Il demone invocato da Malagigi per salvare Ricciardetto, spinge al galoppo il cavallo di Doralice verso Parigi, guidando così verso la battaglia Mandricardo e Rodomonte. Se da un lato arrivano cavalieri valorosissimi a dare forza all'esercito saraceno (arrivano anche re Gradasso e Sacripante, liberati dal castello di Atlante), dall'altro Re Carlo è invece ora privo dei suoi più valorosi paladini: Orlando e Rinaldo. Il primo è divenuto folle e vaga nudo per la Francia, l'altro, subito dopo aver liberato Parigi dall'assedio, aveva ripreso la ricerca di Orlando ed Angelica, e continuava a spostarsi tra Parigi e le città di Anglante e Brava, dove pensava potessero trovarsi.
Re Gradasso, Sacripante, Rodomonte e Mandricardo, per aprirsi una via verso l'accampamento di re Agramante, assaltano la retroguardia cristiana all'improvviso, mettendone in fuga una buona parte ma uccidendone e ferendone la maggioranza.
Tutti i soldati saraceni trovano nuovo vigore alla vista dei loro più valorosi compagni ed inizia così una nuova sanguinosa battaglia. Re Carlo non può fare altro, aiutato da Brandimarte (liberato anche lui dal castello di Atlante), che rifugiarsi nuovamente tra le mura di Parigi.
Il primo duello, al quale è pronto ad assistere tutto l'accampamento saraceno, dovrebbe avvenire tra Rodomonte e Mandricardo, ma tra questo ultimo e re Gradasso scoppia una lite furibonda, alla quale partecipa anche Ruggiero.
Scoppia però contemporaneamente una violenta lite anche tra Rodomonte e Sacripante. Questo ultimo riconosce in Frontino il proprio cavallo Frontalatte, che gli era stato tanto tempo prima sottratto da un furfante (per poi essere consegnato a Ruggiero, ma lui questo non lo sa). Il combattimento tra i due viene interrotto da Ferraù e poi anche da re Agramante, accorso dopo aver avuto notizie della nuova contesa ed aver quindi lasciato re Marsilio a tenere a bada Ruggiero, Mandricardo e re Gradasso.
Re Agramante si indigna per quel gesto di Marfisa, nonostante avesse pensato lui stesso di uccidere Brunello dopo che gli aveva perso l'anello incantato. Il re vorrebbe sfidarla ma viene fermato da re Sorbino e decide quindi infine di lascir fare alla donna, per potersi dedicare alle altre più gravi liti.
Ruggiero vorrebbe inseguire Rodomonte per andare a riprendersi il cavallo, il secondo duello estratto lo vede però impegnato contro Mandricardo e deve pertanto rimanere.
Rodomonte si allontana dall'accampamento saracendo maledicendo Doralice, tutto le donne in genere ed anche il re Agramante. Il suo viaggio verso l'Africa lo fa arrivare al fiume Saone, là dove l'esercito saraceno aveva il proprio porto per rifornirsi di ogni bene necessario.
Da un altro lato Marfisa e Ruggiero fanno uguale strage.
L'arcangelo Michele, sentite le grida di disperazione provenienti da Parigi e visto che la situazione è completamente opposta a quella voluta, torna nel monastero e prima maltratta la Discordia a calci e pugni, poi la conduce velocemente a Parigi minacciandola di ben più gravi punizioni se non porta a compimento la propria missione.
Discordia riaccende subito d'ira i cuori di Marfisa, Rodomonte, Mandricardo e Ruggiero. I quattro cavalieri abbandonano l'assedio e si recano da re Agramante per esporre le loro contese e chiedere il suo parere. Il re pagano, visto che è inutile ogni tentativo di calmare la situazione, suggerisce infine di estrarre a sorte la priorità dei duelli e fa infine allestire un campo di battaglia.
Gradasso, vedendo che Mandricardo porta con sé la spada di Orlando e saputo come ne era venuto in possesso, rinfaccia all'altro di avere usurpato Durindana ingiustamante. Dice di essere lui il legittimo proprietario della spada e sfida quindi a duello il guerriero pagano. Ruggiero si intromette per fare rispettare le priorità già assegnate ai duelli.
La situazione viene ricondotta alla calma solo grazie all'intervento di re Agramante e re Marsilio.
Giunge sul posto anche Marfisa e, sentita la storia di Sacripante su come gli era stato tolto il cavallo e che molti indicano in Brunello l'autore di quel furto, capisce che è stato lo stesso Brunello a rubarle la spada quello stesso giorno in cui era stato rubato Frontalatte. La donna decide così di vendicarsi all'istante; fa prigioniero il ladrone, lo conduce da re Agramante e chiede di poterlo impiccare con le proprie mani. Marfisa porta infine con sé il prigioniero presso un piccola torre, dove ha intenzione di trattenerlo per tre giorni prima di procedere all'impiccagione.
Per porre fine alla lite tra Rodomonte e Mandricardo, causata dalla bella Doralice, decide che sia infine la donna a scegliere il proprio amante. Rodomonte, che aveva in passato sostenuto numerose prove di valore in onore di Doralice, è sicuro della vittoria, rimane quindi molto sorpreso quando la donna dice invece di preferire il suo rivale.
Rodomonte si rifiuta di dover sottostare alla decisione di una donna, impugna nuovamente la spada e sfida Mandricardo. Viene però fatto tacere da re Agramante ed infine non gli resta altro da fare che abbandonare le schiere dell'esercito insieme ad un piccolo seguito.
Sacripante invece corre all'inseguimento di Rodomonte per cercare di riavere quel cavallo, il suo Frontalatte, ora chiamato Frontino. Durante il viaggio, dopo aver soccorso una donna caduta nella Senna, perderà però il proprio cavallo e, una volta ritrovato l'animale, non riuscirà più a metterlo sulla via che poteva portarlo in breve dall'avversario. Ritroverà Rodomonte solo dopo molto tempo.
Rodomonte decide di alloggiare in un ostello e la sera l'oste, rispondendo ad una domanda del cavaliere riguardo alla fedeltà delle donne, si propone di raccontare una storia che gli era stata riferita da un viaggiatore per convincerlo di quanto siano rare le donne fedeli.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Molti consigli de le donne sono
meglio improviso, ch'a pensarvi,
usciti;
che questo è speziale e proprio dono
fra tanti e tanti lor dal
ciel largiti.
Ma può mal quel degli uomini esser buono,
che maturo
discorso non aiti,
ove non s'abbia a ruminarvi sopra
speso alcun tempo e
molto studio ed opra.
2
Parve, e non fu però buono il consiglio
di Malagigi, ancor che (come
ho detto)
per questo di grandissimo periglio
liberassi il cugin suo
Ricciardetto.
A levare indi Rodomonte e il figlio
del re Agrican, lo
spirto avea costretto,
non avvertendo che sarebbon tratti
dove i cristian
ne rimarrian disfatti.
