L'oste che ospita Rodomonte racconta una storia che gli era stata riferita da un viaggiatore per convincerlo di quanto siano rare le donne fedeli.
Astolfo, re dei Longobardi, era in gioventù molto bello. La sua bellezza veniva sempre molto lodata dagli altri, ma ancor di più era lo stesso Astolfo a lodarsi ed a credere di non poter avere eguali. Un giorno il cavaliere romano Fausto disse al re che l'unico che poteva competere con lui in bellezza, se non addirittura batterlo, era suo fratello Giocondo.
Terminata la storia, l'oste riceve l'approvazione di Rodomonte ma anche i rimproveri di un vecchio. L'uomo sostiene che quella cattiveria era il frutto di una esperienza negativa vissuta in prima persone. L'ira aveva fatto divenire una malattia la colpa di una sola donna, quando invece, nella realtà, sono gli uomini a cadere più facilmente in tentazione.
Il cavaliere saraceno passa una notte agitata. Il giorno dopo parte per mare, per poi decidere di proseguire nuovamente a cavallo, visto che anche su una nave il suo animo continuava ad essere tormentato.
Passano un giorno da quello stesso villaggio Isabella ed il monaco che l'aveva salvata dal suicidio, diretti al monastero di Provenza, e con al seguito il corpo morto di Zerbino. La donna è ancora disperata per la perdita del proprio amato, ma nonostante ciò è ancora dodata di una bellezza sufficiente ad attirare l'attenzione del saraceno, che subito abbandona le preoccupazioni e decide di concentrare tutto il suo amore su di lei.
Astolfo, incredulo, convinse il cavaliere a fare di tutto per condurre Giocondo presso la sua corte, così da poterlo conoscere. La più grande difficoltà che Fausto disse al re di dover superare, era lo smisurato amore tra il fratello e la sua moglie, che li faceva stare sempre insieme.
Il cavaliere riuscì a convincere la moglie di Giocondo a fare andare il marito a Pavia dal re Longobardo. Le notte ed i giorni prima della partenza la donna si mostrò disperata, diceva di non riuscire a vivere senza di lui neanche per un giorno, e non riusciva più a mangiare né a dormire. Il giorno prima di salutarsi la donna regalò anche al marito un sua collanina, pregandolo di portarla sempre con sé come suo ricordo.
Iniziato da poco il viaggio verso Pavia, Giocondo si rese però conto di aver dimenticato sotto il cuscino il dono della moglie e decise quindi di ritornare a Roma a riprenderlo. Trovò così la moglie a letto addormentata tra le braccia di un loro garzone. Inizialmente il giovane pensò di ucciderli entrambi, ma poi, tanto era l'amore per la donna, non poté fare altro che riprendere la collanina in silenzio, senza svegliarli, e ripartire.
Da quel momento Giocondo non riuscì più a dormire, né a mangiare ed iniziò anche ad ammalarsi, tanto che la sua bellezza, quando giunsero finalmente a Pavia, era ormai svanita. Il re Astolfo fece di tutto per fare riprendere il giovane, ma senza successo.
Un giorno però, guardando attraverso un fessura nel muro della sua stanza, Giocondo vide la moglie del re sottomessa ai piaceri di un orribile nano, e assistette allo spettacolo per tutti i giorni successivi. Iniziò infine a vedere sotto un altro punto di vista il proprio male (l'infedeltà era propria delle donne, non era quindi il solo a subirla ed almeno la sua donna non era andata a letto con un mostro), ricominciò a mangiare, a dormire e si riprese indietro tutta la propria bellezza.
Il re volle sapere le ragioni di quella sua improvvisa guarigione e Giocondo, dopo avergli fatto giurare di rinunciare a qualsiasi vendetta, gliele mostrò attraverso la fessura presente nella sua stanza. Dopo un primo momento d'ira, Astolfo chiese consiglio al giovane su come comportarsi ora. Giocondo propose di andare in giro per il mondo a fare alle mogli di altri ciò che il nano ed il garzone avevano fatto alle loro, così da testare la fedeltà delle donne e vedere se ci fossero altri uomini a fargli compagnia. Astolfo e Giocondo si misero quindi in viaggio poche ore dopo.
Dopo un pò di tempo passato da una donna all'altra, i due decisero infine di trovarne una sola, fissa, che possa piacere ad entrambi, pensando di soddisfare così anche la natura infedele della donna. La ragazza scelta fu Fiammetta, figlia di un albergatore di Valenza.
Nell'albergo in cui si fermarono però subito dopo esser partiti da Valenza, Fiammetta incontrò un ragazzo, Greco, da sempre innamorato di lei e che la pregò di soddisfare la sua passione amorosa. Vedendolo tanto soffrire, lei accettò e lo invitò la notte nella sua camera, dove dormiva in un unico letto insieme ad Astolfo e Gicondo. Il ragazzo le fece visita e sfogò quindi con lei la sua passione amorosa per tutta la notte.
