Orlando abbandonerà infine la cavalla morta e si impadronirà di volta in volta di altri cavalli uccidendone i padroni. Saccheggerà e distruggerè quasi completamente Malaga. A Gibilterrà cercherà anche di attraversare il mare, per raggiungere l'Africa, in sella al proprio ultimo cavallo e, morto l'animale, si salverà per miracolo raggiungendo a nuoto Ceuta.
Tornando invece all'accampamento saraceno nei pressi di Parigi, re Agramante e re Marsilio cercano invano di mettere pace tra Mandricardo, fresco vincitore di Doralice, re Gradasso e Ruggiero, così da evitare ogni ulteriore lite. Infine si decide di estrarre a sorte lo sfidante di Mandricardo e di assegnare a quell'unico combattimento sia la sorte della spada Durindana, voluta da re Gradasso ma posseduta da Mandricardo, che lo stemma con l'acquila bianca, posseduta e contesa da Ruggiero e Mandricardo. La sorte decide che lo sfidante sia Ruggiero.
Consapevole del fatto che quel duello non può che danneggiare l'esercito pagano, re Agramante cerca di convincere i due guerrieri a rimandare l'incontro almeno dopo la sconfitta di re Carlo. Ogni tentativo è però ancora una volta inutile.
Le lancie vanno in frantumi al primo scontro. Prese in pugno le spade i due cominciano a percuotersi violentemente. Mandricardo ferisce Ruggiero ed il pubblico, tutto schierato dalla parte di questo ultimo, teme il peggio. Il cavaliere si riprende però subito e colpisce in testa Mandricardo con tanto forza da lasciarlo stordito. All'assalto successivo Ruggiero ferisce ad entrambi i fianchi Mandricardo, la cui armatura incantata, appartenuta in precedenza ad Ettore, perde ogni potere contro la spada Balisarda.
Tornando da Bradamante, la donna ricevette da Ippalca, tornata a Montalbano, notizie di Ruggiero ed anche la lettera scritta dall'amato. Bradamante è disperata. Nonostante la promessa del cavaliere di partire da Parigi al massimo entro venti giorni, teme di non riuscire più ad incontrarlo; si dispiace anche che lui abbia preferito andare in aiuto di suoi nemici (il padre di Agramante aveva ucciso il padre di Ruggiero) piuttosto che raggiungerla. Anche grazie al conforto di Ippalca, la donna rimane comunque a Montalbano ad aspettare il ritorno dell'amato.
Rinaldo (cugino di Bradamante e Ricciardetto) giunge un giorno a Montalbano, durante il suo ennesimo viaggio alla ricerca di Angelica, per incontrare Viviano e Malagigi dopo aver saputo della loro liberazione. Il paladino si allontana quindi per dirigersi a Parigi; Ricciardetto, Malagigi, Viviano ed altri suoi parenti lo seguono, non Bradamante, che decide di rimanere ancora in attesa dell'amante e finge pertanto una malattia.
Giunse infine nei pressi di un immenso accampamento di guerrieri saraceni.
La stessa Doralice cerca per tutta la notte di convincere il proprio amante ad abbandonare la contesa per amore di lei. Sarebbe anche riuscita nell'intento, ma giunge infine il giorno e dal campo di battaglia arriva a loro il rumore del corno di Ruggiero. Mandircardo si veste in tutta fretta ed inizia così lo scontro tra i due valorosi cavalieri.
Mantricardo, acceso d'ira, lancia lo scudo a terra ed afferra con entrambe le mani la spada per colpire Ruggiero e lo ferisce così ad una gamba. Il cavaliere reagisce sferrando un colpo di punta là dove l'avversario aveva prima lo scudo, raggiunge il suo cuore e lo uccide. Mandricardo poco prima di morire colpisce al capo Ruggiero che cade per primo a terra. Sembra Mandricardo il vincitore, ma è Ruggiero il solo a rialzarsi e tutti corrono a festeggiare il vincitore.
Re Agramante fa curare Ruggiero nella proprie tende. Gli fa dono dell'armatura e del cavallo (Brigliadoro, in realtà di Orlando) appartenuto a Mandricardo. La spada Durindana (di Orlando) viene invece consegnata, come deciso inizialmente, a re Gradasso.
