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1
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch'all'accecata Italia e d'error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch'una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fora.
2
Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che già molt'anni erano state chiuse;
onde il fetore e l'ingordigia emerse,
ch'ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quiete in tal modo s'escluse,
ch'in guerre, in povertà sempre e in affanni
è dopo stata, ed è per star molt'anni:
3
fin ch'ella un giorno ai neghitosi figli
scuota la chioma, e cacci fuor di Lete,
gridando lor: - Non fia chi rassimigli
alla virtù di Calai e di Zete?
che le mense dal puzzo e dagli artigli
liberi, e torni a lor mondizia liete,
come essi già quelle di Fineo, e dopo
fe' il paladin quelle del re etiopo. -
4
Il paladin col suono orribil venne
le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,
tanto ch'a piè d'un monte si ritenne,
ove esse erano entrate in una grotta.
L'orecchie attente allo spiraglio tenne,
e l'aria ne sentì percossa e rotta
da pianti e d'urli e da lamento eterno:
segno evidente quivi esser lo 'nferno.
5
Astolfo si pensò d'entrarvi dentro,
e veder quei c'hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolge infernal cercare intorno.
- Di che debbo temer (dicea) s'io v'entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Farò fuggir Plutone e Satanasso,
e 'l can trifauce leverò dal passo. -
6
De l'alato destrier presto discese,
e lo lasciò legato a un arbuscello:
poi si calò ne l'antro, e prima prese
il corno, avendo ogni sua speme in quello.
Non andò molto inanzi, che gli offese
il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello,
più che di pece grave e che di zolfo:
non sta d'andar per questo inanzi Astolfo.
7
Ma quando va più inanzi, più s'ingrossa
il fumo e la caligine, e gli pare
ch'andare inanzi più troppo non possa;
che sarà forza a dietro ritornare.
Ecco, non sa che sia, vede far mossa
da la volta di sopra, come fare
il cadavero appeso al vento suole,
che molti dì sia stato all'acqua e al sole.
8
Sì poco, e quasi nulla era di luce
in quella affumicata e nera strada,
che non comprende e non discerne il duce
chi questo sia che sì per l'aria vada;
e per notizia averne si conduce
a dargli uno o due colpi de la spada.
Stima poi ch'un spirto esser quel debbia;
che gli par di ferir sopra la nebbia.
9
Allor sentì parlar con voce mesta:
- Deh, senza fare altrui danno, giù cala!
Pur troppo il negro fumo mi molesta,
che dal fuoco infernal qui tutto esala. -
Il duca stupefatto allor s'arresta,
e dice all'ombra: - Se Dio tronchi ogni ala
al fumo, sì ch'a te più non ascenda,
non ti dispiaccia che 'l tuo stato intenda.
10
E se vuoi che di te porti novella
nel mondo su, per satisfarti sono. -
L'ombra rispose: - Alla luce alma e bella
tornar per fama ancor sì mi par buono,
che le parole è forza che mi svella
il gran desir c'ho d'aver poi tal dono,
e che 'l mio nome e l'esser mio ti dica,
ben che 'l parlar mi sia noia e fatica. -
11
E cominciò: - Signor, Lidia sono io,
del re di Lidia in grande altezza nata,
qui dal giudicio altissimo di Dio
al fumo eternamente condannata,
per esser stata al fido amante mio,
mentre io vissi, spiacevole ed ingrata.
D'altre infinite è questa grotta piena,
poste per simil fallo in simil pena.
12
Sta la cruda Anassarete più al basso,
ove è maggiore il fumo e più martire.
Restò converso al mondo il corpo in sasso
e l'anima qua giù venne a patire,
poi che veder per lei l'afflitto e lasso
suo amante appeso poté sofferire.
Qui presso è Dafne, ch'or s'avvede quanto
errasse a fare Apollo correr tanto.
13
Lungo saria se gl'infelici spirti
de le femine ingrate, che qui stanno,
volesse ad uno ad uno riferirti;
che tanti son, ch'in infinito vanno.
Più lungo ancor saria gli uomini dirti,
a' quai l'essere ingrato ha fatto danno,
e che puniti sono in peggior loco,
ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco.
14
Perché le donne più facili e prone
a creder son, di più supplicio è degno
chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone
e chi turbò a Latin l'antiquo regno;
sallo ch'incontra sé il frate Absalone
per Tamar trasse a sanguinoso sdegno;
ed altri ed altre: che sono infiniti,
che lasciato han chi moglie e chi mariti.
15
Ma per narrar di me più che d'altrui,
e palesar l'error che qui mi trasse,
bella, ma altiera più, sì in vita fui,
che non so s'altra mai mi s'aguagliasse:
né ti saprei ben dir, di questi dui,
s'in me l'orgoglio o la beltà avanzasse;
quantunque il fasto o l'alterezza nacque
da la beltà ch'a tutti gli occhi piacque.
16
Era in quel tempo in Tracia un cavalliero
estimato il miglior del mondo in arme,
il qual da più d'un testimonio vero
di singular beltà sentì lodarme;
tal che spontaneamente fe' pensiero
di volere il suo amor tutto donarme,
stimando meritar per suo valore,
che caro aver di lui dovessi il core.
17
In Lidia venne; e d'un laccio più forte
vinto restò, poi che veduta m'ebbe.
Con gli altri cavallier si messe in corte
del padre mio, dove in gran fama crebbe.
L'alto valore e le più d'una sorte
prodezze che mostrò, lungo sarebbe
a raccontarti, e il suo merto infinito,
quando egli avesse a più grato uom servito.
18
Panfilia e Caria e il regno de' Cilici
per opra di costui mio padre vinse;
che l'esercito mai contra i nimici,
se non quanto volea costui, non spinse.
Costui, poi che gli parve i benefici
suoi meritarlo, un dì col re si strinse
a domandargli in premio de le spoglie
tante arrecate, ch'io fossi sua moglie.
19
Fu repulso dal re, ch'in grande stato
maritar disegnava la figliuola,
non a costui che cavallier privato
altro non tien che la virtude sola:
e 'l padre mio troppo al guadagno dato,
e all'avarizia, d'ogni vizio scuola,
tanto apprezza costumi, o virtù ammira,
quanto l'asino fa il suon de la lira.
20
Alceste, il cavallier di ch'io ti parlo
(che così nome avea), poi che si vede
repulso da chi più gratificarlo
era più debitor, commiato chiede;
e lo minaccia, nel partir, di farlo
pentir che la figliuola non gli diede.
Se n'andò al re d'Armenia, emulo antico
del re di Lidia e capital nimico;
21
e tanto stimulò, che lo dispose
a pigliar l'arme e far guerra a mio padre.
Esso per l'opre sue chiare e famose
fu fatto capitan di quelle squadre.
Pel re d'Armenia tutte l'altre cose
disse ch'acquisteria: sol le leggiadre
e belle membra mie volea per frutto
de l'opra sua, vinto ch'avesse il tutto.
22
Io non ti potre' esprimere il gran danno
ch'Alceste al padre mio fa in quella guerra.
Quattro eserciti rompe, e in men d'un anno
lo mena a tal, che non gli lascia terra,
fuor ch'un castel ch'alte pendici fanno
fortissimo; e là dentro il re si serra
con la famiglia che più gli era accetta,
e col tesor che trar vi puote in fretta.
23
Quivi assedionne Alceste; ed in non molto
termine a tal disperazion ne trasse,
che per buon patto avria mio padre tolto
che moglie e serva ancor me gli lasciasse
con la metà del regno, s'indi assolto
restar d'ogni altro danno si sperasse.
Vedersi in breve de l'avanzo privo
era ben certo, e poi morir captivo.
24
Tentar, prima ch'accada, si dispone
ogni rimedio che possibil sia;
e me, che d'ogni male era cagione,
fuor de la rocca, ov'era Alceste invia.
Io vo ad Alceste con intenzione
di dargli in preda la persona mia,
e pregar che la parte che vuol tolga
del regno nostro, e l'ira in pace volga.
25
Come ode Alceste ch'io vo a ritrovarlo,
mi viene incontra pallido e tremante:
di vinto e di prigione, a riguardarlo,
più che di vincitore, have sembiante.
Io che conosco ch'arde, non gli parlo
sì come avea già disegnato inante:
vista l'occasion, fo pensier nuovo
conveniente al grado in ch'io lo trovo.
