Re Agramante giunge nella città di Arles e subito riorganizza l'esercito facendo arruale nuovi guerrieri in Europa ed in Africa. Tenta anche di convincere Rodomonte a rischierarsi dalla sua parte ma con esito negativo.
Nel frattempo Bradamante, a Montalbano, aspetta invano l'arrivo di Ruggiero. I venti giorni, dati dal cavaliere come termine per la sua partenza da Parigi, passano lentissimi. La donna passa ogni notte insonne ed ogni giorno di guardia alla città, nella speranza che l'amato stia per arrivare.
Giugne però presso il suo castello un cavaliere scappato dall'accampamento saraceno, dove era stato a lungo come prigioniero, e le racconta, oltre alle vicende reali di Ruggiero, del fatto che, ferito da Mandircardo, era impossibilitato a muoversi, le dicerie che avevano iniziato a circolare per l'esercito pagano: Marfisa e Ruggiero si amavano, erano ormai inseparabili ed il loro matrimonio si sarebbe dovuto svolgere a breve.
Incontra durante il suo viaggio un donna che monta un cavallo con attaccato all'arcione uno scudo, tre cavalieri al suo fianco ed al seguito una lunga schiera di donne e scudieri. Bradamante viene a sapere che si tratta di una messaggera della bellissima regina d'Islanda, mandata da re Carlo per fargli dono di quello scudo, da destinare al più valoroso dei cavalieri cristiani.
Bradamante è presa dal suo tormento per Ruggiero, non guida il cavallo ma si lascia al contrario guidare da lui. Giunta ormai la notte, la donna chiede ad un pastore un consiglio su dove poter alloggiare e le viene indicato, come luogo più vicino, il castello di Tristano. Chi viene ospitato in quella dimora deve necessariamente proteggere la propria stanza contro ogni altro cavaliere che si presenti dopo di lui per averla; così se un cavaliere trova la stanza già occupata, per averla dovrà necessariamente conquistarla con la lancia. Nel caso delle donne, è invece la loro bellezza a decidere a chi spetti la stanza.
Al tempo in cui il re di Francia era stato Fieramonte, quel castello era stato abitato dal figlio del re, Clodione, dalla sua bellissima amata e da dieci valorosi cavalieri. Giunse un giorno in quel posto Tristano, in compagnia di una donna, e chiese di poter essere ospitato. Clodione, geloso per la sua bellissima amante, rispose però con un rifiuto. Il valoroso cavaliere, indispettito, decise quindi di sfidare il figlio del re ed i suoi dieci cavalieri per ottenere con la forza ciò che non aveva potuto ottenere con le preghiere, e mise anche come condizione che in caso di vittoria avrebbe potuto lui solo stare in quella dimora.
Clodione pregò il cavaliere di ridargli la sua bellissima compagna, ma Tristano, per vendicarsi dei torti subiti, rispose che un donna tanto bella meritava di stare con il cavaliere più valoroso e gli offrì invece in cambio la sua compagna di minore bellezza.
Viene servita la cena nel castello, ma il padrone del castello, deciso a fare rispettare la regola fino in fondo, comunica alla messaggera della regina d'Islanda che deve lasciare la dimora, in quanto meno bella di Bradamante, altra ospite. Bradamante interviene però in difesa della donna dicendo di essersi meritata la stanza come cavaliere, non come donna, e di non dover quindi competere con l'altra per bellezza. La minaccia finale di sfidare chiunque sia contrario alla sua opinione, fa stare quieto il padrone del castello e la messaggera può quindi rimanere.
La cena può finalmente avere luogo e, una volta terminata, gli ospiti rimangono nel salone ad ammirare i dipinti che ne rivestono le mura.
Marfisa invece, sentita la notizia della strage di quella notte ed abbandonata l'intenzione di uccidere Brunello (nessuno era venuto da lei per cercare di salvarlo e la donna non quindi più saveva voluto porcarsi le mani con del sangue tanto vile), corre subito in soccorso dell'esercito saraceno portandosi dietro il prigioniero. Su richiesta di Agramante, Brunello verrà comunque impiccato dal boia, senza che Ruggiero, costretto a letto dalle ferite subite, possa fare nulla per salvarlo.
Infine, oltre alla gelosia causata da Marfisa, Bradamante inizia ad essere anche tormentata dal pensiero che Ruggiero non la ami più e che Melissa e Merlino si siano presi gioco di lei con le loro previsioni di un futuro felice. Nonostante questi tormenti, Bradamante ha ancora speranza che le promesse di Ruggiero siano vere.
Anche l'ultima goccia di speranza svanisce nel cuore di Bradamante, che ritiene ormai Ruggiero un infedele e vuole ora solo morire. Decide però infine di partire e di unirsi nuovamente all'esercito cristiano, per vendicarsi di Marfisa e trovare la morte per mano dello stesso Ruggiero.
Bradamante indossa una veste del colore delle foglie recise e con ricamati sopra dei cipressi spezzati, così da manifestare il proprio desiderio di morte. Prende quindi il cavallo Rabicano e la lancia incantata di Astolfo, che disarciona chiunque tocchi, e si avvia verso il campo saraceno presso Parigi senza sapere che era ormai passato nelle mani dei cristiani.
I tre cavalieri al suo fianco, i re di Svezia, di Norvegia e dell'isola di Gotland, avevano già fatto prova del loro valore con il desiderio di avere in sposa la regina, ma lei, volendo come marito solo l'uomo più valoroso al mondo, aveva deciso di metterli una ultima volta alla prova: sarà suo sposo solo chi riporterà in Islanda lo scudo che Carlo Magno consegnerà al cavaliere più valoroso che conosca.
Bradamante giunge al castello, dice di voler una stanza e sfida così i tre cavalieri che la occupano in quel momento. Sono i tre re al seguito della messaggera mandata dalla regina di Islanda per consegnare lo scudo a re Carlo. Bradamante si lancia al combattimento e li disarciona uno dopo l'altro, entra poi nel castello, dopo aver giurato di difendere la stanza contro ogni altro cavaliere, e viene invitata dalla messaggera della regina d'Islanda vicino al fuoco.