Il cavaliere, costretto a letto per le ferice ricevute, non riuscirà però a rispettare il patto, a tornere da lei entro venti giorni. Bradamante non vede tornare il proprio amato, viene a sapere da Ricciardetto delle imprese da lui compiute e del fatto che si era diretto a Parigi insieme a Marfisa, donna tanto bella e valorosa, ed inizia a temere anche per l'amore di lui.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira
si lascia la ragion, né si
difende,
e che 'l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli
amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che
l'error s'emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per
ira al fin de l'altro canto.
2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e
molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a
bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l'impeto sta fermo,
che la lingua
al dir mal facea sì sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel
c'ha detto, non può far non detto.
3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io
vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l'aspra passion,
vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch'io non potrei
star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella
ha il torto; essa, s'io l'amo.
4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di
scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran
parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
morta, come
era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli
fu forza il cadavero lasciare.
5
E perché sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge
all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per
abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando
incontra,
perché egli è solo e nudo, non lo schiva.
- Vorrei del tuo
ronzin (gli disse il matto)
con la giumenta mia far un baratto.
6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi;
che morta là su l'altra ripa
giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi
dispiace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in
cortesia, perché mi piace. -
Il pastor ride, e senz'altra risposta
va
verso il guado, e dal pazzo si scosta.
7
- Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? -
suggiunse Orlando, e con
furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e
il paladin percosse.
La rabbia e l'ira passò tutti i modi
del conte; e
parve fier più che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che
spezza l'osso, e morto il caccia in terra.
8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a
sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno né biada,
tanto ch'in pochi dì ne
riman fiacco:
ma non però ch'Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol
vivere a macco;
e quante ne trovò, tante ne mise
in uso, poi che i lor
patroni uccise.
9
Capitò al fin a Malega, e più danno
vi fece, ch'egli avesse altrove
fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul sì, che ne restò
disfatto,
né si poté rifar quel né l'altr'anno;
tanti n'uccise il
periglioso matto,
vi spianò tante case e tante accese,
che disfe' più che
'l terzo del paese.
10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo
stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l'uno e l'altro nome le
vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da
diletto,
che solazzando all'aura matutina,
gìa per la tranquillissima
marina.
11
Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! -
che gli venne disio
d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che
volentier tal merce non si carca.
Per l'acqua il legno va con quella
fretta
che va per l'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e
batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.
12
Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e
spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l
ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si
speri, mentre
la verga tra l'orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien
tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.
13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l'avean dal
lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi
l'alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l'onde,
ch'andar
di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d'acqua pieno e d'alma
voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.
14
Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su
le braccia.
Mena le gambe e l'una e l'altra palma,
e soffia, e l'onda
spinge da la faccia.
Era l'aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisognò
più che bonaccia;
ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto,
restava il
paladin ne l'acqua morto.
15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di
Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di
saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo
in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
di nera gente esercito
infinito.
16
Lasciamo il paladin ch'errando vada:
ben di parlar di lui tornerà
tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch'uscì di man del pazzo a
tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e
miglior tempo,
e de l'India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterà
con miglior plettro.
17
Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir più questa non
mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il
suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta
Europa uguale,
poscia che se n'è Angelica partita,
e la casta Issabella al
ciel salita.
18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch'in suo favor la bella donna
diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre
liti in piede.
L'una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l'aquila bianca
non gli cede;
l'altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada
Durindana.
19
S'affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo
intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l'un de l'altro
essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
lasci lo scudo del
Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o
quella lite accheti.
20
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada
con lo suo scudo; né
Gradasso vuole
che, fuor che contra sé porti la spada
che 'l glorioso
Orlando portar suole.
- Al fin veggiamo in cui la sorte cada
(disse
Agramante), e non sian più parole;
veggiàn quel che Fortuna ne disponga,
e
sia preposto quel ch'ella preponga.
21
E se compiacer meglio mi volete,
onde d'aver ve n'abbia obligo
ognora,
chi de' di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch'al primo
ch'esca fuora,
amendue le querele in man porrete:
sì che, per sé vincendo,
vinca ancora
pel compagno; e perdendo l'un di vui,
così perduto abbia per
ambidui.