26
A maledir comincio l'amor d'esso,
e di sua crudeltà troppo a dolermi,
ch'iniquamente abbia mio padre oppresso,
e che per forza abbia cercato avermi;
che con più grazia gli saria successo
indi a non molti dì, se tener fermi
saputo avesse i modi cominciati,
ch'al re ed a tutti noi sì furon grati.
27
E se ben da principio il padre mio
gli avea negata la domanda onesta
(però che di natura è un poco rio,
né mai si piega alla prima richiesta),
farsi per ciò di ben servir restio
non doveva egli, e aver l'ira sì presta;
anzi, ognor meglio oprando, tener certo
venire in breve al desiato merto.
28
E quando anco mio padre a lui ritroso
stato fosse, io l'avrei tanto pregato,
ch'avria l'amante mio fatto mio sposo.
Pur, se veduto io l'avessi ostinato,
avrei fatto tal opra di nascoso,
che di me Alceste si saria lodato.
Ma poi ch'a lui tentar parve altro modo,
io di mai non l'amar fisso avea il chiodo.
29
E se ben era a lui venuta, mossa
da la pietà ch'al mio padre portava,
sia certo che non molto fruir possa
il piacer ch'al dispetto mio gli dava;
ch'era per far di me la terra rossa,
tosto ch'io avessi alla sua voglia prava
con questa mia persona satisfatto
di quel che tutto a forza saria fatto.
30
Queste parole e simili altre usai,
poi che potere in lui mi vidi tanto;
e 'l più pentito lo rendei, che mai
si trovasse ne l'eremo alcun santo.
Mi cadde a' piedi, e supplicommi assai,
che col coltel che si levò da canto
(e volea in ogni modo ch'io 'l pigliassi)
di tanto fallo suo mi vendicassi.
31
Poi ch'io lo trovo tale, io fo disegno
la gran vittoria insin al fin seguire:
gli do speranza di farlo anco degno
che la persona mia potrà fruire,
s'emendando il suo error, l'antiquo regno
al padre mio farà restituire;
e nel tempo a venir vorrà acquistarme
servendo, amando, e non mai più per arme.
32
Così far mi promesse, e ne la rocca
intatta mi mandò, come a lui venni,
né di baciarmi pur s'ardì la bocca:
vedi s'al collo il giogo ben gli tenni;
vedi se bene Amor per me lo tocca,
se convien che per lui più strali impenni.
Al re d'Armenia andò, di cui dovea
esser per patto ciò che si prendea:
33
e con quel miglior modo ch'usar puote,
lo priega ch'al mio padre il regno lassi,
del qual le terre ha depredate e vote,
ed a goder l'antiqua Armenia passi.
Quel re, d'ira infiammando ambe le gote,
disse ad Alceste che non vi pensassi;
che non si volea tor da quella guerra,
fin che mio padre avea palmo di terra.
34
E s'Alceste è mutato alle parole
d'una vil feminella, abbiasi il danno.
Già a' prieghi esso di lui perder non vuole
quel ch'a fatica ha preso in tutto un anno.
Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole
che seco effetto i prieghi suoi non fanno.
All'ultimo s'adira, e lo minaccia
che vuol, per forza o per amor, lo faccia.
35
L'ira multiplicò sì, che li spinse
da le male parole ai peggior fatti.
Alceste contra il re la spada strinse
fra mille ch'in suo aiuto s'eran tratti,
e mal grado lor tutti, ivi l'estinse;
e quel dì ancor gli Armeni ebbe disfatti,
con l'aiuto de' Cilici e de' Traci
che pagava egli, e d'altri suoi seguaci.
36
Seguitò la vittoria, ed a sue spese,
senza dispendio alcun del padre mio,
ne rendé tutto il regno in men d'un mese.
Poi per ricompensarne il danno rio,
oltr'alle spoglie che ne diede, prese
in parte, e gravò in parte di gran fio
Armenia e Capadocia che confina,
e scorse Ircania fin su la marina.
37
In luogo di trionfo, al suo ritorno,
facemmo noi pensier dargli la morte.
Restammo poi, per non ricever scorno;
che lo veggiàn troppo d'amici forte.
Fingo d'amarlo, e più di giorno in giorno
gli do speranza d'essergli consorte;
ma prima contra altri nimici nostri
dico voler che sua virtù dimostri.
38
E quando sol, quando con poca gente
lo mando a strane imprese e perigliose,
da farne morir mille agevolmente:
ma lui successer ben tutte le cose;
che tornò con vittoria, e fu sovente
con orribil persone e mostruose,
con Griganti a battaglia e Lestrigoni,
ch'erano infesti a nostre regioni.
39
Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto
da la matrigna esercitato Alcide
in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto,
alle valli d'Etolia, alle Numide,
sul Tevre, su l'Ibero e altrove; quanto
con prieghi finti e con voglie omicide
esercitato fu da me il mio amante,
cercando io pur di torlomi davante.
40
Né potendo venire al primo intento,
vengone ad un di non minore effetto:
gli fo quei tutti ingiuriar, ch'io sento
che per lui sono, e a tutti in odio il metto.
Egli che non sentia maggior contento
che d'ubbidirmi, senza alcun rispetto
le mani ai cenni miei sempre avea pronte,
senza guardare un più d'un altro in fronte.
41
Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso
spento aver del mio padre ogni nimico,
e per lui stesso Alceste aver conquiso,
che non si avea, per noi, lasciato amico;
quel ch'io gli avea con simulato viso
celato fin allor, chiaro gli esplico:
che grave e capitale odio gli porto,
e pur tuttavia cerco che sia morto.
42
Considerando poi, s'io lo facessi,
ch'in publica ignominia ne verrei
(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,
e crudel detta sempre ne sarei),
mi parve fare assai ch'io gli togliessi
di mai venir più inanzi agli occhi miei.
Né veder né parlar mai più gli volsi,
né messo udi', né lettera ne tolsi.
43
Questa mia ingratitudine gli diede
tanto martìr, ch'al fin dal dolor vinto,
e dopo un lungo domandar mercede,
infermo cadde, e ne rimase estinto.
Per pena ch'al fallir mio si richiede,
or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto
del negro fumo: e così avrò in eterno;
che nulla redenzione è ne l'inferno. -
44
Poi che non parla più Lidia infelice,
va il duca per saper s'altri vi stanzi:
ma la caligine alta ch'era ultrice
de l'opre ingrate, si gl'ingrossa inanzi,
ch'andare un palmo sol più non gli lice;
anzi a forza tornar gli conviene, anzi,
perché la vita non gli sia intercetta
dal fumo, i passi accelerar con fretta.
45
Il mutar spesso de le piante ha vista
di corso, e non di chi passeggia o trotta.
Tanto, salendo inverso l'erta, acquista,
che vede dove aperta era la grotta;
e l'aria, già caliginosa e trista,
dal lume cominciava ad esser rotta.
Al fin con molto affanno e grave ambascia
esce de l'antro, e dietro il fumo lascia.
46
E perché del tornar la via sia tronca
a quelle bestie c'han sì ingorde l'epe,
raguna sassi, e molti arbori tronca,
che v'eran qual d'amomo e qual di pepe;
e come può, dinanzi alla spelonca
fabrica di sua man quasi una siepe:
e gli succede così ben quell'opra,
che più l'arpie non torneran di sopra.
47
Il negro fumo de la scura pece,
mentre egli fu ne la caverna tetra,
non macchiò sol quel ch'apparia, ed infece,
ma sotto i panni ancora entra e penètra;
sì che per trovare acqua andar lo fece
cercando un pezzo; e al fin fuor d'una pietra
vide una fonte uscir ne la foresta,
ne la qual si lavò dal piè alla testa.
48
Poi monta il volatore, e in aria s'alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo 'ncalza,
ch'al cielo aspira, e la terra non stima.
De l'aria più e più sempre guadagna,
tanto ch'al giogo va de la montagna.
49
Zafir, rubini, oro, topazi e perle,
e diamanti e crisoliti e iacinti
potriano i fiori assimigliar, che per le
liete piaggie v'avea l'aura dipinti:
sì verdi l'erbe, che possendo averle
qua giù, ne foran gli smeraldi vinti;
né men belle degli arbori le frondi,
e di frutti e di fior sempre fecondi.
50
Cantan fra i rami gli augelletti vaghi
azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli.
Murmuranti ruscelli e cheti laghi
di limpidezza vincono i cristalli.