Il giorno dopo, avendo capito che qualcuno si era divertito tutta la notte con Fiammetta, Astolfo e Giocondo, pensando l'uno che fosse stato l'altro, cominciarono a prendersi in giro, ma il continuo negare dall'una e dall'altra parte ed il conseguente credere che l'uno e l'altro mentisse, li fece alla fine litigare. Venne chiesto a Fiammetta di esporre la verità e lei subito fece il nome di Greco. I due uomini, passato il primo momento di incredulità, cominciarono poi a ridere fino a sentire male al petto e capirono quindi di aver avuto l'ultima e la più convincente prova dell'infedeltà femminile.
Dopo aver dato in sposa Fiammetta a Greco, tornarono infine dalle loro mogli con il cuore più leggero.
Rodomonte non vuole però sentire queste verità e zittisce subito il vecchio con minacce.
Ginge infine presso un villaggio abbandonato dai suoi abitanti a causa della minaccia saracena, e prende alloggio in una chiesetta. Abbandonata l'idea di ritornare ad Algieri, Rodomonte decide quindi di rimanere a vivere lì.
Saputa la storia della donna e la sua decisione di chiudersi nel monastero (aveva fatto voto di castità), Rodomonte cerca di persuadere Isabella ad abbandonare il proposito, dicendo che la sua scelta equivaleva a sotterrare un tesoro. Il monaco cerca di venire in aiuto alla donna, ma finisce con l'accendere d'ira il guerriero e viene subito aggredito.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Donne, e voi che le donne avete in pregio,
per Dio, non date a questa
istoria orecchia,
a questa che l'ostier dire in dispregio
e in vostra
infamia e biasmo s'apparecchia;
ben che né macchia vi può dar né
fregio
lingua sì vile, e sia l'usanza vecchia
che 'l volgare ignorante
ognun riprenda,
e parli più di quel che meno intenda.
2
Lasciate questo canto, che senza esso
può star l'istoria, e non sarà
men chiara.
Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo,
non per malivolenza né
per gara.
Ch'io v'ami, oltre mia lingua che l'ha espresso,
che mai non fu
di celebrarvi avara,
n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro
ch'io son, né
potrei esser se non vostro.
3
Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza
leggerne verso, e chi pur
legger vuole,
gli dia quella medesima credenza
che si suol dare a finzioni
e a fole.
Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza
apparecchiata vide a
sue parole,
e darsi luogo incontra al cavalliero,
così l'istoria
incominciò l'ostiero.
4
- Astolfo, re de' Longobardi, quello
a cui lasciò il fratel monaco il
regno,
fu ne la giovinezza sua sì bello,
che mai poch'altri giunsero a
quel segno.
N'avria a fatica un tal fatto a penello
Apelle, o Zeusi, o se
v'è alcun più degno.
Bello era, ed a ciascun così parea:
ma di molto egli
ancor più si tenea.
5
Non stimava egli tanto per l'altezza
del grado suo, d'avere ognun
minore;
né tanto, che di genti e di ricchezza,
di tutti i re vicini era il
maggiore;
quanto che di presenza e di bellezza
avea per tutto 'l mondo il
primo onore.
Godea di questo, udendosi dar loda,
quanto di cosa volentier
più s'oda.
6
Tra gli altri di sua corte avea assai grato
Fausto Latini, un
cavallier romano:
con cui sovente essendosi lodato
or del bel viso or de
la bella mano,
ed avendolo un giorno domandato
se mai veduto avea, presso
o lontano,
altro uom di forma così ben composto;
contra quel che credea,
gli fu risposto.
7
- Dico (rispose Fausto) che secondo
ch'io veggo e che parlarne odo a
ciascuno,
ne la bellezza hai pochi pari al mondo;
e questi pochi io li
restringo in uno.
Quest'uno è un fratel mio, detto Iocondo.
Eccetto lui,
ben crederò ch'ognuno
di beltà molto a dietro tu ti lassi;
ma questo sol
credo t'adegui e passi. -
8
Al re parve impossibil cosa udire,
che sua la palma infin allora
tenne;
e d'aver conoscenza alto desire
di sì lodato giovene gli
venne.
Fe' sì con Fausto, che di far venire
quivi il fratel prometter gli
convenne;
ben ch'a poterlo indur che ci venisse,
saria fatica, e la cagion
gli disse:
9
che 'l suo fratello era uom che mosso il piede
mai non avea di Roma
alla sua vita,
che del ben che Fortuna gli concede,
tranquilla e senza
affanni avea notrita:
la roba di che 'l padre il lasciò erede,
né mai
cresciuta avea né minuita;
e che parrebbe a lui Pavia lontana
più che non
parria a un altro ire alla Tana.
10
E la difficultà saria maggiore
a poterlo spiccar da la
mogliere,
con cui legato era di tanto amore,
che non volendo lei, non può
volere.
Pur per ubbidir lui che gli è signore,
disse d'andare e fare oltre
il potere.
Giunse il re a' prieghi tali offerte e doni,
che di negar non
gli lasciò ragioni.
11
Partisse, e in pochi giorni ritrovosse
dentro di Roma alle paterne
case.
Quivi tanto pregò, che 'l fratel mosse
sì ch'a venire al re gli
persuase;
e fece ancor (ben che difficil fosse)
che la cognata tacita
rimase,
proponendole il ben che n'usciria,
oltre ch'obligo sempre egli
l'avria.
