltre raccontando anche i fatti che hanno portato all'istituzione di quella crudele usanza.
Un giornò però capitò nel loro castello un cavaliere accompagnato da una bellissima dama. Cilandro si innamorò a tal punto della donna da scordare ogni regola di cortesia, tentò di entrarne in possesso ponendo un agguato all'ospite e venne così da lui ucciso.
La presenza di Tanarco riuscì comunque a tenere ancora a bada la crudeltà di Marganorre. Le regole di buona ospitalità continuarono quindi ad essere ancora rispettate in quelle terre.
Tanacro cadde nello stesso errore del fratello, se ne innamorò e cercò di impossessarsene con la forza. Per non rischiare di fare la stessa fine di Cilandro, tese però l'agguato al barone in compagnia di altri venti uomini armati.
Olindro venne ucciso. Drusilla cercò di uccidersi lanciandosi da una rupe ma non riuscì nel suo intento. Venne quindi fatta prigioniera da Tanacro e condotta al castello di Marganorre.
Drusilla capì di poter riuscire a vendicare la morte del marito solo con l'inganno, decise quindi infine di fingere amore verso il giovane e di volere anch'essa il matrimonio. Come condizione chiese però che la cerimonia si svolgesse secondo le usanze del suo paese, da lei inventate per l'occasione. Il matrimonio si sarebbe dovuto celebrare nel luogo dove si trovava il marito defunto. Un sacerdote avrebbe dovuto celebrare una messa a suffragio del morto, terminata la quale entrambi gli sposi avrebbe dovuto bere del liquore da uno stesso calice.
Tanacro accettò la condizione e Drusilla fece quindi preparare la bevanda avvelenata ad una vecchia del suo seguito, finita anch'essa prigioniera.
Convinto dagli amici a non uccidere tutte le donne del paese, le fece però allontanare, tenendole in pratica prigioniere in un villaggio al confine delle sue terre. Gli uomini che tentarono di raggiungere il villaggio furono gravemente puniti, ed a volte anche uccisi.
Marganorre fece anche approvare una legge crudele. Le donne che capitavano in quella valle senza scorta armata al seguito, dovevano essere fustigate e quindi umiliate con il taglio della gonna. Le donne accompagnate da cavalieri armati dovevano essere invece uccise e la loro scorta privata delle armi e fatta prigioniera.
Infine, gli unici uomini ad essere liberati, prima di riavere la libertà, dovevano giurare il proprio odio verso il sesso femminile.
Sulla colonna che Marganorre aveva fatto erigere con incisa la sua crudele legge, viene appesa l'armatura del tiranno e viene scritta una nuova legge dettata da Marfisa. Saranno le donne a comandare nel villaggio, ogni terra e lo stesso castello sarà di loro proprietà. Inoltre, a nessuno straniero dovrà essere data ospitalità se non giura prima di essere per sempre amico delle donne e nemico dei loro nemici.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Se, come in acquistar qualch'altro dono
che senza industria non può
dar Natura,
affaticate notte e dì si sono
con somma diligenza e lunga
cura
le valorose donne, e se con buono
successo n'è uscit'opra non
oscura;
così si fosson poste a quelli studi
ch'immortal fanno le mortal
virtudi;
2
e che per sé medesime potuto
avesson dar memoria alle sue
lode,
non mendicar dagli scrittori aiuto,
ai quali astio ed invidia il cor
sì rode,
che 'l ben che ne puon dir, spesso è taciuto,
e 'l mal, quanto ne
san, per tutto s'ode;
tanto il lor nome sorgeria, che forse
viril fama a
tal grado unqua non sorse.
3
Non basta a molti di prestarsi l'opra
in far l'un l'altro glorioso al
mondo,
ch'anco studian di far che si discuopra
ciò che le donne hanno fra
lor d'immondo.
Non le vorrian lasciar venir di sopra,
e quanto puon, fan
per cacciarle al fondo:
dico gli antiqui; quasi l'onor debbia
d'esse il
lor oscurar, come il sol nebbia.
4
Ma non ebbe e non ha mano né lingua,
formando in voce o discrivendo
in carte
(quantunque il mal, quanto può, accresce e impingua,
e minuendo
il ben va con ogni arte),
poter però, che de le donne estingua
la gloria
sì, che non ne resti parte;
ma non già tal, che presso al segno giunga,
né
ch'anco se gli accosti di gran lunga:
5
ch'Arpalice non fu, non fu Tomiri,
non fu chi Turno, non chi Ettor
soccorse;
non chi seguita da Sidoni e Tiri
andò per lungo mare in Libia a
porse;
non Zenobia, non quella che gli Assiri,
i Persi e gl'Indi con
vittoria scorse:
non fur queste e poch'altre degne sole,
di cui per arme
eterna fama vole.
6
E di fedeli e caste e sagge e forti
stato ne son, non pur in Grecia e
in Roma,
ma in ogni parte ove fra gl'Indi e gli Orti
de le Esperide il Sol
spiega la chioma:
de le quai sono i pregi agli onor morti,
sì ch'a pena di
mille una si noma;
e questo, perché avuto hanno ai lor tempi
gli scrittori
bugiardi, invidi ed empi.
7
Non restate però, donne, a cui giova
il bene oprar, di seguir vostra
via;
né da vostra alta impresa vi rimuova
tema che degno onor non vi si
dia:
che, come cosa buona non si trova
che duri sempre, così ancor né
ria.
Se le carte sin qui state e gl'inchiostri
per voi non sono, or sono
a' tempi nostri.
8
Dianzi Marullo ed il Pontan per vui
sono, e duo Strozzi, il padre e
'l figlio, stati:
c'è il Bembo, c'è il Capel, c'è chi, qual lui
vediamo,
ha tali i cortigian formati:
c'è un Luigi Alaman: ce ne son dui,
di par da
Marte e da le Muse amati,
ambi del sangue che regge la terra
che 'l Menzo
fende e d'alti stagni serra.
