Terminata la cena nel castello di Tristano, Bradamante rimane nel grande salone ad ammirare i dipinti che ne rivestono le mura. Le pitture era state fatte realizzare con un incantesimo da Merlino per rappresentare scene future, per rappresentare in particolare le guerre che in futuro verranno sostenute dai francesi.
Il padrone del castello racconta che il re francese Fieramonte, passato il Reno ed occupata la Gallia, fu anche intenzionato a conquistare tutta l'Italia, visto il declino dell'impero romano, e per fare ciò chiese a re Artù di allearsi con lui. Artù, consultatosi con Merlino, capace di prevedere il futuro, fece però conoscere a Fieramonte il pericolo a cui andava incontro nel voler compiere quell'impresa. Merlino annunciò anche tutte le sconfitte e le sciagure alle quali sarebbero andati incontro i futuri re di Francia una volta oltrpassate le Alpi per muovere guerra in Italia. Re Fieramonte non solo abbandonò l'impresa, ma fece anche fare quei dipinti così da avvertire i suoi successori del pericolo previsto da Merlino e mostrare loro gli onori derivanti al contrario dall'aver preso le difese dell'Italia.
Bradamante va infine a coricarsi e, addormentata, riceve in sogno la visita di Ruggiero che le rinnova la propria promessa d'amore. La donna si risveglia in lacrime, crede che sia vero solo ciò che la tormenta da sveglia; vorrebbe perciò dormire in eterno, fosse anche grazie alla morte.
Bradamante riprende infine il proprio viaggio verso Parigi e, giunta alla città, ritrova Rinaldo e re Carlo, e viene a sapere da loro della sconfitta subita da re Agramante.
Tornando a parlare della sfida tra re Gradasso e Rinaldo, per il possesso della spada Durindana e di Baiardo, i due cavavalieri, giunti presso la fonte, impugnano subito la spada e danno inizio ad un feroce combattimento. Il pagano sferra colpi pesanti ma Rinaldo è veloce a schivare la spada Durindana; il cristiano porta invece a segno molti colpi, ma non può nulla la sua spada contro la corazza diamantata ed incantata di re Gradasso.
Re Gradasso riesce invece a ritrovare il cavallo Baiardo, non è però intenzionato a rispettare il patto fatto con lo sfidante cristiano, raggiunge pertanto re Agramante ad Arles e da qui si imbarca per raggiungere l'India.
Tornando ora a parlare delle avventure di Astolfo, il cavaliere, in sella all'ippogrifo, dopo aver esplorato in lungo ed in largo la Francia a la Spagna, ed essere poi passato in Africa, raggiunge infine l'Etiopia, sulla sponda cristiana del Nilo.
Il signore del castello mostra quindi in dettaglio i singoli avvenimenti rappresentati.
Rimessasi in viaggio, incontra ancora la messaggere, di nome Ullania, insieme al suo seguito ed ai tre cavalieri sconfitti in duello la sera prima. Questi tre, per vendicarsi dell'umiliazione e della notte passata al freddo ed a stomaco vuoto, sfidano nuovamente Bradamante e finisco nuovamente a terra. Ullania, infierisce sui tre re dicendo loro che a sconfiggerli è stata una donna e che quindi potevano anche scordarsi di sfidare Orlando, Rinaldo o altri cavalieri di Francia. I tre, per purificarsi dall'umiliazione, si spogliano quindi delle armi ed abbandonano i propri cavalli, decidendo di rimanere così per un anno intero, per poi cercare di riconquistare armi e cavallo combattendo.
Devono entrambi abbandonare il duello quando vedono che il cavallo Baiardo è stato assalito da un mostro alato (probabilmente frutto di un nuovo incantesimo di Malagigi per cercare di interrompere il duello, ma la verità non si saprà mai). Il cavallo riesce a mettersi in salvo in un bosco e quindi in una grotta.
I due guerrieri decidono di rimandare la loro sfida per riuscire a recuperare il destriero oggetto del loro contendere, con il patto che li lo trova lo debba riportare alla fonte e rimettere quindi di nuovo in premio. Gradasso sale in groppa al proprio destriero e corre all'inseguimento di Baiardo.
Rinaldo prosegue invece a piedi e, non riuscendo a trovare la giusta via, torna poi presso la fonte ed infine, non vedendo tornare neanche il rivale, all'accampamento cristiano.
Astolfo fa visita al re d'Etipia Senapo e lo trova tormentato dalle arpie. I mostri alati giungevano a saccheggiare il suo palazzo ogni volta che veniva allestito un banchetto.
Le arpie erano state mandate da Dio per punirlo per aver voluto, quando era giovane, muovere il proprio esercito verso la sorgente del Nilo, verso i monti della Luna, sede del paradiso terrestre, per assoggettare i suoi abitanti. Il re d'Etiopia venne in quell'occasione anche reso cieco da Dio.
Come termine per la punizione, venne predetta a Senapo la venuta dal cielo di un cavaliere in sella ad una cavallo alato, Astolfo viene quindi ora accolto come un salvatore.
Su indicazione del cavaliere cristiano, viene allestito un bacchetto per fare da esca alle sette arpie e, appena queste giungono, Astolfo tenta di ferirle con la spada senza però riuscire nel suo intento.
Viene fatto preparare un secondo banchetto, viene chiesto a tutti gli abitanti del castello di tapparsi le orecchie, Astolfo monta in sella all'ippogrifo e, questa volta, non appena vede arrivare i mostri dà subito fiato al suo corno incantato facendoli scappare terrorizzati.
Le arpie, inseguite dal cavaliere, che non smette di suonare il corno, raggiungono il monte della Luna e si infilano subito nella grotta che porta fino agli abissi dell'Inferno.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Timagora, Parrasio, Polignoto,
Protogene, Timante,
Apollodoro,
Apelle, più di tutti questi noto,
e Zeusi, e gli altri ch'a
quei tempi foro;
di quai la fama (mal grado di Cloto,
che spinse i corpi e
dipoi l'opre loro)
sempre starà, fin che si legga e scriva,
mercé degli
scrittori, al mondo viva:
2
e quei che furo a' nostri dì, o sono ora,
Leonardo, Andrea Mantegna,
Gian Bellino,
duo Dossi, e quel ch'a par sculpe e colora,
Michel, più che
mortale, angel divino;
Bastiano, Rafael, Tizian, ch'onora
non men Cador,
che quei Venezia e Urbino;
e gli altri di cui tal l'opra si vede,
qual de
la prisca età si legge e crede:
3
questi che noi veggiàn pittori, e quelli
che già mille e mill'anni in
pregio furo,
le cose che son state, coi pennelli
fatt'hanno, altri su
l'asse, altri sul muro.
