Ruggiero, Ricciardetto ed Aldigieri, giunti al luogo dove avrebbe dovuto avvenire la vendita di Malagigi e Viviano, incontrano un cavaliere che ha come insegna una fenice. Si tratta di Marfisa. La donna chiede ai tre se qualcuno voglia sfidarla in duello, ma poi, saputa l'impresa che i tre stanno per compiere, decide di unirsi a loro nella battaglia.
Arriva la schiera saracena con i due prigionieri al seguito e subito dopo la schiera dei Maganza con il carico d'oro e di oggetti preziosi necessari al pagamento.
Viene allestito un banchetto presso una delle quattro fonti di Merlino presenti in Francia, dove il mago aveva fatto rappresentare, con delle statue, avvenimenti che ancora dovevano accedere. Presso la fonte, raggiunta in quella occasione, era rappresentata una bestia mostruosa (l'avarizia), che dopo aver fatto strage in ogni luogo della terra, viene ferita da un cavaliere con una corona d'alloro (Francesco I di Francia), tre giovani (Massimiliano d'Austria, Carlo V ed Enrico VII d'Inghilterra) ed un leone (Leone X), ed infine uccisa con l'aiuto delle nobili genti, anche se poche, giunte per combatterla. I cavalieri vorrebbero conoscere meglio la storia ed i personaggi rappresentati e Malagigi racconta quindi loro gli avvenimenti.
L'orribile bestia (l'avarizia) era uscita dall'inferno al tempo in cui cominciarono ad essere delimitati i possedimenti terrieri. All'inizio aveva arrecato danno solo alla bassa plebe, con il passare degli anni aveva però accresciuto il proprio potere e la propria crudeltà, ed aveva così iniziato a compiere stragi in ogni luogo. Il cavaliere, i tre giovani ed il leone, ascoltate le grida di aiuto del mondo, si erano infine scontrati con il mostro e l'avevano ucciso.
Stavano tutti rilassati presso la fonte, quando giunge presso loro Ippalca, la donna incaricata da Bradamante di raggiungere ed informare Ruggiero degli avvenimenti, ma alla quale poi Rodomonte aveva sottratto Frontino, il cavallo dello stesso Ruggiero. La donna riconosce Ricciardetto e subito gli racconta gli avvenimenti, mascherando però il vero motivo della sua missione.
Alla fonte Marfisa è stata convinta dagli altri uomini ad indossare i pregiati vestiti ed i gioielli che sarebbero dovuti servire come contropartita per la cessione di Malagigi e Viviano.
Dopo aver cercato invano Rodomonte, Ruggiero consegna ad Ippalca la lettera scritta per Bradamante, manda la donna a Montalbano dalla amata e fa quindi ritorno verso la fonte seguendo le tracce lasciate dal saraceno. Ritrovato Rodomonte, in sella a Frontino, Ruggiero sfida subito a duello il pagano che però si rifiuta di combattere sempre a causa dell'impegno preso verso re Agramante. Ruggiero si mostra disposto a rimandare il combattimento ma solo a patto di riavere subito il proprio destriero.
Ruggiero colpisce Rodomonte, Mandircardo colpisce Ruggiero alla testa e lo stesso fa poco dopo anche Rodomonte, facendogli perdere la spada Balisarda e le redini del cavallo, che subito scappa, con in sella il cavaliere, inseguito tra Rodomonte. Mentre Marfisa colpisce Mandricardo, Viviano consegna la sua spada a Ruggiero, che subito si lancia nuovamente contro Rodomonte.
Appena Riggiardetto e Aldigieri vedono Bertolagi, subito si lanciano sul nemico e lo trapassano entrambi con la lancia. Ruggiero e Marfisa li seguono e fanno una strage, senza distinguere una schiera dall'altra; si osservano tra loro e nessuno dei due vuole essere inferiore all'altro per valore.
Sia i Maganza che i saraceni gridano al tradimento ed iniziano anche a combattere tra loro. Alla fine riescono a rimanere in vita solo quelli si sono allontanati velocemente a cavallo.
Terminata la battaglia, i due prigionieri vengono liberati e Marfisa si toglie l'elmo così che tutti possono ora vedere che si tratta di una donna.
Malagigi racconta poi in particolare le imprese compiute da Francesco I di Francia e passa poi in rassegna gli altri nobili personaggi giunti per combattere contro la bestia.
Appena sente la storia, Ruggiero salta in piedi e chiede ed ottiene di essere condotto da Ipplaca presso il saraceno che le aveva rubato il cavallo. Una volta soli, Ippalca racconta al cavaliere di Bradamante e di Rodomonte. Quest'ultimo sta però nel frattempo andando a Parigi lungo un'altra via e Ruggiero non riesce così ad incontrarlo.
Giungono alla fonte anche Mandricardo, Rodomonte, Doralice ed il loro seguito. Mandricardo, vista la bellezza di Marfisa, decide subito di offrirla a Rodomonte in cambio di Doralice, e sfida quindi i cavalieri presenti. Viviano, Malagigi, Aldighieri e Ricciardetto vengono sconfitti uno dopo l'altro dal forte pagano, che, non vedendo intorno altri sfidanti, crede infine di aver ora il diritto di fare sua la donna.
Marfisa in risposta si rimette l'armatura, monta a cavallo e lo sfida in duello. Le lancie vanno in mille pezzi al primo scontro e subito gli sfidanti impugnano le spade. Le armature di Mandricardo e Marfisa sono però entrambe invulnerabili per incantesimo e nessun colpo riesce pertanto a scalfirle.