3
Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,
creder si può che dato
similmente
al suo cugino avria debito aiuto,
né fatto danno alla cristiana
gente.
Commandare allo spirto avria potuto,
ch'alla via di levante o di
ponente
sì dilungata avesse la donzella,
che non n'udisse Francia più
novella.
4
Così gli amanti suoi l'avrian seguìta,
come a Parigi, anco in
ogn'altro loco;
ma fu questa avvertenza inavvertita
da Malagigi, per
pensarvi poco:
e la Malignità dal ciel bandita,
che sempre vorria sangue e
strage e fuoco,
prese la via donde più Carlo afflisse,
poi che nessuna il
mastro gli prescrisse.
5
Il palafren ch'avea il demonio al fianco,
portò la spaventata
Doralice,
che non poté arrestarla fiume, e manco
fossa, bosco, palude,
erta o pendice;
fin che per mezzo il campo inglese e franco,
e l'altra
moltitudine fautrice
de l'insegne di Cristo, rassegnata
non l'ebbe al
padre suo re di Granata.
6
Rodomonte col figlio d'Agricane
la seguitaro il primo giorno un
pezzo,
che le vedean le spalle, ma lontane:
di vista poi perderonla da
sezzo,
e venner per la traccia, come il cane
la lepre o il capriol trovare
avezzo;
né si fermar, che furo in parte, dove
di lei ch'era col padre
ebbono nuove.
7
Guardati, Carlo, che 'l ti viene addosso
tanto furor, ch'io non ti
veggo scampo:
né questi pur, ma 'l re Gradasso è mosso
con Sacripante a
danno del tuo campo.
Fortuna, per toccarti fin all'osso,
ti tolle a un
tempo l'uno e l'altro lampo
di forza e di saper, che vivea teco;
e tu
rimaso in tenebre sei cieco.
8
Io ti dico d'Orlando e di Rinaldo;
che l'uno al tutto furioso e
folle,
al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo,
nudo va discorrendo
il piano e 'l colle:
l'altro, con senno non troppo più saldo,
d'appresso
al gran bisogno ti si tolle;
che non trovando Angelica in Parigi,
si
parte, e va cercandone vestigi.
9
Un fraudolente vecchio incantatore
gli fe' (come a principio vi si
disse)
creder per un fantastico suo errore,
che con Orlando Angelica
venisse:
ondè di gelosia tocco nel core,
de la maggior ch'amante mai
sentisse,
venne a Parigi, e come apparve in corte,
d'ire in Bretagna gli
toccò per sorte.
10
Or fatta la battaglia onde portonne
egli l'onor d'aver chiuso
Agramante,
tornò a Parigi, e monister di donne
e case e rocche cercò tutte
quante.
Se murata non è tra le colonne,
l'avria trovata il curioso
amante.
Vedendo al fin ch'ella non v'è né Orlando,
amenduo va con gran
disio cercando.
11
Pensò che dentro Anglante o dentro a Brava
se la godesse Orlando in
festa e in giuoco;
e qua e là per ritrovarla andava,
né in quel la ritrovò
né in questo loco.
A Parigi di nuovo ritornava,
pensando che tardar
dovesse poco
di capitare il paladino al varco;
che 'l suo star fuor non
era senza incarco.
12
Un giorno o duo ne la città soggiorna
Rinaldo; e poi ch'Orlando non
arriva,
or verso Anglante, or verso Brava torna,
cercando se di lui
novella udiva.
Cavalca e quando annotta e quando aggiorna,
alla fresca
alba e all'ardente ora estiva;
e fa al lume del sole e de la luna
dugento
volte questa via, non ch'una.
13
Ma l'antiquo aversario, il qual fece Eva
all'interdetto pome alzar
la mano,
a Carlo un giorno i lividi occhi leva,
che 'l buon Rinaldo era da
lui lontano;
e vedendo la rotta che poteva
darsi in quel punto al populo
cristiano,
quanta eccellenza d'arme al mondo fusse
fra tutti i Saracini,
ivi condusse.
14
Al re Gradasso e al buon re Sacripante,
ch'eran fatti compagni
all'uscir fuore
de la piena d'error casa d'Atlante,
di venire in soccorso
messe in core
alle genti assediate d'Agramante,
e a distruzion di Carlo
imperatore:
ed egli per l'incognite contrade
fe' lor la scorta e agevolò
le strade.
15
Ed ad un altro suo diede negozio
d'affrettar Rodomonte e
Mandricardo
per le vestigie donde l'altro sozio
a condur Doralice non è
tardo.
Ne manda ancora un altro, perché in ozio
non stia Marfisa né
Ruggier gagliardo;
ma chi guidò l'ultima coppia tenne
la briglia più, né
quando gli altri venne.
16
La coppia di Marfisa e di Ruggiero
di mezza ora più tarda si
condusse;
però ch'astutamente l'angel nero,
volendo agli cristian dar de
le busse,
provide che la lite del destriero
per impedire il suo desir non
fusse,
che rinovata si saria, se giunto
fosse Ruggiero e Rodomonte a un
punto.
17
I quattro primi si trovaro insieme
onde potean veder gli
alloggiamenti
de l'esercito oppresso e di chi 'l preme,
e le bandiere in
che feriano i venti.
Si consigliaro alquanto; e fur l'estreme
conclusion
dei lor ragionamenti
di dare aiuto, mal grado di Carlo,
al re Agramante, e
de l'assedio trarlo.
18
Stringonsi insieme, e prendono la via
per mezzo ove s'alloggiano i
cristiani,
gridando Africa e Spagna tuttavia;
e si scopriro in tutto esser
pagani.
Pel campo, arme, arme risonar s'udia;
ma menar si sentir prima le
mani:
e de la retroguardia una gran frotta,
non ch'assalita sia, ma fugge
in rotta.
19
L'esercito cristian mosso a tumulto
sozzopra va senza sapere il
fatto.
Estima alcun che sia un usato insulto
che Svizzari o Guasconi
abbino fatto.
Ma perch'alla più parte è il caso occulto,
s'aduna insieme
ogni nazion di fatto,
altri a suon di tamburo, altri di tromba:
grande è
'l rumore, e fin al ciel rimbomba.
20
Il magno imperator, fuor che la testa,
è tutto armato, e i paladini
ha presso;
e domandando vien che cosa è questa
che le squadre in disordine
gli ha messo;
e minacciando, or questi or quelli arresta;
e vede a molti
il viso o il petto fesso,
ad altri insanguinare o il capo o il
gozzo,
alcun tornar con mano o braccio mozzo.
21
Giunge più inanzi, e ne ritrova molti
giacere in terra, anzi in
vermiglio lago
nel proprio sangue orribilmente involti,
né giovar lor può
medico né mago;
e vede dagli busti i capi sciolti
e braccia e gambe con
crudele imago;
e ritrova dai primi alloggiamenti
agli ultimi per tutto
uomini spenti.