Bradamante si toglie infine l'elmo è mostra a tutti la sua femminilità, chiede quindi all'oste quale sia l'origine di quella regola che ha dovuto e deve ancora rispettare.
Tristano sconfisse tutti i rivali e prese possesso del castello.
Il giorno dopo Tristano, consapevole che era stato l'amore la causa di tutto, lasciò subito il castello e riconsegnò anche la bellissima donna al suo amato.
Anche Clodiano lasciò quel castello e ci mise a guardia un cavaliere con il compito di fare rispettare quella regola a chiunque chiedesse ospitalità.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Soviemmi che cantar io vi dovea
(già lo promisi, e poi m'uscì di
mente)
d'una sospizion che fatto avea
la bella donna di Ruggier
dolente,
de l'altra più spiacevole e più rea,
e di più acuto e venenoso
dente,
che per quel ch'ella udì da Ricciardetto,
a devorare il cor l'entrò
nel petto.
2
Dovea cantarne, ed altro incominciai,
perché Rinaldo in mezzo
sopravenne;
e poi Guidon mi diè che fare assai,
che tra camino a bada un
pezzo il tenne.
D'una cosa in un'altra in modo entrai,
che mal di
Bradamante mi sovenne:
sovienmene ora, e vo' narrarne inanti
che di
Rinaldo e di Gradasso io canti.
3
Ma bisogna anco, prima ch'io ne parli,
che d'Agramante io vi ragioni
un poco,
ch'avea ridutte le reliquie in Arli,
che gli restar del gran
notturno fuoco,
quando a raccor lo sparso campo e a darli
soccorso e
vettovaglie era atto il loco:
l'Africa incontra, e la Spagna ha vicina,
ed
è in sul fiume assiso alla marina.
4
Per tutto 'l regno fa scriver Marsilio
gente a piedi e a cavallo, e
trista e buona.
Per forza e per amore ogni navilio
atto a battaglia s'arma
in Barcelona.
Agramante ogni dì chiama a concilio;
né a spesa né a fatica
si perdona.
Intanto gravi esazioni e spesse
tutte hanno le città d'Africa
oppresse.
5
Egli ha fatto offerire a Rodomonte,
perché ritorni (ed impetrar nol
puote),
una cugina sua, figlia d'Almonte,
e 'l bel regno d'Oran dargli per
dote.
Non si volse l'altier muover dal ponte,
ove tant'arme e tante selle
vote
di quei che son già capitati al passo
ha ragunate, che ne cuopre il
sasso.
6
Già non volse Marfisa imitar l'atto
di Rodomonte: anzi com'ella
intese
ch'Agramante da Carlo era disfatto,
sue genti morte, saccheggiate e
prese,
e che con pochi in Arli era ritratto,
senza aspettare invito, il
camin prese:
venne in aiuto de la sua corona,
e l'aver gli proferse e la
persona.
7
E gli menò Brunello, e gli ne fece
libero dono, il qual non avea
offeso:
l'avea tenuto dieci giorni e diece
notti sempre in timor d'essere
appeso;
e poi che né con forza né con prece
da nessun vide il patrocinio
preso,
in sì sprezzato sangue non si volse
bruttar l'altiere mani, e lo
disciolse.
8
Tutte l'antique ingiurie gli remesse,
e seco in Arli ad Agramante il
trasse.
Ben dovete pensar che gaudio avesse
il re di lei ch'ad aiutarlo
andasse:
e del gran conto ch'egli ne facesse,
volse che Brunel prova le
mostrasse;
che quel di ch'ella gli avea fatto cenno,
di volerlo impiccar,
fe' da buon senno.
9
Il manigoldo, in loco inculto ed ermo,
pasto di corvi e d'avoltoi
lasciollo.
Ruggier ch'un'altra volta gli fu schermo,
e che 'l laccio gli
avria tolto dal collo,
la giustizia di Dio fa ch'ora infermo
s'è
ritrovato, ed aiutar non puollo:
e quando il seppe, era già il fatto
occorso;
sì che restò Brunel senza soccorso.
10
Intanto Bradamante iva accusando
che così lunghi sian quei venti
giorni,
li quai finiti, il termine era quando
a lei Ruggiero ed alla fede
torni.
A chi aspetta di carcere o di bando
uscir, non par che 'l tempo più
soggiorni
a dargli libertade, o de l'amata
patria vista gioconda e
disiata.
11
In quel duro aspettare ella talvolta
pensa ch'Eto e Piròo sia fatto
zoppo;
o sia la ruota guasta, ch'a dar volta
le par che tardi,
oltr'all'usato, troppo.
Più lungo di quel giorno a cui, per molta
fede,
nel cielo il giusto Ebreo fe' intoppo,
più de la notte ch'Ercole
produsse,
parea lei ch'ogni notte, ogni dì fusse.
12
Oh quante volte da invidiar le diero
e gli orsi e i ghiri e i
sonnacchiosi tassi!
che quel tempo voluto avrebbe intero
tutto dormir, che
mai non si destassi;
né potere altro udir, fin che Ruggiero
dal pigro
sonno lei non richiamassi.
Ma non pur questo non può far, ma ancora
non
può dormir di tutta notte un'ora.
13
Di qua di là va le noiose piume
tutte premendo, e mai non si
riposa.
Spesso aprir la finestra ha per costume,
per veder s'anco di Titon
la sposa
sparge dinanzi al matutino lume
il bianco giglio e la vermiglia
rosa:
non meno ancor, poi che nasciuto è 'l giorno,
brama vedere il ciel
di stelle adorno.
14
Poi che fu quattro o cinque giorni appresso
il termine a finir,
piena di spene
stava aspettando d'ora in ora il messo
che le apportasse: -
Ecco Ruggier che viene. -
Montava sopra un'alta torre spesso,
ch'i folti
boschi e le campagne amene
scopria d'intorno, e parte de la via
onde di
Francia a Montalban si gìa.