9
Di questi l'uno, oltre che 'l proprio istinto
ad onorarvi e a
riverirvi inchina,
e far Parnasso risonare e Cinto
di vostra laude, e
porla al ciel vicina;
l'amor, la fede, il saldo e non mai vinto
per
minacciar di strazi e di ruina,
animo ch'Issabella gli ha dimostro,
lo fa,
assai più che di se stesso, vostro:
10
sì che non è per mai trovarsi stanco
di farvi onor nei suoi vivaci
carmi:
e s'altri vi dà biasmo, non è ch'anco
sia più pronto di lui per
pigliar l'armi:
e non ha il mondo cavallier che manco
la vita sua per la
virtù rispiarmi.
Dà insieme egli materia ond'altri scriva,
e fa la gloria
altrui, scrivendo, viva.
11
Ed è ben degno che sì ricca donna,
ricca di tutto quel valor che
possa
esser fra quante al mondo portin gonna,
mai non si sia di sua
costanza mossa;
e sia stata per lui vera colonna,
sprezzando di Fortuna
ogni percossa:
di lei degno egli, e degna ella di lui;
né meglio
s'accoppiaro unque altri dui.
12
Nuovi trofei pon su la riva d'Oglio;
ch'in mezzo a ferri, a fuochi,
a navi, a ruote
ha sparso alcun tanto ben scritto foglio,
che 'l vicin
fiume invidia aver gli puote.
Appresso a questo un Ercol Bentivoglio
fa
chiaro il vostro onor con chiare note,
e Renato Trivulcio, e 'l mio
Guidetto,
e 'l Molza, a dir di voi da Febo eletto.
13
C'è 'l duca de' Carnuti Ercol, figliuolo
del duca mio, che spiega
l'ali come
canoro cigno, e va cantando a volo,
e fin al cielo udir fa il
vostro nome.
C'è il mio signor del Vasto, a cui non solo
di dare a mille
Atene e a mille Rome
di sé materia basta, ch'anco accenna
volervi eterne
far con la sua penna.
14
Ed oltre a questi ed altri ch'oggi avete,
che v'hanno dato gloria e
ve la danno,
voi per voi stesse dar ve la potete;
poi che molte, lasciando
l'ago e 'l panno,
son con le Muse a spegnersi la sete
al fonte d'Aganippe
andate, e vanno;
e ne ritornan tai, che l'opra vostra
è più bisogno a noi,
ch'a voi la nostra.
15
Se chi sian queste, e di ciascuna voglio
render buon conto, e degno
pregio darle,
bisognerà ch'io verghi più d'un foglio,
e ch'oggi il canto
mio d'altro non parle:
e s'a lodarne cinque o sei ne toglio,
io potrei
l'altre offendere e sdegnarle.
Che farò dunque? Ho da tacer d'ognuna,
o
pur fra tante sceglierne sol una?
16
Sceglieronne una; e sceglierolla tale,
che superato avrà l'invidia
in modo,
che nessun'altra potrà avere a male,
se l'altre taccio, e se lei
sola lodo.
Quest'una ha non pur sé fatta immortale
col dolce stil di che
il meglior non odo;
ma può qualunque di cui parli o scriva,
trar del
sepolcro, e far ch'eterno viva.
17
Come Febo la candida sorella
fa più di luce adorna, e più la
mira,
che Venere o che Maia o ch'altra stella
che va col cielo o che da sé
si gira:
così facundia, più ch'all'altre, a quella
di ch'io vi parlo, e
più dolcezza spira;
e dà tal forza all'alte sue parole,
ch'orna a' dì
nostri il ciel d'un altro sole.
18
Vittoria è 'l nome; e ben conviensi a nata
fra le vittorie, ed a
chi, o vada o stanzi,
di trofei sempre e di trionfi ornata,
la vittoria
abbia seco, o dietro o inanzi.
Questa è un'altra Artemisia, che lodata
fu
di pietà verso il suo Mausolo; anzi
tanto maggior, quanto è più assai
bell'opra,
che por sotterra un uom, trarlo di sopra.
19
Se Laodamìa se la moglier di Bruto,
s'Arria, s'Argia, s'Evadne, e
s'altre molte
meritar laude per aver voluto,
morti i mariti, esser con lor
sepolte;
quanto onore a Vittoria è più dovuto,
che di Lete e del rio che
nove volte
l'ombre circonda, ha tratto il suo consorte,
mal grado de le
Parche e de la Morte!
20
S'al fiero Achille invidia de la chiara
meonia tromba il Macedonico
ebbe,
quanto, invitto Francesco di Pescara,
maggior a te, se vivesse or,
l'avrebbe!
che sì casta mogliere e a te sì cara
canti l'eterno onor che ti
si debbe,
e che per lei sì 'l nome tuo rimbombe,
che da bramar non hai più
chiare trombe.
21
Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto
io n'ho desir, volessi porre
in carte,
ne direi lungamente; ma non tanto,
ch'a dir non ne restasse anco
gran parte:
e di Marfisa e dei compagni intanto
la bella istoria rimarria
da parte,
la quale io vi promisi di seguire,
s'in questo canto mi verreste
a udire.
22
Ora essendo voi qui per ascoltarmi,
ed io per non mancar de la
promessa,
serberò a maggior ozio di provarmi
ch'ogni laude di lei sia da
me espressa;
non perch'io creda bisognar miei carmi
a chi se ne fa copia
da se stessa;
ma sol per satisfare a questo mio.
c'ho d'onorarla e di
lodar, disio.
23
Donne, io conchiudo in somma, ch'ogni etate
molte ha di voi degne
d'istoria avute;
ma per invidia di scrittori state
non sete dopo morte
conosciute:
il che più non sarà, poi che voi fate
per voi stesse immortal
vostra virtute.
Se far le due cognate sapean questo,
si sapria meglio ogni
lor degno gesto.
24
Di Bradamante e di Marfisa dico,
le cui vittoriose inclite
prove
di ritornare in luce m'affatico;
ma de le diece mancanmi le
nove.
Queste ch'io so, ben volentieri esplìco;
sì perché ogni bell'opra si
de', dove
occulta sia, scoprir, sì perché bramo
a voi, donne, aggradir,
ch'onoro ed amo.