Una dolce aura che ti par che vaghi
a un modo sempre e dal suo stil non falli,
facea sì l'aria tremolar d'intorno,
che non potea noiar calor del giorno:
51
e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura
gli odor diversi depredando giva,
e di tutti faceva una mistura
che di soavità l'alma notriva.
Surgea un palazzo in mezzo alla pianura,
ch'acceso esser parea di fiamma viva:
tanto splendore intorno e tanto lume
raggiava, fuor d'ogni mortal costume.
52
Astolfo il suo destrier verso il palagio
che più di trenta miglia intorno aggira,
a passo lento fa muovere ad agio,
e quinci e quindi il bel paese ammira;
e giudica, appo quel, brutto e malvagio,
e che sia al ciel ed a natura in ira
questo ch'abitian noi fetido mondo:
tanto è soave quel, chiaro e giocondo.
53
Come egli è presso al luminoso tetto,
attonito riman di maraviglia;
che tutto d'una gemma è 'l muro schietto,
più che carbonchio lucida e vermiglia.
O stupenda opra, o dedalo architetto!
Qual fabrica tra noi le rassimiglia?
Taccia qualunque le mirabil sette
moli del mondo in tanta gloria mette.
54
Nel lucente vestibulo di quella
felice casa un vecchio al duca occorre,
che 'l manto ha rosso, e bianca la gonnella,
che l'un può al latte, e l'altro al minio opporre.
I crini ha bianchi, e bianca la mascella
di folta barba ch'al petto discorre;
ed è sì venerabile nel viso,
ch'un degli eletti par del paradiso.
55
Costui con lieta faccia al paladino,
che riverente era d'arcion disceso,
disse: - O baron, che per voler divino
sei nel terrestre paradiso asceso;
come che né la causa del camino,
né il fin del tuo desir da te sia inteso;
pur credi che non senza alto misterio
venuto sei da l'artico emisperio.
56
Per imparar come soccorrer déi
Carlo, e la santa fé tor di periglio
venuto meco a consigliar ti sei
per così lunga via, senza consiglio.
Né a tuo saper, né a tua virtù vorrei
ch'esser qui giunto attribuissi, o figlio;
che né il tuo corno, né il cavallo alato
ti valea, se da Dio non t'era dato.
57
Ragionerem più ad agio insieme poi,
e ti dirò come a procedere hai:
ma prima vienti a ricrear con noi;
che 'l digiun lungo de' noiarti ormai. -
Continuando il vecchio i detti suoi,
fece meravigliare il duca assai,
quando scoprendo il nome suo, gli disse
esser colui che l'evangelio scrisse:
58
quel tanto al Redentor caro Giovanni,
per cui il sermone tra i fratelli uscìo,
che non dovea per morte finir gli anni;
sì che fu causa che 'l figliuol di Dio
a Pietro disse: - Perché pur t'affanni,
s'io vo' che così aspetti il venir mio? -
Ben che non disse: egli non de' morire,
si vede pur che così volse dire.
59
Quivi fu assunto, e trovò compagnia,
che prima Enoch, il patriarca, v'era;
eravi insieme il gran profeta Elia,
che non han vista ancor l'ultima sera;
e fuor de l'aria pestilente e ria
si goderan l'eterna primavera,
fin che dian segno l'angeliche tube,
che torni Cristo in su la bianca nube.
60
Con accoglienza grata il cavalliero
fu dai santi alloggiato in una stanza;
fu provisto in un'altra al suo destriero
di buona biada, che gli fu a bastanza.
De' frutti a lui del paradiso diero,
di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza
scusa non sono i duo primi parenti,
se per quei fur sì poco ubbidienti.
61
Poi ch'a natura il duca aventuroso
satisfece di quel che se le debbe,
come col cibo, così col riposo,
che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;
lasciando già l'Aurora il vecchio sposo,
ch'ancor per lunga età mai non l'increbbe,
si vide incontra ne l'uscir del letto
il discipul da Dio tanto diletto;
62
che lo prese per mano, e seco scorse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: - Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che 'l vostro Orlando, perché torse
dal camin dritto le commesse insegne,
è punito da Dio, che più s'accende
contra chi egli ama più, quando s'offende.
63
Il vostro Orlando, a cui nascendo diede
somma possanza Dio con sommo ardire,
e fuor de l'uman uso gli concede
che ferro alcun non lo può mai ferire;
perché a difesa di sua santa fede
così voluto l'ha costituire,
come Sansone incontra a' Filistei
costituì a difesa degli Ebrei:
64
renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
di tanti benefici iniquo merto;
che quanto aver più lo dovea in favore,
n'è stato il fedel popul più deserto.
Sì accecato l'avea l'incesto amore
d'una pagana, ch'avea già sofferto
due volte e più venire empio e crudele,
per dar la morte al suo cugin fedele.
65
E Dio per questo fa ch'egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l'intelletto sì gli offusca e tolle,
che non può altrui conoscere, e sé manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mandò il furor pieno,
sì che, qual bue, pasceva l'erba e il fieno.
66
Ma perch'assai minor del paladino,
che di Nabucco, è stato pur l'eccesso,
sol di tre mesi dal voler divino
a purgar questo error termine è messo.
Né ad altro effetto per tanto camino
salir qua su t'ha il Redentor concesso,
se non perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.
67
Gli è ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t'aggio,
che dei pianeti a noi più prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, là dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via. -
68
Di questo e d'altre cose fu diffuso
il parlar de l'apostolo quel giorno.
Ma poi che 'l sol s'ebbe nel mar rinchiuso,
e sopra lor levò la luna il corno,
un carro apparecchiòsi, ch'era ad uso
d'andar scorrendo per quei cieli intorno:
quel già ne le montagne di Giudea
da' mortali occhi Elia levato avea.
69
Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l'aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che 'l vecchio fe' miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.
70
Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
71
Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.
72
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c'han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
73
Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l'apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.
74
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch'in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.
75
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l'inutil tempo che si perde a giuoco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.
76
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch'eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de' Persi e de' Greci, che già furo
incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro.
77
Ami d'oro e d'argento appresso vede
in una massa, ch'erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch'in laude dei signor si fanno.
78
Di nodi d'oro e di gemmati ceppi
vede c'han forma i mal seguiti amori.
V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,
l'autorità ch'ai suoi danno i signori.
I mantici ch'intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.
79
Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l'opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch'era il servir de le misere corti.
80
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch'importe.
- L'elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. -
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch'ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.
81
Vide gran copia di panie con visco,
ch'erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l'occurrenze nostre:
sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.
82
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch'egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n'era quivi un monte,
solo assai più che l'altre cose conte.
83
Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell'uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d'Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l'altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d'Orlando.
84
E così tutte l'altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch'egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n'era in quel loco.
85
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.
86
Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l'oscura Apocalisse.
L'ampolla in ch'era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch'Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch'uno error che fece poi, fu quello
ch'un'altra volta gli levò il cervello.
87
La più capace e piena ampolla, ov'era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l'altre essendo a monte.
Prima che 'l paladin da quella sfera
piena di luce alle più basse smonte,
menato fu da l'apostolo santo
in un palagio ov'era un fiume a canto;
88
ch'ogni sua stanza avea piena di velli
di lin, di seta, di coton, di lana,
tinti in vari colori e brutti e belli.
Nel primo chiostro una femina cana
fila a un aspo traea da tutti quelli,
come veggiàn l'estate la villana
traer dai bachi le bagnate spoglie,
quando la nuova seta si raccoglie.
89
V'è chi, finito un vello, rimettendo
ne viene un altro, e chi ne porta altronde:
un'altra de le filze va scegliendo
il bel dal brutto che quella confonde.
- Che lavor si fa qui, ch'io non l'intendo? -
dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:
- Le vecchie son le Parche, che con tali
stami filano vite a voi mortali.
90
Quanto dura un de' velli, tanto dura
l'umana vita, e non di più un momento.
Qui tien l'occhio e la Morte e la Natura,
per saper l'ora ch'un debba esser spento.
Sceglier le belle fila ha l'altra cura,
perché si tesson poi per ornamento
del paradiso; e dei più brutti stami
si fan per li dannati aspri legami. -
91
Di tutti i velli ch'erano già messi
in aspo, e scelti a farne altro lavoro,
erano in brevi piastre i nomi impressi,
altri di ferro, altri d'argento o d'oro:
e poi fatti n'avean cumuli spessi,
de' quali, senza mai farvi ristoro,
portarne via non si vedea mai stanco
un vecchio, e ritornar sempre per anco.
