Mentre è in viaggio verso Parigi con la sua gente al seguito (settecento complessivamente), Rinaldo incontra un cavaliere misterioso, accompagnato da una donna, che subito sfida e sconfigge Ricciardetto. Seguono la stessa sorte anche Alardo e Guicciardo, e Rinaldo si candida quindi subito come prossimo avversario del cavaliere, così da poter riprendere il prima possibile il cammino intrapreso. Nello scontro i due cavalli si urtano tanto violentemente che quello del cavaliere misterioso rimane morto a terra.
Il gruppo di cavalieri incontra a poca distanza da Parigi anche Grifone, Aquilante e Sansonetto, impegnati in una discussione con una donna, Fiordiligi, triste e molto bella. I due fratelli, nonostante le precedenti contese, salutano amichevolmente Rinaldo e si uniscono, insieme a Sansonetto, al gruppo di cavalieri.
La donna, riconosciuto Rinaldo, gli racconta della pazzia del cugino Orlando, del fatto che gli era stata rubata la spada Durindana ed il destriero Brigliadoro, del fatto che correva nudo per il mondo, dello scontro che aveva avuto con Rodomonte ed infine del fatto che era ora re Gradasso ad essere in possesso della sua terribile spada. Rinaldo rimane scosso dal racconto della donna e decide di fare tutto il possibile per fare rinsavire il cugino, non prima però di avere liberato re Carlo dall'assedio.
Giunto il momento dell'assalto, al grido di "Rinaldo e Montalbano" i cavalieri cristiani fanno una strage nell'accampamento dell'esercito pagano. Re Carlo aveva saputo delle intenzioni del paladino e fa trovare pronti i suoi soldati e paladini, tra i quali Brandimarte, che veduta Firodiligi, corre subito ad abbracciarla.
Tornando a Parigi, re Agramante, svegliato da un suo cavaliere, accetta il consiglio di re Marsilio e di Sobrino e scappa dall'accampamento per raggiungere la città di Arles insieme a ventimila suoi soldati ed a Ruggiero, trasportato ancora malfermo su di un cavallo e poi su una nave.
Il cavaliere sfida poi Rinaldo a proseguire il combattimento con la spada. Il paladino chiede al suo seguito di proseguire il viaggio, consegna il suo cavallo Baiardo ad un valletto, unico rimasto, ed inizia così tra i due sfindati un avvincente combattimento. Dopo un'ora e mezza di terribili colpi dall'una e dall'altra parte, entrambi i cavalieri temono per l'esito dello scontro e desidererebbero, se non ci fosse il loro onore in gioco, interrompere il combattimento. Ginge la notte e, ormai sfiniti, nessuno dei due riesce più a tenere in mano la spada e viene così deciso di rimandare la contesa al giorno successivo.
Rinaldo conduce con sé il rivale al suo padiglione, dove lo aspetta il suo seguito, per offrirgli ristoro. Il cavaliere misterioso è Guidon Selvaggio ed i due cavalieri, fratelli, finiscono quindi per abbracciarsi amorevolmente. Il valoroso ragazzo si unisce agli altri della sua stirpe e tutti insieme riprendono il giorno dopo il viaggio verso Parigi.
Viene deciso di muovere battaglia nella notte ed il gruppo di cavalieri si ripara quindi in un bosco.
La donna gli racconta subito quanto aveva visto e saputo riguardo ad Orlando, e Brandimarte, che ama il conte come fosse suo fratello o suo figlio, subito si mette in viaggio con l'amata alla ricerca del cavaliere furioso. Giungono al ponte di Rodomonte ed il pagano chiede subito al cavaliere cristiano di togliersi le armi minacciandolo di doverlo altrimenti fare con la forza. Brandimarte non risponde alla provocazione e lancia sibito il suo cavallo Batoldo contro l'avversario.
Lo scontro tra i due sfidanti avviene sul ponte ed è talmente duro che entrambi finiscono nel fiume sottostante. Rodomonte, abituato a quella situazione, sa che via prendere ed esce subito sulla riva, Brandimarte finisce invece sottosopra con il proprio cavallo ed è trasportato dalla corrente. Le preghiere di Fiordiligi convincono Rodomonte a soccorrere il cristiano per salvargli la vita, a costo delle sue armi e della perdita della libertà.
Fiordiligi si allontana quindi alla ricerca di un valoroso cavaliere al quale chiedere aiuto per liberare l'amato. Incontrerà infine un cavaliere riccamente adornato.
Il numero di pagani uccisi da Rinaldo e dagli altri cristiani è immenso. Anche Malagigi contribuisce alla vittoria, molti sono gli avversari messi in fuga dagli spiriti che evoca con la sua magia.
Centomila saraceni complessivamente cercarono di sfuggire al massacro di quella notte, ma molti di loro troveranno comunque la morte. Solo re Gradasso rimane sul campo di battaglia, tanto è il suo desiderio di conquistare anche Baiardo, il cavallo di Rinaldo, avendo già Durindana, la spada di Orlando.
Il pagano ed il cristiano si erano già dati appuntamento in passato per sostenere quel duello, un incantesimo di Malagigi aveva però allontanato Rinaldo ed il paladino era stato poi sempre ritenuto un codardo da re Gradasso. Il saraceno raggiunge ora il paladino e subito gli rinfaccia di non essersi in precedenza presentato. Rinaldo spiega la sua storia e chiama anche Malagigi a testimoniare, poi entrambi i guerrieri fissano un nuovo appuntamento per il giorno successivo presso una fontana.
La mattina dopo entrambi i cavalieri si presentano per sostenere il combattimento.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Che dolce più, che più giocondo stato
saria di quel d'un amoroso
core?
che viver più felice e più beato,
che ritrovarsi in servitù
d'Amore?
se non fosse l'uom sempre stimulato
da quel sospetto rio, da quel
timore,
da quel martìr, da quella frenesia,
da quella rabbia detta
gelosia.