25
Stava Ruggier, com'io vi dissi, in atto
di partirsi, ed avea
commiato preso,
e dall'arbore il brando già ritratto,
che, come dianzi,
non gli fu conteso;
quando un gran pianto, che non lungo tratto
era
lontan, lo fe' restar sospeso;
e con le donne a quella via si mosse,
per
aiutar, dove bisogno fosse.
26
Spingonsi inanzi, e via più chiaro il suon ne
viene, e via più son
le parole intese.
Giunti ne la vallea, trovan tre donne
che fan quel
duolo, assai strane in arnese;
che fin all'ombilico ha lor le
gonne
scorciate non so chi poco cortese:
e per non saper meglio elle
celarsi,
sedeano in terra, e non ardian levarsi.
27
Come quel figlio di Vulcan, che venne
fuor de la polve senza madre
in vita,
e Pallade nutrir fe' con solenne
cura d'Aglauro, al veder troppo
ardita,
sedendo, ascosi i brutti piedi tenne
su la quadriga da lui prima
ordita;
così quelle tre giovani le cose
secrete lor tenean, sedendo,
ascose.
28
Lo spettacolo enorme e disonesto
l'una e l'altra magnanima
guerriera
fe' del color che nei giardin di Pesto
esser la rosa suol da
primavera.
Riguardò Bradamante, e manifesto
tosto le fu ch'Ullania una
d'esse era,
Ullania che da l'Isola Perduta
in Francia messaggera era
venuta:
29
e riconobbe non men l'altre due;
che dove vide lei, vide esse
ancora.
Ma se n'andaron le parole sue
a quella de le tre ch'ella più
onora;
e le domanda chi sì iniquo fue,
e sì di legge e di costumi
fuora,
che quei segreti agli occhi altrui riveli,
che, quanto può, par che
Natura celi.
30
Ullania che conosce Bradamante,
non meno ch'alle insegne, alla
favella,
esser colei che pochi giorni inante
avea gittati i tre guerrier
di sella,
narra che ad un castel poco distante
una ria gente e di pietà
ribella,
oltre all'ingiuria di scorciarle i panni,
l'avea battuta e
fattol'altri danni.
31
Né le sa dir che de lo scudo sia,
né dei tre re che per tanti
paesi
fatto le avean sì lunga compagnia:
non sa se morti, o sian restati
presi;
e dice c'ha pigliata questa via,
ancor ch'andare a piè molto le
pesi,
per richiamarsi de l'oltraggio a Carlo,
sperando che non sia per
tolerarlo.
32
Alle guerriere ed a Ruggier, che meno
non han pietosi i cor,
ch'audaci e forti,
de' bei visi turbò l'aer sereno
l'udire, e più il veder
sì gravi torti:
et obliando ogn'altro affar che avieno,
e senza che li
prieghi o che gli esorti
la donna afflitta a far la sua vendetta,
piglian
la via verso quel luogo in fretta.
33
Di commune parer le sopraveste,
mosse da gran bontà, s'aveano
tratte,
cha' ricoprir le parti meno oneste
di quelle sventurate assai furo
atte.
Bradamante non vuol ch'Ullania peste
le strade a piè, ch'avea a
piede anco fatte,
e se la leva in groppa del destriero;
l'altra Marfisa,
l'altra il buon Ruggiero.
34
Ullania a Bradamante che la porta,
mostra la via che va al castel
più dritta:
Bradamante all'incontro lei conforta,
che la vendicherà di chi
l'ha afflitta.
Lascian la valle, e per via lunga e torta
sagliono un colle
or a man manca or ritta;
e prima il sol fu dentro il mare ascoso,
che
volesser tra via prender riposo.
35
Trovaro una villetta che la schena
d'un erto colle, aspro a salir,
tenea;
ove ebbon buono albergo e buona cena,
quale avere in quel loco si
potea.
Si mirano d'intorno, e quivi piena
ogni parte di donne si
vedea,
quai giovani, quai vecchie; e in tanto stuolo
faccia non v'apparia
d'un uomo solo.
36
Non più a Iason di maraviglia denno,
né agli Argonauti che venian
con lui,
le donne che i mariti morir fenno
e i figli e i padri coi
fratelli sui,
sì che per tutta l'isola di Lenno
di viril faccia non si
vider dui;
che Ruggier quivi, e chi con Ruggier era
maraviglia ebbe
all'alloggiar la sera.
37
Fero ad Ullania ed alle damigelle
che venivan con lei, le due
guerriere
la sera proveder di tre gonnelle,
se non così polite, almeno
intere.
A sé chiama Ruggiero una di quelle
donne ch'abitan quivi, e vuol
sapere
ove gli uomini sian, ch'un non ne vede;
ed ella a lui questa
risposta diede:
38
- Questa che forse è maraviglia a voi,
che tante donne senza uomini
siamo,
è grave e intolerabil pena a noi,
che qui bandite misere
viviamo.
E perché il duro esilio più ci annoi,
padri, figli e mariti, che
sì amiamo,
aspro e lungo divorzio da noi fanno,
come piace al crudel
nostro tiranno.
39
Da le sue terre, le quai son vicine
a noi due leghe, e dove noi siàn
nate,
qui ci ha mandato il barbaro in confine,
prima di mille scorni
ingiuriate;
ed ha gli uomini nostri e noi meschine
di morte e d'ogni
strazio minacciate,
se quelli a noi verranno, o gli fia detto
che noi diàn
lor, venendoci, ricetto.
40
Nimico è sì costui del nostro nome,
che non ci vuol, più ch'io vi
dico, appresso,
né ch'a noi venga alcun de' nostri, come
l'odor l'ammorbi
del femineo sesso.
Già due volte l'onor de le lor chiome
s'hanno spogliato
gli alberi e rimesso,
da indi in qua che 'l rio signor vaneggia
in furor
tanto: e non è chi 'l correggia;
41
che 'l populo ha di lui quella paura
che maggior aver può l'uom de
la morte;
ch'aggiunto al mal voler gli ha la natura
una possanza fuor
d'umana sorte.