92
Era quel vecchio sì espedito e snello,
che per correr parea che fosse nato;
e da quel monte il lembo del mantello
portava pien del nome altrui segnato.
Ove n'andava, e perché facea quello,
ne l'altro canto vi sarà narrato,
se d'averne piacer segno farete
con quella grata udienza che solete.
|
1
Oh
fameliche, ingiuste e feroci arpie (gente straniera) che
per l'Italia accecata e piena di ogni sbaglio,
forse
per punire antiche e malvagie colpe,
la
giustizia divina conduce in ogni mensa! Ragazzini
innocenti e madri devote non
si reggono in piedi dalla fame, e vedono che in una sola cena questi
mostri malvagi divorano completamente ciò
che sarebbe il sostegno per il loro vivere. 2 Commise
un grosso errore colui che aprì la grotta (le frontiere) dove
già da molti anni erano state loro rinchiuse; grotta
dalla quale emerse il fetore e l'ingordigia, che
si diffuse poi per l'Italia rendendola infetta. Il
bel vivere a quel punto si sommerse; e
la quiete fu in tal modo lasciata fuori, che
in guerre, in povertà ed in ansia l'Italia
è stata continuamente dopo, e ci starà per ancora molti anni: 3 fino
a che un giorno, ai figli indolenti, pigri, non
scuterà, prendendoli per i capelli, la testa e li strapperà così al
letargo, gridando
loro: "Non ci sarà chi cerchi emulare il
valore di Calai e Zete? che
dal puzzo e dagli artigli delle arpie liberi
le mense, e le faccia così tornare liete e pulite come erano prima, così
come essi (Calai e Zete) fecero con le arpie di Fineo, e dopo di loro fece
il paladino con quelle del re di Etiopia." 4 Il
paladino con l'orribile suono, del corno fatato, continuò ad
inseguire le brutte arpie, in fuga e sconfitte, finché
si fermò ai piedi di un monte, là
dove esse erano entrate in una grotta. Tenne
le orecchie attente verso ogni suono proveniente dall'apertura, e
sentì quindi l'aria della grotta percossa e rotta da
pianti, urla e da continui ed eterni lamenti: indizi
evidenti che lì si trovava l'Inferno. 5 Astolfo
decise di entrarvi dentro, e
vedere coloro che hanno perso la vita, la luce del giorno, e
penetrare nella terra fino al suo centro, ed
aggirarsi per i gironi dell'Inferno. Diceva:
"Che cosa devo temere entrando nell'Inferno, potendomi
sempre aiutare con il corno fatato? Farò
fuggire Plutone e Satana ed
il cane a tre teste, Cerbero, toglierò di mezzo dal mio cammino." 6 Subito
scese dal destriero alato, e
lo lasciò legato ad un piccolo arbusto: si
calò quindi nell'antro, ma prima prese con sé il
corno, ponendo ogni speranza di sopravvivenza in quello. Non
riuscì ad andare molto avanti, che subito gli diede fastidio al
naso ed agli occhi un fumo nero e spiacevole, più
difficile da sopportare che se fosse stato di pece e di zolfo: Astolfo
non cessa comunque di proseguire oltre. 7 Ma
più Astolfo va avanti, più diviene denso il
fumo e la caligine, e ritiene quindi
di non poter più proseguire oltre; e
che sarà necessario ritornare indietro. A
quel punto, non riesce a capire cosa possa essere, vede qualcosa muoversi
sulla volta della caverna, così come
può muoversi al
vento il corpo morto di un impiccato, dopo
essere stato per molti giorni esposto alla pioggia ed al sole. 8 Così
poca, quasi totalmente assente, era la luce lungo
quella strada piena di fumo e buia, che
il duca Astolfo non riesce a comprendere, ed a distinguere, che
cosa possa essere quella cosa che si muoveva in aria in quel modo; e
per poter avere maggiori informazioni, si appresta a
dargli uno o due colpi con la propria spada. Ritiene
infine che non debba essere altro che uno spirito; poiché
gli sembra di riuscire a colpire solo la nebbia. 9 Sentì
allora qualcuno parlare con una voce triste: "Deh,
senza causare danni ad altri, scendi giù! Mi
molesta putroppo il nero fumo che
dal fuoco dell'inferno si spande in ogni luogo." Allora
il duca, pieno di stupore, si arresta e
dice all'ombra: "Possa Dio togliere ogni forza al
denso fumo, così che non riesca più salire là dove tu ti trovi, ma
non ti dispiaccia che conosca la sua situazione. 10 Se
vuoi che porti tue notizie nel
modo dei vivi, sono pronto a soddifarti." Rispose
l'ombra: "Alla luce del giorno, bella e che dà vita, mi
sembra cosa buona poter tornare anche solo per fama, tanto
che mi strapperà a forza le parole il
grande desiderio che ho di ricevere tale dopo, di essere ricordata, ed
il mio nome e la mia situazione, chi sono, ti dirò, anche
se il parlare mi risulta faticoso e fastidioso." 11 E
cominciò quindi a raccontare: "Signore, il mio nome è Lidia, figlia,
di nobile stirpe, del re di Lidia, dal
sublime giudizio di Dio condannata
per l'eternità a stare qui in mezzo al fumo, per
essere stata nei confronti del mio fedele amante, quando
ancora ero in vita, ingrata e spiacevole. Questa
grotta è piena di altre, innumerevoli, anime, poste
qui a subire la mia stessa punizione per la stessa colpa. 12 C'è
qui la crudele Anassarete, più in basso, dove
il fumo è più denso e la pena quindi maggiore. Il
suo corpo rimase al mondo convertito in pietra, mentre
l'anima venne qua giù, nell'Inferno, a patire la pena, dopo
che di vedere impiccato, per sua opera, il misero e triste suo
amante, potè sopportare senza commuoversi. Qui
vicino c'è Dafne, che si accorge ora di quanto abbia
sbagliato a fare tanto correre Apollo. 13 Sarebbe
troppo lungo se delle infelici anime di
femmine ingrate, che si trovano in questa parte dell'Inferno, io
volessi ad una ad una raccontarti; poiché
sono tante da tendere all'infinito. Più
lungo ancora sarebbe parlarti degli uomini ai
quali l'ingratitudine ha recato danno, e
che vengono ora puniti in un luogo peggiore, dove
il fumo li acceca ed il fuoco li cuoce. 14 Perché
le donne sono più facili e propense
nel
credere alle cose, una maggiore punizione merita
però
chi
le inganna. Lo sano bene Teseo e Giasone
ed
Enea, colui che mosse guerra nel Lazio all'antico regno Romano;
lo
sa bene Ammone, che il proprio fratello Assalone spinse
contro di sé,
con
sanguinosa ira, per l'aver violentato la sorella Thamar;
ed
altri ed altri ancora: in numero infinito,
che
hanno abbandonato chi le mogli e chi i mariti.
15
Ma
per raccontare più di me che degli altri,
e
rendere più evidente l'errore che mi condusse poi qui,
tanto
bella, ma altezzosa ancora di più, fui in vita,
tanto
che non so se altra mai donna mi avesse eguagliata:
neppure
saprei dirti chiaramente, tra questi due,
se
prevalesse in me l'orgoglio oppure la bellezza;
sebbene
la superbia o l'essere altezzosa, nacque
dalla
bellezza che a tutti gli occhi piacque.
16
Vi
era a quel tempo in Tracia un cavaliere, Alceste,
ritenuto
il migliore al mondo con le armi,
il
quale, da più di testimone attendibile,
sentì
tessere le lodi della mia particolare bellezza;
a
tal punto che spontaneamente decise
di
voler darmi in dono tutto il suo amore,
ritendendo
di meritare, in nome del proprio valore,
che
io tenessi come cosa cara il suo cuore.
17
Giunse
in Lidia; e con un laccio più forte
rimase
quindi legato, intrappolato, dopo che mi ebbe vista.
Con
gli altri cavalieri si mise nella corte
di
mio padre, nella quale accrebbe di molto la propria fama. Il
grande valore personale e gli svariati
atti
di coraggio che mostrò, sarebbe lungo a
raccontarti, e le infinite ricompense che si sarebbe meritato
se
avesse servito un uomo con maggiore gratitudine di mio padre.