2
Però ch'ogni altro amaro che si pone
tra questa soavissima
dolcezza,
è un augumento, una perfezione,
ed è un condurre amore a più
finezza.
L'acque parer fa saporite e buone
la sete, e il cibo pel digiun
s'apprezza:
non conosce la pace e non l'estima
chi provato non ha la
guerra prima.
3
Se ben non veggon gli occhi ciò che vede
ognora il core, in pace si
sopporta.
Lo star lontano, poi quando si riede,
quanto più lungo fu, più
riconforta.
Lo stare in servitù senza mercede
(pur che non resti la
speranza morta)
patir si può: che premio al ben servire
pur viene al fin,
se ben tarda a venire.
4
Gli sdegni, le repulse, e finalmente
tutti i martìr d'amor, tutte le
pene,
fan per lor rimembranza, che si sente
con miglior gusto un piacer
quando viene.
Ma se l'infernal peste una egra mente
avvien ch'infetti,
ammorbi ed avelene;
se ben segue poi festa ed allegrezza,
non la cura
l'amante e non l'apprezza.
5
Questa è la cruda e avelenata piaga
a cui non val liquor, non vale
impiastro,
né murmure, né imagine di saga,
né val lungo osservar di
benigno astro,
né quanta esperienza d'arte maga
fece mai l'inventor suo
Zoroastro:
piaga crudel che sopra ogni dolore
conduce l'uom, che disperato
muore.
6
Oh incurabil piaga che nel petto
d'un amator sì facile
s'imprime,
non men per falso che per ver sospetto!
piaga che l'uom sì
crudelmente opprime,
che la ragion gli offusca e l'intelletto,
e lo tra'
fuor de le sembianze prime!
Oh iniqua gelosia, che così a torto
levasti a
Bradamante ogni conforto!
7
Non di questo ch'Ippalca e che 'l fratello
le avea nel core
amaramente impresso,
ma dico d'uno annunzio crudo e fello
che le fu dato
pochi giorni appresso.
Questo era nulla a paragon di quello
ch'io vi dirò,
ma dopo alcun digresso.
Di Rinaldo ho da dir primieramente,
che v�r Parigi
vien con la sua gente.
8
Scontraro il dì seguente inv�r la sera
un cavallier ch'avea una donna
al fianco,
con scudo e sopravesta tutta nera,
se non che per traverso ha
un fregio bianco.
Sfidò alla giostra Ricciardetto, ch'era
dinanzi, e vista
avea di guerrier franco:
e quel, che mai nessun ricusar volse,
girò la
briglia e spazio a correr tolse.
9
Senza dir altro, o più notizia darsi
de l'esser lor, si vengono
all'incontro.
Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi
per veder come
seguiria lo scontro.
- Tosto costui per terra ha da versarsi,
se in luogo
fermo a mio modo lo incontro -
dicea tra sé medesmo Ricciardetto;
ma
contrario al pensier seguì l'effetto:
10
però che lui sotto la vista offese
di tanto colpo il cavalliero
istrano,
che lo levò di sella, e lo distese
più di due lance al suo
destrier lontano.
Di vendicarlo incontinente prese
l'assunto Alardo, e
ritrovossi al piano
stordito e male acconcio: sì fu crudo
lo scontro fier,
che gli spezzò lo scudo.
11
Guicciardo pone incontinente in resta
l'asta, che vede i duo germani
in terra,
ben che Rinaldo gridi: - Resta, resta;
che mia convien che sia
la terza guerra: -
ma l'elmo ancor non ha allacciato in testa
sì che
Guicciardo al corso si disserra;
né più degli altri si seppe tenere,
e
ritrovossi subito a giacere.
12
Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi,
e l'un prima de l'altro essere
in giostra:
ma Rinaldo pon fine ai lor litigi;
ch'inanzi a tutti armato si
dimostra,
dicendo loro: - � tempo ire a Parigi;
e saria troppo la tardanza
nostra,
s'io volesse aspettar fin che ciascuno
di voi fosse abbattuto ad
uno ad uno. -
13
Dissel tra sé, ma non che fosse inteso,
che saria stato agli altri
ingiuria e scorno.
L'uno e l'altro del campo avea già preso,
e si faceano
incontra aspro ritorno.
Non fu Rinaldo per terra disteso,
che valea tutti
gli altri ch'avea intorno;
le lance si fiaccar, come di vetro,
né i
cavallier si piegar oncia a dietro.
14
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse,
che gli fu forza in terra
a por le groppe.
Baiardo immantinente ridrizzosse,
tanto ch'a pena il
correre interroppe.
Sinistramente sì l'altro percosse,
che la spalla e la
schena insieme roppe.
Il cavallier che 'l destrier morto vede,
lascia le
staffe ed è subito in piede.
15
Ed al figlio d'Amon, che già rivolto
tornava a lui con la man vota,
disse:
- Signore, il buon destrier che tu m'hai tolto,
perché caro mi fu
mentre che visse,
mi faria uscir del mio debito molto,
se così invendicato
si morisse:
sì che vientene, e fa ciò che tu puoi,
perché battaglia esser
convien tra noi. -
16
Disse Rinaldo a lui: - Se 'l destrier morto,
e non altro ci de'
porre a battaglia,
un de' miei ti darò, piglia conforto,
che men del tuo
non crederò che vaglia. -
Colui soggiunse: - Tu sei malaccorto,
se creder
vuoi che d'un destrier mi caglia.
Ma poi che non comprendi ciò ch'io
voglio,
ti spiegherò più chiaramente il foglio.