Non però udiste antiqui, né novelli
vedeste mai
dipingere il futuro:
e pur si sono istorie anco trovate,
che son dipinte
inanzi che sian state.
4
Ma di saperlo far non si dia vanto
pittore antico né pittor
moderno;
e ceda pur quest'arte al solo incanto,
del qual trieman gli
spirti de lo 'nferno.
La sala ch'io dicea ne l'altro canto,
Merlin col
libro, o fosse al lago Averno,
o fosse sacro alle Nursine grotte,
fece far
dai demonii in una notte.
5
Quest'arte, con che i nostri antiqui fenno
mirande prove, a nostra
etade è estinta.
Ma ritornando ove aspettar mi denno
quei che la sala
hanno a veder dipinta,
dico ch'a uno scudier fu fatto cenno,
ch'accese i
torchi; onde la notte, vinta
dal gran splendor, si dileguò d'intorno;
né
più vi si vedria, se fosse giorno.
6
Quel signor disse lor: - Vo' che sappiate,
che de le guerre che son
qui ritratte,
fin al dì d'oggi poche ne son state;
e son prima dipinte,
che sian fatte.
Chi l'ha dipinte, ancor l'ha indovinate.
Quando vittoria
avran, quando disfatte
in Italia saran le genti nostre,
potrete qui veder
come si mostre.
7
Le guerre ch'i Franceschi da far hanno
di là da l'Alpe, o bene o mal
successe,
dal tempo suo fin al millesim'anno,
Merlin profeta in questa
sala messe;
il qual mandato fu dal re britanno
al franco re ch'a Marcomir
successe:
e perché lo mandassi, e perché fatto
da Merlin fu il lavor, vi
dirò a un tratto.
8
Re Fieramonte, che passò primiero
con l'esercito franco in Gallia il
Reno,
poi che quella occupò, facea pensiero
di porre alla superba Italia
il freno.
Faceal perciò, che più 'l romano Impero
vedea di giorno in
giorno venir meno:
e per tal causa col britanno Arturo
volse far lega;
ch'ambi a un tempo furo.
9
Artur, ch'impresa ancor senza consiglio
del profeta Merlin non fece
mai,
di Merlin, dico, del demonio figlio,
che del futuro antivedeva
assai,
per lui seppe, e saper fece il periglio
a Fieramonte, a che di
molti guai
porrà sua gente, s'entra ne la terra
ch'Apenin parte, e il mare
e l'Alpe serra.
10
Merlin gli fe' veder che quasi tutti
gli altri che poi di Francia
scettro avranno,
o di ferro gli eserciti distrutti,
o di fame o di peste
si vedranno;
e che brevi allegrezze e lunghi lutti,
poco guadagno ed
infinito danno
riporteran d'Italia; che non lice
che 'l Giglio in quel
terreno abbia radice.
11
Re Fieramonte gli prestò tal fede,
ch'altrove disegnò volger
l'armata;
e Merlin, che così la cosa vede,
ch'abbia a venir, come se già
sia stata,
avere a' prieghi di quel re si crede
la sala per incanto
istoriata,
ove dei Franchi ogni futuro gesto,
come già stato sia, fa
manifesto.
12
Acciò chi poi succederà, comprenda
che, come ha d'acquistar vittoria
e onore,
qualor d'Italia la difesa prenda
incontra ogn'altro barbaro
furore;
così, s'avvien ch'a danneggiarla scenda,
per porle il giogo e
farsene signore,
comprenda, dico, e rendasi ben certo
ch'oltre a quei
monti avrà il sepulcro aperto. -
13
Così disse; e menò le donne dove
incomincian l'istorie: e
Singiberto
fa lor veder, che per tesor si muove,
che gli ha Maurizio
imperatore offerto.
- Ecco che scende dal monte di Giove
nel pian da
l'Ambra e dal Ticino aperto.
Vedete Eutar, che non pur l'ha respinto,
ma
volto in fuga e fracassato e vinto.
14
Vedete Clodoveo, ch'a più di cento
mila persone fa passare il
monte:
vedete il duca là di Benevento,
che con numer dispar vien loro a
fronte.
Ecco finge lasciar l'alloggiamento,
e pon gli aguati: ecco, con
morti ed onte,
al vin lombardo la gente francesca
corre, e riman come la
lasca all'esca.
15
Ecco in Italia Childiberto quanta
gente di Francia e capitani
invia;
né più che Clodoveo, si gloria e vanta
ch'abbia spogliata o vinta
Lombardia;
che la spada del ciel scende con tanta
strage de' suoi, che n'è
piena ogni via,
morti di caldo e di profluvio d'alvo;
sì che di dieci un
non ne torna salvo.
16
Mostra Pipino, e mostra Carlo appresso,
come in Italia un dopo
l'altro scenda,
e v'abbia questo e quel lieto successo,
che venuto non v'è
perché l'offenda;
ma l'uno, acciò il pastor Stefano oppresso,
l'altro
Adriano, e poi Leon difenda:
l'un doma Aistulfo, e l'altro vince e
prende
il successore, e al papa il suo onor rende.
17
Lor mostra appresso un giovene Pipino,
che con sua gente par che
tutto cuopra
da le Fornaci al lito pelestino;
e faccia con gran spesa e
con lung'opra
il ponte a Malamocco, e che vicino
giunga a Rialto, e vi
combatta sopra.
Poi fuggir sembra, e che i suoi lasci sotto
l'acque; che
'l ponte il vento e 'l mar gli han rotto.
18
- Ecco Luigi Borgognon, che scende
là dove par che resti vinto e
preso,
e che giurar gli faccia chi lo prende,
che più da l'arme sue non
sarà offeso.
Ecco che 'l giuramento vilipende;
ecco di nuovo cade al
laccio teso;
ecco vi lascia gli occhi, e come talpe
lo riportano i suoi di
qua da l'Alpe.
19
Vedete un Ugo d'Arli far gran fatti,
e che d'Italia caccia i
Berengari;
e due o tre volte gli ha rotti e disfatti,
or dagli Unni
rimessi, or dai Bavari.
Poi da più forza è stretto di far patti
con
l'inimico, e non sta in vita guari;
né guari dopo lui vi sta l'erede,
e 'l
regno intero a Berengario cede.
20
Vedete un altro Carlo, che a' conforti
del buon Pastor fuoco in
Italia ha messo;
e in due fiere battaglie ha duo re morti,
Manfredi prima,
e Coradino appresso.