18 Panfilia
e Caria, ed anche il regno dei Cilici, mio
padre potè vincere in battaglia per opera di costui; tanto
che mai mio padre spinse l'esercito contro nemici più
di quanto questo cavaliere valoroso voleva. Costui,
ritenendo ora che i benefici portati lo
meritassero, un giorno con il re ebbe un colloquio privato e
gli chiese, quale premio per le numerose conquiste generate
dal suo aiuto, che io diventassi sua moglie. 19 Fu
respinto dal re, che ambiva a fare maritare sua figlia con
un uomo di alta condizione sociale, non
con costui che, essendo solo un cavaliere, non
possedeva altro se non il proprio valore personale: e
mio padre, troppo abbandonato al semplice guadagno, e
anche all'avarizia, scuola per apprendere ogni vizio, apprezza
tanto le buone maniere o ammira le virtù personali, quanto
un asino può apprezzare ed ammirare il suono di una lira. 20 Alceste,
il cavaliere di cui io ti parlo (essendo
questo il suo nome) vedendosi respinto
da cui più di ogni altro avrebbe dovuto mostrargli gratitudine,
chiede il permesso di partire; e
minaccia il re, allontanandosi, di farlo pentire
di non avergli dato in sposa la figlia. Se
ne andò quindi dal re di Armenia, antico rivale del
re di Lidia e suo principale nemico; 21 e
tanto lo stimolò, lo istigò, da indurlo a
prendere le armi ed a muovere guerra contro mio padre. Alceste,
come merito per le sue illustri e famose gesta, fu
quindi fatto capitano di quelle squadre dell'esercito. Per
il re di Armenia tutte le altre cose cose disse
che avrebbe conquistato: solo il mio corpo elegante e
bello voleva come ricompensa per
il suo operato, una volta ottenuta la completa vittoria. 22 Io
non sarei in grado di spiegare in modo chiaro il grave danno che
Alceste fece a mio padre in quella guerra. Sconfigge
quattro eserciti, ed in meno di un anno di guerra lo
riduce in condizioni tali da non lasciargli più in possesso alcuna terra, ad
eccezione di un castello, che ripidi pendii rendono fortissimo;
e là dentro il re si serra con
quelli della corte che più gli sono cari, e
con il tesoro che in breve vi potrebbe portar fuori da tale situazione. 23 In
quel castello ci assediò Alceste; ed in non molto tempo
ci ridusse ad un tale stato di disperazione, che
mio padre avrebbe, con buon patto, accettato che
la moglie e la serva, ed anche me con loro, gli venissero lasciate insieme
alla metà del regno, se in questo modo avesse sperato di
poter essere risparmiato da ogni altro danno. Di
vedersi in breve tempo privato di quel poco che ancora gli restava era
ben certo, per morire poi come prigioniero. 24 Si
appresta quindi a tentate, prima che ciò accada, ogni
rimedio che avesse potuto aver successo; invia
me, che ero causa di ogni male, fuori
dalla rocca, là dove Alceste si trovava. Io
vado d Alceste con l'intenzione di
cosegnarmi come prigioniera, e
di pregarlo affinché prenda la parte del regno che
più voleva, e tramuti quindi l'ira in pace. 25 Non
appena Alceste apprende che io vado a trovarlo, subito
mi viene incontro pallido e tremante: di
un vinto e di un prigioniero, a guardarlo bene, aveva
l'aspetto piuttosto che di un vincitore. Io,
conoscendo che cosa lo faceva ardere, non mi rivolgo a lui così
come avevo prima meditato: vista
l'occasione che mi si presenta, prendo una nuova decisione, più
adeguata allo stato d'animo in cui lo trovo. 26 Comincio
quindi a maledire l'amore che lui provava nei miei confronti, ed
a lamentarmi con forza della sua crudeltà, del
fatto che ingiustamente aveva oppresso mio padre, e
che aveva cercato di prendermi con la forza; che
mostrando più grazia nei miei confronti sarebbe riuscito ad
avermi di lì a pochi giorni, se solo avesse
saputo mantenere in
modo deciso le buone maniere che aveva avuto inzialmente, e
che al re ed a tutti noi furono tanto gradite. 27 E
sebbene, inizialmente, mio padre gli
aveva respinto l'onesta sua richiesta di matrimonio (essendo
per sua natura un poco scontroso, non
si piega mai alla prima richiesta), non
avrebbe dovuto diventare restio a servirlo con devozione per
questo rifiuto, e provare subito ira nei suoi confronti; anzi,
agendo sempre meglio, doveva essere sicuro di
giungere in breve tempo alla tanto desiderata ricompensa. 28 E
se ancora mio padre restio nei suoi confronto fosse
rimasto, io l'avrei poi pregato tanto che
avrebbe comunque fatto del mio amante il mio sposo. Se
tuttavia l'avessi visto ancora ostinato nel suo rifiuto, avrei
fatto tale opera di nascosto, ed
Alceste si sarebbe potuto elogiare per l'avermi potuta avere. Ma
poiché a lui, ad Alceste, sembrò invece meglio tentare in altro modo, ero
ora ferma nella decisione di non amarlo mai. 29 E
sebbene ero venuta da lui, mossa da
la pietà che provavo nei confronti di mio padre, doveva
essere certo che non avrebbe potuto godere a lungo del
piacere che contro la mia volontà gli davo; perché
avrei macchiato la terra con il mio sangue, mi sarei uccisa, non
appena al suo perverso desiderio avessi con
il mio corpo dato soddisfazione in
ciò che sarebbe stato del tutto contro la mia volontà. 30 Usai
queste parole ed altre simili, avendo
capito quanto potere avevo nei suoi confronti; e
lo resi la persona più pentita, tanto che mai si
sarebbe potuto trovare un eremita più pentito di lui. Mi
cadde ai piedi, e mi supplicò intensamente peché,
con il coltello che si era tolto dal fianco (e
cercava in ogni modo di farmelo prendere), mi
vendicassi di quel suo grave errore. 31 Vedendolo
in questa condizione, io intendo approfittare
sino in fondo di quella grande vittoria personale: gli
do speranza di poter essere ancora degno di
godere della mia persona, se,
ponendo rimedio al suo errore, l'antico regno farà
restituire a mio padre; e
contemporaneamente sarà disposto a rinconquistarmi servendomi,
amandomi, e mai più volendo agire per mezzo delle armi. 32 Alceste
mi promise di agire come da me richiesto, e nella rocca mi
fece tornare illesa, così come a lui ero giunta, senza
nemmeno osare di baciarmi sulla bocca: vedi
dunque come gli tenni stretto il giogo intorno al collo; vedi
dunque come Amore l'abbia colpito per mezzo mio, come
non è necessario che scocchi altre frecce per colpirlo. Andò
il cavaliere dal re di Armenia, al quale l'antico regno avrebbe
dovuto andare in consegna stando ai patti: 33 e
con i modi migliori che era in grado di usare, lo
prega affinché lasci a mio padre il regno, le
cui terre ha depredato e lasciato vuote, e
torni a godere la propria patria, l'antica Armenia. Quel
re, con entrambe le guance scaldate dall'ira, disse
ad Alceste che non ci pensasse nemmeno; che
non aveva intenzione di ritirarsi da quella guerra, fintanto
che mio padre era ancora in possesso di un palmo di terra. 34 E
per il fatto che Alceste si stava esprimendo alla
pari di una vile donzella, avevano avuto un danno. Il
re non vuole perdere, per le preghiere di Alceste, ciò
che con tanta fatica aveva conquistato in un intero anno. Alceste
lo prega di nuovo, e poi si duole del
fatto che le preghiere non hanno effetto su di lui. In
ultimo si arrabbia e lo minaccia di
volere che lui faccia, per forza o per amore, ciò che lui gli chiede. 35 L'ira
crebbe tanto che lo spinse a
passare dalle cattive parole ai peggiori fatti. Alceste
impugnò la spada contro il re, fra
mille cavalieri che si erano fatti avanti in suo aiuto, e
nonostante il loro intervento, lo uccise sul posto: e
quello stesso giorno sconfisse gli Armeni, con
l'aiuto dei cavalieri della Cilicia e della Tracia, pagati
da Alceste stesso, e di altri suoi seguaci. 35 Andò
oltre quelle vittoria, a sue spese, senza
nessun spreco di denaro da parte di mio padre, ed
in meno di un mese ci rese tutto il regno. Poi,
per ricompensarci del grave danno, oltre
alle terre spoglie che ci diede, conquistò anche in
parte, e ponendo in parte un pesante tributo, l'Armenia
e la Capadocia, con noi confinanti, e
fece scorrerie per l'Ircania fino al confine del mare. 37 Invece
di accoglierlo in trionfo, al suo ritorno pensammo
di ucciderlo. Ci
trattenemmo poi dall'intento, per non ricevere danno; poiché
lo vediamo troppo forte con gli amici che lo circondavano. Fingo
di amarlo, ed in più, di giorno in giorno, gli
do la speranza di poter divenire sua sposa; ma
prima, contro altri nostri nemici, dico
di volere che dia dimostrazione del suo valore. 38 A
volte da solo, a volte con poca gente al seguito, lo
mando a compiere strane e pericolose imprese, che
avrebbero potuto causare la morte, facilmente, di mille cavalieri: ma
a lui invece riuscirono tutte bene; perché
tornò sempre vittorioso, e spesso dovette combattere
con persone orribili e mostruose, contro
i Giganti e contro i cannibali Lestrigoni, che
erano pericolosi per le nostre regioni. 39 Non
lo fu mai dal fratellastro Euristeo, non fu mai Ercole