Rodomonte interviene infine per sospendere la contesa ricordando a Mandricardo l'impegno preso verso re Agramante; invita quindi anche Marfisa a partecipare all'impresa (posticipando il duello appena interrotto) e lei subito accetta.
Mentre i due cavalieri sono impegnati a litigare, arriva Mandricardo, subito si infuria vedendo che Ruggiero porta sullo scudo la stessa sua insegna, l'aquila troiana, e sfida quindi a duello il cavaliere. Entrambi impugnano la spada e sono pronti a combattere, Rodomonte e Marfisa si intromettono però subito e cercano di calmare gli animi. Mandircardo è però ormai acceso d'ira e minaccia contemporaneamente Rodomonte e Ruggiero. Anche Rodomonte inizia a rispondere alle provocazione ed alla fine rimane solo Marfisa a tentare di calmare la situazione.
Inizia un feroce combattimento tra Rodomonte e Ruggiero ed anche tra Marfisa e Mandricardo. Dopo aver stordito Rodomonte con i duri colpi portati a segno, Ruggiero interviene in aiuto di Marfisa, caduta da cavallo.
Superbia e Discordia tornano a questo punto al monastero dal quale erano partite, convinte di aver pienamento assolto al loro compito.
Nel frattempo Rodomonte si riprende e indirizza la propria ira contro Ricciardetto. Malagigi interviene però appena in tempo facendo sì che un demone prenda possesso del cavallo di Doralice, facendolo scappare con in sella la donna urlante. Rodomonte corre subito in soccorso della donna amata; Mandricardo fa altrettanto e subito abbandona il combattimento.
Marfisa e Ruggiero, non avendo cavalli adeguati per inseguire Frontino (cavalcato da Rodomonte) e Brigliadoro (cavalcato da Mandricardo), non possono fare altro che recarsi all'accampamento pagano presso Parigi con l'intenzione di incontrare nuovamente là i loro avversari.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Cortesi donne ebbe l'antiqua etade,
che le virtù, non le ricchezze,
amaro:
al tempo nostro si ritrovan rade
a cui, più del guadagno, altro sia
caro.
Ma quelle che per lor vera bontade
non seguon de le più lo stile
avaro,
vivendo, degne son d'esser contente;
gloriose e immortal poi che
fian spente.
2
Degna d'eterna laude è Bradamante,
che non amò tesor, non amò
impero,
ma la virtù, ma l'animo prestante,
ma l'alta gentilezza di
Ruggiero;
e meritò che ben le fosse amante
un così valoroso
cavalliero,
e per piacere a lei facesse cose
nei secoli avenir
miracolose.
3
Ruggier, come di sopra vi fu detto,
coi duo di Chiaramonte era
venuto,
dico con Aldigier, con Ricciardetto,
per dare ai duo fratei
prigioni aiuto.
Vi dissi ancor che di superbo aspetto
venire un cavalliero
avean veduto,
che portava l'augel che si rinuova,
e sempre unico al mondo
si ritrova.
4
Come di questi il cavallier s'accorse,
che stavan per ferir quivi su
l'ale,
in prova disegnò di voler porse,
s'alla sembianza avean virtude
uguale.
- � di voi (disse loro) alcuno forse
che provar voglia chi di noi
più vale
a' colpi o de la lancia o de la spada,
fin che l'un resti in
sella e l'altro cada? -
5
- Farei (disse Aldigier) teco, o volessi
menar la spada a cerco, o
correr l'asta;
ma un'altra impresa che, se qui tu stessi,
veder potresti,
questa in modo guasta,
ch'a parlar teco, non che ci traessi
a correr
giostra, a pena tempo basta:
seicento uomini al varco, o più,
attendiamo,
coi qua' d'oggi provarci obligo abbiamo.
6
Per tor lor duo de' nostri che prigioni
quinci trarran, pietade e
amor n'ha mosso. -
E seguitò narrando le cagioni
che li fece venir con
l'arme indosso.
- Sì giusta è questa escusa che m'opponi
(disse il
guerrier), che contradir non posso;
e fo certo giudicio che voi siate
tre
cavallier che pochi pari abbiate.
7
Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme,
per veder quanto fosse
il valor vostro;
ma quando all'altrui spese dimostrarme
lo vogliate, mi
basta, e più non giostro.
Vi priego ben, che por con le
vostr'arme
quest'elmo io possa e questo scudo nostro;
e spero dimostrar,
se con voi vegno,
che di tal compagnia non sono indegno. -
8
Parmi veder ch'alcun saper desia
il nome di costui, che quivi
giunto
a Ruggiero e a' compagni si offeria
compagno d'arme al periglioso
punto.
Costei (non più costui detto vi sia)
era Marfisa che diede
l'assunto
al misero Zerbin de la ribalda
vecchia Gabrina ad ogni mal sì
calda.
9
I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero
l'accettar volentier ne la
lor schiera,
ch'esser credeano certo un cavalliero,
e non donzella, e non
quella ch'ella era.
Non molto dopo scoperse Aldigiero
e veder fe' ai
compagni una bandiera
che facea l'aura tremolare in volta,
e molta gente
intorno avea raccolta.
10
E poi che più lor fur fatti vicini,
e che meglio notar l'abito
moro,
conobbero che gli eran Saracini,
e videro i prigioni in mezzo a
loro
legati e tratti su piccol ronzini
a' Maganzesi, per cambiarli in
oro.
Disse Marfisa agli altri: - Ora che resta,
poi che son qui, di
cominciar la festa? -
11
Ruggier rispose: - Gl'invitati ancora
non ci son tutti, e manca una
gran parte.