22
Dove passato era il piccol drappello,
di chiara fama eternamente
degno,
per lunga riga era rimaso quello
al mondo sempre memorabil
segno.
Carlo mirando va il crudel macello,
maraviglioso, e pien d'ira e di
sdegno,
come alcun, in cui danno il fulgur venne,
cerca per casa ogni
sentier che tenne.
23
Non era agli ripari anco arrivato
del re african questo primiero
aiuto,
che con Marfisa fu da un altro lato
l'animoso Ruggier
sopravenuto.
Poi ch'una volta o due l'occhio aggirato
ebbe la degna
coppia, e ben veduto
qual via più breve per soccorrer fosse
l'assediato
signor, ratto si mosse.
24
Come quando si dà fuoco alla mina,
pel lungo solco de la negra
polve
licenziosa fiamma arde e camina
sì ch'occhio a dietro a pena se le
volve;
e qual si sente poi l'alta ruina
che 'l duro sasso o il grosso muro
solve:
così Ruggiero e Marfisa veniro,
e tai ne la battaglia si
sentiro.
25
Per lungo e per traverso a fender teste
incominciaro, e tagliar
braccia e spalle
de le turbe che male erano preste
ad espedire e sgombrar
loro il calle.
C'ha notato il passar de le tempeste,
ch'una parte d'un
monte o d'una valle
offende, e l'altra lascia, s'appresenti
la via di
questi duo fra quelle genti.
26
Molti che dal furor di Rodomonte
e di quegli altri primi eran
fuggiti,
Dio ringraziavan ch'avea lor sì pronte
gambe concesse, e piedi sì
spediti;
e poi, dando del petto e de la fronte
in Marfisa e in Ruggier,
vedean scherniti,
come l'uom né per star né per fuggire,
al suo fisso
destin può contradire.
27
Chi fugge l'un pericolo, rimane
ne l'altro, e paga il fio d'ossa e
di polpe.
Così cader coi figli in bocca al cane
suol, sperando fuggir,
timida volpe,
poi che la caccia de l'antique tane
il suo vicin che le dà
mille colpe,
e cautamente con fumo e con fuoco
turbata l'ha da non temuto
loco.
28
Negli ripari entrò de' Saracini
Marfisa con Ruggiero a
salvamento.
Quivi tutti con gli occhi al ciel supini
Dio ringraziar del
buono avvenimento.
Or non v'è più timor de' paladini:
il più tristo pagan
ne sfida cento;
ed è concluso che senza riposo
si torni a fare il campo
sanguinoso.
29
Corni, bussoni, timpani moreschi
empieno il ciel di formidabil
suoni:
ne l'aria tremolare ai venti freschi
si veggon le bandiere e i
gonfaloni.
Da l'altra parte i capitan carleschi
stringon con Alamanni e
con Britoni
quei di Francia, d'Italia e d'Inghilterra;
e si mesce aspra e
sanguinosa guerra.
30
La forza del terribil Rodomonte,
quella di Mandricardo
furibondo,
quella del buon Ruggier, di virtù fonte,
del re Gradasso, sì
famoso al mondo,
e di Marfisa l'intrepida fronte,
col re circasso a nessun
mai secondo,
feron chiamar san Gianni e san Dionigi
al re di Francia, e
ritrovar Parigi.
31
Di questi cavallieri e di Marfisa
l'ardire invitto e la mirabil
possa
non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa
ch'imaginar, non che
descriver possa.
Quindi si può stimar che gente uccisa
fosse quel giorno,
e che crudel percossa
avesse Carlo. Arroge poi con loro,
con Ferraù più
d'un famoso Moro.
32
Molti per fretta s'affogaro in Senna
(che 'l ponte non potea
supplire a tanti),
e desiar, come Icaro, la penna,
perché la morte avean
dietro e davanti.
Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,
i paladin fur
presi tutti quanti.
Olivier ritornò ferito sotto
la spalla destra, Uggier
col capo rotto.
33
E se, come Rinaldo e come Orlando,
lasciato Brandimarte avesse il
giuoco,
Carlo n'andava di Parigi in bando,
se potea vivo uscir di sì gran
fuoco.
Ciò che poté, fe' Brandimarte, e quando
non poté più, diede alla
furia loco.
Così Fortuna ad Agramante arrise,
ch'un'altra volta a Carlo
assedio mise.
34
Di vedovelle i gridi e le querele,
e d'orfani fanciulli e di vecchi
orbi,
ne l'eterno seren dove Michele
sedea, salir fuor di questi aer
torbi;
e gli fecion veder come il fedele
popul preda de' lupi era e de'
corbi,
di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna,
che tutta avea coperta la
campagna.
35
Nel viso s'arrossì l'angel beato,
parendogli che mal fosse
ubidito
al Creatore, e si chiamò ingannato
da la Discordia perfida e
tradito.
D'accender liti tra i pagani dato
le avea l'assunto, e mal era
esequito;
anzi tutto il contrario al suo disegno
parea aver fatto, a chi
guardava al segno.
36
Come servo fedel, che più d'amore
che di memoria abondi, e che
s'aveggia
aver messo in oblio cosa ch'a core
quanto la vita e l'anima aver
deggia,
studia con fretta d'emendar l'errore,
né vuol che prima il suo
signor lo veggia:
così l'angelo a Dio salir non volse,
se de l'obligo
prima non si sciolse.
37
Al monister, dove altre volte avea
la Discordia veduta, drizzò
l'ali.
Trovolla ch'in capitulo sedea
a nuova elezion degli ufficiali;
e
di veder diletto si prendea,
volar pel capo a' frati i breviali.
Le man le
pose l'angelo nel crine,
e pugna e calci le diè senza fine.
38
Indi le roppe un manico di croce
per la testa, pel dosso e per le
braccia.
Mercé grida la misera a gran voce,
e le genocchia al divin nunzio
abbraccia.
Michel non l'abandona, che veloce
nel campo del re d'Africa la
caccia;
e poi le dice: - Aspettati aver peggio,
se fuor di questo campo
più ti veggio. -
39
Come che la Discordia avesse rotto
tutto il dosso e le braccia, pur
temendo
un'altra volta ritrovarsi sotto
a quei gran colpi, a quel furor
tremendo,
corre a pigliare i mantici di botto,
ed agli accesi fuochi esca
aggiungendo,
ed accendendone altri, fa salire
da molti cori un alto
incendio d'ire.
40
E Rodomonte e Mandricardo e insieme
Ruggier n'infiamma sì, che
inanzi al Moro
li fa tutti venire, or che non preme
Carlo i pagani, anzi
il vantaggio è loro.
Le differenze narrano, ed il seme
fanno saper, da cui
produtte foro;
poi del re si rimettono al parere,
chi di lor prima il
campo debba avere.
41
Marfisa del suo caso anco favella,
e dice che la pugna vuol
finire,
che cominciò col Tartaro; perch'ella
provocata da lui vi fu a
venire:
né, per dar loco all'altre, volea quella
un'ora, non che un
giorno, differire;
ma d'esser prima fa l'instanza grande,
ch'alla
battaglia il Tartaro domande.