17
Vo' dir che mi parria commetter fallo,
se con la spada non ti
provassi anco,
e non sapessi s'in quest'altro ballo
tu mi sia pari, o se
più vali o manco.
Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:
pur che le man
tu non ti tegna al fianco,
io son contento ogni vantaggio darti:
tanto
alla spada bramo di provarti. -
18
Rinaldo molto non lo tenne in lunga,
e disse: - La battaglia ti
prometto;
e perché tu sia ardito, e non ti punga
di questi c'ho d'intorno
alcun sospetto,
andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga;
né meco resterà
fuor ch'un valletto
che mi tenga il cavallo: - e così disse
alla sua
compagnia che se ne gisse.
19
La cortesia del paladin gagliardo
commendò molto il cavalliero
estrano.
Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo
diede al valletto le
redine in mano:
e poi che più non vede il suo stendardo,
il qual di lungo
spazio è già lontano,
lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero,
e
sfida alla battaglia il cavalliero.
20
E quivi s'incomincia una battaglia
di ch'altra mai non fu più fiera
in vista.
Non crede l'un che tanto l'altro vaglia,
che troppo lungamente
gli resista.
Ma poi che 'l paragon ben gli ragguaglia,
né l'un de l'altro
più s'allegra o attrista,
pongon l'orgoglio ed il furor da parte,
ed al
vantaggio loro usano ogn'arte.
21
S'odon lor colpi dispietati e crudi
intorno rimbombar con suono
orrendo,
ora i canti levando a' grossi scudi,
schiodando or piastre, e
quando maglie aprendo.
Né qui bisogna tanto che si studi
a ben ferir,
quanto a parar, volendo
star l'uno a l'altro par; ch'eterno danno
lor può
causar il primo error che fanno.
22
Durò l'assalto un'ora e più che 'l mezzo
d'un'altra; ed era il sol
già sotto l'onde,
ed era sparso il tenebroso rezzo
de l'orizzon fin
all'estreme sponde;
né riposato o fatto altro intermezzo
aveano alle
percosse furibonde
questi guerrier, che non ira o rancore,
ma tratto
all'arme avea disio d'onore.
23
Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo
chi sia l'estrano cavallier sì
forte,
che non pur gli sta contra ardito e saldo,
ma spesso il mena a
risco de la morte;
e già tanto travaglio e tanto caldo
gli ha posto, che
del fin dubita forte:
e volentier, se con suo onor potesse,
vorria che
quella pugna rimanesse.
24
Da l'altra parte il cavallier estrano,
che similmente non avea
notizia
che quel fosse il signor di Montalbano,
quel sì famoso in tutta la
milizia,
che gli avea incontra con la spada in mano
condotto così poca
nimicizia,
era certo che d'uom di più eccellenza
non potesson dar l'arme
esperienza.
25
Vorrebbe de l'impresa esser digiuno,
ch'avea di vendicare il suo
cavallo;
e se potesse senza biasmo alcuno,
si trarria fuor del periglioso
ballo.
Il mondo era già tanto oscuro e bruno,
che tutti i colpi quasi
ivano in fallo.
Poco ferire e men parar sapeano,
ch'a pena in man le spade
si vedeano.
26
Fu quel da Montalbano il primo a dire
che far battaglia non denno
allo scuro,
ma quella indugiar tanto e differire,
ch'avesse dato volta il
pigro Arturo;
e che può intanto al padiglion venire,
ove di sé non sarà
men sicuro,
ma servito, onorato e ben veduto,
quanto in loco ove mai fosse
venuto.
27
Non bisognò a Rinaldo pregar molto,
che 'l cortese baron tenne lo
'nvito.
Ne vanno insieme ove il drappel raccolto
di Montalbano era in
sicuro sito.
Rinaldo al suo scudiero avea già tolto
un bel cavallo e molto
ben guernito,
a spada e a lancia e ad ogni prova buono,
ed a quel
cavallier fattone dono.
28
Il guerrier peregrin conobbe quello
esser Rinaldo, che venìa con
esso;
che prima che giungessero all'ostello,
venuto a caso era a nomar se
stesso:
e perché l'un de l'altro era fratello,
si sentìr dentro di
dolcezza oppresso,
e di pietoso affetto tocco il core;
e lacrimar per
gaudio e per amore.
29
Questo guerriero era Guidon selvaggio,
che dianzi con Marfisa e
Sansonetto
e' figli d'Olivier molto viaggio
avea fatto per mar, come v'ho
detto.
Di non veder più tosto il suo lignaggio
il fellon Pinabel gli avea
interdetto,
avendol preso e a bada poi tenuto
alla difesa del suo rio
statuto.
30
Guidon, che questo esser Rinaldo udio,
famoso sopra ogni famoso
duce,
ch'avuto avea più di veder disio,
che non ha il cieco la perduta
luce,
con molto gaudio disse: - O signor mio,
qual fortuna a combatter mi
conduce
con voi, che lungamente ho amato ed amo,
e sopra tutto il mondo
onorar bramo?
31
Mi partorì Costanza ne le estreme
ripe del mar Eusino: io son
Guidone,
concetto de lo illustre inclito seme,
come ancor voi, del
generoso Amone.
Di voi vedere e gli altri nostri insieme
il desiderio è
del venir cagione;
e dove mia intenzion fu d'onorarvi,
mi veggo esser
venuto a ingiuriarvi.
32
Ma scusimi apo voi d'un error tanto,
ch'io non ho voi né gli altri
conosciuto;
e s'emendar si può, ditemi quanto
far debbo, ch'in ciò far
nulla rifiuto. -
Poi che si fu da questo e da quel canto
de' complessi
iterati al fin venuto,
rispose a lui Rinaldo: - Non vi caglia
meco
scusarvi più de la battaglia:
33
che per certificarne che voi sète
di nostra antiqua stirpe un vero
ramo,
dar miglior testimonio non potete,
che 'l gran valor ch'in voi
chiaro proviamo.