12
Fisse Iocondo alla partita il giorno:
trovò cavalli e servitori
intanto;
vesti fe' far per comparire adorno,
che talor cresce una beltà un
bel manto.
La notte a lato, e 'l dì la moglie intorno,
con gli occhi ad or
ad or pregni di pianto,
gli dice che non sa come patire
potrà tal
lontananza e non morire;
13
che pensandovi sol, da la radice
sveller si sente il cor nel lato
manco.
- Deh, vita mia, non piagnere (le dice
Iocondo, e seco piagne egli
non manco);
così mi sia questo camin felice,
come tornar vo' fra duo mesi
almanco:
né mi faria passar d'un giorno il segno,
se mi donasse il re
mezzo il suo regno.-
14
Né la donna perciò si riconforta:
dice che troppo termine si
piglia;
e s'al ritorno non la trova morta,
esser non può se non gran
maraviglia.
Non lascia il duol che giorni e notte porta,
che gustar cibo,
e chiuder possa ciglia;
tal che per la pietà Iocondo spesso
si pente ch'al
fratello abbia promesso.
15
Dal collo un suo monile ella si sciolse,
ch'una crocetta avea ricca
di gemme,
e di sante reliquie che raccolse
in molti luoghi un peregrin
boemme;
ed il padre di lei, ch'in casa il tolse
tornando infermo, di
Ierusalemme,
venendo a morte poi ne lasciò erede:
questa levossi ed al
marito diede.
16
E che la porti per suo amore al collo
lo prega, sì che ognor gli ne
sovenga.
Piacque il dono al marito, ed accettollo;
non perché dar ricordo
gli convenga:
che né tempo né assenza mai dar crollo,
né buona o ria
fortuna che gli avenga,
potrà a quella memoria salda e forte
c'ha di lei
sempre, e avrà dopo la morte.
17
La notte ch'andò inanzi a quella aurora
che fu il termine estremo
alla partenza,
al suo Iocondo par ch'in braccio muora
la moglie, che n'ha
tosto da star senza.
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora
viene il
marito all'ultima licenza.
Montò a cavallo e si partì in effetto;
e la
moglier si ricorcò nel letto.
18
Iocondo ancor duo miglia ito non era,
che gli venne la croce
raccordata,
ch'avea sotto il guancial messo la sera,
poi per oblivion
l'avea lasciata.
- Lasso! (dicea tra sé) di che maniera
troverò scusa che
mi sia accettata,
che mia moglie non creda che gradito
poco da me sia
l'amor suo infinito? -
19
Pensa la scusa, e poi gli cade in mente
che non sarà accettabile né
buona,
mandi famigli, mandivi altra gente,
s'egli medesmo non vi va in
persona.
Si ferma, e al fratel dice: - Or pianamente
fin a Baccano al
primo albergo sprona;
che dentro a Roma è forza ch'io rivada:
e credo anco
di giugnerti per strada.
20
Non potria fare altri il bisogno mio:
né dubitar, ch'io sarò tosto
teco. -
voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio;
né de' famigli suoi
volse alcun seco.
Già cominciava, quando passò il rio,
dinanzi al sole a
fuggir l'aer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi
ritrova addormentata forte.
21
La cortina levò senza far motto,
e vide quel che men veder
credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a un
giovene giacea.
Riconobbe l'adultero di botto,
per la pratica lunga che
n'avea;
ch'era de la famiglia sua un garzone,
allevato da lui, d'umil
nazione.
22
S'attonito restasse e malcontento,
meglio è pensarlo e farne fede
altrui,
ch'esserne mai per far l'esperimento
che con suo gran dolor ne fe'
costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli
ambedui:
ma da l'amor che porta, al suo dispetto,
all'ingrata moglier, gli
fu interdetto.
23
Né lo lasciò questo ribaldo Amore
(vedi se sì l'avea fatto
vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in sì
gran fallo.
Quanto poté più tacito uscì fuore,
scese le scale, e rimontò a
cavallo;
e punto egli d'amor, così lo punse,
ch'all'albergo non fu, che 'l
fratel giunse.
24
Cambiato a tutti parve esser nel volto;
vider tutti che 'l cor non
avea lieto.
ma non v'è chi s'apponga già di molto,
e possa penetrar nel
suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto
per gire a Roma, e gito
era a Corneto.
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa;
ma non è già chi
dir sappia in che guisa.
25
Estimasi il fratel, che dolor abbia
d'aver la moglie sua sola
lasciata;
e pel contrario duolsi egli ed arrabbia
che rimasa era troppo
accompagnata.
Con fronte crespa e con gonfiate labbia
sta l'infelice, e
sol la terra guata.
Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova,
perché non sa
la causa, poca giova.
26
Di contrario liquor la piaga gli unge,
e dove tor dovria, gli
accresce doglie;
dove dovria saldar, più l'apre e punge:
questo gli fa col
ricordar la moglie.