42
Non men vuol Rodomonte il primo campo
da terminar col suo rival
l'impresa,
che per soccorrer l'africano campo
ha già interrotta, e fin a
qui sospesa.
Mette Ruggier le sue parole a campo,
e dice che patir troppo
gli pesa
che Rodomonte il suo destrier gli tenga,
e ch'a pugna con lui
prima non venga.
43
Per più intricarla il Tartaro viene anche,
e niega che Ruggiero ad
alcun patto
debba l'aquila aver da l'ale bianche;
e d'ira e di furore è
così matto,
che vuol, quando dagli altri tre non manche,
combatter tutte
le querele a un tratto.
Né più dagli altri ancor saria mancato,
se 'l
consenso del re vi fosse stato.
44
Con prieghi il re Agramante e buon ricordi
fa quanto può, perché la
pace segua;
e quando al fin tutti li vede sordi
non volere assentire a
pace o a triegua,
va discorrendo come almen gli accordi
sì, che l'un dopo
l'altro il campo assegua:
e pel miglior partito al fin gli
occorre
ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a torre.
45
Fe' quattro brevi porre: un Mandricardo
e Rodomonte insieme scritto
avea;
ne l'altro era Ruggiero e Mandricardo.
Rodomonte e Ruggier l'altro
dicea;
dicea l'altro Marfisa e Mandricardo.
Indi all'arbitrio de
l'instabil dea
li fece trarre: e 'l primo fu il signore
di Sarza a uscir
con Mandricardo fuore.
46
Mandricardo e Ruggier fu nel secondo;
nel terzo fu Ruggiero e
Rodomonte;
restò Marfisa e Mandricardo in fondo,
di che la donna ebbe
turbata fronte.
Né Ruggier più di lei parve giocondo:
sa che le forze dei
duo primi pronte
han tra lor da finir le liti in guisa,
che non ne fia per
sé né per Marfisa.
47
Giacea non lungi da Parigi un loco,
che volgea un miglio o poco meno
intorno:
lo cingea tutto un argine non poco
sublime, a guisa d'un teatro
adorno.
Un castel già vi fu, ma a ferro e a fuoco
le mura e i tetti ed a
ruina andorno.
Un simil può vederne in su la strada,
qual volta a Borgo il
Parmigiano vada.
48
In questo loco fu la lizza fatta,
di brevi legni d'ogn'intorno
chiusa,
per giusto spazio quadra, al bisogno atta,
con due capaci porte,
come s'usa.
Giunto il dì ch'al re par che si combatta
tra i cavallier che
non ricercan scusa,
furo appresso alle sbarre in ambi i lati
contra i
rastrelli i padiglion tirati.
49
Nel padiglion ch'è più verso ponente
sta il re d'Algier, c'ha membra
di gigante.
Gli pon lo scoglio indosso del serpente
l'ardito Ferraù con
Sacripante.
Il re Gradasso e Falsiron possente
sono in quell'altro al lato
di levante,
e metton di sua man l'arme troiane
indosso al successor del re
Agricane.
50
Sedeva in tribunale amplo e sublime
il re d'Africa, e seco era
l'Ispano;
poi Stordilano, e l'altre genti prime
che riveria l'esercito
pagano.
Beato a chi p�n dare argini e cime
d'arbori stanza che gli alzi
dal piano!
Grande è la calca, e grande in ogni lato
populo ondeggia
intorno al gran steccato.
51
Eran con la regina di Castiglia
regine e principesse e nobil
donne
d'Aragon, di Granata e di Siviglia,
e fin di presso all'atlantee
colonne:
tra quai di Stordilan sedea la figlia,
che di duo drappi avea le
ricche gonne,
l'un d'un rosso mal tinto, e l'altro verde;
ma 'l primo
quasi imbianca e il color perde.
52
In abito succinta era Marfisa,
qual si convenne a donna ed a
guerriera.
Termoodonte forse a quella guisa
vide Ippolita ornarsi e la sua
schiera.
Già, con la cotta d'arme alla divisa
del re Agramante, in campo
venut'era
l'araldo a far divieto e metter leggi,
che né in fatto né in
detto alcun parteggi.
53
La spessa turba aspetta disiando
la pugna, e spesso incolpa il venir
tardo
dei duo famosi cavallieri; quando
s'ode dal padiglion di
Mandricardo
alto rumor che vien moltiplicando.
Or sappiate, Signor, che 'l
re gagliardo
di Sericana e 'l Tartaro possente
fanno il tumulto e 'l grido
che si sente.
54
Avendo armato il re di Sericana
di sua man tutto il re di
Tartaria,
per porgli al fianco la spada soprana
che già d'Orlando fu, se
ne venìa;
quando nel pome scritto Durindana
vide, e 'l quartier ch'Almonte
aver solia,
ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte
dal giovenetto Orlando
in Aspramonte.
55
Vedendola, fu certo ch'era quella
tanto famosa del signor
d'Anglante,
per cui con grande armata, e la più bella
che giamai si
partisse di Levante,
soggiogato avea il regno di Castella,
e Francia vinta
esso pochi anni inante:
ma non può imaginarsi come avenga
ch'or
Mandricardo in suo poter la tenga.
56
E dimandògli se per forza o patto
l'avesse tolta al conte, e dove e
quando.
E Mandricardo disse ch'avea fatto
gran battaglia per essa con
Orlando;
e come finto quel s'era poi matto,
così coprire il suo timor
sperando,
ch'era d'aver continua guerra meco,
fin che la buona spada
avesse seco.
57
E dicea ch'imitato avea il castore,
il qual si strappa i genitali
sui,
vedendosi alle spalle il cacciatore,
che sa che non ricerca altro da
lui.
Gradasso non udì tutto il tenore,
che disse: - Non vo' darla a te né
altrui:
tanto oro, tanto affanno e tanta gente
ci ho speso, che è ben mia
debitamente.
58
Cercati pur fornir d'un'altra spada,
ch'io voglio questa, e non ti
paia nuovo.
Pazzo o saggio ch'Orlando se ne vada,
averla intendo, ovunque
io la ritrovo.
Tu senza testimoni in su la strada
te l'usurpasti: io qui
lite ne muovo.
La mia ragion dirà mia scimitarra,
e faremo il giudicio ne
la sbarra.
59
Prima, di guadagnarla t'apparecchia,
che tu l'adopri contra a
Rodomonte.
Di comprar prima l'arme è usanza vecchia,
ch'alla battaglia il
cavallier s'affronte. -
- Più dolce suon non mi viene
all'orecchia
(rispose alzando il Tartaro la fronte),
che quando di
battaglia alcun mi tenta;
ma fa che Rodomonte lo consenta.