Se più pacifiche erano e quiete
vostre maniere, mal vi
credevamo;
che la damma non genera il leone,
né le colombe l'aquila o il
falcone. -
34
Non, per andar, di ragionar lasciando,
non di seguir, per ragionar,
lor via,
vennero ai padiglioni; ove narrando
il buon Rinaldo alla sua
compagnia
che questo era Guidon, che disiando
veder, tanto aspettato
aveano pria,
molto gaudio apportò ne le sue squadre;
e parve a tutti
assimigliarsi al padre.
35
Non dirò l'accoglienze che gli fero
Alardo, Ricciardetto e gli altri
dui;
che gli fece Viviano ed Aldigiero,
e Malagigi, frati e cugin
sui;
ch'ogni signor gli fece e cavalliero;
ciò ch'egli disse a loro, ed
essi a lui:
ma vi concluderò che finalmente
fu ben veduto da tutta la
gente.
36
Caro Guidone a' suoi fratelli stato
credo sarebbe in ogni tempo
assai;
ma lor fu al gran bisogno ora più grato,
ch'esser potesse in altro
tempo mai.
Poscia che 'l nuovo sole incoronato
del mare uscì di luminosi
rai,
Guidon coi frati e coi parenti in schiera
se ne tornò sotto la lor
bandiera.
37
Tanto un giorno ed un altro se n'andaro,
che di Parigi alle
assediate porte
a men di dieci miglia s'accostaro
in ripa a Senna; ove per
buona sorte
Grifone ed Aquilante ritrovaro,
i duo guerrier da l'armatura
forte:
Grifone il bianco ed Aquilante il nero,
che partorì Gismonda
d'Oliviero.
38
Con essi ragionava una donzella,
non già di vil condizione in
vista,
che di sciamito bianco la gonnella
fregiata intorno avea d'aurata
lista;
molto leggiadra in apparenza e bella,
fosse quantunque lacrimosa e
trista:
e mostrava ne' gesti e nel sembiante
di cosa ragionar molto
importante.
39
Conobbe i cavallier, come essi lui,
Guidon, che fu con lor pochi dì
inanzi;
ed a Rinaldo disse: - Eccovi dui
a cui van pochi di valore
inanzi;
e se per Carlo ne verran con nui,
non ne staranno i Saracini
inanzi. -
Rinaldo di Guidon conferma il detto,
che l'uno e l'altro era
guerrier perfetto.
40
Gli avea riconosciuti egli non manco;
però che quelli sempre erano
usati,
l'un tutto nero, e l'altro tutto bianco
vestir su l'arme, e molto
andare ornati.
Da l'altra parte essi conobbero anco
e salutar Guidon,
Rinaldo e i frati;
ed abbracciar Rinaldo come amico,
messo da parte ogni
lor odio antico.
41
S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto
per Truffaldin, che
f�ra lungo a dire;
ma quivi insieme con fraterno affetto
s'accarezzar,
tutte obliando l'ire.
Rinaldo poi si volse a Sansonetto,
ch'era tardato un
poco più a venire,
e lo raccolse col debito onore,
a pieno istrutto del
suo gran valore.
42
Tosto che la donzella più vicino
vide Rinaldo, e conosciuto
l'ebbe
(ch'avea notizia d'ogni paladino),
gli disse una novella che
gl'increbbe;
e cominciò: - Signore, il tuo cugino,
a cui la Chiesa e
l'alto Imperio debbe,
quel già sì saggio ed onorato Orlando,
è fatto
stolto, e va pel mondo errando.
43
Onde causato così strano e rio
accidente gli sia, non so
narrarte.
La sua spada e l'altr'arme ho vedute io,
che per li campi avea
gittate e sparte;
e vidi un cavallier cortese e pio
che le andò
raccogliendo da ogni parte,
e poi di tutte quelle un arbuscello
fe', a
guisa di trofeo, pomposo e bello.
44
Ma la spada ne fu tosto levata
dal figliuol d'Agricane il dì
medesmo.
Tu pòi considerar quanto sia stata
gran perdita alla gente del
battesmo
l'essere un'altra volta ritornata
Durindana in poter del
paganesmo.
Né Brigliadoro men, ch'errava sciolto
intorno all'arme, fu dal
pagan tolto.
45
Son pochi dì ch'Orlando correr vidi
senza vergogna e senza senno,
ignudo,
con urli spaventevoli e con gridi:
ch'è fatto pazzo in somma ti
conchiudo;
e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi,
creduto mai sì acerbo
caso e crudo. -
Poi narrò che lo vide giù dal ponte
abbracciato cader con
Rodomonte.
46
- A qualunque io non creda esser nimico
d'Orlando (soggiungea) di
ciò favello,
acciò ch'alcun di tanti a ch'io lo dico,
mosso a pietà del
caso strano e fello,
cerchi o a Parigi o in altro luogo amico
ridurlo, fin
che si purghi il cervello.
Ben so, se Brandimarte n'avrà nuova,
sarà per
farne ogni possibil prova. -
47
Era costei la bella Fiordiligi,
più cara a Brandimarte che se
stesso,
la qual, per lui trovar, venìa a Parigi:
e de la spada ella
suggiunse appresso,
che discordia e contesa e gran litigi
tra il Sericano
e l' Tartaro avea messo;
e ch'avuta l'avea, poi fu casso,
di vita
Mandricardo, al fin Gradasso.