15
Se di lontano o splendor d'arme vede,
o cosa tal ch'a cavallier
simiglia,
che sia il suo disiato Ruggier crede,
e rasserena i begli occhi
e le ciglia;
se disarmato o viandante a piede,
che sia messo di lui
speranza piglia:
e se ben poi fallace la ritrova,
pigliar non cessa una ed
un'altra nuova.
16
Credendolo incontrar, talora armossi,
scese dal monte e giù calò nel
piano;
né lo trovando, si sperò che fossi
per altra strada giunto a
Montalbano:
e col disir con ch'avea i piedi mossi
fuor del castel, ritornò
dentro invano.
Né qua né là trovollo; e passò intanto
il termine aspettato
da lei tanto.
17
Il termine passò d'uno, di dui,
di tre giorni, di sei, d'otto e di
venti;
né vedendo il suo sposo, né di lui
sentendo nuova, incominciò
lamenti
ch'avrian mosso a pietà nei regni bui
quelle Furie crinite di
serpenti;
e fece oltraggio a' begli occhi divini,
al bianco petto,
all'aurei crespi crini.
18
- Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercare un che mi fugge e
mi s'asconde?
Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai
non mi risponde?
Patirò che chi m'odia, il cor mi tegna?
un che sì stima
sue virtù profonde,
che bisogno sarà che dal ciel scenda
immortal dea che
'l cor d'amor gli accenda.
19
Sa questo altier ch'io l'amo e ch'io l'adoro,
né mi vuol per amante
né per serva.
Il crudel sa che per lui spasmo e moro,
e dopo morte a darmi
aiuto serva.
E perché io non gli narri il mio martoro
atto a piegar la sua
voglia proterva,
da me s'asconde, come aspide suole,
che, per star empio,
il canto udir non vuole.
20
Deh, ferma, Amor, costui che così sciolto
dinanzi al lento mio
correr s'affretta;
o tornami nel grado onde m'hai tolto
quando né a te né
ad altri era suggetta!
Deh, come è il mio sperar fallace e stolto,
ch'in
te con prieghi mai pietà si metta;
che ti diletti, anzi ti pasci e vivi
di
trar dagli occhi lacrimosi rivi!
21
Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassa
fuor che del mio desire
irrazionale?
ch'alto mi leva, e sì ne l'aria passa,
ch'arriva in parte ove
s'abbrucia l'ale;
poi non potendo sostener, mi lassa
dal ciel cader: né
qui finisce il male;
che le rimette, e di nuovo arde: ond'io
non ho mai
fine al precipizio mio.
22
Anzi via più che del disir, mi deggio
di me doler, che sì gli apersi
il seno;
onde cacciata ha la ragion di seggio,
ed ogni mio poter può di
lui meno.
Quel mi trasporta ognor di male in peggio,
né lo posso frenar,
che non ha freno:
e mi fa certa che mi mena a morte,
perch'aspettando il
mal noccia più forte.
23
Deh perché voglio anco di me dolermi?
Ch'error, se non d'amarti,
unqua commessi?
Che maraviglia, se fragili e infermi
feminil sensi fur
subito oppressi?
Perché dovev'io usar ripari e schermi
che la somma beltà
non mi piacessi,
gli alti sembianti e le sagge parole?
Misero è ben chi
veder schiva il sole!
24
Ed oltre al mio destino, io ci fui spinta
da le parole altrui degne
di fede:
somma felicità mi fu dipinta,
ch'esser dovea di questo amor
mercede.
Se la persuasione, ohimè! fu finta,
se fu inganno il consiglio
che mi diede
Merlin, posso di lui ben lamentarmi,
ma non d'amar Ruggier
posso ritrarmi.
25
Di Merlin posso e di Melissa insieme
dolermi, e mi dorrò d'essi in
eterno,
che dimostrare i frutti del mio seme
mi fero dagli spirti de lo
'nferno,
per pormi sol con questa falsa speme
in servitù; né la cagion
discerno,
se non ch'erano forse invidiosi
dei miei dolci, sicuri, almi
riposi. -
26
Sì l'occupa il dolor, che non avanza
loco ove in lei conforto abbia
ricetto;
ma, mal grado di quel, vien la speranza
e vi vuole alloggiare in
mezzo il petto,
rifrescandole pur la rimembranza
di quel ch'al suo partir
l'ha Ruggier detto:
e vuol, contra il parer degli altri affetti,
che d'ora
in ora il suo ritorno aspetti.
27
Questa speranza dunque la sostenne,
finito i venti giorni, un mese
appresso;
sì che il dolor sì forte non le tenne,
come tenuto avria,
l'animo oppresso.
Un dì che per la strada se ne venne,
che per trovar
Ruggier solea far spesso,
novella udì la misera, ch'insieme
fe' dietro
all'altro ben fuggir la speme.
28
Venne a incontrare un cavallier guascone
che dal campo african venìa
diritto,
ove era stato da quel dì prigione,
che fu inanzi a Parigi il gran
conflitto.
Da lei fu molto posto per ragione,
fin che si venne al termine
prescritto.
Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse;
né fuor di questo
segno più si mosse.
29
Il cavallier buon conto ne rendette,
che ben conoscea tutta quella
corte:
e narrò di Ruggier, che contrastette
da solo a solo a Mandricardo
forte;
e come egli l'uccise, e poi ne stette
ferito più d'un mese presso a
morte:
e s'era la sua istoria qui conclusa,
fatto avria di Ruggier la vera
escusa.