Gran ballo s'apparecchia di fare ora;
e perché sia solenne,
usiamo ogn'arte:
ma far non ponno omai lunga dimora. -
Così dicendo,
veggono in disparte
venire i traditori di Maganza:
sì ch'eran presso a
cominciar la danza.
12
Giungean da l'una parte i Maganzesi,
e conducean con loro i muli
carchi
d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi;
da l'altra in mezzo a
lance, spade ed archi,
venian dolenti i duo germani presi,
che si vedeano
essere attesi ai varchi:
e Bertolagi, empio inimico loro,
udian parlar col
capitano Moro.
13
Né di Buovo il figliuol né quel d'Amone,
veduto il Maganzese,
indugiar puote:
la lancia in resta l'uno e l'altro pone,
e l'uno e l'altro
il traditor percuote.
L'un gli passa la pancia e 'l primo arcione,
e
l'altro il viso per mezzo le gote.
Così n'andasser pur tutti i
malvagi,
come a quei colpi n'andò Bertolagi.
14
Marfisa con Ruggiero a questo segno
si muove, e non aspetta altra
trombetta;
né prima rompe l'arrestato legno,
che tre, l'un dopo l'altro,
in terra getta.
De l'asta di Ruggier fu il pagan degno,
che guidò gli
altri, e uscì di vita in fretta;
e per quella medesima con lui
uno ed un
altro andò nei regni bui.
15
Di qui nacque un error tra gli assaliti,
che lor causò lor ultima
ruina.
Da un lato i Maganzesi esser traditi
credeansi da la squadra
saracina;
da l'altro i Mori in tal modo feriti,
l'altra schiera chiamavano
assassina:
e tra lor cominciar con fiera clade
a tirare archi e a menar
lance e spade.
16
Salta ora in questa squadra ed ora in quella
Ruggiero, e via ne
toglie or dieci or venti:
altritanti per man de la donzella
di qua e di là
ne son scemati e spenti.
Tanti si veggon gir morti di sella,
quanti ne
toccan le spade taglienti,
a cui dan gli elmi e le corazze loco,
come nel
bosco i secchi legni al fuoco.
17
Se mai d'aver veduto vi raccorda,
o rapportato v'ha fama
all'orecchie,
come, allor che 'l collegio si discorda,
e vansi in aria a
far guerra le pecchie,
entri fra lor la rondinella ingorda,
e mangi e
uccida e guastine parecchie;
dovete imaginar che similmente
Ruggier fosse
e Marfisa in quella gente.
18
Non così Ricciardetto e il suo cugino
tra le due genti variavan
danza,
perché, lasciando il campo saracino,
sol tenean l'occhio all'altro
di Maganza.
Il fratel di Rinaldo paladino
con molto animo avea molta
possanza,
e quivi raddoppiar glie la facea
l'odio che contra ai Maganzesi
avea.
19
Facea parer questa medesma causa
un leon fiero il bastardo di
Buovo,
che con la spada senza indugio e pausa
fende ogn'elmo, o lo
schiaccia come un ovo.
E qual persona non saria stata ausa,
non saria
comparita un Ettor nuovo,
Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero,
ch'eran
la scelta e 'l fior d'ogni guerriero?
20
Marfisa tuttavolta combattendo,
spesso ai compagni gli occhi
rivoltava;
e di lor forza paragon vedendo,
con maraviglia tutti li
lodava:
ma di Ruggier pur il valor stupendo
e senza pari al mondo le
sembrava;
e talor si credea che fosse Marte
sceso dal quinto cielo in
quella parte.
21
Mirava quelle orribili percosse,
miravale non mai calare in
fallo:
parea che contra Balisarda fosse
il ferro carta e non duro
metallo.
Gli elmi tagliava e le corazze grosse,
e gli uomini fendea fin
sul cavallo,
e li mandava in parte uguali al prato,
tanto da l'un quanto
da l'altro lato.
22
Continuando la medesma botta,
uccidea col signore il cavallo
anche.
I capi dalle spalle alzava in frotta,
e spesso i busti dipartia da
l'anche.
Cinque e più a un colpo ne tagliò talotta:
e se non che pur
dubito che manche
credenza al ver c'ha faccia di menzogna,
di più direi;
ma di men dir bisogna.
23
Il buon Turpin, che sa che dice il vero,
e lascia creder poi quel
ch'a l'uom piace,
narra mirabil cose di Ruggiero,
ch'udendolo, il direste
voi mendace.
Così parea di ghiaccio ogni guerriero
contra Marfisa, ed ella
ardente face;
e non men di Ruggier gli occhi a sé trasse,
ch'ella di lui
l'alto valor mirasse.
24
E s'ella lui Marte stimato avea,
stimato egli avria lei forse
Bellona,
se per donna così la conoscea,
come parea il contrario alla
persona.
E forse emulazion tra lor nascea
per quella gente misera, non
buona,
ne la cui carne e sangue e nervi ed ossa
fan prova chi di loro
abbia più possa.
25
Bastò di quattro l'animo e il valore
a far ch'un campo e l'altro
andasse rotto.
Non restava arme, a chi fuggia, migliore
che quella che si
porta più di sotto.
Beato chi il cavallo ha corridore,
ch'in prezzo non è
quivi ambio né trotto;
e chi non ha destrier, quivi s'avede,
quanto il
mestier de l'arme è tristo a piede.
26
Riman la preda e 'l campo ai vincitori
che non è fante o mulatier
che resti.
Là Maganzesi, e qua fuggono i Mori:
quei lasciano i prigion, le
some questi.
Furon, con lieti visi e più coi cori,
Malagigi e Viviano a
scioglier presti;
non fur men diligenti a sciorre i paggi,
e por le some
in terra e i carriaggi.