tanto messo alla prova neanche dalla matrigna Giunone in
Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto, fino
alle valli dell'Etolia, alle valli Numide, sul
Tevere, sul fiume Ebro ed in ogni altro luogo; quanto, con
infinite preghiere e con desiderio omicida, fu
sottoposto ad imprese colui che mi amava, cercando
sempre di togliermelo di torno. 40 Non
potendo raggiungere l'intento di dargli la morte, arrivo
ad architettarne uno di eguale fine: lo
induco a trattare male tutti quelli che io senti possano
essere suoi amici, e faccio in modo che tutti lo odino. Alceste,
che provava contentezza soltanto
nell'ubbidirmi, senza prestare alcuna cura era
sempre disposto a menare le mani ad ogni mio cenno, senza
guardare nemmeno chi aveva davanti. 41 Dopo
che mi resi conto, con questo aiuto, di
aver estinto ogni nemico di mio
padre, e
di aver quindi conquistato Alceste, per mezzo di lui stesso, poiché
non aveva mantenuto, per fare a noi piacere, amico alcuno; ciò
che gli avevo con finto viso nascosto
fino ad allora, gli spiego ora in modo chiaro: che
un grande e mortale odio nutro nei suoi confronti, e
cerco solo, continuamente, che venga ucciso. 42 Considerando
poi che se causassi personalmente la sua morte sarei
cadruta in pubblico disonore (era
cosa nota quanto io fossi in debito nei suoi confronti, e
sarei quindi sempre stata additata come crudele), ritengo
che avrei fatto abbastanza se gli avessi impedito di
presentarsi innanzi ai miei occhi. Non
volli più né vederlo né parlargli, nessun
suo messaggero ascoltai, nessuna sua lettera accettai. 43 Questa
mia ingratitudine gli diede tanta
sofferenza che alla fine, sopraffatto dal dolore, e
dopo aver lungamente chiesto invano pietà, cadde
ammalato e ne rimase ucciso. Come
punizione richiesta per il mio peccato, ora
ho gli occhi lacrimosi ed il viso colorato dal
nero fumo: e così li avrò in eterno; poiché
nessuna redenzione è prevista all'Inferno." 44 Dopo
che l'infelice Lidia ha smesso di parlare, il
duca Astolfo procede oltre per vedere se può trovare altre anime: ma
il fumo, che era la punizione per
i peccati di
ingratitudine verso gli amanti, diviene più denso davanti a lui, tanto
da non consentirgli più di procedere oltre; anzi,
è costretto a tornare indietro, anzi, perché
la vita non gli venga tolta dal
fumo, deve accelerare sempre più i propri passi. 45 Il
rapido alternarsi dei piedi ha l'aspetto di
una corsa, e nondi chi passeggia o prosegue trottando. Avanza
tanto, risalendo lungo la ripida salita, che
vede alla fine il punto dove la grotta si apriva verso l'esterno; e
l'aria, prima piena di fumo e triste, cominciava
ad essere attraversata dalla luce del giorno. Alla
fine, con grande affanno e grave difficoltà respiratoria, esce
dall'antro e si lascia alle spalle il denso fumo. 46 E
perché la via di uscita sia impedita a
quelle bestie, le Arpie, che hanno il ventre tanto ingordo, raduna
massi ed abbatte molti alberi che
si trovavano nei paraggi, alcuni di zenzero ed altri di pepe; come
gli è possibile, davanti all'apertura della grotta costruisce
con le proprie mani una barriera: e
gli viene tanto bene quella costruzione, che
le Aripe non riusciranno mai più a tornare libere all'aperto. 47 Il
fumo nero prodotto dalla scura pece, mentre
Astolfo si trovava nella tetra caverna, non
macchiò soltanto, ed infettò, l'esterno del duca, corpo ed abiti, ma
entrò e penetrò anche sotto i panni; così
che alla ricerca di acqua fu spinto ad andare per
un bel pò di tempo; ed alla fine fuori da una pietra, nella
foresta, vide sgorgare una fonte d'acqua nella
quale potè lavarsi dalla testa ai piedi. 48 Salì
poi in groppa al cavallo alato, l'ippogrifo, e si alzò in aria per
giungere fino alla cima di quel monte, che
si crede non essere lontano, nel punto più alto, dal
cerchio della luna. Tanto
è il desiderio che lo spinge a poter vedere con i propri occhi, che
si interessa solo del cielo e della terra non si cura ora più. Sale
sempre più in alto in cielo, fino
ad arrivare alla cima della montagna. 49 A
zaffiri, rubini, oro, topazi e perle, e
diamanti ed altre pietre preziose di colore giallo, potrebbero
assomigliare i variopinti fiori che il
venticello aveva fatto nascere lungo i lieti pendii: così
verde le erbe che, potendole avere giù
sulla terra, avrebbero superato per bellezza gli smeraldi; no
beno belle erano le fronde degli alberi, sempre
ricche di frutti e di fiori. 50 Cantano
fra i rami i leggiadri uccellini, di
colore azzurro, bianco, verde, rosso e giallo. Mormoranti
ruscelli e placidi laghi superano
per limpidezza i cristalli. Un
dolce venticello che sembra soffiare sempre
allo stesso modo e dalla sua dolcezza non sembra mai allontanarsi, faceva
ondeggiare l'aria circostante tanto che
il calore del giorno non poteva dare fastidio: 51 e
quel venticello ai fiori, ai frutti ed alla verdura, andava
rubando i diversi profumi, e
di tutti ne faceva una mistura con
la quale nutriva di dolcezza l'aria. In
mezzo alla pianura sorgeva un palazzo che
sembra essere acceso da una viva fiamma: tanto
splendore e tanta luce tutt'intorno irradiava,
ben oltre ogni consuetudine umana. 52 Alstolfo
verso quel palazzo, il
cui perimetro superava trenta miglia, fa
muovere il proprio destriero a passo lento, senza fretta, ammirando,
ora da una parte ed ora dall'altra, il bel paesaggio: e
giudica brutto e malvagio, in confronto a quello, e
che sia in antipatia al cielo ed alla natura, questo
fetido mondo che abitiamo noi: tanto
è invece quello dolce, chiaro ed allegro. 53 Non
appena Astolfo è vicino, volando, a quel luminoso tetto, rimane
sbalordito per la meraviglia: poiché
il muro è interamente ricoperto di una gemma, più
lucida e rossa del rubino. che
opera stupenda, che abile architetto! Quale
altra costruzione nel nostro mondo le rassomiglia? Taccia
chiunque le sette meraviglie del
mondo è solito esaltare tanto. 54 Dal
lucente vestibolo di quella felice
casa, si fa incontro al duca Astolfo un vecchio, con
indosso un mantello tanto rosso ed una gonnella tanto bianca, che
l'una potrebbe confrontarsi con il latte, l'altro con il minio. Hai
i capelli bianchi, e bianca anche la mascella, ricoperta
da una folta barba che scende lungo il petto; ed
ha un viso tanto venerabile, da
sembrare uno degli eletti del Paradiso. 55 Costui,
con viso gioioso, al paladino, sceso
da cavallo in segno di riverenza, disse:
"Oh cavaliere, che per volere divino sei
salito fino al paradiso terrestre, benché
non sia questa la destinazione del tuo cammino, né
sia visto da te come l'oggetto del tuo desiderio; credici
comunque se ti dico che non senza una profonda ragione sei
tu giunto qui dall'emisfero boreale. 56 Per
imparare come devi prestare aiuto a
re Carlo, e come la santa fede togliere dalla situazione di pericolo, sei
venuto da me per ricevere consiglio, dopo
un così lungo viaggio, senza averlo deciso consapevolmente. Non
al tuo sapere e neanche al tuo valore vorrei che
attribuissi il merito di essere giunto qui, o figlio; poiché
né il tuo corno magico, né il cavallo alato sarebbe
serviti a qualcosa, se Dio non ti avesse concesso di arrivare qui. 57 Ragioneremo
poi insieme con maggiore tranquillità, e
ti dirò come dovrai comportarti: ma
prima vieni a ristorarti con noi; che
il lungo digiuno deve ormai esserti fastidioso." Il
vecchio, continuando il suo discorso, fece
molto meravigliare il duca Astolfo quando,
rivelando il proprio nome, gli disse di
essere colui che aveva scritto il vangelo: 58 quel
Giovanni a Gesù Cristo, il Redentore, tanto caro, che
tra i discepoli si sparse la voce che
non avrebbe terminato la propria vita con la morte; così
che fece sì che il figliolo di Dio disse
a Pietro: "Perchè comunque ti affanni, se
io voglio che stia ad aspettare la mia venuta così come è?" Sebbene
non disse: egli non deve morire, è
chiaro comunque che volle dire proprio così. 59 Lì
in paradiso fu elevato, e trovò anche la comagnia di altri, poichè
prima di lui Enoch, il patriarca, era giunto con il proprio corpo; ed
erano entrambi insieme al grande profeta Elia, a
non avere ancora visto l'ultima sera, a non essere ancora morti; e
fuori dall'atmosfera pestilente e malvagia del mondo, si
godranno l'eterna primavera di quel paradiso terrestre, fino
a che le trombe degli angeli non segnaleranno il
giorno del Giudizio Universale. 60 Con
gentile accoglienza, il cavaliere fu
fatto alloggiare dai santi in una stanza; in
una altra si provvide affinché al suo destriero fosse
data a sufficienza della buona biada. Diedero
a lui da mangiare alcuni frutti del paradiso, di
tale sapore, che a suo giudizio, senza scuse non
sono stati i due primissimi antenati, Adamo ed Eva, se
a causa di quei frutti furono così poco obbidienti alle regole divine.