48
Di così strano e misero accidente
Rinaldo senza fin si lagna e
duole;
né il core intenerir men se ne sente,
che soglia intenerirsi il
ghiaccio al sole:
e con disposta ed immutabil mente,
ovunque Orlando sia,
cercar lo vuole,
con speme, poi che ritrovato l'abbia,
di farlo risanar di
quella rabbia.
49
Ma già lo stuolo avendo fatto unire,
sia volontà del cielo o sia
aventura,
vuol fare i Saracin prima fuggire,
e liberar le parigine
mura.
Ma consiglia l'assalto differire,
che vi par gran vantaggio, a notte
scura,
ne la terza vigilia o ne la quarta,
ch'avrà l'acqua di Lete il
Sonno sparta.
50
Tutta la gente alloggiar fece al bosco,
e quivi la posò per tutto 'l
giorno;
ma poi che 'l sol, lasciando il mondo fosco,
alla nutrice antiqua
fe' ritorno,
ed orsi e capre e serpi senza tosco
e l'altre fere ebbeno il
cielo adorno,
che state erano ascose al maggior lampo,
mosse Rinaldo il
taciturno campo:
51
e venne con Grifon, con Aquilante,
con Vivian, con Alardo e con
Guidone,
con Sansonetto, agli altri un miglio inante,
a cheti passi e
senza alcun sermone.
Trovò dormir l'ascolta d'Agramante:
tutta l'uccise, e
non ne fe' un prigione.
Indi arrivò tra l'altra gente Mora,
che non fu
visto né sentito ancora.
52
Del campo d'infedeli a prima giunta
la ritrovata guardia
all'improviso
lasciò Rinaldo sì rotta e consunta,
ch'un sol non ne restò,
se non ucciso.
Spezzata che lor fu la prima punta,
i Saracin non l'avean
più da riso,
che sonnolenti, timidi ed inermi,
poteano a tai guerrier far
pochi schermi.
53
Fece Rinaldo per maggior spavento
dei Saracini, al mover de
l'assalto,
a trombe e a corni dar subito vento,
e, gridando, il suo nome
alzar in alto.
Spinse Baiardo, e quel non parve lento;
che dentro all'alte
sbarre entrò d'un salto,
e versò cavallier, pestò pedoni,
ed atterrò
trabacche e padiglioni.
54
Non fu sì ardito tra il popul pagano,
a cui non s'arricciassero le
chiome,
quando sentì Rinaldo e Montalbano
sonar per l'aria, il formidato
nome.
Fugge col campo d'Africa l'ispano,
né perde tempo a caricar le
some;
ch'aspettar quella furia più non vuole,
ch'aver provata anco si
piagne e duole.
55
Guidon lo segue, e non fa men di lui;
né men fanno i duo figli
d'Oliviero,
Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui:
col brando Sansonetto
apre il sentiero:
Aldigiero e Vivian provar altrui
fan quanto in arme
l'uno e l'altro è fiero.
Così fa ognun che segue lo stendardo
di
Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
56
Settecento con lui tenea Rinaldo
in Montalbano e intorno a quelle
ville,
usati a portar l'arme al freddo e al caldo,
non già più rei dei
Mirmidon d'Achille.
Ciascun d'essi al bisogno era sì saldo,
che cento
insieme non fuggian per mille;
e se ne potean molti sceglier fuori,
che
d'alcun dei famosi eran migliori.
57
E se Rinaldo ben non era molto
ricco né di città né di
tesoro,
facea sì con parole e con buon volto,
e ciò ch'avea partendo ognor
con loro,
ch'un di quel numer mai non gli fu tolto
per offerire altrui più
somma d'oro.
Questi da Montalban mai non rimuove,
se non lo stringe un
gran bisogno altrove.
58
Ed or, perch'abbia il Magno Carlo aiuto,
lasciò con poca guardia il
suo castello.
Tra gli African questo drappel venuto,
questo drappel del
cui valor favello,
ne fece quel che del gregge lanuto
sul falanteo Galeso
il lupo fello,
o quel che soglia, del barbato, appresso
il barbaro
Cinifio, il leon spesso.
59
Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto
avea che presso era a Parigi
giunto,
e che la notte il campo sproveduto
volea assalir, stato era in
arme e in punto;
e quando bisognò, venne in aiuto
coi paladini; e ai
paladini aggiunto
avea il figliol del ricco Monodante,
di Fiordiligi il
fido e saggio amante;
60
ch'ella più giorni per sì lunga via
cercato avea per tutta Francia
invano.
Quivi all'insegne che portar solia,
fu da lei conosciuto di
lontano.
Come lei Brandimarte vide pria,
lasciò la guerra, e tornò tutto
umano,
e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno,
mille volte baciolla o
poco meno.
61
De le lor donne e de le lor donzelle
si fidar molto a quella antica
etade.
Senz'altra scorta andar lasciano quelle
per piani e monti e per
strane contrade;
ed al ritorno l'han per buone e belle,
né mai tra lor
suspizione accade.
Fiordiligi narrò quivi al suo amante,
che fatto stolto
era il signor d'Anglante.
62
Brandimarte sì strana e ria novella
credere ad altri a pena avria
potuto;
ma lo credette a Fiordiligi bella,
a cui già maggior cose avea
creduto.
Non pur d'averlo udito gli dice ella,
ma che con gli occhi propri
l'ha veduto
(c'ha conoscenza e pratica d'Orlando,
quanto alcun altro), e
dice dove e quando
63
E gli narra del ponte periglioso,
che Rodomonte ai cavallier
difende,
ove un sepolcro adorna e fa pomposo
di sopraveste e d'arme di chi
prende.
Narra c'ha visto Orlando furioso
far cose quivi orribili e
stupende;
che nel fiume il pagan mandò riverso,
con gran periglio di
restar summerso.