22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
di valor nulla o poca
differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch'in arme farà per
eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorrà la divina
providenza.
Il cavallier non avrà colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi
alla Fortuna. -
23
Steron taciti al detto d'Agramante
e Ruggiero e Gradasso; ed
accordarsi
che qualunque di loro uscirà inante,
e l'una briga e l'altra
abbia a pigliarsi.
Così in duo brevi, ch'avean simigliante
ed ugual forma,
i nomi lor notarsi;
e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi,
versati
molto, e sozzopra confusi.
24
Un semplice fanciul nell'urna messe
la mano, e prese un breve; e
venne a caso
ch'in questo il nome di Ruggier si lesse,
essendo quel del
Serican rimaso.
Non si può dir quanta allegrezza avesse,
quando Ruggier si
sentì trar del vaso,
e d'altra parte il Sericano doglia;
ma quel che manda
il ciel, forza è che toglia.
25
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra
a favorire, ad aiutar
converte
perché Ruggiero abbia a restar di sopra:
e le cose in suo pro,
ch'avea già esperte,
come or di spada, or di scudo si cuopra,
qual sien
botte fallaci e qual sien certe,
quando tentar, quando schivar fortuna
si
dee, gli torna a mente ad una ad una.
26
Il resto di quel dì, che da l'accordo
e dal trar de le sorti
sopravanza,
è speso dagli amici in dar ricordo,
chi a l'un guerrier chi
all'altro, come è usanza.
Il popul, di veder la pugna ingordo,
s'affretta
a gara d'occupar la stanza:
né basta a molti inanzi giorno andarvi,
che
voglion tutta notte anco veggiarvi.
27
La sciocca turba disiosa attende
ch'i duo buon cavallier vengano in
prova;
che non mira più lungi né comprende
di quel ch'inanzi agli occhi si
ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende
e vede ciò che nuoce e
ciò che giova,
biasma questa battaglia, ed Agramante,
che voglia comportar
che vada inante.
28
Né cessan raccordargli il grave danno
che n'ha d'avere il popul
saracino,
muora Ruggiero o il tartaro tiranno,
quel che prefisso è dal suo
fier destino:
d'un sol di lor via più bisogno avranno
per contrastare al
figlio di Pipino,
che di dieci altri mila che ci sono,
tra' quai fatica è
ritrovare un buono.
29
Conosce il re Agramante che gli è vero,
ma non può più negar ciò
c'ha promesso.
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,
che gli ridonin
quel c'ha lor concesso;
e tanto più che 'l lor litigio è un zero,
né degno
in prova d'arme esser rimesso:
e s'in ciò pur nol vogliono
ubbidire,
voglino almen la pugna differire.
30
Cinque o sei mesi il singular certame,
o meno o più, si differisca,
tanto
che cacciato abbin Carlo del reame,
tolto lo scettro, la corona e il
manto.
Ma l'un e l'altro, ancor che voglia e brame
il re ubbidir, pur sta
duro da canto;
che tale accordo obbrobrioso stima
a chi 'l consenso suo vi
darà prima,
31
Ma più del re, ma più d'ognun ch'invano
spenda a placare il Tartaro
parole,
la bella figlia del re Stordilano
supplice il priega, e si lamenta
e duole:
lo prega che consenta al re africano
e voglia quel che tutto il
campo vuole;
si lamenta e si duol che per lui sia
timida sempre e piena
d'angonia.
32
- Lassa! (dicea) che ritrovar poss'io
rimedio mai ch'a riposar mi
vaglia,
s'or contra questo, or quel, nuovo disio
vi trarrà sempre a vestir
piastra e maglia?
C'ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia
spenta la battaglia
per me da voi contra quell'altro presa,
se un'altra
non minor se n'è già accesa?
33
Ohimè! ch'invano i' me n'andava altiera
ch'un re sì degno, un
cavallier sì forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al
risco de la morte;
ch'or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi
alla medesma sorte.
Fu natural ferocità di core
ch'a quella v'istigò, più
che 'l mio amore.