60
Fa che sia tua la prima, e che si tolga
il re di Sarza la tenzon
seconda:
e non ti dubitar ch'io non mi volga,
e ch'a te ed ad ogni altro
io non risponda. -
Ruggier gridò: - Non vo' che si disciolga
il patto, o
più la sorte si confonda:
o Rodomonte in campo prima saglia,
o sia la sua
dopo la mia battaglia.
61
Se di Gradasso la ragion prevale,
prima acquistar che porre in opra
l'arme;
né tu l'aquila mia da le bianche ale
prima usar déi, che non me ne
disarme:
ma poi ch'è stato il mio voler già tale,
di mia sentenza non
voglio appellarme,
che sia seconda la battaglia mia,
quando del re
d'Algier la prima sia.
62
Se turbarete voi l'ordine in parte,
io totalmente turbarollo
ancora.
Io non intendo il mio scudo lasciarte,
se contra me non lo
combatti or ora. -
- Se l'uno e l'altro di voi fosse Marte
(rispose
Mandricardo irato allora),
non saria l'un né l'altro atto a vietarme
la
buona spada o quelle nobili arme. -
63
E tratto da la colera, aventosse
col pugno chiuso al re di
Sericana;
e la man destra in modo gli percosse,
ch'abandonar gli fece
Durindana.
Gradasso, non credendo ch'egli fosse
di così folle audacia e
così insana,
colto improviso fu, che stava a bada,
e tolta si trovò la
buona spada.
64
Così scornato, di vergogna e d'ira
nel viso avampa, e par che getti
fuoco;
e più l'affligge il caso e lo martira,
poi che gli accade in sì
palese loco.
Bramoso di vendetta si ritira,
a trar la scimitarra, a dietro
un poco.
Mandricardo in sé tanto si confida,
che Ruggiero anco alla
battaglia sfida.
65
- Venite pure inanzi amenduo insieme,
e vengane pel terzo
Rodomonte,
Africa e Spagna e tutto l'uman seme;
ch'io son per sempremai
volger la fronte. -
Così dicendo, quel che nulla teme,
mena d'intorno la
spada d'Almonte;
lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero,
contra Gradasso e
contra il buon Ruggiero.
66
- Lascia la cura a me (dicea Gradasso),
ch'io guarisca costui de la
pazzia. -
- Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso,
ch'esser convien
questa battaglia mia. -
- Va indietro tu! - Vavvi pur tu! - né passo
però
tornando, gridan tuttavia;
ed attaccossi la battaglia in terzo,
ed era per
uscirne un strano scherzo,
67
se molti non si fossero interposti
a quel furor, non con troppo
consiglio;
ch'a spese lor quasi imparar che costi
voler altri salvar con
suo periglio.
Né tutto 'l mondo mai gli avria composti,
se non venia col
re d'Ispagna il figlio
del famoso Troiano, al cui cospetto
tutti ebbon
riverenza e gran rispetto.
68
Si fe' Agramante la cagione esporre
di questa nuova lite così
ardente:
poi molto affaticossi per disporre
che per quella giornata
solamente
a Mandricardo la spada d'Ettorre
concedesse Gradasso
umanamente,
tanto ch'avesse fin l'aspra contesa
ch'avea già incontra a
Rodomonte presa.
69
Mentre studia placarli il re Agramante,
ed or con questo ed or con
quel ragiona;
da l'altro padiglion tra Sacripante
e Rodomonte un'altra
lite suona.
Il re circasso (come è detto inante)
stava di Rodomonte alla
persona,
ed egli e Ferraù gli aveano indotte
l'arme del suo progenitor
Nembrotte.
70
Ed eran poi venuti ove il destriero
facea, mordendo, il ricco fren
spumoso;
io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero
stava iracondo e più
che mai sdegnoso.
Sacripante ch'a por tal cavalliero
in campo avea, mirava
curioso
se ben ferrato e ben guernito e in punto
era il destrier, come
doveasi a punto.
71
E venendo a guardargli più a minuto
i segni, le fattezze isnelle ed
atte,
ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto
che questo era il destrier suo
Frontalatte,
che tanto caro già s'avea tenuto,
per cui già avea mille
querele fatte;
e poi che gli fu tolto, un tempo volse
sempre ire a piedi:
in modo gliene dolse.
72
Inanzi Albracca glie l'avea Brunello
tolto di sotto quel medesmo
giorno
ch'ad Angelica ancor tolse l'annello,
al conte Orlando Balisarda e
'l corno,
e la spada a Marfisa: ed avea quello,
dopo che fece in Africa
ritorno,
con Balisarda insieme a Ruggier dato,
il qual l'avea Frontin poi
nominato.
73
Quando conobbe non si apporre in fallo,
disse il Circasso, al re
d'Algier rivolto:
- Sappi, signor, che questo è mio cavallo,
ch'ad
Albracca di furto mi fu tolto.
Bene avrei testimoni da provallo;
ma perché
son da noi lontani molto,
s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere
con
l'arme in man le mie parole vere.
74
Ben son contento, per la compagnia
in questi pochi dì stata fra
noi,
che prestato il cavallo oggi ti sia,
ch'io veggo ben che senza far
non puoi;
però con patto, se per cosa mia
e prestata da me conoscer
vuoi:
altrimente d'averlo non far stima,
o se non lo combatti meco prima.
-
75
Rodomonte, del quale un più orgoglioso
non ebbe mai tutto il mestier
de l'arme;
al quale in esser forte e coraggioso
alcuno antico d'uguagliar
non parme;
rispose: - Sacripante, ogn'altro ch'oso,
fuor che tu, fosse in
tal modo a parlarme,
con suo mal si saria tosto avveduto
che meglio era
per lui di nascer muto.
76
Ma per la compagnia che, come hai detto,
novellamente insieme
abbiamo presa,
ti son contento aver tanto rispetto,
ch'io t'ammonisca a
tardar questa impresa,
fin che de la battaglia veggi effetto,
che fra il
Tartaro e me tosto fia accesa:
dove porti uno esempio inanzi
spero,
ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. -
77
Gli è teco cortesia l'esser villano
(disse il Circasso pien d'ira e
di isdegno);
ma più chiaro ti dico ora e più piano,
che tu non faccia in
quel destrier disegno:
che te lo defendo io, tanto ch'in mano
questa
vindice mia spada sostegno;
e metteròvi insino l'ugna e il dente,
se non
potrò difenderlo altrimente. -
78
Venner da le parole alle contese,
ai gridi, alle minacce, alla
battaglia,
che per molt'ira in più fretta s'accese,
che s'accendesse mai
per fuoco paglia.
Rodomonte ha l'osbergo ed ogni arnese,
Sacripante non ha
piastra né maglia;
ma par (sì ben con lo schermir s'adopra)
che tutto con
la spada si ricuopra.
79
Non era la possanza e la fierezza
di Rodomonte, ancor ch'era
infinita,
più che la providenza e la destrezza
con che sue forze
Sacripante aita.
Non voltò ruota mai con più prestezza
il macigno sovran
che 'l grano trita,
che faccia Sacripante or mano or piede
di qua di là,
dove il bisogno vede.