64
Brandimarte, che 'l conte amava quanto
si può compagno amar,
fratello o figlio,
disposto di cercarlo, e di far tanto,
non ricusando
affanno né periglio,
che per opra di medico o d'incanto
si ponga a quel
furor qualche consiglio,
così come trovossi armato in sella,
si mise in
via con la sua donna bella.
65
Verso la parte ove la donna il conte
avea veduto, il lor camin
drizzaro,
di giornata in giornata, fin ch'al ponte
che guarda il re
d'Algier, si ritrovaro.
La guardia ne fe' segno a Rodomonte;
e gli
scudieri a un tempo gli arrecaro
l'arme e il cavallo: e quel si trovò in
punto,
quando fu Brandimarte al passo giunto.
66
Con voce qual conviene al suo furore
il Saracino a Brandimarte
grida:
- Qualunque tu ti sia, che, per errore
di via o di mente, qui tua
sorte guida,
scendi e spogliati l'arme, e fanne onore
al gran sepolcro,
inanzi ch'io t'uccida,
e che vittima all'ombre tu sia offerto:
ch'io 'l
farò poi, né te n'avrò alcun merto. -
67
Non volse Brandimarte a quell'altiero
altra risposta dar, che de la
lancia.
Sprona Batoldo, il suo gentil destriero,
e inverso quel con tanto
ardir si lancia,
che mostra che può star d'animo fiero
con qual si voglia
al mondo alla bilancia:
e Rodomonte, con la lancia in resta,
lo stretto
ponte a tutta briglia pesta.
68
Il suo destrier ch'avea continuo uso
d'andarvi sopra, e far di quel
sovente
quando uno e quando un altro cader giuso,
alla giostra correa
sicuramente;
l'altro, del corso insolito confuso,
venìa dubbioso, timido e
tremente.
Trema anco il ponte, e par cader ne l'onda,
oltre che stretto e
che sia senza sponda.
69
I cavallier, di giostra ambi maestri,
che le lance avean grosse come
travi,
tali qual fur nei lor ceppi silvestri,
si dieron colpi non troppo
soavi.
Ai lor cavalli esser possenti e destri
non giovò molto agli aspri
colpi e gravi;
che si versar di pari ambi sul ponte,
e seco i signor lor
tutti in un monte.
70
Nel volersi levar con quella fretta
che lo spronar de' fianchi insta
e richiede,
l'asse del ponticel lor fu sì stretta,
che non trovaro ove
fermare il piede;
sì che una sorte uguale ambi li getta
ne l'acqua; e gran
rimbombo al ciel ne riede,
simile a quel ch'uscì del nostro fiume,
quando
ci cadde il mal rettor del lume.
71
I duo cavalli con tutto 'l pondo
dei cavallier, che steron fermi in
sella,
a cercar la rivera insin al fondo,
se v'era ascosa alcuna ninfa
bella.
Non è già il primo salto né 'l secondo,
che giù del ponte abbia il
pagano in quella
onda spiccato col destrero audace;
però sa ben come quel
fondo giace:
72
sa dove è saldo e sa dove è più molle,
sa dove è l'acqua bassa e
dove è l'alta.
Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle,
e
Brandimarte a gran vantaggio assalta.
Brandimarte il corrente in giro
tolle:
ne la sabbia il destrier, che 'l fondo smalta,
tutto si ficca, e
non può riaversi,
con rischio di restarvi ambi sommersi.
73
L'onda si leva e li fa andar sozzopra,
e dove è più profonda li
trasporta:
va Brandimarte sotto, e 'l destrier sopra.
Fiordiligi dal ponte
afflitta e smorta
e le lacrime e i voti e i prieghi adopra:
- Ah
Rodomonte, per colei che morta
tu riverisci, non esser sì
fiero,
ch'affogar lasci un tanto cavalliero!
74
Deh, cortese signor, s'unque tu amasti,
di me, ch'amo costui, pietà
ti vegna.
Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti;
che s'orni il sasso tuo
di quella insegna,
di quante spoglie mai tu gli arrecasti,
questa fia la
più bella e la più degna. -
E seppe sì ben dir, ch'ancor che fosse
sì
crudo il re pagan, pur lo commosse;
75
e fe' che 'l suo amator ratto soccorse,
che sotto acqua il destrier
tenea sepolto,
e de la vita era venuto in forse,
e senza sete avea bevuto
molto.
Ma aiuto non però prima gli porse,
che gli ebbe il brando e dipoi
l'elmo tolto.
De l'acqua mezzo morto il trasse, e porre
con molti altri lo
fe' ne la sua torre.
76
Fu ne la donna ogni allegrezza spenta,
quando prigion vide il suo
amante gire;
ma di questo pur meglio si contenta,
che di vederlo nel fiume
perire.
Di se stessa, e non d'altri, si lamenta,
che fu cagion di farlo
ivi venire,
per averli narrato ch'avea il conte
riconosciuto al periglioso
ponte.
77
Quindi si parte, avendo già concetto
di menarvi Rinaldo
paladino,
o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto,
o altri de la corte di
Pipino,
in acqua e in terra cavallier perfetto
da poter contrastar col
Saracino;
se non più forte, almen più fortunato
che Brandimarte suo non
era stato.
78
Va molti giorni, prima che s'abbatta
in alcun cavallier ch'abbia
sembiante
d'esser come lo vuol, perché combatta
col Saracino e liberi il
suo amante.
Dopo molto cercar di persona atta
al suo bisogno, un le vien
pur avante,
che sopravesta avea ricca ed ornata,
a tronchi di cipressi
ricamata.
79
Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi;
che prima ritornar voglio
a Parigi,
e de la gran sconfitta seguitarvi,
ch'a' Mori diè Rinaldo e
Malagigi.
Quei che fuggiro io non saprei contarvi,
né quei che fur
cacciati ai fiumi stigi.