34
Ma se gli è ver che 'l vostro amor sia quello
che vi sforzate di
mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi
percuote l'alma e che m'accora,
che non vi caglia se 'l candido augello
ha
ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so
ch'importi,
che lasci quella insegna o che la porti.
35
Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia può, che per
far sète:
quando abbiate a Ruggier l'aquila tolta,
poca mercé d'un gran
travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non però nel crin
presa tenete),
causate un danno, ch'a pensarvi solo
mi sento il petto già
sparrar di duolo.
36
Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e più amate un'aquila
dipinta,
vi sia almen cara per la vita mia:
non sarà l'una senza l'altra
estinta.
Non già morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in
morte accinta;
ma non vorrei morir sì malcontenta
come io morrò, se dopo
voi son spenta. -
37
Con tai parole e simili altre assai,
che le lacrime accompagnano e
sospiri,
pregar non cessa tutta notte mai
perch'alla pace il suo amator
ritiri;
e quel, suggendo dagli umidi rai
quel dolce pianto, e quei dolci
martiri
da le vermiglie labra più che rose,
lacrimando egli ancor, così
rispose:
38
- Deh, vita mia, non vi mettete affanno,
deh non, per Dio, di così
lieve cosa;
che se Carlo e 'l re d'Africa, e ciò c'hanno
qui di gente
moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur
non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per
me un Ruggier sol vi fa temere.
39
E vi dovria pur ramentar che, solo
(e spada io non avea né
scimitarra),
con un troncon di lancia a un grosso stuolo
d'armati
cavallier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo
lo
dica, pure, a chi 'l domanda, narra
che fu in Soria a un castel mio
prigioniero;
ed è pur d'altra fama che Ruggiero.
40
Non niega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e
Sacripante,
io dico Sacripante, il re circasso,
e 'l famoso Grifone ed
Aquilante,
cent'altri e più, che pure a questo passo
stati eran presi
alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
che tutti liberai
quel dì medesmo.
41
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch'io feci quel
giorno,
maggior, che se l'esercito del Moro
e del Franco inimici avessi
intorno.
Ed or potrà Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o
scorno?
Ed or c'ho Durindana e l'armatura
d'Ettòr, vi de' Ruggier metter
paura?
42
Deh, perché dianzi in prova non venni io,
se far di voi con l'arme
io potea acquisto?
So che v'avrei sì aperto il valor mio,
ch'avresti il
fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate
uno augurio così tristo;
e siate certa che 'l mio onor m'ha spinto,
non ne
lo scudo il bianco augel dipinto. -
43
Così disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua
donna,
che non pur lui mutato di proposto,
ma di luogo avria mossa una
colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch'armato, e ch'ella
fosse in gonna;
e l'avea indutto a dir, se 'l re gli parla
d'accordo più,
che volea contentarla.
44
E lo facea; se non, tosto ch'al Sole
la vaga Aurora fe' l'usata
scorta,
l'animoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella
aquila porta,
per non udir più d'atti e di parole
dilazion, ma far la lite
corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s'appresenta
armato.
45
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch'alla battaglia il suono
altier lo sfida,
non vuol più de l'accordo intender verbo,
ma si lancia
del letto, ed arme grida;
e si dimostra sì nel viso acerbo,
che Doralice
istessa non si fida
di dirgli più di pace né di triegua:
e forza è infin
che la battaglia segua.
46
Subito s'arma, ed a fatica aspetta
da' suoi scudieri i debiti
servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor
fu di Parigi;
e vien correndo inv�r la piazza eletta
a terminar con l'arme
i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
sì ch'all'assalto
fu poca dimora.
47
Posti lor furo ed allacciati in testa
i lucidi elmi, e date lor le
lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille
impallidir le guance.
Posero l'aste i cavallieri in resta,
e i corridori
punsero alle pance;
e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel
cader, la terra aprirsi.
48
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per l'aria
sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
venir più volte, ma con altre
penne.
Quanto sia l'uno e l'altro ardito e franco,
mostra il portar de le
massicce antenne;
e molto più, ch'a quello incontro duro,
quai torri ai
venti, o scogli all'onde furo.