Né posa dì né notte: il sonno lunge
fugge col gusto, e
mai non si raccoglie:
e la faccia, che dianzi era sì bella,
si cangia sì,
che più non sembra quella.
27
Par che gli occhi se ascondin ne la testa;
cresciuto il naso par nel
viso scarno:
de la beltà sì poca gli ne resta,
che ne potrà far paragone
indarno.
Col duol venne una febbre sì molesta,
che lo fe' soggiornar
all'Arbia e all'Arno:
e se di bello avea serbata cosa,
tosto restò come al
sol colta rosa.
28
Oltre ch'a Fausto incresca del fratello
che veggia a simil termine
condutto,
via più gl'incresce che bugiardo a quello
principe, a chi
lodollo, parrà in tutto:
mostrar di tutti gli uomini il più bello
gli avea
promesso, e mostrerà il più brutto.
Ma pur continuando la sua via,
seco lo
trasse al fin dentro a Pavia.
29
Già non vuol che lo vegga il re improviso,
per non mostrarsi di
giudicio privo:
ma per lettere inanzi gli dà aviso
che 'l suo fratel ne
viene a pena vivo;
e ch'era stato all'aria del bel viso
un affanno di cor
tanto nocivo,
accompagnato da una febbre ria,
che più non parea quel
ch'esser solia.
30
Grata ebbe la venuta di Iocondo
quanto potesse il re d'amico
avere;
che non avea desiderato al mondo
cosa altretanto, che di lui
vedere.
Né gli spiace vederselo secondo,
e di bellezza dietro
rimanere;
ben che conosca, se non fosse il male,
che gli saria superiore o
uguale.
31
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,
lo visita ogni giorno, ogni
ora n'ode;
fa gran provision che stia con agio,
e d'onorarlo assai si
studia e gode.
Langue Iocondo, che 'l pensier malvagio
c'ha de la ria
moglier, sempre lo rode:
né 'l veder giochi, né musici udire,
dramma del
suo dolor può minuire.
32
Le stanze sue, che sono appresso al tetto
l'ultime, inanzi hanno una
sala antica.
Quivi solingo (perche ogni diletto,
perch'ogni compagnia
prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di più gravi pensier
nuova fatica:
e trovò quivi (or chi lo crederia?)
chi lo sanò de la sua
piaga ria.
33
In capo de la sala, ove è più scuro
(che non vi s'usa le finestre
aprire,)
vede che 'l palco mal si giunge al muro,
e fa d'aria più chiara
un raggio uscire.
Pon l'occhio quindi, e vede quel che duro
a creder f�ra
a chi l'udisse dire:
non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede;
ed anco agli
occhi suoi propri non crede.
34
Quindi scopria de la regina tutta
la più secreta stanza e la più
bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non l'avesse
ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch'un nano aviticchiato era con
quella:
ed era quel piccin stato sì dotto,
che la regina avea messa di
sotto.
35
Attonito Iocondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo
stette;
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso
credette.
- A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque (disse) costei si
sottomette,
che 'l maggior re del mondo ha per marito,
più bello e più
cortese? oh che appetito! -
36
E de la moglie sua, che così spesso
più d'ogn'altra biasmava,
ricordosse,
perché 'l ragazzo s'avea tolto appresso:
ed or gli parve che
escusabil fosse.
Non era colpa sua più che del sesso,
che d'un solo uomo
mai non contentosse:
e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro,
almen la
sua non s'avea tolto un mostro.
37
Il dì seguente, alla medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e
la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo
scorno.
Trova l'altro dì ancor che si lavora,
e l'altro; e al fin non si
fa festa giorno:
e la regina (che gli par più strano)
sempre si duol che
poco l'ami il nano.
38
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella
era turbata e in
gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea,
n'ancor venìa.
Mandò la terza volta, ed udì quella,
che: - Madonna, egli
giuoca (riferia);
e per non stare in perdita d'un soldo,
a voi niega
venire il manigoldo. -
39
A sì strano spettacolo Iocondo
raserena la fronte e gli occhi e il
viso;
e quale in nome, diventò giocondo
d'effetto ancora, e tornò il
pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin
del paradiso;
che 'l re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion
si maraviglia.
40
Se da Iocondo il re bramava udire
onde venisse il subito
conforto,
non men Iocondo lo bramava dire,
e fare il re di tanta ingiuria
accorto;
ma non vorria che, più di sé, punire
volesse il re la moglie di
quel torto;
sì che per dirlo e non far danno a lei,
il re fece giurar su
l'agnusdei.
41
Giurar lo fe' che né per cosa detta,
né che gli sia mostrata che gli
spiaccia,
ancor ch'egli conosca che diretta-
mente a sua Maestà danno si
faccia,
tardi o per tempo mai farà vendetta;
e di più vuole ancor che se
ne taccia,
sì che né il malfattor giamai comprenda
in fatto o in detto,
che 'l re il caso intenda.
42
Il re, ch'ogn'altra cosa, se non questa,
creder potria, gli giurò
largamente.
Iocondo la cagion gli manifesta,
ond'era molti dì stato
dolente:
perché trovata avea la disonesta
sua moglie in braccio d'un suo
vil sergente;
e che tal pena al fin l'avrebbe morto,
se tardato a venir
fosse il conforto.