80
Ma Ferraù, ma Serpentino arditi
trasson le spade, e si cacciar tra
loro,
dal re Grandonio, da Isolier seguiti,
da molt'altri signor del popul
Moro.
Questi erano i romori, i quali uditi
ne l'altro padiglion fur da
costoro,
quivi per accordar venuti invano
col Tartaro, Ruggiero e 'l
Sericano.
81
Venne chi la novella al re Agramante
riportò certa, come pel
destriero
avea con Rodomonte Sacripante
incominciato un aspro assalto e
fiero.
Il re, confuso di discordie tante,
disse a Marsilio: - Abbi tu qui
pensiero
che fra questi guerrier non segua peggio,
mentre all'altro
disordine io proveggio. -
82
Rodomonte, che 'l re, suo signor, mira,
frena l'orgoglio, e torna
indietro il passo;
né con minor rispetto si ritira
al venir d'Agramante il
re circasso.
Quel domanda la causa di tant'ira
con real viso e parlar
grave e basso:
e cerca, poi che n'ha compreso il tutto,
porli d'accordo; e
non vi fa alcun frutto.
83
Il re circasso il suo destrier non vuole
ch'al re d'Algier più
lungamente resti,
se non s'umilia tanto di parole,
che lo venga a pregar
che glie lo presti.
Rodomonte, superbo come suole,
gli risponde: - Né 'l
ciel, né tu faresti
che cosa che per forza aver potessi,
da altri, che da
me, mai conoscessi. -
84
Il re chiede al Circasso, che ragione
ha nel cavallo, e come gli fu
tolto:
e quel di parte in parte il tutto espone,
ed esponendo s'arrossisce
in volto,
quando gli narra che 'l sottil ladrone,
ch'in un alto pensier
l'aveva colto,
la sella su quattro aste gli suffolse,
e di sotto il
destrier nudo gli tolse.
85
Marfisa che tra gli altri al grido venne,
tosto che 'l furto del
cavallo udì,
in viso si turbò, che le sovenne
che perdé la sua spada ella
quel dì:
e quel destrier che parve aver le penne
da lei fuggendo,
riconobbe qui:
riconobbe anco il buon re Sacripante,
che non avea
riconosciuto inante.
86
Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi
Brunel di questo aveano
udito spesso,
verso lui cominciaro a rivoltarsi,
e far palesi cenni ch'era
desso;
Marfisa sospettando, ad informarsi
da questo e da quell'altro
ch'avea appresso,
tanto che venne a ritrovar che quello
che le tolse la
spada era Brunello:
87
e seppe che pel furto onde era degno
che gli annodasse il collo un
capestro unto,
dal re Agramante al tingitano regno
fu, con esempio
inusitato, assunto.
Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,
disegnò
vendicarsene a quel punto,
e punir scherni e scorni che per strada
fatti
l'avea sopra la tolta spada.
88
Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece;
che del resto de l'arme
era guernita.
Senza osbergo io non trovo che mai diece
volte fosse veduta
alla sua vita,
dal giorno ch'a portarlo assuefece
la sua persona, oltre
ogni fede ardita.
Con l'elmo in capo andò dove fra i primi
Brunel sedea
negli argini sublimi.
89
Gli diede a prima giunta ella di piglio
in mezzo il petto, e da
terra levollo,
come levar suol col falcato artiglio
talvolta la rapace
aquila il pollo;
e là dove la lite inanzi al figlio
era del re Troian,
così portollo.
Brunel, che giunto in male man si vede,
pianger non cessa e
domandar mercede.
90
Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi,
di che 'l campo era pien
quasi ugualmente,
Brunel, ch'ora pietade ora sussidi
domandando venìa,
così si sente,
ch'al suono de' ramarichi e de' stridi
si fa d'intorno
accor tutta la gente.
Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa
con viso
altier gli dice in questa guisa:
91
- Io voglio questo ladro tuo vasallo
con le mie mani impender per la
gola,
perché il giorno medesmo che 'l cavallo
a costui tolle, a me la
spada invola.
Ma se gli è alcun che voglia dir ch'io fallo,
facciasi
inanzi e dica una parola;
ch'in tua presenza gli vo' sostenere
che se ne
mente, e ch'io fo il mio dovere.
92
Ma perché si potria forse imputarme
c'ho atteso a farlo in mezzo a
tante liti,
mentre che questi più famosi in arme
d'altre querele son tutti
impediti;
tre giorni ad impiccarlo io vo' indugiarme:
intanto o vieni, o
manda chi l'aiti;
che dopo, se non fia chi me lo vieti,
farò di lui mille
uccellacci lieti.
93
Di qui presso a tre leghe a quella torre
che siede inanzi ad un
piccol boschetto,
senza più compagnia mi vado a porre,
che d'una mia
donzella e d'un valletto.
S'alcuno ardisce di venirmi a torre
questo
ladron, là venga, ch'io l'aspetto. -
Così disse ella; e dove disse,
prese
tosto la via, né più risposta attese.
94
Sul collo inanzi del destrier si pone
Brunel, che tuttavia tien per
le chiome.
Piange il misero e grida, e le persone,
in che sperar solìa,
chiama per nome.
Resta Agramante in tal confusione
di questi intrichi, che
non vede come
poterli sciorre; e gli par via più greve
che Marfisa Brunel
così gli leve.
95
Non che l'apprezzi o che gli porti amore,
anzi più giorni son che
l'odia molto;
e spesso ha d'impiccarlo avuto in core,
dopo che gli era
stato l'annel tolto.
Ma questo atto gli par contra il suo onore,
sì che
n'avampa di vergogna in volto.
Vuole in persona egli seguirla in fretta,
e
a tutto suo poter farne vendetta.
96
Ma il re Sobrino, il quale era presente,
da questa impresa molto il
dissuade,
dicendogli che mal conveniente
era all'altezza di sua
maestade,
se ben avesse d'esserne vincente
ferma speranza e certa
sicurtade:
più ch'onor, gli fia biasmo, che si dica
ch'abbia vinta una
femina a fatica.
97
Poco l'onore, e molto era il periglio
d'ogni battaglia che con lei
pigliasse;
e che gli dava per miglior consiglio,
che Brunello alle forche
aver lasciasse;
e se credesse ch'uno alzar di ciglio
a torlo dal capestro
gli bastasse,
non dovea alzarlo, per non contradire
che s'abbia la
giustizia ad esequire.
98
- Potrai mandare un che Marfisa prieghi
(dicea) ch'in questo giudice
ti faccia,
con promission ch'al ladroncel si leghi
il laccio al collo, e a
lei si sodisfaccia;
e quando anco ostinata te lo nieghi,
se l'abbia, e il
suo desir tutto compiaccia:
pur che da tua amicizia non si
spicchi,
Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. -
99
Il re Agramante volentier s'attenne
al parer di Sobrin discreto e
saggio;
e Marfisa lasciò, che non le venne,
né patì ch'altri andasse a
farle oltraggio,
né di farla pregare anco sostenne:
e tolerò, Dio sa con
che coraggio,
per poter acchetar liti maggiori,
e del suo campo tor tanti
romori.