30
Ma come poi soggiunse, una donzella
esser nel campo, nomata
Marfisa,
che men non era che gagliarda, bella,
né meno esperta d'arme in
ogni guisa;
che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella,
ch'egli da lei,
ch'ella da lui divisa
si vedea raro, e ch'ivi ognuno crede
che s'abbiano
tra lor data la fede;
31
e che come Ruggier si faccia sano,
il matrimonio publicar si
deve;
e ch'ogni re, ogni principe pagano
gran piacere e letizia ne
riceve,
che de l'uno e de l'altro sopraumano
conoscendo il valor, sperano
in breve
far una razza d'uomini da guerra
la più gagliarda che mai fosse
in terra;
32
credea il Guascon quel che dicea, non senza
cagion; che ne
l'esercito de' Mori
openione e universal credenza,
e publico parlar n'era
di fuori.
I molti segni di benivolenza
stati tra lor facean questi
romori;
che tosto o buona o ria che la fama esce
fuor d'una bocca, in
infinito cresce.
33
L'esser venuta a' Mori ella in aita
con lui, né senza lui comparir
mai,
avea questa credenza stabilita;
ma poi l'avea accresciuta pur
assai,
ch'essendosi del campo già partita
portandone Brunel (come io
contai),
senza esservi d'alcuno richiamata,
sol per veder Ruggier v'era
tornata.
34
Sol per lui visitar, che gravemente
languia ferito, in campo venuta
era,
non una sola volta, ma sovente;
vi stava il giorno e si partia la
sera:
e molto più da dir dava alla gente,
ch'essendo conosciuta così
altiera,
che tutto 'l mondo a sé le parea vile,
solo a Ruggier fosse
benigna e umile;
35
come il Guascon questo affermò per vero,
fu Bradamante da cotanta
pena,
da cordoglio assalita così fiero,
che di quivi cader si tenne a
pena.
Voltò, senza far motto, il suo destriero,
di gelosia, d'ira e di
rabbia piena;
e da sé discacciata ogni speranza,
ritornò furibonda alla
sua stanza.
36
E senza disarmarsi, sopra il letto,
col viso volta in giù, tutta si
stese,
ove per non gridar, sì che sospetto
di sé facesse, i panni in bocca
prese;
e ripetendo quel che l'avea detto
il cavalliero, in tal dolor
discese,
che più non lo potendo sofferire,
fu forza a disfogarlo, e così a
dire:
37
- Misera! a chi mai più creder debb'io?
Vo' dir ch'ognuno è perfido
e crudele,
se perfido e crudel sei, Ruggier mio,
che sì pietoso tenni e sì
fedele.
Qual crudeltà, qual tradimento rio
unqua s'udì per tragiche
querele,
che non trovi minor, se pensar mai
al mio merto e al tuo debito
vorai?
38
Perché, Ruggier, come di te non vive
cavallier di più ardir, di più
bellezza,
né che a gran pezzo al tuo valore arrive,
né a' tuoi costumi, né
a tua gentilezza;
perché non fai che fra tue illustri e dive
virtù, si
dica ancor ch'abbi fermezza?
si dica ch'abbi inviolabil fede?
a chi
ogn'altra virtù s'inchina e cede.
39
Non sai che non compar, se non v'è quella,
alcun valore, alcun nobil
costume?
come né cosa (e sia quanto vuol bella)
si può vedere ove non
splenda lume.
Facil ti fu ingannare una donzella
di cui tu signore eri,
idolo e nume,
a cui potevi far con tue parole
creder che fosse oscuro e
freddo il sole.
40
Crudel, di che peccato a doler t'hai,
se d'uccider chi t'ama non ti
penti?
Se 'l mancar di tua fé sì leggier fai,
di ch'altro peso il cor
gravar ti senti?
Come tratti il nimico, se tu dai
a me, che t'amo sì,
questi tormenti?
Ben dirò che giustizia in ciel non sia,
s'a veder tardo
la vendetta mia.
41
Se d'ogn'altro peccato assai più quello
de l'empia ingratitudine
l'uomo grava,
e per questo dal ciel l'angel più bello
fu relegato in parte
oscura e cava;
e se gran fallo aspetta gran flagello
quando debita emenda
il cor non lava;
guarda ch'aspro flagello in te non scenda,
che mi se'
ingrato e non vuoi farne emenda.
42
Di furto ancora, oltre ogni vizio rio,
di te, crudele, ho da dolermi
molto.
Che tu mi tenga il cor, non ti dico io;
di questo io vo' che tu ne
vada assolto:
dico di te, che t'eri fatto mio
e poi contra ragion mi ti
sei tolto.
Renditi, iniquo, a me; che tu sai bene
che non si può salvar
chi l'altrui tiene.
43
Tu m'hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,
né lasciarti volendo
anco potrei;
ma per uscir d'affanno e di cordoglio,
posso e voglio, finire
i giorni miei.
Di non morirti in grazia sol mi doglio;
che se concesso
m'avessero i dei
ch'io fossi morta quando t'era grata,
morte non fu giamai
tanto beata. -
44
Così dicendo, di morir disposta,
salta dal letto, e di rabbia
infiammata
si pon la spada alla sinistra costa;
ma si ravvede poi che
tutta è armata.
Il miglior spirto in questo le s'accosta,
e nel cor le
ragiona: - O donna nata
di tant'alto lignaggio, adunque vuoi
finir con sì
gran biasmo i giorni tuoi?
45
Non è meglio ch'al campo tu ne vada,
ove morir si può con laude
ognora?
Quivi, s'avvien ch'inanzi a Ruggier cada,
del morir tuo si dorrà
forse ancora:
ma s'a morir t'avvien per la sua spada,
chi sarà mai che più
contenta muora?
Ragione è ben che di vita ti privi,
poi ch'è cagion ch'in
tanta pena vivi.
46
Verrà forse anco che prima che muori
farai vendetta di quella
Marfisa
che t'ha con fraudi e disonesti amori,
da te Ruggiero alienando,
uccisa. -
Questi pensieri parveno migliori
alla donzella; e tosto una
divisa
si fe' su l'arme, che volea inferire
disperazione e voglia di
morire.
47
Era la sopraveste del colore
in che riman la foglia che
s'imbianca
quando del ramo è tolta, o che l'umore
che facea vivo l'arbore
le manca.