Poi la sua gente, che con mille torti
sembra tenere
il nuovo regno oppresso,
di qua e di là per le città divisa,
vedete a un
suon di vespro tutta uccisa. -
21
Lor mostra poi (ma vi parea intervallo
di molti e molti, non
ch'anni, ma lustri)
scender dai monti un capitano Gallo,
e romper guerra
ai gran Visconti illustri;
e con gente francesca a piè e a cavallo
par
ch'Alessandria intorno cinga e lustri;
e che 'l duca il presidio dentro
posto,
e fuor abbia l'aguato un po' discosto;
22
e la gente di Francia malaccorta,
tratta con arte ove la rete è
tesa,
col conte Armeniaco, la cui scorta
l'avea condotta all'infelice
impresa,
giaccia per tutta la campagna morta,
parte sia tratta in
Alessandria presa:
e di sangue non men che d'acqua grosso,
il Tanaro si
vede il Po far rosso.
23
Un, detto de la Marca, e tre Angioini
mostra l'un dopo l'altro, e
dice: - Questi
a Bruci, a Dauni, a Marsi, a Salentini
vedete come son
spesso molesti.
Ma né de' Franchi val né de' Latini
aiuto sì, ch'alcun di
lor vi resti:
ecco li caccia fuor del regno, quante
volte vi vanno,
Alfonso e poi Ferrante.
24
Vedete Carlo ottavo, che discende
da l'Alpe, e seco ha il fior di
tutta Francia,
che passa il Liri e tutto 'l regno prende
senza mai
stringer spada o abbassar lancia,
fuor che lo scoglio ch'a Tifeo si
stende
su le braccia, sul petto e su la pancia;
che del buon sangue
d'Avalo al contrasto
la virtù trova d'Inico del Vasto. -
25
Il signor de la rocca, che venìa
quest'istoria additando a
Bradamante,
mostrato che l'ebbe Ischia, disse: - Pria
ch'a vedere altro
più vi meni avante,
io vi dirò quel ch'a me dir solia
il bisavolo mio,
quand'io era infante,
e quel che similmente mi dicea
che da suo padre
udito anch'esso avea;
26
e 'l padre suo da un altro, o padre o fosse
avolo, e l'un da l'altro
sin a quello
ch'a udirlo da quel proprio ritrovosse,
che l'imagini fe'
senza pennello,
che qui vedete bianche, azzurre e rosse:
udì che, quando
al re mostrò il castello
ch'or mostro a voi su quest'altiero scoglio,
gli
disse quel ch'a voi riferir voglio.
27
Udì che gli dicea ch'in in questo loco
di quel buon cavallier che lo
difende
con tanto ardir, che par disprezzi il fuoco
che d'ogn'intorno e
sino al Faro incende,
nascer debbe in quei tempi o dopo poco
(e ben gli
disse l'anno e le calende)
un cavalliero, a cui sarà secondo
ogn'altro che
sin qui sia stato al mondo.
28
Non fu Nireo sì bel, non sì eccellente
di forze Achille, e non sì
ardito Ulisse,
non sì veloce Lada, non prudente
Nestor, che tanto seppe e
tanto visse,
non tanto liberal, tanto clemente,
l'antica fama Cesare
descrisse;
che verso l'uom ch'in Ischia nascer deve,
non abbia ogni lor
vanto a restar lieve.
29
E se si gloriò l'antiqua Creta,
quando il nipote in lei nacque di
Celo,
se Tebe fece Ercole e Bacco lieta,
se si vantò dei duo gemelli
Delo;
né questa isola avrà da starsi cheta,
che non s'esalti e non si levi
in cielo,
quando nascerà in lei quel gran marchese
ch'avrà sì d'ogni
grazia il ciel cortese.
30
Merlin gli disse, e replicògli spesso,
ch'era serbato a nascere
all'etade
che più il romano Imperio saria oppresso,
acciò per lui tornasse
in libertade.
Ma perché alcuno de' suoi gesti appresso
vi mostrerò,
predirli non accade. -
Così disse; e tornò all'istoria dove
di Carlo si
vedean l'inclite prove.
31
- Ecco (dicea) sì pente Ludovico
d'aver fatto in ltalia venir
Carlo;
che sol per travagliar l'emulo antico
chiamato ve l'avea, non per
cacciarlo;
e se gli scuopre al ritornar nimico
con Veneziani in lega, e
vuol pigliarlo.
Ecco la lancia il re animoso abbassa,
apre la strada e,
lor mal grado, passa.
32
Ma la sua gente ch'a difesa resta
del nuovo regno, ha ben contraria
sorte;
che Ferrante, con l'opra che gli presta
il signor mantuan, torna sì
forte,
ch'in pochi mesi non ne lascia testa,
o in terra o in mar, che non
sia messa a morte:
poi per un uom che gli è con fraude estinto,
non par
che senta il gaudio d'aver vinto. -
33
Così dicendo, mostragli il marchese
Alfonso di Pescara, e dice: -
Dopo
che costui comparito in mille imprese
sarà più risplendente che
piropo,
ecco qui ne l'insidie che gli ha tese
con un trattato doppio il
rio Etiopo,
come scannato di saetta cade
il miglior cavallier di quella
etade.
34
Poi mostra ove il duodecimo Luigi
passa con scorta italiana i
monti,
e svelto il Moro, pon la Fiordaligi
nel fecondo terren già de'
Visconti.
Indi manda sua gente pei vestigi
di Carlo, a far sul Garigliano
i ponti;
la quale appresso andar rotta e dispersa
si vede, e morta e nel
fiume summersa.
35
Vedete in Puglia non minor macello
de l'esercito franco in fuga
volto;
e Consalvo Ferrante ispano è quello
che due volte alla trappola
l'ha colto.
E come qui turbato, così bello
mostra Fortuna al re Luigi il
volto
nel ricco pian che, fin dove Adria stride,
tra l'Apenino e l'Alpe il
Po divide. -
36
Così dicendo, se stesso riprende
che quel ch'avea a dir prima abbia
lasciato;
e torna a dietro, e mostra uno che vende
il castel che 'l signor
suo gli avea dato;
mostra il perfido Svizzero che prende
colui ch'a sua
difesa l'ha assoldato:
le quai due cose, senza abbassar lancia,
han dato
la vittoria al re di Francia.
37
Poi mostra Cesar Borgia col favore
di questo re farsi in Italia
grande;
ch'ogni baron di Roma, ogni signore
suggietto a lei, par ch'in
esilio mande.
Poi mostra il re che di Bologna fuore
leva la Sega, e vi fa
entrar le Giande;
poi come volge i Genovesi in fuga
fatti ribelli, e la
città suggiuga.
38
- Vedete (dice poi) di gente morta
coperta in Giaradada la
campagna.
Par ch'apra ogni cittade al re la porta,
e che Venezia a pena vi
rimagna.