Il corpo suo di gigantea statura
è più, che di cent'altri
insieme, forte.
Né pure a noi sue suddite è molesto,
ma fa alle strane
ancor peggio di questo.
42
Se l'onor vostro, e queste tre vi sono
punto care, ch'avete in
compagnia,
più vi sarà sicuro, utile e buono
non gir più inanzi, e trovar
altra via.
Questa al castel de l'uom di ch'io ragiono,
a provar mena la
costuma ria
che v'ha posta il crudel con scorno e danno
di donne e di
guerrier che di là vanno.
43
Marganor il fellon (così si chiama
il signore, il tiran di quel
castello),
del qual Nerone, o s'altri è ch'abbia fama
di crudeltà, non fu
più iniquo e fello,
il sangue uman, ma 'l feminil più brama,
che 'l lupo
non lo brama de l'agnello.
Fa con onta scacciar le donne tutte
da lor ria
sorte a quel castel condutte. -
44
Perché quell'empio in tal furor venisse,
volson le donne intendere e
Ruggiero:
pregar colei, ch'in cortesia seguisse,
anzi che cominciasse il
conto intero.
- Fu il signor del castel (la donna disse)
sempre crudel,
sempre inumano e fiero;
ma tenne un tempo il cor maligno ascosto,
né si
lasciò conoscer così tosto:
45
che mentre duo suoi figli erano vivi,
molto diversi dai paterni
stili,
ch'amavan forestieri, ed eran schivi
di crudeltade e degli altri
atti vili;
quivi le cortesie fiorivan, quivi
i bei costumi e l'opere
gentili:
che 'l padre mai, quantunque avaro fosse,
da quel che lor piacea
non li rimosse.
46
Le donne e i cavallier che questa via
facean talor, venian sì ben
raccolti,
che si partian de l'alta cortesia
dei duo germani inamorati
molti.
Amendui questi di cavalleria
parimente i santi ordini avean
tolti:
Cilandro l'un, l'altro Tanacro detto,
gagliardi, arditi e di reale
aspetto.
47
Ed eran veramente, e sarian stati
sempre di laude degni e d'ogni
onore,
s'in preda non si fossino sì dati
a quel desir che nominiamo
amore;
per cui dal buon sentier fur traviati
al labirinto ed al camin
d'errore;
e ciò che mai di buono aveano fatto,
restò contaminato e brutto
a un tratto.
48
Capitò quivi un cavallier di corte
del greco imperator, che seco
avea
una sua donna di maniere accorte,
bella quanto bramar più si
potea.
Cilandro in lei s'inamorò sì forte,
che morir, non l'avendo, gli
parea:
gli parea che dovesse, alla partita
di lei, partire insieme la sua
vita.
49
E perché i prieghi non v'avriano loco,
di volerla per forza si
dispose.
Armossi, e dal castel lontano un poco,
ove passar dovean, cheto
s'ascose.
L'usata audacia e l'amoroso fuoco
non gli lasciò pensar troppo
le cose:
sì che vedendo il cavallier venire,
l'andò lancia per lancia ad
assalire.
50
Al primo incontro credea porlo in terra,
portar la donna e la
vittoria indietro:
ma 'l cavallier, che mastro era di guerra,
l'osbergo
gli spezzò come di vetro.
Venne la nuova al padre ne la terra,
che lo fe'
riportar sopra un ferètro;
e ritrovandol morto, con gran pianto
gli diè
sepulcro agli antiqui avi a canto.
51
Né più però né manco si contese
l'albergo e l'accoglienza a questo e
a quello,
perché non men Tanacro era cortese,
né meno era gentil di suo
fratello.
L'anno medesmo di lontan paese
con la moglie un baron venne al
castello,
a maraviglia egli gagliardo, ed ella,
quanto si possa dir,
leggiadra e bella;
52
né men che bella, onesta e valorosa,
e degna veramente d'ogni
loda:
il cavallier, di stirpe generosa,
di tanto ardir, quanto più d'altri
s'oda.
E ben conviensi a tal valor, che cosa
di tanto prezzo e sì
eccellente goda.
Olindro il cavallier da Lungavilla,
la donna nominata era
Drusilla.
53
Non men di questa il giovene Tanacro
arse, che 'l suo fratel di
quella ardesse,
che gli fe' gustar fine acerbo ed acro
del desiderio
ingiusto ch'in lei messe.
Non men di lui di violar del sacro
e santo
ospizio ogni ragione ellesse,
più tosto che patir che 'l duro e
forte
nuovo desir lo conducesse a morte.
54
Ma perch'avea dinanzi agli occhi il tema
del suo fratel che n'era
stato morto,
pensa di torla in guisa, che non tema
ch'Olindro s'abbia a
vendicar del torto.
Tosto s'estingue in lui, non pur si scema
quella virtù
su che solea star sorto;
ché non lo sommergean dei vizi l'acque,
de le
quai sempre al fondo il padre giacque.
55
Con gran silenzio fece quella notte
seco raccor da vent'uomini
armati;
e lontan dal castel, fra certe grotte
che si trovan tra via, messe
gli aguati.
Quivi ad Olindro il dì le strade rotte,
e chiusi i passi fur
da tutti i lati;
e ben che fe' lunga difesa e molta,
pur la moglie e la
vita gli fu tolta.
56
Ucciso Olindro, ne menò captiva
la bella donna, addolorata in
guisa,
ch'a patto alcun restar non volea viva,
e di grazia chiedea
d'essere uccisa.
Per morir si gittò giù d'una riva
che vi trovò sopra un
vallone assisa;
e non poté morir, ma con la testa
rotta rimase, e tutta
fiacca e pesta.
57
Altrimente Tanacro riportarla
a casa non poté che s'una
bara.
Fece con diligenza medicarla;
che perder non volea preda sì
cara.
E mentre che s'indugia a risanarla,
di celebrar le nozze si
prepara:
ch'aver sì bella donna e sì pudica
debbe nome di moglie, e non
d'amica.
58
Non pensa altro Tanacro, altro non brama,
d'altro non cura, e
d'altro mai non parla.