49
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in
questo loco,
che dui o tre giù ne tornaro accesi,
ch'eran saliti alla
sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
e come quei che si
temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alla vista si
ferir di punta.
50
Ferirsi alla visiera al primo tratto;
e non miraron, per mettersi in
terra,
dare ai cavalli morte, ch'è mal atto,
perch'essi non han colpa de
la guerra.
Chi pensa che tra lor fosse tal patto,
non sa l'usanza antiqua,
e di molto erra:
senz'altro patto, era vergogna e fallo
e biasmo eterno a
chi feria il cavallo.
51
Ferirsi alla visiera, ch'era doppia,
ed a pena anco a tanta furia
resse.
L'un colpo appresso all'altro si raddoppia:
le botte più che
grandine son spesse,
che spezza fronde e rami e grano e stoppia,
e uscir
invan fa la sperata messe.
Se Durindana e Balisarda taglia,
sapete, e
quanto in queste mani vaglia.
52
Ma degno di sé colpo ancor non fanno,
sì l'uno e l'altro ben sta su
l'aviso.
Uscì da Mandricardo il primo danno,
per cui fu quasi il buon
Ruggiero ucciso:
d'uno di quei gran colpi che far sanno,
gli fu lo scudo
pel mezzo diviso,
e la corazza apertagli di sotto;
e fin sul vivo il
crudel brando ha rotto.
53
L'aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,
per dubbio di
Ruggiero, ai circostanti,
nel cui favor si conoscea lo affetto
dei più
inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto
quel che
la maggior parte vorria inanti,
già Mandricardo saria morto o preso:
sì
che 'l suo colpo ha tutto il campo offeso.
54
Io credo che qualche agnol s'interpose
per salvar da quel colpo il
cavalliero.
Ma ben senza più indugio gli rispose,
terribil più che mai
fosse, Ruggiero.
La spada in capo a Mandricardo pose;
ma sì lo sdegno fu
subito e fiero,
e tal fretta gli fe', ch'io men l'incolpo
se non mandò a
ferir di taglio il colpo.
55
Se Balisarda lo giungea pel dritto,
l'elmo d'Ettorre era incantato
invano.
Fu sì del colpo Mandricardo afflitto,
che si lasciò la briglia
uscir di mano.
D'andar tre volte accenna a capo fitto,
mentre scorrendo va
d'intorno il piano
quel Brigliador che conoscete al nome,
dolente ancor de
le mutate some.
56
Calcata serpe mai tanto non ebbe,
né ferito leon, sdegno e
furore,
quanto il Tartaro, poi che si riebbe
dal colpo che di sé lo trasse
fuore.
E quanto l'ira e la superbia crebbe,
tanto e più crebbe in lui
forza e valore:
fece spiccare a Brigliadoro un salto
verso Ruggiero, e
alzò la spada in alto.
57
Levossi in su le staffe, ed all'elmetto
segnolli; e si credette
veramente
partirlo a quella volta fin al petto:
ma fu di lui Ruggier più
diligente;
che, pria che 'l braccio scenda al duro effetto,
gli caccia
sotto la spada pungente,
e gli fa ne la maglia ampla finestra,
che sotto
difendea l'ascella destra.
58
E Balisarda al suo ritorno trasse
di fuori il sangue tiepido e
vermiglio,
e vietò a Durindana che calasse
impetuosa con tanto
periglio;
ben che fin su la groppa si piegasse
Ruggiero, e per dolor
strignesse il ciglio:
e s'elmo in capo avea di peggior tempre,
gli era
quel colpo memorabil sempre.
59
Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,
e Mandricardo al destro
fianco trova.
Quivi scelta finezza di metallo
e ben condutta tempra poco
giova
contra la spada che non scende in fallo,
che fu incantata non per
altra prova,
che per far ch'a' suoi colpi nulla vaglia
piastra incantata
ed incantata maglia.
60
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme
lasciò ferito il Tartaro
nel fianco,
che 'l ciel bestemmia, e di tant'ira freme,
che 'l tempestoso
mare è orribil manco.
Or s'apparecchia a por le forze estreme:
lo scudo
ove in azzurro è l'augel bianco,
vinto da sdegno, si gittò lontano,
e
messe al brando e l'una e l'altra mano.