27
Oltre una buona quantità d'argento
ch'in diverse vasella era
formato,
ed alcun muliebre vestimento
di lavoro bellissimo fregiato,
e
per stanze reali un paramento
d'oro e di seta in Fiandra lavorato,
ed
altre cose ricche in copia grande;
fiaschi di vin trovar, pane e vivande.
28
Al trar degli elmi, tutti vider come
avea lor dato aiuto una
donzella:
fu conosciuta all'auree crespe chiome
ed alla faccia delicata e
bella.
L'onoran molto, e pregano che 'l nome
di gloria degno non asconda;
ed ella,
che sempre tra gli amici era cortese,
a dar di sé notizia non
contese.
29
Non si ponno saziar di riguardarla;
che tal vista l'avean ne la
battaglia.
Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla:
altri non prezza,
altri non par che vaglia.
Vengono i servi intanto ad invitarla
coi
compagni a goder la vettovaglia,
ch'apparecchiata avean sopra una
fonte
che difendea dal raggio estivo un monte.
30
Era una de le fonti di Merlino,
de le quattro di Francia da lui
fatte,
d'intorno cinta di bel marmo fino,
lucido e terso, e bianco più che
latte.
Quivi d'intaglio con lavor divino
avea Merlino imagini
ritratte:
direste che spiravano, e, se prive
non fossero di voce, ch'eran
vive.
31
Quivi una bestia uscir de la foresta
parea, di crudel vista, odiosa
e brutta,
ch'avea l'orecchie d'asino, e la testa
di lupo e i denti, e per
gran fame asciutta;
branche avea di leon; l'altro che resta,
tutto era
volpe: e parea scorrer tutta
e Francia e Italia e Spagna ed
Inghelterra,
l'Europa e l'Asia, e al fin tutta la terra.
32
Per tutto avea genti ferite e morte,
la bassa plebe e i più superbi
capi:
anzi nuocer parea molto più forte
a re, a signori, a principi, a
satrapi.
Peggio facea ne la romana corte,
che v'avea uccisi cardinali e
papi:
contaminato avea la bella sede
di Pietro e messo scandol ne la
fede.
33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda
cada ogni muro, ogni ripar
che tocca.
Non si vede città che si difenda:
se l'apre incontra ogni
castello e rocca.
Par che agli onor divini anco s'estenda,
e sia adorata
da la gente sciocca,
e che le chiavi s'arroghi d'avere
del cielo e de
l'abisso in suo potere.
34
Poi si vedea d'imperiale alloro
cinto le chiome un cavallier
venire
con tre giovini a par, che i gigli d'oro
tessuti avean nel lor real
vestire;
e, con insegna simile, con loro
parea un leon contra quel mostro
uscire:
avean lor nomi chi sopra la testa,
e chi nel lembo scritto de la
vesta.
35
L'un ch'avea fin a l'elsa ne la pancia
la spada immersa alla maligna
fera,
Francesco primo, avea scritto, di Francia;
Massimigliano d'Austria a
par seco era;
e Carlo quinto imperator, di lancia
avea passato il mostro
alla gorgiera;
e l'altro, che di stral gli fige il petto,
l'ottavo Enrigo
d'Inghilterra è detto.
36
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,
ch'al brutto mostro i denti
ha ne l'orecchi;
e tanto l'ha già travagliato e scosso,
che vi sono
arrivati altri parecchi.
Parea del mondo ogni timor rimosso;
ed in emenda
degli errori vecchi
nobil gente accorrea, non però molta,
onde alla belva
era la vita tolta.
37
I cavallieri stavano e Marfisa
con desiderio di conoscer
questi
per le cui mani era la bestia uccisa,
che fatti avea tanti luoghi
atri e mesti.
Avenga che la pietra fosse incisa
dei nomi lor, non eran
manifesti.
Si pregavan tra lor, che se sapesse
l'istoria alcuno, agli
altri la dicesse.
38
Voltò Viviano a Malagigi gli occhi,
che stava a udire, e non facea
lor motto:
- A te (disse) narrar l'istoria tocchi,
ch'esser ne déi, per
quel ch'io vegga, dotto.
Chi son costor che con saette e stocchi
e lance a
morte han l'animal condotto? -
Rispose Malagigi: - Non è istoria
di
ch'abbia autor fin qui fatto memoria.
39
Sappiate che costor che qui scritto hanno
nel marmo i nomi, al mondo
mai non furo;
ma fra settecento anni vi saranno,
con grande onor del
secolo futuro.
Merlino, il savio incantator britanno,
fe' far la fonte al
tempo del re Arturo;
e di cose ch'al mondo hanno a venire,
la fe' da buoni
artefici scolpire.
40
Questa bestia crudele uscì del fondo
de lo 'nferno a quel tempo che
fur fatti
alle campagne i termini, e fu il pondo
trovato e la misura, e
scritti i patti.
Ma non andò a principio in tutto 'l mondo:
di sé lasciò
molti paesi intatti.
Al tempo nostro in molti lochi sturba;
ma i populari
offende e la vil turba.
41
Dal suo principio infin al secol nostro
sempre è cresciuto, e sempre
andrà crescendo:
sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro
il maggior
che mai fosse e lo più orrendo.
Quel Fiton che per carte e per
inchiostro
s'ode che fu sì orribile e stupendo,
alla metà di questo non fu
tutto,
né tanto abominevol né sì brutto.
42
Farà strage crudel, né sarà loco
che non guasti, contamini ed
infetti:
e quanto mostra la scultura, è poco
de' suoi nefandi e abominosi
effetti.