Vedete come al papa non comporta
che, passati i confini di
Romagna,
Modana al duca di Ferrara toglia,
né qui si fermi, e 'l resto tor
gli voglia:
39
e fa, all'incontro, a lui Bologna torre;
che v'entra la Bentivola
famiglia.
Vedete il campo de' Francesi porre
a sacco Brescia, poi che la
ripiglia;
e quasi a un tempo Felsina soccorre,
e 'l campo ecclesiastico
sgombiglia:
e l'uno e l'altro poi nei luoghi bassi
par si riduca del lito
de Chiassi.
40
Di qua la Francia, e di là il campo ingrossa
la gente ispana; e la
battaglia è grande.
Cader si vede e far la terra rossa
la gente d'arme in
amendua le bande.
Piena di sangue uman pare ogni fossa:
Marte sta in
dubbio u' la vittoria mande.
Per virtù d'un Alfonso al fin si vede
che
resta il Franco, e che l'Ispano cede,
41
e che Ravenna saccheggiata resta.
Si morde il papa per dolor le
labbia,
e fa da' monti, a guisa di tempesta,
scendere in fretta una
tedesca rabbia,
ch'ogni Francese, senza mai far testa,
di qua da l'Alpe
par che cacciat'abbia,
e che posto un rampollo abbia del Moro
nel giardino
onde svelse i Gigli d'oro.
42
Ecco torna il Francese: eccolo rotto
da l'infedele Elvezio ch'in suo
aiuto
con troppo rischio ha il giovine condotto,
del quale il padre avea
preso e venduto.
Vedete poi l'esercito, che sotto
la ruota di Fortuna era
caduto,
creato il novo re, che si prepara
de l'onta vendicar ch'ebbe a
Novara:
43
e con migliore auspizio ecco ritorna.
Vedete il re Francesco inanzi
a tutti,
che così rompe a' Svizzeri le corna,
che poco resta a non gli
aver distrutti:
sì che 'l titolo mai più non gli adorna,
ch'usurpato
s'avran quei villan brutti,
che domator de' principi, e difesa
si nomeran
de la cristiana Chiesa.
44
Ecco, mal grado de la lega, prende
Milano, e accorda il giovene
Sforzesco.
Ecco Borbon che la città difende
pel re di Francia dal furor
tedesco.
Eccovi poi, che mentre altrove attende
ad altre magne imprese il
re Francesco,
né sa quanta superbia e crudeltade
usino i suoi, gli è tolta
la cittade.
45
Ecco un altro Francesco ch'assimiglia
di virtù all'avo, e non di
nome solo;
che, fatto uscirne i Galli, si ripiglia
col favor de la Chiesa
il patrio suolo.
Francia anco torna, ma ritien la briglia,
né scorre
Italia, come suole, a volo;
che 'l bon duca di Mantua sul Ticino
le chiude
il passo, e le taglia il camino.
46
Federico, ch'ancor non ha la guancia
de' primi fiori sparsa, si fa
degno
di gloria eterna, ch'abbia con la lancia,
ma più con diligenza e con
ingegno,
Pavia difesa dal furor di Francia,
e del Leon del mar rotto il
disegno.
Vedete duo marchesi, ambi terrore
di nostre genti, ambi d'Italia
onore;
47
ambi d'un sangue, ambi in un nido nati.
Di quel marchese Alfonso il
primo è figlio,
il qual tratto dal Negro negli aguati,
vedeste il terren
far di sé vermiglio.
Vedete quante volte son cacciati
d'Italia i Franchi
pel costui consiglio.
L'altro di sì benigno e lieto aspetto
il Vasto
signoreggia, e Alfonso è detto.
48
- Questo è il buon cavallier, di cui dicea,
quando l'isola d'Ischia
vi mostrai,
che già profetizzando detto avea
Merlino a Fieramonte cose
assai:
che diferire a nascere dovea
nel tempo che d'aiuto più che
mai
l'afflitta Italia, la Chiesa e l'Impero
contra ai barbari insulti
avria mistiero.
49
Costui dietro al cugin suo di Pescara
con l'auspicio di Prosper
Colonnese,
vedete come la Bicocca cara
fa parere all'Elvezio e più al
Francese.
Ecco di nuovo Francia si prepara
di ristaurar le mal successe
imprese:
scende il re con un campo in Lombardia,
un altro per pigliar
Napoli invia.
50
Ma quella che di noi fa come il vento
d'arida polve, che l'aggira in
volta,
la leva fin al cielo, e in un momento
a terra la ricaccia, onde
l'ha tolta;
fa ch'intorno a Pavia crede di cento
mila persone aver fatto
raccolta
il re, che mira a quel che di man gli esce,
non se la gente sua
si scema o cresce.
51
Così per colpa de' ministri avari,
e per bontà del re che se ne
fida,
sotto l'insegne si raccoglion rari,
quando la notte il campo
all'arme grida,
che si vede assalir dentro ai ripari
dal sagace Spagnuol,
che con la guida
di duo del sangue d'Avalo ardiria
farsi nel cielo e ne lo
'nferno via.
52
Vedete il meglio de la nobiltade
di tutta Francia alla campagna
estinto.
Vedete quante lance e quante spade
han d'ogn'intorno il re
animoso cinto;
vedete che 'l destrier sotto gli cade:
né per questo si
rende o chiama vinto,
ben ch'a lui solo attenda, a lui sol corra
lo stuol
nimico, e non è chi 'l soccorra.
53
Il re gagliardo si difende a piede,
e tutto de l'ostil sangue si
bagna:
ma virtù al fine a troppa forza cede.
Ecco il re preso, ed eccolo
in Ispagna:
ed a quel di Pescara dar si vede,
ed a chi mai da lui non si
scompagna,
a quel del Vasto, le prime corone
del campo rotto e del gran re
prigione.
54
Rotto a Pavia l'un campo, l'altro ch'era,
per dar travaglio a
Napoli, in camino,
restar si vede, come, se la cera
gli manca o l'oglio,
resta il lumicino.
Ecco che 'l re ne la prigione ibera
lascia i figliuoli,
e torna al suo domìno:
ecco fa a un tempo egli in Italia guerra;
ecco
altri la fa a lui ne la sua terra.
55
Vedete gli omicidi e le rapine
in ogni parte far Roma dolente;
e
con incendi e stupri le divine
e le profane cose ire ugualmente.
Il campo
de la lega le ruine
mira d'appresso, e 'l pianto e 'l grido sente;
e dove
ir dovria inanzi, torna indietro,
e prender lascia il successor di
Pietro.
56
Manda Lotrecco il re con nuove squadre,
non più per fare in
Lombardia l'impresa,
ma per levar de le mani empie e ladre
il capo e
l'altre membra de la Chiesa;
che tarda sì, che trova al Santo Padre
non
esser più la libertà contesa.