43
Ma in casa di sua Altezza avea veduto
cosa che molto gli scemava il
duolo;
che se bene in obbrobrio era caduto,
era almen certo di non v'esser
solo.
Così dicendo, e al bucolin venuto,
gli dimostrò il bruttissimo
omiciuolo
che la giumenta altrui sotto si tiene,
tocca di sproni e fa
giuocar di schene.
44
Se parve al re vituperoso l'atto,
lo crederete ben, senza ch'io 'l
giuri.
Ne fu per arrabbiar, per venir matto;
ne fu per dar del capo in
tutti i muri;
fu per gridar, fu per non stare al patto:
ma forza è che la
bocca al fin si turi,
e che l'ira trangugi amara ed acra,
poi che giurato
avea su l'ostia sacra.
45
- Che debbo far, che mi consigli, frate,
(disse a Iocondo), poi che
tu mi tolli
che con degna vendetta e crudeltate
questa giustissima ira io
non satolli? -
- Lasciàn (disse Iocondo) queste ingrate,
e proviam se son
l'altre così molli:
facciàn de le lor femine ad altrui
quel ch'altri de le
nostre han fatto a nui.
46
Ambi gioveni siamo, e di bellezza,
che facilmente non troviamo
pari.
Qual femina sarà che n'usi asprezza,
se contra i brutti ancor non
han ripari?
Se beltà non varrà né giovinezza,
varranne almen l'aver con
noi danari.
Non vo' che torni, che non abbi prima
di mille moglie altrui
la spoglia opima.
47
La lunga assenza, il veder vari luoghi,
praticare altre femine di
fuore,
par che sovente disacerbi e sfoghi
de l'amorose passioni il core.
-
Lauda il parer, né vuol che si proròghi
il re l'andata; e fra pochissime
ore,
con due scudieri, oltre alla compagnia
del cavallier roman, si mette
in via.
48
Travestiti cercaro Italia, Francia,
le terre de' Fiaminghi e de
l'Inglesi;
e quante ne vedean di bella guancia,
trovavan tutte ai prieghi
lor cortesi.
Davano, e dato loro era la mancia;
e spesso rimetteano i
danar spesi.
Da loro pregate foro molte, e foro
anch'altretante che
pregaron loro.
49
In questa terra un mese, in quella dui
soggiornando, accertarsi a
vera prova
che non men ne le lor, che ne l'altrui
femine, fede e castità
si trova.
Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui
di sempre procacciar di
cosa nuova;
che mal poteano entrar ne l'altrui porte,
senza mettersi a
rischio de la morte.
50
Gli è meglio una trovarne che di faccia
e di costumi ad ambi grata
sia;
che lor communemente sodisfaccia,
e non n'abbin d'aver mai
gelosia.
- E perché (dicea il re) vo' che mi spiaccia
aver più te ch'un
altro in compagnia?
So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo
una non è
che stia contenta a un solo.
51
Una, senza sforzar nostro potere,
ma quando il natural bisogno
inviti,
in festa goderemoci e in piacere,
che mai contese non avren né
liti.
Né credo che si debba ella dolere:
che s'anco ogn'altra avesse duo
mariti,
più ch'ad un solo, a duo saria fedele;
né forse s'udirian tante
querele. -
52
Di quel che disse il re, molto contento
rimaner parve il giovine
romano.
Dunque fermati in tal proponimento,
cercar molte montagne e molto
piano:
trovaro al fin, secondo il loro intento,
una figliuola d'uno
ostiero ispano,
che tenea albergo al porto di Valenza,
bella di modi e
bella di presenza.
53
Era ancor sul fiorir di primavera
sua tenerella e quasi acerba
etade.
Di molti figli il padre aggravat'era,
e nimico mortal di
povertade;
sì ch'a disporlo fu cosa leggiera,
che desse lor la figlia in
potestade;
ch'ove piacesse lor potesson trarla,
poi che promesso avean di
ben trattarla.
54
Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno
or l'un or l'altro in
caritade e in pace,
come a vicenda i mantici che danno,
or l'uno or
l'altro, fiato alla fornace.
Per veder tutta Spagna indi ne vanno,
e
passar poi nel regno di Siface;
e 'l dì che da Valenza si partiro,
ad
albergare a Zattiva veniro.
55
I patroni a veder strade e palazzi
ne vanno, e lochi publici e
divini;
ch'usanza han di pigliar simil solazzi
in ogni terra ove entran
peregrini;
e la fanciulla resta coi ragazzi.
Altri i letti, altri
acconciano i ronzini,
altri hanno cura che sia alla tornata
dei signor lor
la cena apparecchiata.
56
Ne l'albergo un garzon stava per fante,
ch'in casa de la giovene già
stette
a' servigi del padre, e d'essa amante
fu da' primi anni, e del suo
amor godette.
Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante,
ch'esser notato
ognun di lor temette:
ma tosto ch'i patroni e la famiglia
lor dieron
luogo, alzar tra lor le ciglia.