Si vede averla offesa, e se ne chiama
in colpa, e
ciò che può, fa d'emendarla.
Ma tutto è invano: quanto egli più
l'ama,
quanto più s'affatica di placarla,
tant'ella odia più lui, tanto è
più forte,
tanto è più ferma in voler porlo a morte.
59
Ma non però quest'odio così ammorza
la conoscenza in lei, che non
comprenda
che, se vuol far quanto disegna, è forza
che simuli, ed occulte
insidie tenda;
e che 'l desir sotto contraria scorza
(il quale è sol come
Tanacro offenda)
veder gli faccia; e che si mostri tolta
dal primo amore,
e tutto a lui rivolta.
60
Simula il viso pace; ma vendetta
chiama il cor dentro, e ad altro
non attende.
Molte cose rivolge, alcune accetta,
altre ne lascia, ed altre
in dubbio appende.
Le par che quando essa a morir si metta,
avrà il suo
intento; e quivi al fin s'apprende.
E dove meglio può morire, o
quando,
che 'l suo caro marito vendicando?
61
Ella si mostra tutta lieta, e finge
di queste nozze aver sommo
disio;
e ciò che può indugiarle, a dietro spinge,
non ch'ella mostri
averne il cor restio.
Più de l'altre s'adorna e si dipinge:
Olindro al
tutto par messo in oblio.
Ma che sian fatte queste nozze vuole,
come ne la
sua patria far si suole.
62
Non era però ver che questa usanza
che dir volea, ne la sua patria
fosse:
ma, perché in lei pensier mai non avanza,
che spender possa
altrove, imaginosse
una bugia, la qual le diè speranza
di far morir chi 'l
suo signor percosse:
e disse di voler le nozze a guisa
de la sua patria, e
'l modo gli devisa.
63
- La vedovella che marito prende,
deve, prima (dicea) ch'a lui
s'appresse,
placar l'alma del morto ch'ella offende,
facendo celebrargli
offici e messe,
in remission de le passate mende,
nel tempio ove di quel
son l'ossa messe;
e dato fin ch'al sacrificio sia,
alla sposa l'annel lo
sposo dia:
64
ma ch'abbia in questo mezzo il sacerdote
sul vino ivi portato a tale
effetto
appropriate orazion devote,
sempre il liquor benedicendo,
detto;
indi che 'l fiasco in una coppa vote,
e dia alli sposi il vino
benedetto:
ma portare alla sposa il vino tocca,
ed esser prima a porvi su
la bocca. -
65
Tanacro, che non mira quanto importe
ch'ella le nozze alla sua
usanza faccia,
le dice: - Pur che 'l termine si scorte
d'essere insieme,
in questo si compiaccia. -
Né s'avede il meschin ch'essa la
morte
d'Olindro vendicar così procaccia,
e sì la voglia ha in uno oggetto
intensa,
che sol di quello, e mai d'altro non pensa.
66
Avea seco Drusilla una sua vecchia,
che seco presa, seco era
rimasa.
A sé chiamolla, e le disse all'orecchia,
sì che non poté udire
uomo di casa:
- Un subitano tosco m'apparecchia,
qual so che sai comporre,
e me lo invasa;
c'ho trovato la via di vita torre
il traditor figliuol di
Marganorre.
67
E me so come, e te salvar non meno:
ma diferisco a dirtelo più ad
agio. -
Andò la vecchia, e apparecchiò il veneno,
ed acconciollo, e
ritornò al palagio.
Di vin dolce di Candia un fiasco pieno
trovò da por
con quel succo malvagio,
e lo serbò pel giorno de le nozze;
ch'omai tutte
l'indugie erano mozze.
68
Lo statuito giorno al tempio venne,
di gemme ornata e di leggiadre
gonne,
ove d'Olindro, come gli convenne,
fatto avea l'arca alzar su due
colonne.
Quivi l'officio si cantò solenne:
trasseno a udirlo tutti, uomini
e donne,
e lieto Marganor più de l'usato,
venne col figlio e con gli amici
a lato.
69
Tosto ch'al fin le sante esequie foro,
e fu col tosco il vino
benedetto,
il sacerdote in una coppa d'oro
lo versò, come avea Drusilla
detto.
Ella ne bebbe quanto al suo decoro
si conveniva, e potea far
l'effetto:
poi diè allo sposo con viso giocondo
il nappo; e quel gli fe'
apparire il fondo.
70
Renduto il nappo al sacerdote, lieto
per abbracciar Drusilla apre le
braccia.
Or quivi il dolce stile e mansueto
in lei si cangia e quella gran
bonaccia.
Lo spinge a dietro, e gli ne fa divieto,
e par ch'arda negli
occhi e ne la faccia;
e con voce terribile e incomposta
gli grida: -
Traditor, da me ti scosta!
71
Tu dunque avrai da me solazzo e gioia,
io lagrime da te, martìri e
guai?
Io vo' per le mie man ch'ora tu muoia:
questo è stato venen, se tu
nol sai.
Ben mi duol c'hai troppo onorato boia,
che troppo lieve e facil
morte fai;
che mani e pene io non so sì nefande,
che fosson pari al tuo
peccato grande.
72
Mi duol di non vedere in questa morte
il sacrificio mio tutto
perfetto:
che s'io 'l poteva far di quella sorte
ch'era il disio, non
avria alcun difetto.
Di ciò mi scusi il dolce mio consorte:
riguardi al
buon volere, e l'abbia accetto;
che non potendo come avrei voluto,
io t'ho
fatto morir come ho potuto.
73
E la punizion che qui, secondo
il desiderio mio, non posso
darti,
spero l'anima tua ne l'altro mondo
veder patire; ed io starò a
mirarti. -
Poi disse, alzando con viso giocondo
i turbidi occhi alle
superne parti:
- Questa vittima, Olindro, in tua vendetta
col buon voler
de la tua moglie accetta;
74
ed impetra per me dal Signor nostro
grazia, ch'in paradiso oggi io
sia teco.