Ricamata a tronconi era, di fuore,
di cipresso che mai non si
rinfranca,
poi ch'ha sentita la dura bipenne;
l'abito al suo dolor molto
convenne.
48
Tolse il destrier ch'Astolfo aver solea,
e quella lancia d'or, che,
sol toccando,
cader di sella i cavallier facea.
Perché la le diè Astolfo,
e dove e quando,
e da chi prima avuta egli l'avea,
non credo che bisogni
ir replicando.
Ella la tolse, non però sapendo
che fosse del valor ch'era,
stupendo.
49
Senza scudiero e senza compagnia
scese dal monte, e si pose in
camino
verso Parigi alla più dritta via,
ove era dianzi il campo
saracino;
che la novella ancora non s'udia,
che l'avesse Rinaldo
paladino,
aiutandolo Carlo e Malagigi,
fatto tor da l'assedio di
Parigi.
50
Lasciati avea i Cadurci e la cittade
di Caorse alle spalle, e tutto
'l monte
ove nasce Dordona, e le contrade
scopria di Monferrante e di
Clarmonte,
quando venir per le medesme strade
vide una donna di benigna
fronte,
ch'uno scudo all'arcione avea attaccato;
e le venian tre
cavallieri a lato.
51
Altre donne e scudier venivano anco,
qual dietro e qual dinanzi, in
lunga schiera.
Domandò ad un che le passò da fianco,
la figlia d'Amon, chi
la donna era;
e quel le disse: - Al re del popul franco
questa donna,
mandata messaggera
fin di là dal polo artico, è venuta
per lungo mar da
l'Isola Perduta.
52
Altri Perduta, altri ha nomata Islanda
l'isola, donde la regina
d'essa,
di beltà sopra ogni beltà miranda,
dal ciel non mai, se non a lei,
concessa,
lo scudo che vedete, a Carlo manda;
ma ben con patto e
condizione espressa,
ch'al miglior cavallier lo dia, secondo
il suo parer,
ch'oggi si trovi al mondo.
53
Ella, come si stima, e come in vero
è la più bella donna che mai
fosse,
così vorria trovare un cavalliero
che sopra ogn'altro avesse ardire
e posse:
perché fondato e fisso è il suo pensiero,
da non cader per
centomila scosse,
che sol chi terrà in arme il primo onore,
abbia d'esser
suo amante e suo signore.
54
Spera ch'in Francia, alla famosa corte
di Carlo Magno, il cavallier
si trove,
che d'esser più d'ogn'altro ardito e forte
abbia fatto veder con
mille prove.
I tre che son con lei come sue scorte,
re sono tutti, e
dirovvi anco dove:
uno in Svezia, uno in Gotia, in Norvegia uno,
che pochi
pari in arme hanno o nessuno.
55
Questi tre, la cui terra non vicina,
ma men lontana è all'Isola
Perduta
(detta così, perché quella marina
da pochi naviganti è
conosciuta),
erano amanti, e son, de la regina,
e a gara per moglier
l'hanno voluta;
e per aggradir lei, cose fatt'hanno,
che, fin che giri il
ciel, dette saranno.
56
Ma né questi ella, né alcun altro vuole,
ch'al mondo in arme esser
non creda il primo.
- Ch'abbiate fatto prove (lor dir suole)
in questi
luoghi appresso, poco istimo;
e s'un di voi, qual fra le stelle il
sole,
fra gli altri duo sarà, ben lo sublimo:
ma non però che tenga il
vanto parme
del miglior cavallier ch'oggi port'arme.
57
A Carlo Magno, il quale io stimo e onoro
pel più savio signor ch'al
mondo sia,
son per mandare un ricco scudo d'oro,
con patto e condizion
ch'esso lo dia
al cavalliero il quale abbia fra loro
il vanto e il primo
onor di gagliardia.
Sia il cavalliero o suo vasallo o d'altri,
il parer di
quel re vo' che mi scaltri.
58
Se, poi che Carlo avrà lo scudo avuto,
e l'avrà dato a quel sì
ardito e forte,
che d'ogn'altro migliore abbia creduto,
che 'n sua si
trovi o in alcun'altra corte,
uno di voi sarà, che con l'aiuto
di sua
virtù lo scudo mi riporte;
porrò in quello ogni amore, ogni disio,
e quel
sarà il marito e 'l signor mio. -
59
Queste parole han qui fatto venire
questi tre re dal mar tanto
discosto,
che riportarne lo scudo, o morire
per man di chi l'avrà, s'hanno
proposto. -
Ste' molto attenta Bradamante a udire
quanto le fu da lo
scudier risposto;
il qual poi l'entrò inanzi, e così punse
il suo cavallo,
che i compagni giunse.
60
Dietro non gli galoppa né gli corre
ella; ch'adagio il suo camin
dispensa,
e molte cose tuttavia discorre,
che son per accadere: e in somma
pensa
che questo scudo di Francia sia per porre
discordia e rissa e
nimicizia immensa
fra paladini ed altri, se vuol Carlo
chiarir chi sia il
miglior, e a colui darlo.
61
Le preme il cor questo pensier; ma molto
più le lo preme e strugge
in peggior guisa
quel ch'ebbe prima, di Ruggier, che tolto
il suo amor le
abbia e datolo a Marfisa.
Ogni suo senso in questo è sì sepolto,
che non
mira la strada, né divisa
ove arrivar, né se troverà inanzi
commodo
albergo ove la notte stanzi.
62
Come nave, che vento da la riva,
o qualch'altro accidente abbia
disciolta,
va di nochiero e di governo priva
ove la porti o meni il fiume
in volta;
così l'amante giovane veniva,
tutta a pensare al suo Ruggier
rivolta,
ove vuol Rabican; che molte miglia
lontano è il cor che de' girar
la briglia.