Al mondo, di gridar mercé già roco,
questi, dei quali i nomi
abbiamo letti,
che chiari splenderan più che piropo,
verranno a dare aiuto
al maggior uopo.
43
Alla fera crudele il più molesto
non sarà di Francesco il re de'
Franchi:
e ben convien che molti ecceda in questo,
e nessun prima e pochi
n'abbia a' fianchi;
quando in splendor real, quando nel resto
di virtù
farà molti parer manchi,
che già parver compiuti; come cede
tosto
ogn'altro splendor, che 'l sol si vede.
44
L'anno primier del fortunato regno,
non ferma ancor ben la corona in
fronte,
passerà l'Alpe, e romperà il disegno
di chi all'incontro avrà
occupato il monte,
da giusto spinto e generoso sdegno,
che vendicate ancor
non sieno l'onte
che dal furor da paschi e mandre uscito
l'esercito di
Francia avrà patito.
45
E quindi scenderà nel ricco piano
di Lombardia, col fior di Francia
intorno,
e sì l'Elvezio spezzerà, ch'invano
farà mai più pensier d'alzare
il corno.
Con grande e de la Chiesa e de l'ispano
campo e del fiorentin
vergogna e scorno
espugnerà il castel che prima stato
sarà non espugnabile
stimato.
46
Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo, molto
più gli varrà quella
onorata spada
con la qual prima avrà di vita tolto
il mostro corruttor
d'ogni contrada.
Convien ch'inanzi a quella sia rivolto
in fuga ogni
stendardo, o a terra vada;
né fossa, né ripar, né grosse mura
possan da
lei tener città sicura.
47
Questo principe avrà quanta eccellenza
aver felice imperator mai
debbia:
l'animo del gran Cesar, la prudenza
di chi mostrolla a Transimeno
e a Trebbia,
con la fortuna d'Alessandro, senza
cui saria fumo ogni
disegno, e nebbia.
Sarà sì liberal, ch'io lo contemplo
qui non aver né
paragon né esemplo. -
48
Così diceva Malagigi, e messe
desire a' cavallier d'aver
contezza
del nome d'alcun altro ch'uccidesse
l'infernal bestia, uccider
gli altri avezza.
Quivi un Bernardo tra' primi si lesse,
che Merlin molto
nel suo scritto apprezza.
- Fia nota per costui (dicea) Bibiena,
quanto
Fiorenza sua vicina e Siena. -
49
Non mette piede inanzi ivi persona
a Sismondo, a Giovanni, a
Ludovico:
un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona,
ciascuno al brutto mostro
aspro nimico.
V'è Francesco Gonzaga, né abandona
le sue vestigie il figlio
Federico;
ed ha il cognato e il genero vicino,
quel di Ferrara, e quel
duca d'Urbino.
50
De l'un di questi il figlio Guidobaldo
non vuol che 'l padre o
ch'altri a dietro il metta.
Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo
caccia la
fera, e van di pari in fretta.
Luigi da Gazolo il ferro caldo
fatto nel
collo le ha d'una saetta,
che con l'arco gli diè Febo, quando anco
Marte
la spada sua gli messe al fianco.
51
Duo Erculi, duo Ippoliti da Este,
un altro Ercule, un altro Ippolito
anco,
da Gonzaga, de' Medici, le peste
seguon del mostro, e l'han,
cacciando, stanco.
Né Giuliano al figliuol, né par che reste
Ferrante al
fratel dietro; né che manco
Andrea Doria sia pronto; né che
lassi
Francesco Sforza, ch'ivi uomo lo passi.
52
Del generoso, illustre e chiaro sangue
d'Avalo vi son dui ch'han per
insegna
lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angue
par che l'empio Tifeo
sotto si tegna.
Non è di questi duo, per fare esangue
l'orribil mostro,
che più inanzi vegna:
l'uno Francesco di Pescara invitto,
l'altro Alfonso
del Vasto ai piedi ha scritto.
53
Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato,
l'ispano onor, ch'in tanto
pregio v'era,
che fu da Malagigi sì lodato,
che pochi il pareggiar di
quella schiera?
Guglielmo si vedea di Monferrato
fra quei che morto avean
la brutta fera;
ed eran pochi verso gl'infiniti
ch'ella v'avea chi morti e
chi feriti.
54
In giuochi onesti e parlamenti lieti,
dopo mangiar, spesero il caldo
giorno,
corcati su finissimi tapeti
tra gli arbuscelli ond'era il rivo
adorno.
Malagigi e Vivian, perché quieti
più fosser gli altri, tenean
l'arme intorno;
quando una donna senza compagnia
vider, che verso lor
ratto venìa.
55
Questa era quella Ippalca a cui fu tolto
Frontino, il bon destrier,
da Rodomonte.
L'avea il dì inanzi ella seguito molto,
pregandolo ora, ora
dicendogli onte;
ma non giovando, avea il camin rivolto
per ritrovar
Ruggiero in Agrismonte.
Tra via le fu (non so già come) detto
che quivi il
troveria con Ricciardetto.
56
E perché il luogo ben sapea (che v'era
stata altre volte), se ne
venne al dritto
alla fontana; ed in quella maniera
ve lo trovò, ch'io v'ho
di sopra scritto.
Ma come buona e cauta messaggera
che sa meglio esequir
che non l'è ditto,
quando vide il fratel di Bradamante,
non conoscer
Ruggier fece sembiante.
57
A Ricciardetto tutta rivoltosse,
sì come drittamente a lui
venisse;
e quel che la conobbe, se le mosse
incontra, e domandò dove ne
gisse.