61 Dopo
che l'aventuroso duca ebbe soddisfatto
i bisogni della propria natura umana, tanto
con il cibo, quanto con il riposo, avendo
ricevuto proprio tutte le comodità; al
sorgere del nuovo giorno, nell'ora in cui Aurora lascia il vecchio sposo Titone, che,
nonostante l'età avanziata, non smise mai di piacerle, si
vide venire incontro, mentrè si alzava dal letto, il
discepolo, Giovanni, tanto amato teneramente da Dio 62 il
quale lo prese per mano, e con lui discorse di
molte cose meritevoli del silenzio: e
poi disse: "Figliolo, tu forse non sai che
cosa stia accadendo in Francia, sebbene
tu venga proprio da lì. Sappi
quindi che il vostro cavaliere Orlando, avendo deviato dal
giusto cammino le insegne di difensore della Chiesa a lui affidate, è
ora punito da Dio, che, quando viene offeso, si infiamma d'ira di
più contro chi di più ama. 63 Il
vostro Orlando, al quale, alla nascita, diede Dio,
con immenso rischio, una immensa forza, e
gli concesse, fuori dalle usanze umane, che
nessun ferro avebbe mai potuto ferirlo; poiché
a difesa della sua santa fede l'ha
voluto porre con questi poteri, così
come Sansone contro i Filistei pose
a difesa degli Ebrei: 64 al
suo Signore il vostro Orlando ha dato in cambio una
ingiusta ricompensa per i tanti benefici ricevuti; poiché
quanto lo doveva avere in suo aiuto il
popolo fedele, il popolo cristiano, tanto ne è rimasto privo, è stato
abbondonato a sé stesso. Tanto
l'aveva reso cieco l'amore peccaminoso nei
confronti di una donna pagana, da avere ormai tollerato di
divenire, in due e più occasioni, crudele e malvagio, e
sul punto di dare la morte al suo fedele cugino Rinaldo. 65 E
per questo Dio fa sì che egli vaghi preso dalla follia, e
mostri nudi il ventre, il petto ed il proprio fianco; e
gli offusca e toglie tanto l'intelletto, da
non essere in grado di riconoscere gli altri, e nemmeno sé stesso. Allo
stesso modo si legge che Dio volle punire
anche Nabuccodonosor, e
che per sette anni lo mandò in giro completamente folle al
punto che, come fosse stato un bue, si nutriva di erba e di fineo. 66 Ma
poichè molto minore è tuttavia stato il peccato del paladino, rispetto
a quello di Nabucco, dal
volere divino soli tre mesi sono
stati imposti come periodo per purificare questa colpa. Non
per un altro scopo, dopo un così lungo viaggiare, ti
ha concesso il Redentore di salire fino al Paradiso terrestre, se
non perché tu possa da noi apprendere il modo per
rendere ad Orlando il suo senno. 67 Dovrai
in verità intraprendere un altro viaggio in
mia compagnia, ed abbandonare quindi completamente la terra. Ti
devo condurre sulla Luna, che,
tra tutti i pianeti, si muove in cielo più vicina alla terra, perché
la medicina che può rendere
saggio Orlando viene tenuta là sù. Non
appena la Luna questa notte sarà giunta
sopra di noi, ci metteremo sulla via per raggiungerla." 68 Su
questo e su altre cose fu abbondante la
conversazione dell'apostolo quel giorno. Ma
dopo che fu giunta la sera ed il sole si nascose nel mare, e
la Luna innalzò sopra di lorò il suo corno, fu
preparato un carro, che era impiegato per
andare scorrazzando nei dintorni di quel cielo: un
tempo quel carro nelle montagne di Giudea aveva
sottratto il profeta Elia dalla vista degli uomini mortali. 69 Quattro
destrieri molto più rossi di una fiamma il
santo evangelista attaccò al giogo del carro; e
dopo essersi sistemato sul carro con Astolfo ed
aver preso il freno, li spinse al galoppo verso il cielo. Il
carro, ruotando, si alzò in aria, e
subito giunse in mezzo alla sfera del fuoco eterno; il
veccho fece miracolosamente in modo che,
mentre passavamo attraverso il fuoco, lo stesso non risultava ardente. 70 Attraversano
tutta la sfera di fuoco e
quindi proseguono verso il regno della Luna. Vedono
quel luogo essere per la maggior parte come
un acciaio privo di qualunque macchia; e
lo trovano uguale, o poco meno, per dimensioni, alla
superficie complessiva del globo terrestre, della
terra di questo ultimo globo, il globo terrestre, comprendendo
anche il mare che la terra circonda e stringe. 71 Lì
Astolfo rimase meravigliato due volte: che
visto da vicino quel luogo era tanto grande, metre
assomiglia invece ad un piccolo tondo a
noi che lo osserviamo da queste parti; e
che gli conveniva aguzzare lo sguardo, se
dalla Luna la terra ed il mare, che intorno ad essa si spande, vuole
distinguere; poiché, non avendo luce propria, la
loro immagine arriva poco lontana. 72 Ben
altri fiumi, altri laghi, altre campagne ci
sono là sulla Luna, rispetto a quelli che ci sono qui tra noi; ben
altre pianure, altre valli, altre montagne hanno
a disposizione le città ed i castelli della Luna, con
case in confronto alle quali mai più grandi potè
vederne il paladino né prima di allora né dopo: e
ci sono anche vaste e solitarie selve, dove
le ninfe cacciano ad ogni ora le belve che vi abitano. 73 Il
duca Astolfo non rimase ad esplorare tutto quel luogo; poiché
non era salito là per quello scopo. Dal
santo apostolo Giovanni fu condotto in
un valle stretta tra due montagne, dove
veniva miracolosamente raccolto ciò
che viene da noi perso, o per nonstra colpa, o
a causa del tempo o della Fortuna: ciò
che si perde qua sulla terra, là sulla Luna si raduna. 74 Non
parlo solo di regni o di ricchezze, su
cui ha potere la mutevole ruota della Fortuna; ma
voglio anche dire di ciò che la Fortuna non ha
alcun potere di togliere o di dare, Là
si trova molta di quella fama che, come fosse un tarlo, il
tempo, con il suo lungo passare, qua sulla terra divora: là
sulla Luna stanno le infinite preghiere e promesse, che
vengono fatte a Dio da noi peccatori. 75 Le
lacrime ed i sospiri degli amanti, l'inutile
tempo che si perde giocando, ed
il lungo ozio di uomini ignoranti, i
vani propositi che non hanno mai attuazione, i
desideri infruttuosi sono tanti da
ingombrare la maggior parte di quel luogo: in
conclusione, ciò che qua sulla terrà tu potresti perdere, salendo
là sù potrai ritrovarlo. 76 Passando
il paladino attraverso quei mucchi di cose perse, chiede
alla propria guida ora di questo ed ora di quello. Vide
un monte fatto da gonfie vesciche, dal
cui interno sembravano provenire grida e gravi turbamenti; seppe
che erano gli antichi re, sia
degli Assiri che della Lidia, sia
dei Persiani che dei Greci, che un tempo furono famosi,
mentre ora quasi anche il loro nome è stato dimenticato. 77 Ami
d'oro e di argento vede lì vicino raccolti
in grande quantità, erano questi quei doni che
con la speranza di guadagno si fanno ai
re, ai principi avidi ed ai protettori. Vede
lacci nascosti in ghirlande; chiede cosa siano, e
ascolta in risposta che sono tutte adulazioni. Vengono
raffigurati come cicale scoppiate per il troppo cantare, i