57
Il fante domandò dove ella gisse,
e qual dei duo signor l'avesse
seco.
A punto la Fiammetta il fatto disse
(così avea nome, e quel garzone
il Greco).
- Quando sperai che 'l tempo ohimè! venisse
(il Greco le dicea)
di viver teco,
Fiammetta, anima mia, tu te ne vai,
e non so più di
rivederti mai.
58
Fannosi i dolci miei disegni amari,
poi che sei d'altri, e tanto mi
ti scosti.
Io disegnava, avendo alcun' danari
con gran fatica e gran sudor
riposti,
ch'avanzato m'avea de' miei salari
e de le bene andate di molti
osti,
di tornare a Valenza, e domandarti
al padre tuo per moglie, e di
sposarti. -
59
La fanciulla negli omeri si stringe,
e risponde che fu tardo a
venire.
Piange il Greco e sospira, e parte finge:
- Vuommi (dice) lasciar
così morire?
Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge,
lasciami
disfogar tanto desire:
ch'inanzi che tu parta, ogni momento
che teco io
stia mi fa morir contento. -
60
La pietosa fanciulla rispondendo:
- Credi (dicea) che men di te nol
bramo;
ma né luogo né tempo ci comprendo
qui, dove in mezzo di tanti occhi
siamo. -
Il Greco soggiungea: - Certo mi rendo,
che s'un terzo ami me di
quel ch'io t'amo,
in questa notte almen troverai loco
che ci potren godere
insieme un poco. -
61
- Come potrò (diceagli la fanciulla),
che sempre in mezzo a duo la
notte giaccio?
e meco or l'uno or l'altro si trastulla,
e sempre a l'un di
lor mi trovo in braccio? -
- Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla;
che
ben ti saprai tor di questo impaccio,
e uscir di mezzo lor, pur che tu
voglia:
e déi voler, quando di me ti doglia. -
62
Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna
quando creder potrà
ch'ognuno dorma;
e pianamente come far convegna,
e de l'andare e del
tornar l'informa.
Il Greco, sì come ella gli disegna,
quando sente dormir
tutta la torma,
viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede:
entra pian
piano, e va a tenton col piede.
63
Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro
tutto si ferma, e
l'altro par che muova
a guisa che di dar tema nel vetro,
non che 'l
terreno abbia a calcar, ma l'uova;
e tien la mano inanzi simil metro,
va
brancolando infin che 'l letto trova:
e di là dove gli altri avean le
piante,
tacito si cacciò col capo inante.
64
Fra l'una e l'altra gamba di Fiammetta,
che supina giacea, diritto
venne;
e quando le fu a par, l'abbracciò stretta,
e sopra lei sin presso
al dì si tenne.
Cavalcò forte, e non andò a staffetta;
che mai bestia
mutar non gli convenne:
che questa pare a lui che sì ben trotte,
che
scender non ne vuol per tutta notte.
65
Avea Iocondo ed avea il re sentito
il calpestio che sempre il letto
scosse;
e l'uno e l'altro, d'uno error schernito,
s'avea creduto che 'l
compagno fosse.
Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito,
sì come era
venuto, anco tornosse.
Saettò il sol da l'orizzonte i raggi;
sorse
Fiammetta, e fece entrare i paggi.
66
Il re disse al compagno motteggiando:
- Frate, molto camin fatto
aver déi;
e tempo è ben che ti riposi, quando
stato a cavallo tutta notte
sei. -
Iocondo a lui rispose di rimando,
e disse: - Tu di' quel ch'io a
dire avrei.
A te tocca posare, e pro ti faccia,
che tutta notte hai
cavalcato a caccia. -
67
- Anch'io (suggiunse il re) senza alcun fallo
lasciato avria il mio
can correre un tratto,
se m'avessi prestato un po' il cavallo,
tanto che
'l mio bisogno avessi fatto. -
Iocondo replicò: - Son tuo vasallo,
e puoi
far meco e rompere ogni patto:
sì che non convenia tal cenni usare;
ben mi
potevi dir: lasciala stare. -
68
Tanto replica l'un, tanto soggiunge
l'altro, che sono a grave lite
insieme.
Vengon da' motti ad un parlar che punge,
ch'ad amenduo l'esser
beffato preme.
Chiaman Fiammetta (che non era lunge,
e de la fraude esser
scoperta teme)
per fare in viso l'uno all'altro dire
quel che negando ambi
parean mentire.
69
- Dimmi (le disse il re con fiero sguardo),
e non temer di me né di
costui;
chi tutta notte fu quel sì gagliardo,
che ti godé senza far parte
altrui? -
Credendo l'un provar l'altro bugiardo,
la risposta aspettavano
ambedui.
Fiammetta a' piedi lor si gittò, incerta
di viver più, vedendosi
scoperta.
70
Domandò lor perdono, che d'amore
ch'a un giovinetto avea portato,
spinta,
e da pietà d'un tormentato core
che molto avea per lei patito,
vinta,
caduta era la notte in quello errore;
e seguitò, senza dir cosa
finta,
come tra lor con speme si condusse,
ch'ambi credesson che 'l
compagno fusse.