Assedia la cittade ove sepolta
è la sirena,
e tutto il regno volta.
57
Ecco l'armata imperial si scioglie
per dar soccorso alla città
assediata;
ed ecco il Doria che la via le toglie,
e l'ha nel mar sommersa,
arsa e spezzata.
Ecco Fortuna come cangia voglie,
sin qui a' Francesi sì
propizia stata;
che di febbre gli uccide, e non di lancia,
sì che di mille
un non ne torna in Francia. -
58
La sala queste ed altre istorie molte,
che tutte saria lungo
riferire,
in vari e bei colori avea raccolte;
ch'era ben tal che le potea
capire.
Tornano a rivederle due e tre volte,
né par che se ne sappiano
partire;
e rilegon più volte quel ch'in oro
si vedea scritto sotto il bel
lavoro.
59
Le belle donne e gli altri quivi stati
mirando e ragionando insieme
un pezzo,
fur dal signore a riposar menati,
ch'onorar gli osti suoi
molt'era avezzo.
Già sendo tutti gli altri addormentati,
Bradamante a
corcar si va da sezzo,
e si volta or su questo or su quel fianco,
né può
dormir sul destro né sul manco.
60
Pur chiude alquanto appresso all'alba i lumi,
e di veder le pare il
suo Ruggiero,
il qual le dica: - Perché ti consumi,
dando credenza a quel
che non è vero?
Tu vedrai prima all'erta andare i fiumi,
ch'ad altri mai,
ch'a te, volga il pensiero.
S'io non amassi te, né il cor potrei
né le
pupille amar degli occhi miei. -
61
E par che le suggiunga: - Io son venuto
per battezzarmi e far quanto
ho promesso;
e s'io son stato tardi, m'ha tenuto
altra ferita, che
d'amore, oppresso. -
Fuggesi in questo il sonno, né veduto
è più Ruggier
che se ne va con esso.
Rinuova allora i pianti la donzella,
e ne la mente
sua così favella:
62
- Fu quel che piacque, un falso sogno; e questo
che mi tormenta, ahi
lassa! è un veggiar vero.
Il ben fu sogno a dileguarsi presto,
ma non è
sogno il martire aspro e fiero.
Perch'or non ode e vede il senso
desto
quel ch'udire e veder parve al pensiero?
A che condizione, occhi
miei, sete,
che chiusi il ben, e aperti il mal vedete?
63
Il dolce sonno mi promise pace,
ma l'amaro veggiar mi torna in
guerra:
il dolce sonno è ben stato fallace,
ma l'amaro veggiare, ohimè!
non erra.
Se 'l vero annoia, e il falso sì mi piace,
non oda o vegga mai
più vero in terra:
se 'l dormir mi dà gaudio, e il veggiar guai,
possa io
dormir senza destarmi mai.
64
O felice animai ch'un sonno forte
sei mesi tien senza mai gli occhi
aprire!
Che s'assimigli tal sonno alla morte,
tal veggiare alla vita, io
non vo' dire;
ch'a tutt'altre contraria la mia sorte
sente morte a
veggiar, vita a dormire:
ma s'a tal sonno morte s'assimiglia,
deh, Morte,
or ora chiudimi le ciglia! -
65
De l'orizzonte il sol fatte avea rosse
l'estreme parti, e dileguato
intorno
s'eran le nubi, e non parea che fosse
simile all'altro il
cominciato giorno;
quando svegliata Bradamante armosse
per fare a tempo al
suo camin ritorno,
rendute avendo grazie a quel signore
del buono albergo
e de l'avuto onore.
66
E trovò che la donna messaggera,
con damigelle sue, con suoi
scudieri
uscita de la rocca, venut'era
là dove l'attendean quei tre
guerrieri;
quei che con l'asta d'oro essa la sera
fatto avea riversar giù
dei destrieri,
e che patito avean con gran disagio
la notte l'acqua e il
vento e il ciel malvagio.
67
Arroge a tanto mal, ch'a corpo voto
ed essi e i lor cavalli eran
rimasi,
battendo i denti e calpestando il loto:
ma quasi lor più incresce,
e senza quasi
incresce e preme più, che farà noto
la messaggera, appresso
agli altri casi,
alla sua donna, che la prima lancia
gli abbia abbattuti,
c'han trovata in Francia.
68
E presti o di morire, o di vendetta
subito far del ricevuto
oltraggio,
acciò la messaggera, che fu detta
Ullania, che nomata più non
aggio,
la mala opinion ch'avea concetta
forse di lor, si tolga del
coraggio,
la figliuola d'Amon sfidano a giostra,
tosto che fuor del ponte
ella si mostra;
69
non pensando però che sia donzella,
che nessun gesto di donzella
avea.
Bradamante ricusa, come quella
ch'in fretta gìa, né soggiornar
volea.
Pur tanto e tanto fur molesti, ch'ella,
che negar senza biasmo non
potea,
abbassò l'asta, ed a tre colpi in terra
li mandò tutti; e qui finì
la guerra:
70
che senza più voltarsi mostrò loro
lontan le spalle, e dileguossi
tosto.
Quei che, per guadagnar lo scudo d'oro,
di paese venian tanto
discosto,
poi che senza parlar ritti si foro,
che ben l'avean con ogni
ardir deposto,
stupefatti parean di maraviglia,
né verso Ullania ardian
d'alzar le ciglia;
71
che con lei molte volte per camino
dato s'avean troppo orgogliosi
vanti:
che non è cavallier né paladino
ch'al minor di lor tre durasse
avanti.
La donna, perché ancor più a capo chino
vadano, e più non sian
così arroganti,
fa lor saper che fu femina quella,
non paladin, che li
levò di sella.
72
- Or che dovete (diceva ella), quando
così v'abbia una femina
abbattuti,
pensar che sia Rinaldo o che sia Orlando,
non senza causa in
tant'onore avuti?
S'un d'essi avrà lo scudo, io vi domando
se migliori di
quel che siate suti
contra una donna, contra lor sarete?
Non credo io già,
né voi forse il credete.
73
Questo vi può bastar; né vi bisogna
del valor vostro aver più chiara
prova:
e quel di voi che temerario aggogna
far di sé in Francia esperienza
nuova,
cerca giungere il danno alla vergogna
in che ieri ed oggi s'è
trovato e trova;
se forse egli non stima utile e onore,
qualor per man di
tai guerrier si muore. -
74
Poi che ben certi i cavallieri fece
Ullania, che quell'era una
donzella,
la qual fatto avea nera più che pece
la fama lor, ch'esser solea
sì bella;
e dove una bastava, più di diece
persone il detto confermar di
quella;
essi fur per voltar l'arme in se stessi,
da tal dolor, da tanta
rabbia oppressi.