100
Di ciò si ride la Discordia pazza,
che pace o triegua ormai più
teme poco.
Scorre di qua e di là tutta la piazza,
né può trovar per
allegrezza loco.
La Superbia con lei salta e gavazza,
e legne ed esca va
aggiungendo al fuoco:
e grida sì, che fin ne l'alto regno
manda a Michel
de la vittoria segno.
101
Tremò Parigi e turbidossi Senna
all'alta voce, a quello orribil
grido;
rimbombò il suon fin alla selva Ardenna
sì che lasciar tutte le
fiere il nido.
Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna,
di Blaia e d'Arli e di
Roano il lido;
Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno:
si strinsero le
madri i figli al seno.
102
Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo
d'essere i primi a
terminar sua lite,
l'una ne l'altra aviluppata in modo,
che non l'avrebbe
Apolline espedite.
Commincia il re Agramante a sciorre il nodo
de le prime
tenzon ch'aveva udite,
che per la figlia del re Stordilano
eran tra il re
di Scizia e il suo Africano.
103
Il re Agramante andò per porre accordo
di qua e di là più volte a
questo e a quello,
e a questo e a quel più volte diè ricordo
da signor
giusto e da fedel fratello:
e quando parimente trova sordo
l'un come
l'altro, indomito e rubello
di volere esser quel che resti senza
la donna
da cui vien lor differenza;
104
s'appiglia al fin, come a miglior partito,
di che amendui si
contentar gli amanti,
che de la bella donna sia marito
l'uno de' duo, quel
che vuole essa inanti;
e da quanto per lei sia stabilito,
più non si possa
andar dietro né avanti.
All'uno e all'altro piace il compromesso,
sperando
ch'esser debbia a favor d'esso.
105
Il re di Sarza, che gran tempo prima
di Mandricardo amava
Doralice,
ed ella l'avea posto in su la cima
d'ogni favor ch'a donna casta
lice;
che debba in util suo venire estima
la gran sentenza che 'l può far
felice:
né egli avea questa credenza solo,
ma con lui tutto il barbaresco
stuolo.
106
Ognun sapea ciò ch'egli avea già fatto
per essa in giostre, in
torniamenti, in guerra;
e che stia Mandricardo a questo patto,
dicono
tutti che vaneggia ed erra.
Ma quel che più fiate e più di piatto
con lei
fu mentre il sol stava sotterra,
e sapea quanto avea di certo in
mano,
ridea del popular giudicio vano.
107
Poi lor convenzion ratificaro
in man del re quei duo prochi
famosi,
ed indi alla donzella se n'andaro.
Ed ella abbassò gli occhi
vergognosi,
e disse che più il Tartaro avea caro:
di che tutti restar
maravigliosi;
Rodomonte sì attonito e smarrito,
che di levar non era il
viso ardito.
108
Ma poi che l'usata ira cacciò quella
vergogna che gli avea la
faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenza appella;
e la spada impugnando,
ch'egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella
gli dia
perduta questa causa o vinta,
e non l'arbitrio di femina lieve
che sempre
inchina a quel che men far deve.
109
Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo: - Vada pur come ti pare:
-
sì che prima che 'l legno entrasse in porto,
v'era a solcare un gran
spazio di mare:
se non che 'l re Agramante diede torto
a Rodomonte, che
non può chiamare
più Mandricardo per quella querela;
e fe' cadere a quel
furor la vela.
110
Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio
scorno,
dal suo re, a cui per riverenza cede,
e da la donna sua, tutto in
un giorno,
quivi non volse più fermare il piede;
e de la molta turba
ch'avea intorno
seco non tolse più che duo sergenti,
ed uscì dei moreschi
alloggiamenti.
111
Come, partendo, afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor
cesso abbia,
cercar le selve e le rive più sole
lungi dai paschi, o
qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all'ombra e al sole,
né però
scema l'amorosa rabbia:
così sen va di gran dolor confuso
il re d'Algier
da la sua donna escluso.
112
Per riavere il buon destrier si mosse
Ruggier, che già per questo
s'era armato;
ma poi di Mandricardo ricordasse,
a cui de la battaglia era
ubligato:
non seguì Rodomonte, e ritornosse
per entrar col re tartaro in
steccato
prima che 'ntrasse il re di Sericana,
che l'altra lite avea di
Durindana.
113
Veder torsi Frontin troppo gli pesa
dinanzi agli occhi, e non poter
vietarlo;
ma dato ch'abbia fine a questa impresa,
ha ferma intenzion di
ricovrarlo.
Ma Sacripante, che non ha contesa,
come Ruggier, che possa
distornarlo,
e che non ha da far altro che questo,
per l'orme vien di
Rodomonte presto.
114
E tosto l'avria giunto, se non era
un caso strano che trovò tra
via,
che lo fe' dimorar fin alla sera,
e perder le vestigie che
seguia.
Trovò una donna che ne la riviera
di Senna era caduta, e vi
peria,
s'a darle tosto aiuto non veniva:
saltò ne l'acqua e la ritrasse a
riva.
115
Poi quando in sella volse risalire,
aspettato non fu dal suo
destriero,
che fin a sera si fece seguire,
e non si lasciò prender di
leggiero:
preselo al fin, ma non seppe venire
più, donde s'era tolto dal
sentiero:
ducento miglia errò tra piano e monte,
prima che ritrovasse
Rodomonte.
116
Dove trovollo, e come fu conteso
con disvantaggio assai di
Sacripante,
come perdé il cavallo e restò preso,
or non dirò; c'ho da
narrarvi inante
di quanto sdegno e di quanta ira acceso
contra la donna e
contra il re Agramante
del campo Rodomonte si partisse,
e ciò che contra
all'uno e all'altro disse.
117
Di cocenti sospir l'aria accendea
dovunque andava il Saracin
dolente:
Ecco per la pietà che gli n'avea,
da' cavi sassi rispondea
sovente.
- Oh feminile ingegno (egli dicea),
come ti volgi e muti
facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser
chi ti crede!
118
Né lunga servitù, né grand'amore
che ti fu a mille prove
manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,
che non fossi a cangiarsi
almen sì presto.
Non perch'a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te
privo resto;
né so trovar cagione ai casi miei,
se non quest'una, che
femina sei.
119
Credo che t'abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al
mondo
per una soma, per un grave fio
de l'uom, che senza te saria
giocondo:
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e l'orso, e fa
l'aer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa
nascer tra i grani.
120
Perché fatto non ha l'alma Natura,
che senza te potesse nascer
l'uomo,
come s'inesta per umana cura
l'un sopra l'altro il pero, il corbo
e 'l pomo?