Ella ch'ancora avea le luci rosse
del pianger lungo, sospirando
disse;
ma disse forte, acciò che fosse espresso
a Ruggiero il suo dir, che
gli era presso.
58
- Mi traea dietro (disse) per la briglia,
come imposto m'avea la tua
sorella,
un bel cavallo e buono a maraviglia,
ch'ella molto ama e che
Frontino appella;
e l'avea tratto più di trenta miglia
verso Marsilia, ove
venir debbe ella
fra pochi giorni, e dove ella mi disse
ch'io l'aspettassi
fin che vi venisse.
59
Era sì baldanzoso il creder mio,
ch'io non stimava alcun di cor sì
saldo,
che me l'avesse a tor, dicendogli io
ch'era de la sorella di
Rinaldo.
Ma vano il mio disegno ieri m'uscìo,
che me lo tolse un Saracin
ribaldo;
né per udir di chi Frontino fusse,
a volermelo rendere
s'indusse.
60
Tutto ieri ed oggi l'ho pregato; e quando
ho visto uscir prieghi e
minacce invano,
maledicendol molto e bestemmiando,
l'ho lasciato di qui
poco lontano,
dove il cavallo e sé molto affannando,
s'aiuta, quanto può,
con l'arme in mano
contra un guerrier ch'in tal travaglio il mette,
che
spero ch'abbia a far le mie vendette. -
61
Ruggiero a quel parlar salito in piede,
ch'avea potuto a pena il
tutto udire,
si volta a Ricciardetto, e per mercede
e premio e guidardon
del ben servire
(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede
che con la
donna solo il lasci gire
tanto che 'l Saracin gli sia mostrato,
ch'a lei
di mano ha il buon destrier levato.
62
A Ricciardetto, ancor che discortese
il concedere altrui troppo
paresse
di terminar le a sé debite imprese,
al voler di Ruggier pur si
rimesse:
e quel licenza dai compagni prese,
e con Ippalca a ritornar si
messe,
lasciando a quei che rimanean, stupore,
con maraviglia pur del suo
valore.
63
Poi che dagli altri allontanato alquanto
Ippalca l'ebbe, gli narrò
ch'ad esso
era mandata da colei che tanto
avea nel core il suo valore
impresso;
e senza finger più, seguitò quanto
la sua donna al partir le
avea commesso,
e che se dianzi avea altrimente detto,
per la presenza fu
di Ricciardetto.
64
Disse, che chi le avea tolto il destriero,
ancor detto l'avea con
molto orgoglio:
- Perché so che 'l cavallo è di Ruggiero,
più volontier
per questo te lo toglio.
S'egli di racquistarlo avrà pensiero,
fagli saper
(ch'asconder non gli voglio)
ch'io son quel Rodomonte il cui valore
mostra
per tutto 'l mondo il suo splendore. -
65
Ascoltando, Ruggier mostra nel volto,
di quanto sdegno acceso il cor
gli sia,
sì perché caro avria Frontino molto,
sì perché venìa il dono onde
venìa
sì perché in suo dispregio gli par tolto;
vede che biasmo e disonor
gli fia,
se torlo a Rodomonte non s'affretta,
e sopra lui non fa degna
vendetta.
66
La donna Ruggier guida, e non soggiorna,
che por lo brama col Pagano
a fronte;
e giunge ove la strada fa dua corna:
l'un va giù al piano, e
l'altro va su al monte;
e questo e quel ne la vallea ritorna,
dov'ella
avea lasciato Rodomonte.
Aspra, ma breve era la via del colle;
l'altra più
lunga assai, ma piana e molle.
67
Il desiderio che conduce Ippalca
d'aver Frontino e vendicar
l'oltraggio,
fa che 'l sentier de la montagna calca,
onde molto più corto
era il viaggio.
Per l'altra intanto il re d'Algier cavalca
col Tartaro e
cogli altri che detto aggio;
e giù nel pian la via più facil tiene,
né con
Ruggier ad incontrar si viene.
68
Già son le lor querele differite
fin che soccorso ad Agramante
sia
(questo sapete); ed han d'ogni lor lite
la cagion, Doralice, in
compagnia.
Ora il successo de l'istoria udite.
Alla fontana è la lor
dritta via,
ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto,
Malagigi e Vivian stanno
a diletto.
69
Marfisa a' prieghi de' compagni avea
veste da donna ed ornamenti
presi,
di quelli ch'a Lanfusa si credea
mandare il traditor de'
Maganzesi;
e ben che veder raro si solea
senza l'osbergo e gli altri buoni
arnesi,
pur quel dì se li trasse; e come donna,
a' prieghi lor lasciò
vedersi in gonna.
70
Tosto che vede il Tartaro Marfisa,
per la credenza c'ha di
guadagnarla,
in ricompensa e in cambio ugual s'avisa
di Doralice, a
Rodomonte darla;
sì come Amor si regga a questa guisa,
che vender la sua
donna o permutarla
possa l'amante, né a ragion s'attrista,
se quando una
ne perde, una n'acquista.
71
Per dunque provedergli di donzella,
acciò per sé quest'altra si
ritegna,
Marfisa, che gli par leggiadra e bella,
e d'ogni cavallier femina
degna,
come abbia ad aver questa, come quella,
subito cara, a lui donar
disegna;
e tutti i cavallier che con lei vede,
a giostra seco ed a
battaglia chiede.
72
Malagigi e Vivian, che l'arme aveano
come per guardia e sicurtà del
resto,
si mossero dal luogo ove sedeano,
l'un come l'altro alla battaglia
presto,
perché giostrar con amenduo credeano;
ma l'African che non venìa
per questo,
non ne fe' segno o movimento alcuno:
sì che la giostra restò
lor contra uno.