Se ti dirà che senza merto al vostro
regno anima non vien, di'
ch'io l'ho meco;
che di questo empio e scelerato mostro
le spoglie opime
al santo tempio arreco.
E che merti esser puon maggior di questi,
spegner
sì brutte e abominose pesti? -
75
Finì il parlare insieme con la vita;
e morta anco parea lieta nel
volto
d'aver la crudeltà così punita
di chi il caro marito le avea
tolto.
Non so se prevenuta, o se seguita
fu da lo spirto di Tanacro
sciolto:
fu prevenuta, credo; ch'effetto ebbe
prima il veneno in lui,
perché più bebbe.
76
Marganor che cader vede il figliuolo,
e poi restar ne le sue braccia
estinto,
fu per morir con lui, dal grave duolo
ch'alla sprovista lo
trafisse, vinto.
Duo n'ebbe un tempo, or si ritrova solo:
due femine a
quel termine l'han spinto.
La morte a l'un da l'una fu causata;
e l'altra
all'altro di sua man l'ha data.
77
Amor, pietà, sdegno, dolore ed ira,
disio di morte e di vendetta
insieme
quell'infelice ed orbo padre aggira,
che, come il mar che turbi il
vento, freme.
Per vendicarsi va a Drusilla, e mira
che di sua vita ha
chiuse l'ore estreme;
e come il punge e sferza l'odio ardente,
cerca
offendere il corpo che non sente.
78
Qual serpe che ne l'asta ch'alla sabbia
la tenga fissa, indarno i
denti metta;
o qual mastin ch'al ciottolo che gli abbia
gittato il
viandante, corra in fretta,
e morda invano con stizza e con rabbia,
né se
ne voglia andar senza vendetta:
tal Marganor d'ogni mastin, d'ogni
angue
via più crudel, fa contra il corpo esangue.
79
E poi che per stracciarlo e farne scempio
non si sfoga il fellon né
disacerba,
vien fra le donne di che è pieno il tempio,
né più l'una de
l'altra ci riserba;
ma di noi fa col brando crudo ed empio
quel che fa con
la falce il villan d'erba.
Non vi fu alcun ripar, ch'in un momento
trenta
n'uccise, e ne ferì ben cento.
80
Egli da la sua gente è sì temuto,
ch'uomo non fu ch'ardisse alzar la
testa.
Fuggon le donne col popul minuto
fuor de la chiesa, e chi può
uscir, non resta.
Quel pazzo impeto al fin fu ritenuto
dagli amici con
prieghi e forza onesta,
e lasciando ogni cosa in pianto al basso,
fatto
entrar ne la rocca in cima al sasso.
81
E tuttavia la colera durando,
di cacciar tutte per partito
prese;
poi che gli amici e 'l populo pregando,
che non ci uccise a fatto,
gli contese:
e quel medesmo dì fe' andare un bando,
che tutte gli
sgombrassimo il paese;
e darci qui gli piacque le confine.
Misera chi al
castel più s'avvicine!
82
Da le mogli così furo i mariti,
da le madri così i figli
divisi.
S'alcuni sono a noi venire arditi,
nol sappia già chi Marganor
n'avisi;
che di multe gravissime puniti
n'ha molti, e molti crudelmente
uccisi.
Al suo castello ha poi fatto una legge,
di cui peggior non s'ode
né si legge.
83
Ogni donna che trovin ne la valle,
la legge vuol (ch'alcuna pur vi
cade)
che percuotan con vimini alle spalle,
e la faccian sgombrar queste
contrade:
ma scorciar prima i panni, e mostrar falle
quel che Natura
asconde ed Onestade;
e s'alcuna vi va, ch'armata scorta
abbia di
cavallier, vi resta morta.
84
Quelle c'hanno per scorta cavallieri,
son da questo nimico di
pietate,
come vittime, tratte ai cimiteri
dei morti figli, e di sua man
scannate.
Leva con ignominia arme e destrieri,
e poi caccia in prigion chi
l'ha guidate:
e lo può far; che sempre notte e giorno
si trova più di
mille uomini intorno.
85
E dir di più vi voglio ancora, ch'esso,
s'alcun ne lascia, vuol che
prima giuri
su l'ostia sacra, che 'l femineo sesso
in odio avrà fin che la
vita duri.
Se perder queste donne e voi appresso
dunque vi pare, ite a
veder quei muri
ove alberga il fellone, e fate prova
s'in lui più forza o
crudeltà si trova. -
86
Così dicendo, le guerriere mosse
prima a pietade, e poscia a tanto
sdegno,
che se, come era notte, giorno fosse,
sarian corse al castel senza
ritegno.
La bella compagnia quivi pososse;
e tosto che l'Aurora fece
segno
che dar dovesse al Sol loco ogni stella,
ripigliò l'arme e si
rimesse in sella.
87
Già sendo in atto di partir, s'udiro
le strade risonar dietro le
spalle
d'un lungo calpestio, che gli occhi in giro
fece a tutti voltar giù
ne la valle.
E lungi quanto esser potrebbe un tiro
di mano, andar per uno
istretto calle
vider da forse venti armati in schiera,
di che parte in
arcion, parte a pied'era;
88
e che traean con lor sopra un cavallo
donna ch'al viso aver parea
molt'anni,
a guisa che si mena un che per fallo
a fuoco o a ceppo o a
laccio si condanni:
la qual fu, non ostante l'intervallo,
tosto
riconosciuta al viso e ai panni.
La riconobber queste de la villa
esser la
cameriera di Drusilla:
89
la cameriera che con lei fu presa
dal rapace Tanacro, come ho
detto,
ed a chi fu dipoi data l'impresa
di quel venen che fe' 'l crudele
effetto.
Non era entrata ella con l'altre in chiesa;
che di quel che seguì
stava in sospetto:
anzi in quel tempo, de la villa uscita,
ove esser sperò
salva, era fugita.