Ma quella non può far sempre a misura:
anzi, s'io vo' guardar
come io la nomo,
veggo che non può far cosa perfetta,
poi che Natura
femina vien detta.
121
Non siate però tumide e fastose,
donne, per dir che l'uom sia
vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d'una fetida erba
nasce il giglio:
importune, superbe, dispettose,
prive d'amor, di fede e
di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenza eterna
al mondo nate. -
122
Con queste ed altre er infinite appresso
querele il re di Sarza se
ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di
lontan s'udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion
si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien
creder si dee.
123
Se ben di quante io n'abbia fin qui amate,
non n'abbia mai trovata
una fedele,
perfide tutte io non vo' dir né ingrate,
ma darne colpa al mio
destin crudele.
Molte or ne sono, e più già ne son state,
che non dan
causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s'una ria
ne sia tra
cento, io di lei preda sia.
124
Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora,
anzi prima che 'l crin più
mi s'imbianchi,
che forse dirò un dì, che per me ancora
alcuna sia che di
sua fé non manchi.
Se questo avvien (che di speranza fuora
io non ne son),
non fia mai ch'io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua
e con inchiostro, e in verso e in prosa.
125
Il Saracin non avea manco sdegno
contra il suo re, che contra la
donzella;
e così di ragion passava il segno,
biasmando lui, come biasmando
quella.
Ha disio di veder che sopra il regno
gli cada tanto mal, tanta
procella,
ch'in Africa ogni casa si funesti,
né pietra salda sopra pietra
resti;
126
e che spinto del regno, in duolo e in lutto
viva Agramante misero e
mendico:
e ch'esso sia che poi gli renda il tutto,
e lo riponga nel suo
seggio antico,
e de la fede sua produca il frutto;
e gli faccia veder
ch'un vero amico
a dritto e a torto esser dovea preposto,
se tutto 'l
mondo se gli fosse opposto.
127
E così quando al re, quando alla donna
volgendo il cor turbato, il
Saracino
cavalca a gran giornate, e non assonna,
e poco riposar lascia
Frontino.
Il dì seguente o l'altro in su la Sonna
si ritrovò, ch'avea
dritto il camino
verso il mar di Provenza, con disegno
di navigare in
Africa al suo regno.
128
Di barche e di sottil legni era tutto
fra l'una ripa e l'altra il
fiume pieno,
ch'ad uso de l'esercito condutto
da molti lochi vettovaglie
avieno;
perché in poter de' Mori era ridutto,
venendo da Parigi al lito
ameno
d'Acquamorta, e voltando inv�r la Spagna,
ciò che v'è da man destra
di campagna.
129
Le vettovaglie in carra ed in iumenti,
tolte fuor de le navi, erano
carche,
e tratte con la scorta de le genti,
ove venir non si potea con
barche.
Avean piene le ripe i grassi armenti
quivi condotti da diverse
marche;
e i conduttori intorno alla riviera
per vari tetti albergo avean
la sera.
130
Il re d'Algier, perché gli sopravenne
quivi la notte e l'aer nero e
cieco,
d'un ostier paesan lo 'nvito tenne,
che lo pregò che rimanesse
seco.
Adagiato il destrier, la mensa venne
di vari cibi e di vin corso e
greco;
che 'l Saracin nel resto alla moresca
ma volse far nel bere alla
francesca.
131
L'oste con buona mensa e miglior viso
studiò di fare a Rodomonte
onore;
che la presenza gli diè certo aviso
ch'era uomo illustre e pien
d'alto valore:
ma quel che da se stesso era diviso,
né quella sera avea
ben seco il core
(che mal suo grado s'era ricondotto
alla donna già sua),
non facea motto.
132
Il buon ostier, che fu dei diligenti
che mai si sien per Francia
ricordati,
quando tra le nimiche e strane genti
l'albergo e' beni suoi
s'avea salvati,
per servir, quivi, alcuni suoi parenti,
a tal servigio
pronti, avea chiamati;
de' quai non era alcun di parlar oso,
vedendo il
Saracin muto e pensoso.
133
Di pensiero in pensiero andò vagando
da se stesso lontano il pagan
molto,
col viso a terra chino, né levando
sì gli occhi mai, ch'alcun
guardasse in volto.
Dopo un lungo star cheto, suspirando,
sì come d'un
gran sonno allora sciolto,
tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia,
e
voltò gli occhi all'oste e alla famiglia.
134
Indi roppe il silenzio, e con sembianti
più dolci un poco e viso
men turbato,
domandò all'oste e agli altri circostanti
se d'essi alcuno
avea mogliere a lato.
Che l'oste e che quegli altri tutti quanti
l'aveano,
per risposta gli fu dato.
Domanda lor quel che ciascun si crede
de la sua
donna nel servargli fede.
135
Eccetto l'oste, fer tutti risposta,
che si credeano averle e caste
e buone.
Disse l'oste: - Ognun pur creda a sua posta;
ch'io so ch'avete
falsa opinione.
Il vostro sciocco credere vi costa
ch'io stimi ognun di
voi senza ragione;
e così far questo signor deve anco,
se non vi vuol
mostrar nero per bianco.
136
Perché, sì come è sola la fenice,
né mai più d'una in tutto il
mondo vive,
così né mai più d'uno esser si dice,
che de la moglie i
tradimenti schive.
Ognun si crede d'esser quel felice,
d'esser quel sol
ch'a questa palma arrive.
Come è possibil che v'arrivi ognuno,
se non ne
può nel mondo esser più d'uno?
137
Io fui già ne l'error che siete voi,
che donna casta anco più d'una
fusse.
Un gentilomo di Vinegia poi,
che qui mia buona sorte già
condusse,
seppe far sì con veri esempi suoi,
che fuor de l'ignoranza mi
ridusse.
Gian Francesco Valerio era nomato;
che 'l nome suo non mi s'è mai
scordato.
138
Le fraudi che le mogli e che l'amiche
sogliano usar, sapea tutte
per conto:
e sopra ciò moderne istorie e antiche,
e proprie esperienze
avea sì in pronto,
che mi mostrò che mai donne pudiche
non si trovaro, o
povere o di conto;
e s'una casta più de l'altra parse,
venìa, perché più
accorta era a celarse.
139
E fra l'altre (che tante me ne disse,
che non ne posso il terzo
ricordarmi),
sì nel capo una istoria mi si scrisse,
che non si scrisse mai
più saldo in marmi:
e ben parria a ciascuno che l'udisse,
di queste rie
quel ch'a me parve e parmi.
E se, signor, a voi non spiace udire,
a lor
confusion ve la vo' dire. -
140
Rispose il Saracin: - Che puoi tu farmi,
che più al presente mi
diletti e piaccia,
che dirmi istoria e qualche esempio darmi
che con
l'opinion mia si confaccia?
Perch'io possa udir meglio, e tu
narrarmi,
siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia. -
Ma nel canto che
segue io v'ho da dire
quel che fe' l'oste a Rodomonte udire.