73
Viviano è il primo, e con gran cor si muove,
e nel venire abbassa
un'asta grossa:
e 'l re pagan da le famose pruove
da l'altra parte vien
con maggior possa.
Dirizza l'uno e l'altro, e segna dove
crede meglio
fermar l'aspra percossa.
Viviano indarno a l'elmo il pagan fere;
che non
lo fa piegar, non che cadere.
74
Il re pagan, ch'avea più l'asta dura,
fe' lo scudo a Vivian parer di
ghiaccio;
e fuor di sella in mezzo alla verdura,
all'erbe e ai fiori il
fe' cadere in braccio.
Vien Malagigi, e ponsi in aventura
di vendicare il
suo fratello avaccio;
ma poi d'andargli appresso ebbe tal fretta,
che gli
fe' compagnia più che vendetta.
75
L'altro fratel fu prima del cugino
coll'arme indosso, e sul destrier
salito;
e disfidato contra il Saracino
venne a scontrarlo a tutta briglia
ardito.
Risonò il colpo in mezzo a l'elmo fino
di quel pagan sotto la
vista un dito:
volò al ciel l'asta in quattro tronchi rotta;
ma non mosse
il pagan per quella botta.
76
Il pagan ferì lui dal lato manco;
e perché il colpo fu con troppa
forza,
poco lo scudo, e la corazza manco
gli valse, che s'aprir come una
scorza.
Passò il ferro crudel l'omero bianco:
piegò Aldigier ferito a
poggia e ad orza;
tra fiori ed erbe al fin si vide avolto,
rosso su
l'arme, e pallido nel volto.
77
Con molto ardir vien Ricciardetto appresso;
e nel venire arresta sì
gran lancia,
che mostra ben, come ha mostrato spesso,
che degnamente è
paladin di Francia:
ed al pagan ne facea segno espresso,
se fosse stato
pari alla bilancia;
ma sozzopra n'andò, perché il cavallo
gli cadde
adosso, e non già per suo fallo.
78
Poi ch'altro cavallier non si dimostra,
ch'al pagan per giostrar
volti la fronte,
pensa aver guadagnato de la giostra
la donna, e venne a
lei presso alla fonte;
e disse: - Damigella, sète nostra,
s'altri non è
per voi ch'in sella monte.
Nol potete negar, né farne iscusa;
che di
ragion di guerra così s'usa. -
79
Marfisa, alzando con un viso altiero
la faccia, disse: - Il tuo
parer molto erra.
Io ti concedo che diresti il vero,
ch'io sarei tua per
la ragion di guerra,
quando mio signor fosse o cavalliero
alcun di questi
ch'hai gittato in terra.
Io sua non son, né d'altri son che mia:
dunque me
tolga a me chi mi desia.
80
So scudo e lancia adoperare anch'io,
e più d'un cavalliero in terra
ho posto. -
- Datemi l'arme, disse, e il destrier mio, -
agli scudier che
l'ubbidiron tosto.
Trasse la gonna, ed in farsetto uscìo;
e le belle
fattezze e il ben disposto
corpo mostrò, ch'in ciascuna sua parte,
fuor
che nel viso, assimigliava a Marte.
81
Poi che fu armata, la spada si cinse
e sul destrier montò d'un
leggier salto;
e qua e là tre volte e più lo spinse,
e quinci e quindi fe'
girare in alto;
e poi, sfidando il Saracino, strinse
la grossa lancia e
cominciò l'assalto.
Tal nel campo troian Pentesilea
contra il tessalo
Achille esser dovea.
82
Le lance infin al calce si fiaccaro
a quel superbo scontro, come
vetro;
né pero chi le corsero, piegaro,
che si notasse, un dito solo a
dietro.
Marfisa che volea conoscer chiaro
s'a più stretta battaglia simil
metro
le serverebbe contra il fier pagano,
se gli rivolse con la spada in
mano.
83
Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudo
pagan, poi che restar la
vide in sella:
ella, che gli pensò romper lo scudo,
non men sdegnosa
contra il ciel favella.
Già l'uno e l'altro ha in mano il ferro nudo
e su
le fatal arme si martella:
l'arme fatali han parimente intorno,
che mai
non bisognar più di quel giorno.
84
Sì buona è quella piastra e quella maglia,
che spada o lancia non le
taglia o fora;
sì che potea seguir l'aspra battaglia
tutto quel giorno e
l'altro appresso ancora.
Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia,
e riprende
il rival de la dimora,
dicendo: - Se battaglia pur far vuoi,
finiàn la
cominciata oggi fra noi.
85
Facemmo, come sai, triegua con patto
di dar soccorso alla milizia
nostra.
Non debbiàn, prima che sia questo fatto,
incominciare altra
battaglia o giostra. -
Indi a Marfisa, riverente in atto
si volta, e quel
messaggio le dimostra;
e le racconta come era venuto
a chieder lor per
Agramante aiuto.
86
La priega poi che le piaccia non solo
lasciar quella battaglia o
differire,
ma che voglia in aiuto del figliuolo
del re Troian con essi lor
venire;
onde la fama sua con maggior volo
potrà far meglio infin al ciel
salire,
che, per querela di poco momento,
dando a tanto disegno
impedimento.
87
Marfisa, che fu sempre disiosa
di provar quei di Carlo a spada e a
lancia,
né l'avea indotta a venire altra cosa
di sì lontana regione in
Francia,
se non per esser certa se famosa
lor nominanza era per vero o
ciancia,
tosto d'andar con lor partito prese,
che d'Agramante il gran
bisogno intese.