71
Il re e Iocondo si guardaro in viso,
di maraviglia e di stupor
confusi;
né d'aver anco udito lor fu aviso,
ch'altri duo fusson mai così
delusi.
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,
che con la bocca aperta e
gli occhi chiusi,
potendo a pena il fiato aver del petto,
a dietro si
lasciar cader sul letto.
72
Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere
se ne sentiano il petto, e
pianger gli occhi,
disson tra lor: - Come potremo avere
guardia, che la
moglier non ne l'accocchi,
se non giova tra duo questa tenere,
e stretta
sì, che l'uno e l'altro tocchi?
Se più che crini avesse occhi il
marito,
non potria far che non fosse tradito.
73
Provate mille abbiamo, e tutte belle;
né di tante una è ancor che ne
contraste.
Se provian l'altre, fian simili anch'elle;
ma per ultima prova
costei baste.
Dunque possiamo creder che più felle
non sien le nostre, o
men de l'altre caste:
e se son come tutte l'altre sono,
che torniamo a
godercile fia buono. -
74
Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero
per Fiammetta medesima il
suo amante;
e in presenza di molti gli la diero
per moglie, e dote gli fu
bastante.
Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero
ch'era a ponente,
volsero a levante;
ed alle mogli lor se ne tornaro,
di ch'affanno mai più
non si pigliaro. -
75
L'ostier qui fine alla sua istoria pose,
che fu con molta attenzione
udita.
Udilla il Saracin, né gli rispose
parola mai, fin che non fu
finita.
Poi disse: - Io credo ben che de l'ascose
feminil frode sia copia
infinita;
né si potria de la millesma parte
tener memoria con tutte le
carte. -
76
Quivi era un uom d'età, ch'avea più retta
opinion degli altri, e
ingegno e ardire;
e non potendo ormai, che sì negletta
ogni femina fosse,
più patire,
si volse a quel ch'avea l'istoria detta,
e gli disse: - Assai
cose udimo dire,
che veritade in sé non hanno alcuna:
e ben di queste è la
tua favola una.
77
A chi te la narrò non do credenza,
s'evangelista ben fosse nel
resto;
ch'opinione, più ch'esperienza
ch'abbia di donne, lo facea dir
questo.
L'avere ad una o due malivolenza,
fa ch'odia e biasma l'altre
oltre all'onesto;
ma se gli passa l'ira, io vo' tu l'oda,
più ch'ora
biasmo, anco dar lor gran loda.
78
E se vorrà lodarne, avra maggiore
il campo assai, ch'a dirne mal non
ebbe:
di cento potrà dir degne d'onore
verso una trista che biasmar si
debbe.
Non biasmar tutte, ma serbarne fuore
la bontà d'infinite si
dovrebbe;
e se 'l Valerio tuo disse altrimente,
disse per ira, e non per
quel che sente.
79
Ditemi un poco: è di voi forse alcuno
ch'abbia servato alla sua
moglie fede?
che nieghi andar, quando gli sia oportuno,
all'altrui donna,
e darle ancor mercede?
credete in tutto 'l mondo trovarne uno?
chi 'l
dice, mente; e folle è ben chi 'l crede.
Trovatene vo' alcuna che vi
chiami?
(non parlo de le publiche ed infami).
80
Conoscete alcun voi, che non lasciasse
la moglie sola, ancor che
fosse bella,
per seguire altra donna, se sperasse
in breve e facilmente
ottener quella?
Che farebbe egli, quando lo pregasse
o desse premio a lui
donna o donzella?
Credo, per compiacere or queste or quelle,
che tutti
lasciaremmovi la pelle.
81
Quelle che i lor mariti hanno lasciati,
le più volte cagione avuta
n'hanno.
Del suo di casa, li veggon svogliati,
e che fuor, de l'altrui
bramosi, vanno.
Dovriano amar, volendo essere amati,
e tor con la misura
ch'a lor danno.
Io farei (se a me stesse il darla e torre)
tal legge,
ch'uom non vi potrebbe opporre.
82
Saria la legge, ch'ogni donna colta
in adulterio, fosse messa a
morte,
se provar non potesse ch'una volta
avesse adulterato il suo
consorte:
se provar lo potesse, andrebbe asciolta,
né temeria il marito né
la corte.
Cristo ha lasciato nei precetti suoi:
non far altrui quel che
patir non vuoi.
83
La incontinenza è quanto mal si puote
imputar lor, non già a tutto
lo stuolo.
Ma in questo chi ha di noi più brutte note?
che continente non
si trova un solo.
E molto più n'ha ad arrossir le gote,
quando bestemmia,
ladroneccio, dolo,
usura ed omicidio, e se v'è peggio,
raro, se non dagli
uomini, far veggio. -
84
Appresso alle ragioni avea il sincero
e giusto vecchio in pronto
alcuno esempio
di donne, che né in fatto né in pensiero
mai di lor castità
patiron scempio.
Ma il Saracin, che fuggia udire il vero,
lo minacciò con
viso crudo ed empio,
sì che lo fece per timor tacere;
ma già non lo mutò
di suo parere.