75
E da lo sdegno e da la furia spinti,
l'arme si spoglian, quante
n'hanno indosso;
né si lascian la spada onde eran cinti,
e del castel la
gittano nel fosso:
e giuran, poi che gli ha una donna vinti,
e fatto sul
terren battere il dosso,
che, per purgar sì grave error, staranno
senza
mai vestir l'arme intero un anno;
76
e che n'andranno a piè pur tuttavia,
o sia la strada piana, o scenda
e saglia;
né, poi che l'anno anco finito sia,
saran per cavalcare o vestir
maglia,
s'altr'arme, altro destrier da lor non fia
guadagnato per forza di
battaglia.
Così senz'arme, per punir lor fallo,
essi a piè se n'andar, gli
altri a cavallo.
77
Bradamante la sera ad un castello
ch'alla via di Parigi si
ritrova,
di Carlo e di Rinaldo suo fratello,
ch'avean rotto Agramante, udì
la nuova.
Quivi ebbe buona mensa e buono ostello:
ma questo ed ogn'altro
agio poco giova;
che poco mangia e poco dorme, e poco,
non che posar, ma
ritrovar può loco.
78
Non però di costei voglio dir tanto,
ch'io non ritorni a quei duo
cavallieri
che d'accordo legato aveano a canto
la solitaria fonte i duo
destrieri.
La pugna lor, di che vo' dirvi alquanto,
non è per acquistar
terre né imperi,
ma perché Durindana il più gagliardo
abbia ad avere, e a
cavalcar Baiardo.
79
Senza che tromba o segno altro accennasse
quando a muover s'avean,
senza maestro
che lo schermo e 'l ferir lor ricordasse,
e lor pungesse il
cor d'animoso estro,
l'uno e l'altro d'accordo il ferro trasse,
e si venne
a trovare agile e destro.
I spessi e gravi colpi a farsi
udire
incominciaro, ed a scaldarsi l'ire.
80
Due spade altre non so per prova elette
ad esser ferme e solide e
ben dure,
ch'a tre colpi di quei si fosser rette,
ch'erano fuor di tutte
le misure:
ma quelle fur di tempre sì perfette,
per tante esperienze sì
sicure,
che ben poteano insieme riscontrarsi
con mille colpi e più, senza
spezzarsi.
81
Or qua Rinaldo, or là mutando il passo,
con gran destrezza e molta
industria ed arte
fuggia di Durindana il gran fracasso,
che sa ben come
spezza il ferro e parte.
Ferìa maggior percosse il re Gradasso;
ma quasi
tutte al vento erano sparte:
se coglieva talor, coglieva in loco
ove potea
gravare e nuocer poco.
82
L'altro con più ragion sua spada inchina,
e fa spesso al pagan
stordir le braccia;
e quando ai fianchi e quando ove confina
la corazza
con l'elmo, gli la caccia:
ma trova l'armatura adamantina,
sì ch'una
maglia non ne rompe o straccia.
Se dura e forte la ritrova tanto,
avvien
perch'ella è fatta per incanto.
83
Senza prender riposo erano stati
gran pezzo tanto alla battaglia
fisi,
che volti gli occhi in nessun mai de' lati
aveano, fuor che nei
turbati visi;
quando da un'altra zuffa distornati,
e da tanto furor furon
divisi.
Ambi voltaro a un gran strepito il ciglio,
e videro Baiardo in
gran periglio.
84
Vider Baiardo a zuffa con un mostro
ch'era più di lui grande, ed era
augello:
avea più lungo di tre braccia il rostro;
l'altre fattezze avea di
vipistrello;
avea la piuma negra come inchiostro;
avea l'artiglio grande,
acuto e fello;
occhi di fuoco, e sguardo avea crudele;
l'ale avea grandi,
che parean due vele.
85
Forse era vero augel, ma non so dove
o quando un altro ne sia stato
tale.
Non ho veduto mai, né letto altrove,
fuor ch'in Turpin, d'un sì
fatto animale:
questo rispetto a credere mi muove,
che l'augel fosse un
diavolo infernale
che Malagigi in quella forma trasse,
acciò che la
battaglia disturbasse.
86
Rinaldo il credette anco, e gran parole
e sconce poi con Malagigi
n'ebbe.
Egli già confessar non glielo vuole;
e perché tor di colpa si
vorrebbe,
giura pel lume che dà lume al sole,
che di questo imputato esser
non debbe.
Fosse augello o demonio, il mostro scese
sopra Baiardo, e con
l'artiglio il prese.
87
Le redine il destrier, ch'era possente,
subito rompe, e con sdegno e
con ira
contra l'augello i calci adopra e 'l dente;
ma quel veloce in aria
si ritira:
indi ritorna, e con l'ugna pungente
lo va battendo, e
d'ogn'intorno aggira.
Baiardo offeso, e che non ha ragione
di schermo
alcun, ratto a fuggir si pone.
88
Fugge Baiardo alla vicina selva,
e va cercando le più spesse
fronde.
Segue di sopra la pennuta belva
con gli occhi fisi ove la via
seconde;
ma pure il buon destrier tanto s'inselva,
ch'al fin sotto una
grotta si nasconde.
Poi che l'alato ne perde la traccia,
ritorna in cielo,
e cerca nuova caccia.
89
Rinaldo e 'l re Gradasso, che partire
veggono la cagion de la lor
pugna,
restan d'accordo quella differire
fin che Baiardo salvino da
l'ugna
che per la scura selva il fa fuggire;
con patto, che qual d'essi lo
raggiugna,
a quella fonte lo restituisca,
ove la lite lor poi si
finisca.
90
Seguendo, si partir da la fontana,
l'erbe novellamente in terra
peste.
Molto da lor Baiardo s'allontana,
ch'ebbon le piante in seguir lui
mal preste.
Gradasso, che non lungi avea l'alfana,
sopra vi salse, e per
quelle foreste
molto lontano il paladin lasciosse,
tristo e peggio
contento che mai fosse.
91
Rinaldo perdé l'orme in pochi passi
del suo destrier, che fe' strano
viaggio;
ch'andò rivi cercando, arbori e sassi,
il più spinoso luogo, il
più selvaggio,
acciò che da quella ugna si celassi,
che cadendo dal ciel
gli facea oltraggio.
Rinaldo, dopo la fatica vana,
ritornò ad aspettarlo
alla fontana,
92
se da Gradasso vi fosse condutto,
sì come tra lor dianzi si
convenne.
Ma poi che far si vide poco frutto,
dolente e a piedi in campo
se ne venne.
Or torniamo a quell'altro, al quale in tutto
diverso da
Rinaldo il caso avvenne.