Levò a Turpino il conto l'aria oscura,
che di
contarli s'avea preso cura.
80
Nel primo sonno dentro al padiglione
dormia Agramante; e un
cavallier lo desta,
dicendogli che fia fatto prigione,
se la fuga non è
via più che presta.
Guarda il re intorno, e la confusione
vede dei suoi,
che van senza far testa
chi qua chi là fuggendo inermi e nudi,
che non han
tempo di pur tor gli scudi.
81
Tutto confuso e privo di consiglio
si facea porre indosso la
corazza,
quando con Falsiron vi giunse il figlio,
Grandonio e Balugante e
quella razza;
e al re Agramante mostrano il periglio
di restar morto o
preso in quella piazza:
e che può dir, se salva la persona,
che Fortuna
gli sia propizia e buona.
82
Così Marsilio e così il buon Sobrino,
e così dicon gli altri ad una
voce,
ch'a sua distruzion tanto è vicino,
quanto a Rinaldo il qual ne vien
veloce;
che s'aspetta che giunga il paladino
con tanta gente, e un uom
tanto feroce,
render certo si può ch'egli e i suo' amici
rimarran morti, o
in man degli nimici.
83
Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona
con quella poca gente c'ha
d'intorno;
che l'una e l'altra terra è forte e buona
da mantener la guerra
più d'un giorno:
e quando salva sia la sua persona,
si potrà vendicar di
questo scorno,
rifacendo l'esercito in un tratto,
onde al fin Carlo ne
sarà disfatto.
84
Il re Agramante al parer lor s'attenne,
ben che 'l partito fosse
acerbo e duro.
Andò verso Arli, e parve aver le penne,
per quel camin che
più trovò sicuro.
Oltre alle guide, in gran favor gli venne
che la partita
fu per l'aer scuro.
Ventimila tra d'Africa e di Spagna
fur, ch'a Rinaldo
uscir fuor de la ragna.
85
Quei ch'egli uccise e quei che i suoi fratelli,
quei che i duo figli
del signor di Vienna,
quei che provaro empi nimici e felli
i settecento a
cui Rinaldo accenna,
e quei che spense Sansonetto, e quelli
che ne la fuga
s'affogaro in Senna,
chi potesse contar, conteria ancora
ciò che sparge
d'april Favonio e Flora.
86
Istima alcun che Malagigi parte
ne la vittoria avesse de la
notte;
non che di sangue le campagne sparte
fosser per lui, né per lui
teste rotte:
ma che gl'infernali angeli per arte
facesse uscir da le
tartaree grotte,
e con tante bandiere e tante lance,
ch'insieme più non ne
porrian due France;
87
e che facesse udir tanti metalli,
tanti tamburi e tanti varii
suoni,
tanti anitriri in voce di cavalli,
tanti gridi e tumulti di
pedoni,
che risonare e piani e monti e valli
dovean de le longique
regioni:
ed ai Mori con questo un timor diede,
che li fece voltare in fuga
il piede.
88
Non si scordò il re d'Africa Ruggiero,
ch'era ferito e stava ancora
grave.
Quanto poté più acconcio s'un destriero
lo fece por, ch'avea
l'andar soave;
e poi che l'ebbe tratto ove il sentiero
fu più sicuro, il
fe' posar in nave,
e verso Arli portar commodamente,
dove s'avea a raccor
tutta la gente.
89
Quei ch'a Rinaldo e a Carlo dier le spalle
(fur, credo, centomila o
poco manco),
per campagne, per boschi e monte e valle
cercaro uscir di man
del popul franco;
ma la più parte trovò chiuso il calle,
e fece rosso
ov'era verde e bianco.
Così non fece il re di Sericana,
ch'avea da lor la
tenda più lontana:
90
anzi, come egli sente che 'l signore
di Montalbano è questo che gli
assalta,
gioisce di tal iubilo nel core,
che qua e là per allegrezza
salta.
Loda e ringrazia il suo sommo Fattore,
che quella notte gli occorra
tant'alta
e sì rara aventura d'acquistare
Baiardo, quel destrier che non
ha pare.
91
Avea quel re gran tempo desiato
(credo ch'altrove voi l'abbiate
letto)
d'aver la buona Durindana a lato,
e cavalcar quel corridor
perfetto.
E già con più di centomila armato
era venuto in Francia a questo
effetto;
e con Rinaldo già sfidato s'era
per quel cavallo alla battaglia
fiera;
92
e sul lito del mar s'era condutto
ove dovea la pugna
diffinire:
ma Malagigi a turbar venne il tutto,
che fe' il cugin, mal
grado suo, partire,
avendol sopra un legno in mar ridutto.
Lungo saria
tutta l'istoria dire.
Da indi in qua stimò timido e vile
sempre Gradasso
il paladin gentile.
93
Or che Gradasso esser Rinaldo intende
costui ch'assale il campo, se
n'allegra.
Si veste l'arme, e la sua alfana prende,
e cercando lo va per
l'aria negra:
e quanti ne riscontra, a terra stende;
ed in confuso lascia
afflitta ed egra
la gente, o sia di Libia o sia di Francia:
tutti li mena
a un par la buona lancia.
94
Lo va di qua di là tanto cercando,
chiamando spesso e quanto può più
forte,
e sempre a quella parte declinando,
ove più folte son le genti
morte,
ch'al fin s'incontra in lui brando per brando
poi che le lance loro
ad una sorte
eran salite in mille schegge rotte
sin al carro stellato de
la Notte.
95
Quando Gradasso il paladin gagliardo
conosce, e non perché ne vegga
insegna,
ma per gli orrendi colpi e per Baiardo,
che par che sol tutto
quel campo tegna;
non è, gridando, a improverargli tardo
la prova che di
sé fece non degna:
ch'al dato campo il giorno non comparse,
che tra lor la
battaglia dovea farse.