90
Avuto Marganor poi di lei spia,
la qual s'era ridotta in
Ostericche,
non ha cessato mai di cercar via
come in man l'abbia, acciò
l'abruci o impicche:
e finalmente l'Avarizia ria,
mossa da doni e da
proferte ricche,
ha fatto ch'un baron, ch'assicurata
l'avea in sua terra,
a Marganor l'ha data:
91
e mandata glie l'ha fin a Costanza
sopra un somier, come la merce
s'usa,
legata e stretta, e toltole possanza
di far parole, e in una cassa
chiusa:
onde poi questa gente l'ha ad istanza
de l'uom ch'ogni pietade ha
da sé esclusa,
quivi condotta con disegno ch'abbia
l'empio a sfogar sopra
di lei sua rabbia.
92
Come il gran fiume che di Vesulo esce,
quanto più inanzi e verso il
mar discende,
e che con lui Lambra e Ticin si mesce,
ed Ada e gli altri
onde tributo prende,
tanto più altiero e impetuoso cresce;
così Ruggier,
quante più colpe intende
di Marganor, così le due guerriere
se gli fan
contra più sdegnose e fiere.
93
Elle fur d'odio, elle fur d'ira tanta
contra il crudel, per tante
colpe, accese,
che di punirlo, mal grado di quanta
gente egli avea,
conclusion si prese.
Ma dargli presta morte troppo santa
pena lor parve e
indegna a tante offese;
ed era meglio fargliela sentire,
fra strazio
prolungandola e martìre.
94
Ma prima liberar la donna è onesto,
che sia condotta da quei birri a
morte.
Lentar di briglia col calcagno presto
fece a' presti destrier far
le vie corte.
Non ebbon gli assaliti mai di questo
uno incontro più acerbo
né più forte;
sì che han di grazia di lasciar gli scudi
e la donna e
l'arnese, e fuggir nudi:
95
sì come il lupo che di preda vada
carco alla tana, e quando più si
crede
d'esser sicur, dal cacciator la strada
e da' suoi cani attraversar
si vede,
getta la soma, e dove appar men rada
la scura macchia inanzi,
affretta il piede.
Già men presti non fur quelli a fuggire,
che li fusson
quest'altri ad assalire.
96
Non pur la donna e l'arme vi lasciaro,
ma de' cavalli ancor
lasciaron molti,
e da rive e da grotte si lanciaro,
parendo lor così
d'esser più sciolti.
Il che alle donne ed a Ruggier fu caro;
che tre di
quei cavalli ebbono tolti
per portar quelle tre che 'l giorno d'ieri
feron
sudar le groppe ai tre destrieri.
97
Quindi espediti segueno la strada
verso l'infame e dispietata
villa.
Voglion che seco quella vecchia vada,
per veder la vendetta di
Drusilla.
Ella che teme che non ben le accada,
lo niega indarno, e piange
e grida e strilla;
ma per forza Ruggier la leva in groppa
del buon
Frontino, e via con lei galoppa.
98
Giunseno in somma onde vedeano al basso
di molte case un ricco borgo
e grosso,
che non serrava d'alcun lato il passo,
perché né muro intorno
avea né fosso.
Avea nel mezzo un rilevato sasso
ch'un'alta rocca sostenea
sul dosso.
A quella si drizzar con gran baldanza,
ch'esser sapean di
Marganor la stanza.
99
Tosto che son nel borgo, alcuni fanti
che v'erano alla guardia de
l'entrata,
dietro chiudon la sbarra, e già davanti
veggion che l'altra
uscita era serrata:
ed ecco Marganorre, e seco alquanti
a piè e a cavallo,
e tutta gente armata;
che con brevi parole, ma orgogliose,
la ria costuma
di sua terra espose.
100
Marfisa, la qual prima avea composta
con Bradamante e con Ruggier
la cosa,
gli spronò incontro in cambio di risposta;
e com'era possente e
valorosa,
senza ch'abbassi lancia, o che sia posta
in opra quella spada sì
famosa,
col pugno in guisa l'elmo gli martella,
che lo fa tramortir sopra
la sella.
101
Con Marfisa la giovane di Francia
spinge a un tempo il destrier, né
Ruggier resta
ma con tanto valor corre la lancia,
che sei, senza levarsela
di resta,
n'uccide, uno ferito ne la pancia,
duo nel petto, un nel collo,
un ne la testa:
nel sesto che fuggia l'asta si roppe,
ch'entrò alle schene
e riuscì alle poppe.
102
La figliuola d'Amon quanti ne tocca
con la sua lancia d'or, tanti
n'atterra:
fulmine par, che 'l cielo ardendo scocca,
che ciò ch'incontra,
spezza e getta a terra.
Il popul sgombra, chi verso la rocca,
chi verso il
piano; altri si chiude e serra,
chi ne le chiese e chi ne le sue case;
né,
fuor che morti, in piazza uomo rimase.
103
Marfisa Marganorre avea legato
intanto con le man dietro alle
rene,
ed alla vecchia di Drusilla dato,
ch'appagata e contenta se ne
tiene.
D'arder quel borgo poi fu ragionato,
s'a penitenza del suo error
non viene:
levi la legge ria di Marganorre,
e questa accetti, ch'essa vi
vuol porre.
104
Non fu già d'ottener questo fatica;
con quella gente, oltre al
timor ch'avea
che più faccia Marfisa che non dica,
ch'uccider tutti ed
abbruciar volea,
di Marganorre affatto era nimica
e de la legge sua
crudele e rea.
Ma 'l populo facea come i più fanno,
ch'ubbidiscon più a
quei che più in odio hanno.
105
Però che l'un de l'altro non si fida,
e non ardisce conferir sua
voglia,
lo lascian ch'un bandisca, un altro uccida,
a quel l'avere, a
questo l'onor toglia.
Ma il cor che tace qui, su nel ciel grida,
fin che
Dio e santi alla vendetta invoglia;
la qual, se ben tarda a venir,
compensa
l'indugio poi con punizione immensa.
106
Or quella turba d'ira e d'odio pregna
con fatti e con mal dir cerca
vendetta:
com'è in proverbio, ognun corre a far legna
all'arbore che 'l
vento in terra getta.
Sia Marganorre esempio di chi regna;
che chi mal
opra, male al fine aspetta.