63
Leva al fin gli occhi, e vede il sol che 'l tergo
avea mostrato alle
città di Bocco,
e poi s'era attuffato, come il mergo,
in grembo alla
nutrice oltr'a Marocco:
e se disegna che la frasca albergo
le dia ne'
campi, fa pensier di sciocco;
che soffia un vento freddo, e l'aria
grieve
pioggia la notte le minaccia o nieve.
64
Con maggior fretta fa movere il piede
al suo cavallo; e non fece via
molta,
che lasciar le campagne a un pastor vede,
che s'avea la sua gregge
inanzi tolta.
La donna lui con molta istanza chiede
che le 'nsegni ove
possa esser raccolta
o ben o mal; che mal sì non s'alloggia,
che non sia
peggio star fuori alla pioggia.
65
Disse il pastore: - Io non so loco alcuno
ch'io vi sappia insegnar,
se non lontano
più di quattro o di sei leghe, for ch'uno
che si chiama la
rocca di Tristano.
Ma d'alloggiarvi non succede a ognuno;
perché bisogna,
con la lancia in mano
che se l'acquisti e che se la difenda
il cavallier
che d'alloggiarvi intenda.
66
Se, quando arriva un cavallier, si trova
vota la stanza, il
castellan l'accetta;
ma vuol se sopravien poi gente nuova,
ch'uscir fuori
alla giostra gli prometta.
Se non vien, non accade che si mova:
se vien,
forza è che l'arme si rimetta
e con lui giostri, e chi di lor val
meno.
ceda l'albergo ed esca al ciel sereno.
67
Se duo, tre, quattro o più guerrieri a un tratto
vi giungon prima,
in pace albergo v'hanno;
e chi di poi vien solo, ha peggior patto,
perché
seco giostrar quei più lo fanno.
Così, se prima un sol si sarà fatto
quivi
alloggiar, con lui giostrar voranno
in duo, tre, quattro o più che verran
dopo;
sì che, s'avrà valor, gli fia a grande uopo.
68
Non men, se donna capita o donzella,
accompagnata o sola a questa
rocca,
e poi v'arrivi un'altra, alla più bella
l'albergo, ed alla men star
di fuor tocca. -
Domanda Bradamante ove sia quella;
e il buon pastor non
pur dice con bocca,
ma le dimostra il loco anco con mano,
da cinque o dai
sei miglia indi lontano.
69
La donna, ancor che Rabican ben trotte,
solecitar però non lo sa
tanto
per quelle vie tutte fangose e rotte
da la stagion ch'era piovosa
alquanto,
che prima arrivi, che la cieca notte
fatt'abbia oscuro il mondo
in ogni canto.
Trovò chiusa la porta; e a chi n'avea
la guardia disse
ch'alloggiar volea.
70
Rispose quel, ch'era occupato il loco
da donne e da guerrier che
venner dianzi,
e stavano aspettando intorno al fuoco
che posta fosse lor
la cena inanzi.
- Per lor non credo l'avrà fatta il cuoco,
s'ella v'è
ancor, né l'han mangiata inanzi
(disse la donna): or va, che qui gli
attendo;
che so l'usanza, e di servarla intendo.-
71
Parte la guardia, e porta l'imbasciata
là dove i cavallier stanno a
grand'agio,
la qual non poté lor troppo esser grata,
ch'all'aer li fa
uscir freddo e malvagio;
ed era una gran pioggia incomminciata.
Si levan
pure, e piglian l'arme adagio:
restano gli altri; e quei non troppo in
fretta
escono insieme ove la donna aspetta.
72
Eran tre cavallier che valean tanto,
che pochi al mondo valean più
di loro;
ed eran quei che 'l dì medesmo a canto
veduti a quella
messaggiera foro;
quei ch'in Islanda s'avean dato vanto
di Francia
riportar lo scudo d'oro:
e perché avean meglio i cavalli punti,
prima di
Bradamante eran giunti.
73
Di loro in arme pochi erano migliori,
ma di quei pochi ella sarà ben
l'una;
ch'a nessun patto rimaner di fuori
quella notte intendea molle e
digiuna.
Quei dentro alle finestre e ai corridori
miran la giostra al lume
de la luna,
che mal grado de' nugoli lo spande
e fa veder, ben che la
pioggia è grande.
74
Come s'allegra un bene acceso amante
ch'ai dolci furti per entrar si
trova,
quando al fin senta dopo indugie tante,
che 'l taciturno chiavistel
si muova;
così volontarosa Bradamante
di far di sé coi cavallieri
prova,
s'allegrò quando udì le porte aprire,
calare il ponte, e fuor li
vide uscire.
75
Tosto che fuor del ponte i guerrier vede
uscire insieme o con poco
intervallo,
si volge a pigliar campo, e di poi riede
cacciando a tutta
briglia il buon cavallo,
e la lancia arrestando, che le diede
il suo
cugin, che non si corre in fallo,
che fuor di sella è forza che
trabocchi,
se fosse Marte, ogni guerrier che tocchi.
76
Il re di Svezia, che primier si mosse,
fu primier anco a
riversciarsi al piano:
con tanta forza l'elmo gli percosse
l'asta che mai
non fu abbassata invano.
Poi corse il re di Gotia, e ritrovosse
coi piedi
in aria al suo destrier lontano.
Rimase il terzo sottosopra volto,
ne
l'acqua e nel pantan mezzo sepolto.
77
Tosto ch'ella ai tre colpi tutti gli ebbe
fatto andar coi piedi alti
e i capi bassi,
alla rocca ne va, dove aver debbe
la notte albergo; ma
prima che passi,
v'è chi la fa giurar che n'uscirebbe,
sempre ch'a
giostrar fuori altri chiamassi.
Il signor de là dentro, che 'l valore
ben
n'ha veduto, le fa grande onore.
78
Così le fa la donna che venuta
era con quegli tre quivi la
sera,
come io dicea, da l'Isola Perduta,
mandata al re di Francia
messaggiera.
Cortesemente a lei che la saluta,
sì come graziosa e affabil
era,
si leva incontra, e con faccia serena
piglia per mano, e seco al
fuoco mena.