61
- Ah (disse a lui Ruggier), senza più basti
a mostrar che non merti
quella insegna,
ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti;
né potrai dir
mai più che ti convegna. -
Così dicendo, forza è che egli attasti
con
quanta furia Durindana vegna;
che sì gli grava e sì gli pesa in
fronte,
che più leggier potea cadervi un monte.
62
E per mezzo gli fende la visiera;
buon per lui che dal viso si
discosta:
poi calò su l'arcion che ferrato era,
né lo difese averne doppia
crosta:
giunse al fin su l'arnese, e come cera
l'aperse con la falda
sopraposta;
e ferì gravemente ne la coscia
Ruggier, sì ch'assai stette a
guarir poscia.
63
De l'un, come de l'altro, fatte rosse
il sangue l'arme avea con
doppia riga;
tal che diverso era il parer, chi fosse
di lor, ch'avesse il
meglio in quella briga.
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse
con la spada
che tanti ne castiga:
mena di punta, e drizza il colpo crudo
onde gittato
avea colui lo scudo.
64
Fora de la corazza il lato manco,
e di venire al cor trova la
strada,
che gli entra più d'un palmo sopra il fianco:
sì che convien che
Mandricardo cada
d'ogni ragion che può ne l'augel bianco,
o che può aver
ne la famosa spada;
e da la cara vita cada insieme,
che, più che spada e
scudo, assai gli preme.
65
Non morì quel meschin senza vendetta;
ch'a quel medesmo tempo che fu
colto,
la spada, poco sua, menò di fretta;
ed a Ruggier avria partito il
volto,
se già Ruggier non gli avesse intercetta
prima la forza, e assai
del vigor tolto:
di forza e di vigor troppo gli tolse
dianzi, che sotto il
destro braccio il colse.
66
Da Mandricardo fu Ruggier percosso
nel punto ch'egli a lui tolse la
vita;
tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso,
e una cuffia d'acciar
ne fu partita.
Durindana tagliò cotenna ed osso,
e nel capo a Ruggiero
entrò due dita.
Ruggier stordito in terra si riversa,
e di sangue un
ruscel dal capo versa.
67
Il primo fu Ruggier, ch'andò per terra;
e dipoi stette l'altro a
cader tanto,
che quasi crede ognun che de la guerra
riporti Mandricardo il
pregio e il vanto:
e Doralice sua, che con gli altri erra,
e che quel dì
più volte ha riso e pianto,
Dio ringraziò con mani al ciel
supine,
ch'avesse avuta la pugna tal fine.
68
Ma poi ch'appare a manifesti segni
vivo chi vive, e senza vita il
morto,
nei petti dei fautor mutano regni:
di là mestizia, e di qua vien
conforto.
I re, i signori, i cavallier più degni,
con Ruggier ch'a fatica
era risorto,
a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno,
e gloria senza fine e
onor gli danno.
69
Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente
il medesmo nel cor, c'ha ne la
bocca.
Sol Gradasso il pensiero ha differente
tutto da quel che fuor la
lingua scocca:
mostra gaudio nel viso; e occultamente
del glorioso
acquisto invidia il tocca;
e maledice o sia destino o caso,
il qual trasse
Ruggier prima del vaso.
70
Che dirò del favor, che de le tante
carezze e tante, affettuose e
vere,
che fece a quel Ruggiero il re Agramante,
senza il qual dare al
vento le bandiere,
né volse muover d'Africa le piante,
né senza lui si
fidò in tante schiere?
Or che del re Agricane ha spento il seme,
prezza
più lui, che tutto il mondo insieme.
71
Né di tal volontà gli uomini soli
eran verso Ruggier, ma le donne
anco,
che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli
eran venute al tenitorio
franco.
E Doralice istessa, che con duoli
piangea l'amante suo pallido e
bianco,
forse con l'altre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro
fren non era.
72
Io dico forse, non ch'io ve l'accerti,
ma potrebbe esser stato di
leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di
Ruggiero.
Ella, per quel che già ne siamo esperti,
sì facile era a variar
pensiero,
che per non si veder priva d'amore,
avria potuto in Ruggier
porre il core.