96
Suggiunse poi: - Tu forse avevi speme,
se potevi nasconderti quel
punto,
che non mai più per raccozzarci insieme
fossimo al mondo: or vedi
ch'io t'ho giunto.
Sie certo, se tu andassi ne l'estreme
fosse di Stige, o
fossi in cielo assunto,
ti seguirò, quando abbi il destrier teco,
ne
l'alta luce e giù nel mondo cieco.
97
Se d'aver meco a far non ti dà il core,
e vedi già che non puoi
starmi a paro,
e più stimi la vita che l'onore,
senza periglio ci puoi far
riparo,
quando mi lasci in pace il corridore;
e viver puoi, se sì t'è il
viver caro:
ma vivi a piè, che non merti cavallo,
s'alla cavalleria fai sì
gran fallo. -
98
A quel parlar si ritrovò presente
con Ricciardetto il cavallier
Selvaggio;
e le Spade ambi trassero ugualmente,
per far parere il Serican
mal saggio.
Ma Rinaldo s'oppose immantinente,
e non patì che se gli f�sse
oltraggio,
dicendo: - Senza voi dunque non sono
a chi m'oltraggia per
risponder buono? -
99
Poi se ne ritornò verso il pagano,
e disse: - Odi, Gradasso; io
voglio farte,
e tu m'ascolti, manifesto e piano
ch'io venni alla marina a
ritrovarte:
e poi ti sosterrò con l'arme in mano,
che t'avrò detto il vero
in ogni parte;
e sempre che tu dica mentirai,
ch'alla cavalleria
mancass'io mai.
100
Ma ben ti priego che prima che sia
pugna tra noi, che pianamente
intenda
la giustissima e vera scusa mia,
acciò ch'a torto più non mi
riprenda;
e poi Baiardo al termine di pria
tra noi vorrò ch'a piedi si
contenda
da solo a solo in solitario lato,
sì come a punto fu da te
ordinato. -
101
Era cortese il re di Sericana,
come ogni cor magnanimo esser
suole;
ed è contento udir la cosa piana,
e come il paladin scusar si
vuole.
Con lui ne viene in ripa alla fiumana,
ove Rinaldo in semplici
parole
alla sua vera istoria trasse il velo,
e chiamò in testimonio tutto
'l cielo:
102
e poi chiamar fece il figliuol di Buovo,
l'uom che di questo era
informato a pieno,
ch'a parte a parte replicò di nuovo
l'incanto suo, né
disse più né meno.
Soggiunse poi Rinaldo: - Ciò ch'io provo
col
testimonio, io vo' che l'arme sieno,
che ora e in ogni tempo che ti
piace,
te n'abbiano a far prova più verace. -
103
Il re Gradasso, che lasciar non volle
per la seconda la querela
prima,
le scuse di Rinaldo in pace tolle,
ma se son vere o false in dubbio
stima.
Non tolgon campo più sul lito molle
di Barcelona, ove lo tolser
prima;
ma s'accordaro per l'altra matina
trovarsi a una fontana indi
vicina:
104
ove Rinaldo seco abbia il cavallo,
che posto sia communemente in
mezzo:
se 'l re uccide Rinaldo o il fa vassallo,
se ne pigli il destrier
senz'altro mezzo,
ma se Gradasso è quel che faccia fallo,
che sia condotto
all'ultimo ribrezzo,
o, per più non poter, che gli si renda,
da lui
Rinaldo Durindana prenda.
105
Con maraviglia molta e più dolore
(come v'ho detto) avea Rinaldo
udito
da Fiordiligi bella, ch'era fuore
de l'intelletto il suo cugino
uscito.
Avea de l'arme inteso anco il tenore,
e del litigio che n'era
seguito;
e ch'in somma Gradasso avea quel brando
ch'ornò di mille e mille
palme Orlando.
106
Poi che furon d'accordo, ritornosse
il re Gradasso ai servitori
sui
ben che dal paladin pregato fosse
che ne venisse ad alloggiar con
lui.
Come fu giorno, il re pagano armosse;
così Rinaldo: e giunsero
ambedui
ove dovea non lungi alla fontana
combattersi Baiardo e
Durindana.
107
De la battaglia che Rinaldo avere
con Gradasso dovea da solo a
solo,
parean gli amici suoi tutti temere,
e inanzi il caso ne faceano il
duolo.
Molto ardir, molta forza, alto sapere
avea Gradasso; ed or che del
figliuolo
del gran Milone avea la spada al fianco,
di timor per Rinaldo
era ognun bianco.
108
E più degli altri il frate di Viviano
stava di questa pugna in
dubbio e in tema,
ed anco volentier vi porria mano
per farla rimaner
d'effetto scema:
ma non vorria che quel da Montalbano
seco venisse a
inimicizia estrema;
ch'anco avea di quell'altra seco sdegno,
che gli
turbò, quando il levò sul legno.
109
Ma stiano gli altri in dubbio, in tema, in doglia:
Rinaldo se ne va
lieto e sicuro,
sperando ch'ora il biasmo se gli toglia,
ch'avere a torto
gli parea pur duro;
sì che quei da Pontieri e d'Altafoglia
faccia cheti
restar, come mai furo.
Va con baldanza e sicurtà di core
di riportarne il
trionfale onore.
110
Poi che l'un quinci e l'altro quindi giunto
fu quasi a un tempo in
su la chiara fonte,
s'accarezzaro, e fero a punto a punto
così serena ed
amichevol fronte,
come di sangue e d'amistà congiunto
fosse Gradasso a
quel di Chiaramonte.
Ma come poi s'andassero a ferire,
vi voglio a
un'altra volta differire.