79
La donna, cominciando a disarmarsi,
s'avea lo scudo e dipoi l'elmo
tratto;
quando una cuffia d'oro, in che celarsi
soleano i capei lunghi e
star di piatto,
uscì con l'elmo; onde caderon sparsi
giù per le spalle, e
la scopriro a un tratto
e la feron conoscer per donzella,
non men che
fiera in arme, in viso bella.
80
Quale al cader de le cortine suole
parer fra mille lampade la
scena,
d'archi e di più d'una superba mole,
d'oro e di statue e di pitture
piena;
o come suol fuor de la nube il sole
scoprir la faccia limpida e
serena:
così, l'elmo levandosi dal viso,
mostrò la donna aprisse il
paradiso.
81
Già son cresciute e fatte lunghe in modo
le belle chiome che
tagliolle il frate,
che dietro al capo ne può fare un nodo,
ben che non
sian come son prima state.
Che Bradamante sia, tien fermo e sodo
(che ben
l'avea veduta altre fiate)
il signor de la rocca; e più che prima
or
l'accarezza e mostra farne stima.
82
Siedono al fuoco, e con giocondo e onesto
ragionamento dan cibo
all'orecchia,
mentre, per ricreare ancora il resto
del corpo, altra
vivanda s'apparecchia.
La donna all'oste domandò se questo
modo d'albergo
è nuova usanza o vecchia,
e quando ebbe principio, e chi la pose;
e 'l
cavalliero a lei così rispose:
83
- Nel tempo che regnava Fieramonte,
Clodione, il figliuolo, ebbe una
amica
leggiadra e bella e di maniere conte
quant'altra fosse a quella
etade antica;
la quale amava tanto, che la fronte
non rivolgea da lei, più
che si dica
che facesse da Ione il suo pastore,
perch'avea ugual la
gelosia all'amore.
84
Qui la tenea; che 'l luogo avuto in dono
avea dal padre, e raro egli
n'uscia;
e con lui dieci cavallier ci sono,
e dei miglior di Francia
tuttavia.
Qui stando, venne a capitarci il buono
Tristano, ed una donna in
compagnia,
liberata da lui poch'ore inante,
che traea presa a forza un
fier gigante.
85
Tristano ci arrivò che 'l sol già volto
avea le spalle ai liti di
Siviglia;
e domandò qui dentro esser raccolto,
perché non c'è altra stanza
a dieci miglia.
Ma Clodion, che molto amava e molto
era geloso, in somma
si consiglia
che forestier, sia chi si voglia, mentre
ci stia la bella
donna, qui non entre.
86
Poi che con lunghe ed iterate preci
non poté aver qui albergo il
cavalliero:
- Or quel che far con prieghi io non ti feci,
che 'l facci
(disse) tuo mal grado, spero, -
E sfidò Clodion con tutti i dieci
che
tenea appresso, e con un grido altiero
se gli offerse con lancia e spada in
mano
provar che discortese era e villano;
87
con patto, che se fa che con lo stuolo
suo cada in terra, ed ei stia
in sella forte,
ne la rocca alloggiar vuole egli solo,
e vuol gli altri
serrar fuor de le porte.
Per non patir quest'onta, va il figliuolo
del re
di Francia a rischio de la morte;
ch'aspramente percosso cade in terra,
e
cadon gli altri, e Tristan fuor li serra.
88
Entrato ne la rocca, trova quella
la qual v'ho detta a Clodion sì
cara,
e ch'avea, a par d'ogn'altra, fatto bella
Natura, a dar bellezze
così avara.
Con lei ragiona: intanto arde e martella
di fuor l'amante
aspra passione amara;
il qual non differisce a mandar prieghi
al
cavallier, che dar non gli la nieghi.
89
Tristano, ancor che lei molto non prezze,
né prezzar, fuor
ch'Isotta, altra potrebbe
(ch'altra né ch'ami vuol né ch'accarezze
la
pozion che già incantata bebbe),
pur, perché vendicarsi de l'asprezze
che
Clodion gli ha usate si vorebbe:
- Di far gran torto mi parria (gli
disse)
che tal bellezza del suo albergo uscisse.
90
E quando a Clodion dormire incresca
solo alla frasca, e compagnia
domandi,
una giovane ho meco bella e fresca,
non però di bellezze così
grandi.
Questa sarò contento che fuor esca,
e ch'ubbidisca a tutti i suoi
comandi;
ma la più bella mi par dritto e giusto
che stia con quel di noi
ch'è più robusto. -
91
Escluso Clodione e malcontento,
andò sbuffando tutta notte in
volta,
come s'a quei che ne l'alloggiamento
dormiano ad agio, f�sse egli
l'ascolta;
e molto più che del freddo e del vento,
si dolea de la donna
che gli è tolta.
La mattina Tristano a cui ne 'ncrebbe,
gli la rendé,
donde il dolor fin ebbe:
92
perché gli disse, e lo fe' chiaro e certo,
che qual trovolla, tal
gli la rendea;
e ben che degno era d'ogni onta in merto
de la discortesia
ch'usata avea,
pur contentar d'averlo allo scoperto
fatto star tutta notte
si volea:
né l'escusa accettò, che fosse Amore
stato cagion di così grave
errore;
93
ch'Amor de' far gentile un cor villano,
e non far d'un gentil
contrario effetto.
Partito che si fu di qui Tristano,
Clodion non ste'
molto a mutar tetto;
ma prima consegnò la rocca in mano
a un cavallier,
che molto gli era accetto,
con patto ch'egli e chi da lui
venisse,
quest'uso in albergar sempre seguisse:
94
che 'l cavallier ch'abbia maggior possanza,
e la donna beltà, sempre
ci alloggi;
e chi vinto riman, voti la stanza,
dorma sul prato, o altrove
scenda e poggi.