85
Posto ch'ebbe alle liti e alle contese
termine il re pagan, lasciò
la mensa;
indi nel letto per dormir si stese
fin al partir de l'aria scura
e densa:
ma de la notte, a sospirar l'offese
più de la donna ch'a dormir,
dispensa.
Quindi parte all'uscir del nuovo raggio,
e far disegna in nave
il suo viaggio.
86
Però ch'avendo tutto quel rispetto
ch'a buon cavallo dee buon
cavalliero,
a quel suo bello e buono, ch'a dispetto
tenea di Sacripante e
di Ruggiero;
vedendo per duo giorni averlo stretto
più che non si dovria
sì buon destriero,
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta
in una barca, e
per andar più in fretta.
87
Senza indugio al nocchier varar la barca,
e dar fa i remi all'acqua
da la sponda.
Quella, non molto grande e poco carca,
se ne va per la Sonna
giù a seconda.
Non fugge il suo pensier né se ne scarca
Rodomonte per
terra né per onda:
lo trova in su la proda e in su la poppa;
e se cavalca,
il porta dietro in groppa.
88
Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,
e di fuor caccia ogni
conforto e serra.
Di ripararsi il misero non vede,
da poi che gli nimici
ha ne la terra.
Non sa da chi sperar possa mercede,
se gli fanno i
domestici suoi guerra:
la notte e 'l giorno e sempre è combattuto
da quel
crudel che dovria dargli aiuto.
89
Naviga il giorno e la notte seguente
Rodomonte col cor d'affanni
grave;
e non si può l'ingiuria tor di mente,
che da la donna e dal suo re
avuto have;
e la pena e il dolor medesmo sente,
che sentiva a cavallo,
ancora in nave:
né spegner può, per star ne l'acqua, il fuoco,
né può
stato mutar, per mutar loco.
90
Come l'infermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando
lato;
o sia su l'uno o sia su l'altro fianco
spera aver, se si volge,
miglior stato;
né sul destro riposa né sul manco,
e per tutto ugualmente è
travagliato:
così il pagano al male ond'era infermo
mal trova in terra e
male in acqua schermo.
91
Non puote in nave aver più pazienza,
e si fa porre in terra
Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza
e vede in Avignone il ricco
ponte;
che queste terre ed altre ubidienza,
che son tra il fiume e 'l
celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal dì che fur
signor de la campagna.
92
Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare
in fretta;
e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere
diletta,
che per le spesse ingiurie, che sostenne
dai soldati, a votarsi
fu costretta.
Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche
valli vede
ondeggiar le bionde spiche.
93
Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel
murata,
che poi ch'intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti vota avean
lasciata.
Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch'era
sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque sì, che
mutò Algieri in quella.
94
Mutò d'andare in Africa pensiero,
sì commodo gli parve il luogo e
bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe' nel
medesmo ostello.
Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco
e buon castello
siede il villaggio allato alla riviera;
sì che d'avervi
ogn'agio il modo v'era.
95
Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il più del tempo
usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d'un piccol sentiero era
segnato,
una donzella di viso amoroso
in compagnia d'un monaco
barbato;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di
nero.
96
Chi la donzella, chi 'l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser
chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che 'l corpo avea del suo Zerbino
caro.
Lasciai che v�r Provenza ne venìa
sotto la scorta del vecchio
preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere
onesto.
97
Come ch'in viso pallida e smarrita
sia la donzella ed abbia i crini
inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi
sien duo fonti;
ed altri testimoni d'una vita
misera e grave in lei si
veggan pronti;
tanto però di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor
vi può aver stanza.
98
Tosto che 'l Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero
al fondo,
ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella
schiera gentil che
pur adorna il mondo.
E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar
debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da
l'asse si trae chiodo con chiodo.
99
Incontra se le fece, e col più molle
parlar che seppe, e col miglior
sembiante,
di sua condizione domandolle;
ed ella ogni pensier gli spiegò
inante;
come era per lasciare il mondo folle,
e farsi amica a Dio con opre
sante.
Ride il pagano altier ch'in Dio non crede,
d'ogni legge nimico e
d'ogni fede.
100
E chiama intenzione erronea e lieve,
e dice che per certo ella
troppo erra;
né men biasmar che l'avaro si deve,
che 'l suo ricco tesor
metta sotterra:
alcuno util per sé non ne riceve,
e da l'uso degli altri
uomini il serra.
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,
e non le cose
belle ed innocenti.
101
Il monaco, ch'a questo avea l'orecchia,
e per soccorrer la giovane
incauta,
che ritratta non sia per la via vecchia,
sedea al governo qual
pratico nauta,
quivi di spiritual cibo apparecchia
tosto una mensa
sontuosa e lauta.
Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,
non pur la
saporò, che gli dispiacque:
102
e poi ch'invano il monaco interroppe,
e non poté mai far sì che
tacesse,
e che di pazienza il freno roppe,
le mani adosso con furor gli
messe.
Ma le parole mie parervi troppe
potriano omai, se più se ne
dicesse:
sì che finirò il canto; e mi fia specchio
quel che per troppo
dire accade al vecchio.