Non per ragion, ma per suo gran destino
sentì
anitrire il buon destrier vicino;
93
e lo trovò ne la spelonca cava,
da l'avuta paura anco sì
oppresso,
ch'uscire allo scoperto non osava:
perciò l'ha in suo potere il
pagan messo.
Ben de la convenzion si raccordava,
ch'alla fonte tornar
dovea con esso;
ma non è più disposto d'osservarla,
e così in mente sua
tacito parla:
94
- Abbial chi aver lo vuol con lite e guerra:
io d'averlo con pace
più disio.
Da l'uno all'altro capo de la terra
già venni, e sol per far
Baiardo mio.
Or ch'io l'ho in mano, ben vaneggia ed erra
chi crede che
depor lo volesse io.
Se Rinaldo lo vuol, non disconviene,
come io già in
Francia, or s'egli in India viene.
95
Non men sicura a lui fia Sericana,
che già due volte Francia a me
sia stata. -
Così dicendo, per la via più piana
ne venne in Arli, e vi
trovò l'armata;
e quindi con Baiardo e Durindana
si partì sopra una galea
spalmata.
Ma questo a un'altra volta; ch'or Gradasso,
Rinaldo e tutta
Francia a dietro lasso.
96
Voglio Astolfo seguir, ch'a sella e a morso,
a uso facea andar di
palafreno
l'ippogrifo per l'aria a sì gran corso,
che l'aquila e il falcon
vola assai meno.
Poi che de' Galli ebbe il paese scorso
da un mare a
l'altro e da Pirene al Reno,
tornò verso ponente alla montagna
che separa
la Francia da la Spagna.
97
Passò in Navarra, ed indi in Aragona,
lasciando a chi 'l vedea gran
maraviglia.
Restò lungi a sinistra Taracona,
Biscaglia a destra, ed arrivò
in Castiglia.
Vide Gallizia e 'l regno d'Ulisbona,
poi volse il corso a
Cordova e Siviglia;
né lasciò presso al mar né fra campagna
città, che non
vedesse tutta Spagna.
98
Vide le Gade e la meta che pose
ai primi naviganti Ercole
invitto.
Per l'Africa vagar poi si dispose
dal mar d'Atlante ai termini
d'Egitto.
Vide le Baleariche famose,
e vide Eviza appresso al camin
dritto.
Poi volse il freno, e tornò verso Arzilla
sopra 'l mar che da
Spagna dipartilla.
99
Vide Marocco, Feza, Orano, Ippona,
Algier, Buzea, tutte città
superbe,
c'hanno d'altre città tutte corona,
corona d'oro, e non di fronde
o d'erbe.
Verso Biserta e Tunigi poi sprona:
vide Capisse e l'isola
d'Alzerbe
e Tripoli e Bernicche e Tolomitta,
sin dove il Nilo in Asia si
tragitta.
100
Tra la marina e la silvosa schena
del fiero Atlante vide ogni
contrada.
Poi diè le spalle ai monti di Carena,
e sopra i Cirenei prese la
strada;
e traversando i campi de l'arena,
venne a' confin di Nubia in
Albaiada.
Rimase dietro il cimiter di Batto
e l'gran tempio d'Amon,
ch'oggi è disfatto.
101
Indi giunse ad un'altra Tremisenne,
che di Maumetto pur segue lo
stilo.
Poi volse agli altri Etiopi le penne,
che contra questi son di là
dal Nilo.
Alla città di Nubia il camin tenne
tra Dobada e Coalle in aria a
filo.
Questi cristiani son, quei saracini;
e stan con l'arme in man sempre
a' confini.
102
Senapo imperator de la Etiopia,
ch'in loco tien di scettro in man
la croce,
di gente, di cittadi e d'oro ha copia
quindi fin là dove il mar
Rosso ha foce;
e serva quasi nostra fede propia,
che può salvarlo da
l'esilio atroce.
Gli è, s'io non piglio errore, in questo loco
ove al
battesmo loro usano un fuoco.
103
Dismontò il duca Astolfo alla gran corte
dentro di Nubia, e visitò
il Senapo.
Il castello è più ricco assai che forte,
ove dimora d'Etiopia
il capo.
Le catene dei ponti e de le porte,
gangheri e chiavistei da piedi
a capo,
e finalmente tutto quel lavoro
che noi di ferro usiamo, ivi usan
d'oro.
104
Ancor che del finissimo metallo
vi sia tale abondanza, è pur in
pregio.
Colonnate di limpido cristallo
son le gran logge del palazzo
regio.
Fan rosso, bianco, verde, azzurro e giallo
sotto i bei palchi un
relucente fregio,
divisi tra proporzionati spazi,
rubin, smeraldi, zafiri
e topazi.
105
In mura, in tetti, in pavimenti sparte
eran le perle, eran le
ricche gemme.
Quivi il balsamo nasce; e poca parte
n'ebbe appo questi mai
Ierusalemme.
Il muschio ch'a noi vien, quindi si parte;
quindi vien
l'ambra, e cerca altre maremme:
vengon le cose in somma da quel canto,
che
nei paesi nostri vaglion tanto.
106
Si dice che 'l soldan, re de l'Egitto,
a quel re dà tributo e sta
suggetto,
perch'è in poter di lui dal camin dritto
levare il Nilo, e
dargli altro ricetto,
e per questo lasciar subito afflitto
di fame il
Cairo e tutto quel distretto.
Senapo detto è dai sudditi suoi;
gli diciàn
Presto o Preteianni noi.
107
Di quanti re mai d'Etiopia foro,
il più ricco fu questi e il più
possente;
ma con tutta sua possa e suo tesoro,
gli occhi perduti avea
miseramente.
E questo era il minor d'ogni martoro:
molto era più noioso e
più spiacente,
che, quantunque ricchissimo si chiame,
cruciato era da
perpetua fame.
108
Se per mangiare o ber quello infelice
venìa cacciato dal bisogno
grande,
tosto apparia l'infernal schiera ultrice,
le mostruose arpie
brutte e nefande,
che col griffo e con l'ugna predatrice
spargeano i vasi,
e rapian le vivande;
e quel che non capia lor ventre ingordo,
vi rimanea
contaminato e lordo.
109
E questo, perch'essendo d'anni acerbo,
e vistosi levato in tanto
onore,
che, oltre alle ricchezze, di più nerbo
era di tutti gli altri e di
più core;
divenne, come Lucifer, superbo,
e pensò muover guerra al suo
Fattore.
Con la sua gente la via prese al dritto
al monte onde esce il
gran fiume d'Egitto.
110
Inteso avea che su quel monte alpestre,
ch'oltre alle nubi e presso
al ciel si leva,
era quel paradiso che terrestre
si dice, ove abitò già
Adamo ed Eva.