E finalmente ci fe' por l'usanza
che vedete durar fin al
dì d'oggi. -
Or, mentre il cavallier questo dicea,
lo scalco por la mensa
fatto avea.
95
Fatto l'avea ne la gran sala porre,
di che non era al mondo la più
bella;
indi con torchi accesi venne a torre
le belle donne, e le condusse
in quella.
Bradamante, all'entrar, con gli occhi scorre,
e similmente fa
l'altra donzella;
e tutte piene le superbe mura
veggon di nobilissima
pittura.
96
Di sì belle figure è adorno il loco,
che per mirarle oblian la cena
quasi,
ancor che ai corpi non bisogni poco,
pel travaglio del dì lassi
rimasi,
e lo scalco si doglia e doglia il coco,
che i cibi lascin
raffreddar nei vasi.
Pur fu chi disse: - Meglio fia che voi
pasciate prima
il ventre, e gli occhi poi. -
97
S'erano assisi, e porre alle vivande
voleano man, quando il signor
s'avide
che l'alloggiar due donne è un error grande:
l'una ha da star,
l'altra convien che snide.
Stia la più bella, e la men fuor si mande,
dove
la pioggia bagna e 'l vento stride.
Perché non vi son giunte amendue a
un'ora,
l'una ha a partire, e l'altra a far dimora.
98
Chiama duo vecchi, e chiama alcune sue
donne di casa, a tal giudizio
buone;
e le donzelle mira, e di lor due
chi la più bella sia, fa
paragone.
Finalmente parer di tutti fue
ch'era più bella la figlia
d'Amone;
e non men di beltà l'altra vincea,
che di valore i guerrier vinti
avea.
99
Alla donna d'Islanda, che non sanza
molta sospizion stava di
questo,
il signor disse: - Che serviàn l'usanza,
non v'ha, donna, a parer
se non onesto.
A voi convien procacciar d'altra stanza,
quando a noi tutti
è chiaro e manifesto
che costei di bellezze e di sembianti,
ancor
ch'inculta sia, vi passa inanti. -
100
Come si vede in un momento oscura
nube salir d'umida valle al
cielo,
che la faccia che prima era sì pura
cuopre del sol con tenebroso
velo;
così la donna alla sentenza dura
che fuor la caccia ove è la pioggia
e 'l gielo,
cangiar si vide, e non parer più quella
che fu pur dianzi sì
gioconda e bella.
101
S'impallidisce e tutta cangia in viso,
che tal sentenza udir poco
le aggrada.
Ma Bradamante con un saggio aviso,
che per pietà non vuol che
se ne vada,
rispose: - A me non par che ben deciso,
né che ben giusto
alcun giudicio cada,
ove prima non s'oda quanto nieghi
la parte o affermi,
e sue ragioni alleghi.
102
Io ch'a difender questa causa toglio,
dico: o più bella o men ch'io
sia di lei,
non venni come donna qui, né voglio
che sian di donna ora i
progressi miei.
Ma chi dirà, se tutta non mi spoglio,
s'io sono o s'io non
son quel ch'è costei?
E quel che non si sa non si de' dire,
e tanto men,
quando altri n'ha a patire.
103
Ben son degli altri ancor, c'hanno le chiome
lunghe, com'io, né
donne son per questo.
Se come cavallier la stanza, o come
donna acquistata
m'abbia, è manifesto:
perché dunque volete darmi nome
di donna, se di
maschio è ogni mio gesto?
La legge vostra vuol che ne sian spinte
donne da
donne, e non da guerrier vinte.
104
Poniamo ancor, che, come a voi pur pare,
io donna sia (che non però
il concedo),
ma che la mia beltà non fosse pare
a quella di costei; non
però credo
che mi vorreste la mercé levare
di mia virtù, se ben di viso io
cedo.
Perder per men beltà giusto non parmi
quel c'ho acquistato per virtù
con l'armi.
105
E quando ancor fosse l'usanza tale,
che chi perde in beltà ne
dovesse ire,
io ci vorrei restare, o bene o male
che la mia ostinazion
dovesse uscire.
Per questo, che contesa diseguale
è tra me e questa donna,
vo' inferire
che, contendendo di beltà, può assai
perdere, e meco
guadagnar non mai.
106
E se guadagni e perdite non sono
in tutto pari, ingiusto è ogni
partito:
sì ch'a lei per ragion, sì ancor per dono
spezial, non sia
l'albergo proibito.
E s'alcuno di dir che non sia buono
e dritto il mio
giudizio sarà ardito,
sarò per sostenergli a suo piacere,
che 'l mio sia
vero, e falso il suo parere. -
107
La figliuola d'Amon, mossa a pietade
che questa gentil donna debba
a torto
esser cacciata ove la pioggia cade,
ove né tetto, ove né pure è un
sporto,
al signor de l'albergo persuade
con ragion molte e con parlare
accorto,
ma molto più con quel ch'al fin concluse,
che resti cheto e
accetti le sue scuse.
108
Qual sotto il più cocente ardore estivo,
quando di ber più desiosa
è l'erba,
il fior ch'era vicino a restar privo
di tutto quell'umor ch'in
vita il serba,
sente l'amata pioggia e si fa vivo;
così, poi che difesa sì
superba
si vide apparecchiar la messaggera,
lieta e bella tornò come
prim'era.
109
La cena, stata lor buon pezzo avante,
né ancor pur tocca, al fin
godersi in festa,
senza che più di cavalliero errante
nuova venuta fosse
lor molesta.
La goder gli altri, ma non Bradamante,
pure all'usanza
addolorata e mesta;
che quel timor, che quel sospetto ingiusto
che sempre
avea nel cor, le tollea il gusto.
110
Finita ch'ella fu (che saria forse
stata più lunga, se 'l desir non
era
di cibar gli occhi), Bradamante sorse,
e sorse appresso a lei la
messaggera.
Accennò quel signore ad un che corse
e prestamente allumò
molta cera,
che splender fe' la sala in ogni canto.
Quel che seguì dirò ne
l'altro canto.