Di vederlo punir de' suoi nefandi
peccati,
avean piacer piccioli e grandi.
107
Molti a chi fur le mogli o le sorelle
o le figlie o le madri da lui
morte,
non più celando l'animo ribelle,
correan per dargli di lor man la
morte:
e con fatica lo difeser quelle
magnanime guerriere e Ruggier
forte;
che disegnato avean farlo morire
d'affanno, di disagio e di
martire.
108
A quella vecchia che l'odiava quanto
femina odiare alcun nimico
possa,
nudo in mano lo dier, legato tanto,
che non si scioglierà per una
scossa;
ed ella, per vendetta del suo pianto,
gli andò facendo la persona
rossa
con un stimulo aguzzo ch'un villano,
che quivi si trovò, le pose in
mano.
109
La messaggera e le sue giovani anco,
che quell'onta non son mai per
scordarsi,
non s'hanno più a tener le mani al fianco,
né meno che la
vecchia, a vendicarsi;
ma sì è il desir d'offenderlo, che manco
viene il
potere, e pur vorrian sfogarsi:
chi con sassi il percuote, chi con
l'unge;
altra lo morde, altra cogli aghi il punge.
110
Come torrente che superbo faccia
lunga pioggia talvolta o nievi
sciolte,
va ruinoso, e giù da' monti caccia
gli arbori e i sassi e i campi
e le ricolte;
vien tempo poi, che l'orgogliosa faccia
gli cade, e sì le
forze gli son tolte,
ch'un fanciullo, una femina per tutto
passar lo
puote, e spesso a piede asciutto:
111
così già fu che Marganorre intorno
fece tremar, dovunque udiasi il
nome;
or venuto è chi gli ha spezzato il corno
di tanto orgoglio, e sì le
forze dome,
che gli puon far sin a' bambini scorno,
chi pelargli la barba
e chi le chiome.
Quindi Ruggiero e le donzelle il passo
alla rocca voltar,
ch'era sul sasso.
112
La diè senza contrasto in poter loro
chi v'era dentro, e così i
ricchi arnesi,
ch'in parte messi a sacco, in parte foro
dati ad Ullania ed
a' compagni offesi.
Ricovrato vi fu lo scudo d'oro,
e quei tre re ch'avea
il tiranno presi,
li quai venendo quivi, come parmi
d'avervi detto, erano
a piè senz'armi;
113
perché dal dì che fur tolti di sella
da Bradamante, a piè sempre
eran iti
senz'arme, in compagnia de la donzella
la qual venìa da sì
lontani liti.
Non so se meglio o peggio fu di quella,
che di lor armi non
fusson guerniti.
Era ben meglio esser da lor difesa;
ma peggio assai, se
ne perdean l'impresa:
114
perché stata saria, com'eran tutte
quelle ch'armate avean seco le
scorte,
al cimitero misere condutte
dei due fratelli, e in sacrificio
morte.
Gli è pur men che morir, mostrar le brutte
e disoneste parti, duro
e forte;
e sempre questo e ogn'altro obbrobrio amorza
il poter dir che le
sia fatto a forza.
115
Prima ch'indi si partan le guerriere,
fan venir gli abitanti a
giuramento,
che daranno i mariti alle mogliere
de la terra e del tutto il
reggimento;
e castigato con pene severe
sarà chi contrastare abbia
ardimento.
In somma quel ch'altrove è del marito,
che sia qui de la moglie
è statuito.
116
Poi si feccion promettere ch'a quanti
mai verrian quivi, non darian
ricetto,
o fosson cavallieri, o fosson fanti,
né 'ntrar li lascerian pur
sotto un tetto,
se per Dio non giurassino e per santi,
o s'altro
giuramento v'è più stretto,
che sarian sempre de le donne amici,
e dei
nimici lor sempre nimici;
117
e s'avranno in quel tempo, e se saranno,
tardi o più tosto, mai per
aver moglie,
che sempre a quelle sudditi saranno,
e ubbidienti a tutte le
lor voglie.
Tornar Marfisa, prima ch'esca l'anno,
disse, e che perdan gli
arbori le foglie;
e se la legge in uso non trovasse,
fuoco e ruina il
borgo s'aspettasse.
118
Né quindi si partir, che de l'immondo
luogo dov'era, fer Drusilla
torre,
e col marito in uno avel, secondo
ch'ivi potean più riccamente
porre.
La vecchia facea intanto rubicondo
con lo stimulo il dosso a
Marganorre:
sol si dolea di non aver tal lena,
che potesse non dar triegua
alla pena.
119
L'animose guerriere a lato un tempio
videno quivi una colonna in
piazza,
ne la qual fatt'avea quel tiranno empio
scriver la legge sua
crudele e pazza.
Elle, imitando d'un trofeo l'esempio,
lo scudo
v'attaccaro e la corazza
di Marganorre e l'elmo; e scriver fenno
la legge
appresso, ch'esse al loco denno.
120
Quivi s'indugiar tanto, che Marfisa
fe' por la legge sua ne la
colonna,
contraria a quella che già v'era incisa
a morte ed ignominia
d'ogni donna.
Da questa compagnia restò divisa
quella d'Islanda, per rifar
la gonna;
che comparire in corte obbrobrio stima,
se non si veste ed orna
come prima.
121
Quivi rimase Ullania; e Marganorre
di lei restò in potere: ed essa
poi,
perché non s'abbia in qualche modo a sciorre,
e le donzelle un'altra
volta annoi,
lo fe' un giorno saltar giù d'una torre,
che non fe' il
maggior salto a' giorni suoi.
Non più di lei, né più dei suoi si parli,
ma
de la compagnia che va verso Arli.
122
Tutto quel giorno, e l'altro fin appresso
l'ora di terza andaro; e
poi che furo
giunti dove in due strade è il camin fesso
(l'una va al
campo, e l'altra d'Arli al muro),
tornar gli amanti ad abbracciarsi, e
spesso
a tor commiato, e sempre acerbo e duro.
Al fin le donne in campo, e
in Arli è gito
Ruggiero; ed io il mio canto ho qui finito.