Con camelli, elefanti, e con pedestre
esercito, orgoglioso
si moveva
con gran desir, se v'abitava gente,
di farla alle sue leggi
ubbidiente.
111
Dio gli ripresse il temerario ardire,
e mandò l'angel suo tra
quelle frotte,
che centomila ne fece morire,
e condannò lui di perpetua
notte.
Alla sua mensa poi fece venire
l'orrendo mostro da l'infernal
grotte,
che gli rapisce e contamina i cibi,
né lascia che ne gusti o ne
delibi.
112
Ed in desperazion continua il messe
uno che già gli avea
profetizzato
che le sue mense non sariano oppresse
da la rapina e da
l'odore ingrato,
quando venir per l'aria si vedesse
un cavallier sopra un
cavallo alato.
Perché dunque impossibil parea questo,
privo d'ogni
speranza vivea mesto.
113
Or che con gran stupor vede la gente
sopra ogni muro e sopra
ogn'alta torre
entrare il cavalliero, immantinente
è chi a narrarlo al re
di Nubia corre,
a cui la profezia ritorna a mente;
ed obliando per letizia
torre
la fedel verga, con le mani inante
vien brancolando al cavallier
volante.
114
Astolfo ne la piazza del castello
con spaziose ruote in terra
scese.
Poi che fu il re condotto inanzi a quello,
inginochiossi, e le man
giunte stese,
e disse: - Angel di Dio, Messi novello,
s'io non merto
perdono a tante offese,
mira che proprio è a noi peccar sovente,
a voi
perdonar sempre a chi si pente.
115
Del mio error consapevole, non chieggio
né chiederti ardirei gli
antiqui lumi.
Che tu lo possa far, ben creder deggio,
che sei de' cari a
Dio beati numi.
Ti basti il gran martìr ch'io non ci veggio,
senza
ch'ognor la fame mi consumi:
almen discaccia le fetide arpie,
che non
rapiscan le vivande mie.
116
E di marmore un tempio ti prometto
edificar de l'alta regia
mia,
che tutte d'oro abbia le porte e 'l tetto,
e dentro e fuor di gemme
ornato sia;
e dal tuo santo nome sarà detto,
e del miracol tuo scolpito
fia. -
Così dicea quel re che nulla vede,
cercando invan baciare al duca
il piede.
117
Rispose Astolfo: - Né l'angel di Dio,
né son Messia novel, né dal
cielo vegno;
ma son mortale e peccatore anch'io,
di tanta grazia a me
concessa indegno.
Io farò ogn'opra acciò che 'l mostro rio,
per morte o
fuga, io ti levi del regno.
S'io il fo, me non, ma Dio ne loda solo,
che
per tuo aiuto qui mi drizzò il volo.
118
Fa questi voti a Dio, debiti a lui;
a lui le chiese edifica e gli
altari. -
Così parlando, andavano ambidui
verso il castello fra i baron
preclari.
Il re commanda ai servitori sui
che subito il convito si
prepari,
sperando che non debba essergli tolta
la vivanda di mano a questa
volta.
119
Dentro una ricca sala immantinente
apparecchiossi il convito
solenne.
Col Senapo s'assise solamente
il duca Astolfo, e la vivanda
venne.
Ecco per l'aria lo stridor si sente,
percossa intorno da l'orribil
penne;
ecco venir l'arpie brutte e nefande,
tratte dal cielo a odor de le
vivande.
120
Erano sette in una schiera, e tutte
volto di donne avean, pallide e
smorte,
per lunga fame attenuate e asciutte,
orribili a veder più che la
morte.
L'alaccie grandi avean, deformi e brutte;
le man rapaci, e l'ugne
incurve e torte;
grande e fetido il ventre, e lunga coda,
come di serpe
che s'aggira e snoda.
121
Si sentono venir per l'aria, e quasi
si veggon tutte a un tempo in
su la mensa
rapire i cibi e riversare i vasi:
e molta feccia il ventre lor
dispensa,
tal che gli è forza d'atturare i nasi;
che non si può patir la
puzza immensa.
Astolfo, come l'ira lo sospinge,
contra gli ingordi augelli
il ferro stringe.
122
Uno sul collo, un altro su la groppa
percuote, e chi nel petto, e
chi ne l'ala;
ma come fera in su 'n sacco di stoppa,
poi langue il colpo,
e senza effetto cala:
e quei non vi lasciar piatto né coppa
che fosse
intatta, né sgombrar la sala,
prima che le rapine e il fiero
pasto
contaminato il tutto avesse e guasto.
123
Avuto avea quel re ferma speranza
nel duca, che l'arpie gli
discacciassi;
ed or che nulla ove sperar gli avanza,
sospira e geme, e
disperato stassi.
Viene al duca del corno rimembranza,
che suole aitarlo
ai perigliosi passi;
e conchiude tra sé, che questa via
per discacciare i
mostri ottima sia.
124
E prima fa che 'l re con suoi baroni
di calda cera l'orecchia si
serra,
acciò che tutti, come il corno suoni,
non abbiano a fuggir fuor de
la terra.
Prende la briglia, e salta sugli arcioni
de l'ippogrifo, ed il
bel corno afferra;
e con cenni allo scalco poi commanda
che riponga la
mensa e la vivanda.
125
E così in una loggia s'apparecchia
con altra mensa altra vivanda
nuova.
Ecco l'arpie che fan l'usanza vecchia:
Astolfo il corno subito
ritrova.
Cli augelli, che non han chiusa l'orecchia,
udito il suon, non
puon stare alla prova;
ma vanno in fuga pieni di paura,
né di cibo né
d'altro hanno più cura.
126
Subito il paladin dietro lor sprona:
volando esce il destrier fuor
de la loggia,
e col castel la gran città abandona,
e per l'aria, cacciando
i mostri, poggia.
Astolfo il corno tuttavolta suona:
fuggon l'arpie verso
la zona roggia,
tanto che sono all'altissimo monte
ove il Nilo ha, se in
alcun luogo ha, fonte.
127
Quasi de la montagna alla radice
entra sotterra una profonda
grotta,
che certissima porta esser si dice
di ch'allo 'nferno vuol scender
talotta.
Quivi s'è quella turba predatrice,
come in sicuro albergo,
ricondotta,
e giù sin di Cocito in su la proda
scesa, e più là, dove quel
suon non oda.
128
All'infernal caliginosa buca
ch'apre la strada a chi abandona il
lume,
finì l'orribil suon l'inclito duca,
e fe' raccorre al suo destrier
le piume.
Ma prima che più inanzi io lo conduca,
per non mi dipartir dal
mio costume,
poi che da tutti i lati ho pieno il foglio,
finire il canto,
e riposar mi voglio.