versi fatti per tessere le lodi di signori. 78 Di
legami dorati e di catene ricoperte di gemme, vede
che hanno forma gli amori finiti male. Vi
erano artigli di aquile; e seppe che furono l'autorità
data dai signori ai loro ministri. I
mantici che riempivano i pendii tutto intorno a quella valle, sono
i favori, valatili come fumo, che i principi danno
per un tempo limitato ai loro preferiti, e
che poi vengono tolti, scompaiono, con il loro passare degli anni. 79 Rovine
di città e di castelli stavano
in quel posto, in modo confusionario, insieme a grandi tesori. Domanda
Astolfo cosa siano, ed apprende che sono complotti, e quelle congiure
che così poco riescono a rimanere nascoste. Vide
serpenti con il volto di donzelle, opera
di falsari e di ladroni: poi
vide bottiglie di vetro, di vario genere, rotte, che
erano il risultato dei servizi resi dalle misere corti ai propri signori. 80 Vide
una grande massa di minestre rovesciate, e
domanda al suo maestro che cosa ciò significhi. Dice
Giovanni: "E' l'elemosina che alcuni lasciano nel
testamento, perché venga fatta copo la loro morte." Passa
di fianco ad una grande cumulo di fiori di diverso tipo, che
aveva avuto un tempo un buon profumo ed ora invece puzzava tanto. Questo
era il dono (se è lecito chiamarlo così) che
Costantino fece al buon Silvestro. 81 Vide
una grande abbondanza di trappole appiccicose fatte con il vischio, che
furono un tempo, oh donne, la vostra bellezza. Sarebbe
lungo se raccontassi in versi tutte le
cose che sulla Luna si mostrarono agli occhi di Astolfo; poiché
anche dopo mille e mille versi non riuscirei a terminare, essendoci
tutto ciò che ci può capire in vita: soltanto
la pazzia sulla Luna è presente nella giusta misura, né poca né troppa; in
quanto stà qua giù sulla terra senza mai allontanarsi. 82 Lì,
su alcuni suoi giorni e su alcuni fatti che riguardavano lui, e
che egli aveva già dimenticato, rivolse la propria attenzione: che
se non ci fosse stato Giovanni a spiegargli le cose, non
avrebbe potuto Astolfo distinguerne le diverse forme. Poi
giunse dove stava ciò che a noi sembra sempre di avere a sufficienza, tanto
che mai si fecero voti a Dio per poterne avere di più; sto
parlando del senno: ve n'era lì tanto da formare un monte, da
solo in quantità molto superiore a tutte le altre cose finora raccontate. 83 Era
come un liquido diluito e fluido, destinato
ad evaporare, se non tenuto opportunamente chiuso in un recipiente; e
si poteva vedere in quella valle raccolto in varie ampolle, quale
più, quale meno capiente, adatte a quell'impiego. La
più grande di tutte era quella nella quale era
stato versato dentro il senno del folle cavaliere Orlando; e
venne riconosciuta in mezzo alle altre, in quanto riportava
al suo esterno la scritta: Senno d'Orlando. 84 Ed
allo stesso modo anche le altre riportavano scritto il
nome di coloro ai quali il senno, in esse contenuto, era appartenuto. Il
duca Astolfo vide un ampolla contenente gran parte del proprio senno; ma
lo fecero meravigliare molto di più le
ampolle di molti che credeva non dovessero essere
privi nemmeno di un briciolo del proprio senno, dettero invece lì evidenza
del fatto di averne in realtà ancora poco; essendone
presente una grande quantità in quel luogo. 85 Alcuni
lo perdono a causa dell'amare, altri a causa dell'onore, altri
nella ricerca di ricchezze, muovendosi per mare; altri
a causa delle speranze riposte nei propri signori, altri
stando dietro alle vane arti della magia; altri
per le gemme, altri per le opere di pittori, ed
altri per qualcosa d'altro che apprezzano più di ogni altra cosa. Di
filosofi e di astrologi ed
anche di poeti ne era stato raccolto molto di senno in quel luogo. 86 Astolfo
prese il proprio senno; glielo concesse l'apostolo
Giovanni, scrittore dell'ultimo libro del Nuovo Testamento relativo
all'Apocalisse. Si
portò semplicemente al naso l'ampolla nella quale era esso contenuto, e
sembra quindi che il senno fece ritorno al proprio posto: e
che Turpino ammetta, da quel momento in avanti, che
Astolfo visse per un lungo periodo come un uomo saggio; ma
fu un errore che fece successivamente quello che
una altra volta gli tolse ancora il senno. 87 L'ampolla
più capiente e piena, nella quale c'era il
senno che avrebbe dovuto rendere saggio il conte, prese
Astolfo; e non era tanto leggera quanto
aveva stimato, vedendola ammucchiata insieme alle altre. Prima
che il paladino Astolfo dal cielo della luna discenda
alle sfere sottostanti, del fuoco e dell'aria, fu
condotto dal santo apostolo in
un palazzo a fianco del quale scorreva un fiume; 88 palazzo
che aveva ogni sua stanza piena di batuffoli di
lino, di seta, di cotone, di lana, tinti
in vari colori, alcuni brutti ed alcuni belli. Nel
primo cortile una donna canuta, con la chioma bianca, traeva
un filo da tutti quei batuffoli e lo avvolgeva ad un aspo, come
vediamo, in estate, la donna di campagna ricavare
dai bozzoli dei bachi, precedentemente bagnati, la
seta che viene poi filata. 89 Vi
è chi, finito un batuffolo, giunge
a rimetterne un altro, e chi ne porta altri da un altro logo: un'altra
donna separa, tra tutte quelle matasse, quelle
belle da quelle brutte, che non vengono invece distinte dalla prima. "Che
lavoro viene fatto qui, che io non riesco a comprendere?" chiede
Astolfo a Giovanni; e gli risponde l'altro: "Le
donne vecchie sono le Parche, che con questi fili tessono
la vita di voi mortali. 90 Quanto
dura uno dei batuffoli, tanto dura, non
un momento in più, la vita umana ad esso associata. Controllano
questo posto sia la Morte che la Natura, per
sapere l'ora in cui un uomo dovrà morire. La
seconda Parca ha molta cura nello scegliere i filati più belli, perchè
verranno poi utilizzati per tessere l'ornamento del
Paradiso; e con i fili più brutti si
fanno invece severi legacci per i dannati." 91 I
nomi di tutti i batuffoli che erano già stato messi sull'aspo,
e scelti per essere impiegati per i diversi lavori, venivano
impressi su piccole piastre, alcune
di ferro, altre d'argento o d'oro: venivano
poi accantonati a formare cumuli compatti, di
quei batuffoli alicuni, senza mai riposarsi, ne
portava via continuamente, senza farsi mai vedere stanco, un
vecchio, il Tempo, per poi ritornare sempre e prenderne ancora. 92 Era
quel vecchio tanto spedito e veloce, che
sembrava fosse nato per correre; e
da quel cumulo il lembo del proprio mantello portava
pieno delle piastre, sulle quali erano segnati i nomi dei proprietari. Dove
si recava e perché facesse quel lavoro vi
sarà raccontato nel prossimo canto, se
mostrerete di averne piacere con
quel benevolo ascolto che siete solito offrire.
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