73
Per lei buono era vivo Mandricardo:
ma che ne volea far dopo la
morte?
Proveder le convien d'un che gagliardo
sia notte e dì ne' suoi
bisogni, e forte.
Non era stato intanto a venir tardo
il più perito medico
di corte,
che di Ruggier veduta ogni ferita,
già l'avea assicurato de la
vita.
74
Con molta diligenza il re Agramante
fece colcar Ruggier ne le sue
tende;
che notte e dì veder sel vuole inante:
sì l'ama, sì di lui cura si
prende.
Lo scudo al letto e l'arme tutte quante,
che fur di Mandricardo,
il re gli appende;
tutte le appende, eccetto Durindana,
che fu lasciata al
re di Sericana.
75
Con l'arme l'altre spoglie a Ruggier sono
date di Mandricardo, e
insieme dato
gli è Brigliador, quel destrier bello e buono,
che per furore
Orlando avea lasciato.
Poi quello al re diede Ruggiero in dono,
che
s'avide ch'assai gli saria grato.
Non più di questo; che tornar bisogna
a
chi Ruggiero invan sospira e agogna.
76
Gli amorosi tormenti che sostenne
Bradamante aspettando, io v'ho da
dire.
A Montalbano Ippalca a lei rivenne
e nuova le arrecò del suo
desire.
Prima, di quanto di Frontin le avenne
con Rodomonte, l'ebbe a
riferire;
poi di Ruggier, che ritrovò alla fonte
con Ricciardetto e' frati
d'Agrismonte:
77
e che con esso lei s'era partito
con speme di trovare il
Saracino,
e punirlo di quanto avea fallito
d'aver tolto a una donna il suo
Frontino;
e che 'l disegno poi non gli era uscito,
perché diverso avea
fatto il camino.
La cagione anco, perché non venisse
a Montalban Ruggier,
tutta le disse;
78
e riferille le parole a pieno,
ch'in sua scusa Ruggier le avea
commesse.
Poi si trasse la lettera di seno,
ch'egli le diè, perch'ella a
lei la desse.
Con viso più turbato che sereno
prese la carta Bradamante, e
lesse;
che, se non fosse la credenza stata
già di veder Ruggier, f�ra più
grata.
79
L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece
di lui vedersi ora appagar
d'un scritto,
del bel viso turbar l'aria le fece
di timor, di cordoglio e
di despitto.
Baciò la carta diece volte e diece,
avendo a chi la scrisse
il cor diritto.
Le lacrime vietar, che su vi sparse,
che con sospiri
ardenti ella non l'arse.
80
Lesse la carta quattro volte e sei,
e volse ch'altretante
l'imbasciata
replicata le fosse da colei
che l'una e l'altra avea quivi
arrecata,
pur tuttavia piangendo: e crederei
che mai non si saria più
racchetata,
se non avesse avuto pur conforto
di riveder il suo Ruggier di
corto.
81
Termine a ritornar quindici o venti
giorni avea Ruggier tolto, ed
affermato
l'avea ad Ippalca poi con giuramenti
da non temer che mai fosse
mancato.
- Chi m'assicura, ohimè, degli accidenti
(ella dicea), c'han
forza in ogni lato,
ma ne le guerre più, che non distorni
alcun tanto
Ruggier, che più non torni?
82
Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi arìa creduto
ch'avendoti amato io più di
me stessa,
tu più di me, non ch'altri, ma potuto
abbi amar gente tua
inimica espressa?
A chi opprimer dovresti, doni aiuto:
chi tu dovresti
aitare, è da te oppressa.
Non so se biasmo o laude esser ti credi,
ch'al
premiar e al punir sì poco vedi.
83
Fu morto da Troian (non so se 'l sai)
il padre tuo; ma fin ai sassi
il sanno:
e tu del figlio di Troian cura hai
che non riceva alcun disnor
né danno.
� questa la vendetta che ne fai,
Ruggiero? e a quei che
vendicato l'hanno,
rendi tal premio, che del sangue loro
me fai morir di
strazio e di martoro? -
84
Dicea la donna al suo Ruggiero assente
queste parole ed altre,
lacrimando,
non una sola volta, ma sovente.
Ippalca la venìa pur
confortando,
che Ruggier servarebbe interamente
sua fede, e ch'ella
l'aspettasse, quando
altro far non potea, fin a quel giorno
ch'avea
Ruggier prescritto al suo ritorno.
85
I conforti d'Ippalca, e la speranza
che degli amanti suole esser
compagna,
alla tema e al dolor tolgon possanza
di far che Bradamante
ognora piagna;
in Montalban senza mutar mai stanza
voglion che fin al
termine rimagna,
fino al promesso termine e giurato,
che poi fu da Ruggier
male osservato.
86
Ma ch'egli alla promessa sua mancasse
non però debbe aver la colpa
affatto;
ch'una causa ed un'altra sì lo trasse,
che gli fu forza preterire
il patto.
Convenne che nel letto si colcasse,
e più d'un mese si stesse di
piatto
in dubbio di morir, sì il dolor crebbe
dopo la pugna che col
Tartaro ebbe.
87
L'innamorata giovane l'attese
tutto quel giorno e desiollo
invano,
né mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese
ora da Ippalca, e poi dal
suo germano,
che le narrò che Ruggier lui difese,
e Malagigi liberò e
Viviano.
Questa novella, ancor ch'avesse grata,
pur di qualche amarezza
era turbata:
88
che di Marfisa in quel discorso udito
l'alto valore e le bellezze
avea:
udì come Ruggier s'era partito
con esso lei, e che d'andar
dicea
là dove con disagio in debol sito
malsicuro Agramante si
tenea.
Sì degna compagnia la donna lauda
ma non che se n'allegri, o che
l'applauda.
89
Né picciolo è il sospetto che la preme;
che se Marfisa è bella, come
ha fama,
e che fin a quel dì sien giti insieme,
è maraviglia se Ruggier
non l'ama.
Pur non vuol creder anco, e spera e teme:
e 'l giorno che la
può far lieta e grama,
misera aspetta; e sospirando stassi,
da Montalban
mai non movendo i passi.
90
Stando ella quivi, il principe, il signore
del bel castello, il
primo de' suoi frati
(io non dico d'etade, ma d'onore,
che di lui prima
dui n'erano nati),
Rinaldo, che di gloria e di splendore
gli ha, come il
sol le stelle, illuminati,
giunse al castello un giorno in su la nona;
né,
fuor ch'un paggio, era con lui persona.
91
Cagion del suo venir fu, che da Brava
ritornandosi un dì verso
Parigi
(come v'ho detto che sovente andava
per ritrovar d'Angelica
vestigi),
avea sentita la novella prava
del suo Viviano e del suo
Malagigi,
ch'eran per essere dati al Maganzese;
e perciò ad Agrismonte la
via prese.
92
Dove intendendo poi ch'eran salvati,
e gli aversari lor morti e
distrutti,
e Marfisa e Ruggiero erano stati,
che gli aveano a quei termini
ridutti;
e suoi fratelli e suoi cugin tornati
a Montalbano insieme erano
tutti;
gli parve un'ora un anno di trovarsi
con esso lor là dentro ad
abbracciarsi.
93
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
madre, moglie abbracciò, figli e
fratelli,
e i cugini che dianzi eran captivi;
e parve, quando egli arrivò
tra quelli,
dopo gran fame irondine ch'arrivi
col cibo in bocca ai
pargoletti augelli.
E poi ch'un giorno vi fu stato o dui,
partissi, e fe'
partire altri con lui.
94
Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi
figli d'Amone, il più
vecchio Guicciardo,
Malagigi e Vivian, si furon messi
in arme dietro al
paladin gagliardo.
Bradamante aspettando che s'appressi
il tempo ch'al
disio suo ne vien tardo,
inferma disse agli fratelli ch'era,
e non volse
con lor venire in schiera.
95
E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma,
ma non per febbre o
corporal dolore:
era il disio che l'alma dentro inferma,
e le fa
alterazion patir d'amore.
Rinaldo in Montalban più non si ferma,
e seco
mena di sua gente il fiore.
Come a Parigi appropinquosse, e quanto
Carlo
aiutò, vi dirà l'altro canto.