88
Ruggiero in questo mezzo avea seguito
indarno Ippalca per la via del
monte;
e trovò, giunto al loco, che partito
per altra via se n'era
Rodomonte:
e pensando che lungi non era ito,
e che 'l sentier tenea dritto
alla fonte,
trottando in fretta dietro gli venìa
per l'orme ch'eran
fresche in su la via.
89
Volse che Ippalca a Montalban pigliasse
la via, ch'una giornata era
vicino;
perché s'alla fontana ritornasse,
si torria troppo dal dritto
camino.
E disse a lei, che già non dubitasse
che non s'avesse a ricovrar
Frontino:
ben le farebbe a Montalbano, o dove
ella si trovi, udir tosto le
nuove.
90
E le diede la lettera che scrisse
in Agrismonte, e che si portò in
seno;
e molte cose a bocca anco le disse,
e la pregò che l'escusasse a
pieno.
Ne la memoria Ippalca il tutto fisse,
prese licenza e voltò il
palafreno;
e non cessò la buona messaggera,
ch'in Montalban si ritrovò la
sera.
91
Seguia Ruggiero in fretta il Saracino
per l'orme ch'apparian ne la
via piana,
ma non lo giunse prima che vicino
con Mandricardo il vide alla
fontana.
Già promesso s'avean che per camino
l'un non farebbe all'altro
cosa strana,
né fin ch'al campo si fosse soccorso,
a cui Carlo era
appresso a porre il morso.
92
Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe,
e conobbe per lui chi adosso
gli era;
e su la lancia fe' le spalle gobbe,
e sfidò l'African con voce
altiera.
Rodomonte quel dì fe' più che Iobbe,
poi che domò la sua superbia
fiera;
e ricusò la pugna ch'avea usanza
di sempre egli cercar con ogni
istanza.
93
Il primo giorno e l'ultimo, che pugna
mai ricusasse il re d'Algier,
fu questo;
ma tanto il desiderio che si giugna,
in soccorso al suo re gli
pare onesto,
che se credesse aver Ruggier ne l'ugna
più che mai lepre il
pardo isnello e presto,
non se vorria fermar tanto con lui,
che f�sse un
colpo de la spada o dui.
94
Aggiungi che sapea ch'era Ruggiero
che seco per Frontin facea
battaglia,
tanto famoso, ch'altro cavalliero
non è ch'a par di lui di
gloria saglia,
l'uom che bramato ha di saper per vero
esperimento quanto
in arme vaglia;
e pur non vuol seco accettar l'impresa:
tanto l'assedio
del suo re gli pesa.
95
Trecento miglia sarebbe ito e mille,
se ciò non fosse, a comperar
tal lite;
ma se l'avesse oggi sfidato Achille,
più fatto non avria di quel
ch'udite:
tanto a quel punto sotto le faville
le fiamme avea del suo furor
sopite.
Narra a Ruggier perché pugna rifiuti;
ed anco il priega che
l'impresa aiuti:
96
che facendol, farà quel che far deve
al suo signore un cavallier
fedele.
Sempre che questo assedio poi si leve,
avran ben tempo da finir
querele.
Ruggier rispose a lui: - Mi sarà lieve
differir questa pugna, fin
che de le
forze di Carlo si traggia Agramante,
pur che mi rendi il mio
Frontino inante.
97
Se di provarti c'hai fatto gran fallo,
e fatto hai cosa indegna ad
un uom forte,
d'aver tolto a una donna il mio cavallo,
vuoi ch'io
prolunghi fin che siamo in corte,
lascia Frontino, e nel mio arbitrio
dàllo.
Non pensare altrimente ch'io sopporte
che la battaglia qui tra noi
non segua,
o ch'io ti faccia sol d'un'ora triegua. -
98
Mentre Ruggiero all'African domanda
o Frontino o battaglia allora
allora,
e quello in lungo e l'uno e l'altro manda,
né vuol dare il
destrier, né far dimora;
Mandricardo ne vien da un'altra banda,
e mette in
campo un'altra lite ancora,
poi che vede Ruggier che per insegna
porta
l'augel che sopra gli altri regna.
99
Nel campo azzur l'aquila bianca avea,
che de' Troiani fu l'insegna
bella:
perché Ruggier l'origine traea
dal fortissimo Ettòr, portava
quella.
Ma questo Mandricardo non sapea;
né vuol patire, e grande ingiuria
appella,
che ne lo scudo un altro debba porre
l'aquila bianca del famoso
Ettorre.
100
Portava Mandricardo similmente
l'augel che rapì in Ida
Ganimede.
Come l'ebbe quel dì che fu vincente
al castel periglioso, per
mercede,
credo vi sia con l'altre istorie a mente,
e come quella fata gli
lo diede
con tutte le bell'arme che Vulcano
avea già date al cavallier
troiano.
101
Altra volta a battaglia erano stati
Mandricardo e Ruggier solo per
questo;
e per che caso fosser distornati,
io nol dirò, che già v'è
manifesto.
Dopo non s'eran mai più raccozzati,
se non quivi ora; e
Mandricardo presto,
visto lo scudo alzò il superbo grido
minacciando, e a
Ruggier disse: - Io ti sfido.
102
Tu la mia insegna, temerario, porti;
né questo è il primo dì ch'io
te l'ho detto.
E credi, pazzo, ancor ch'io tel comporti,
per una volta
ch'io t'ebbi rispetto?
Ma poi che né minacce né conforti
ti p�n questa
follia levar del petto,
ti mostrerò quanto miglior partito
t'era d'avermi
subito ubbidito.
103
Come ben riscaldato arrido legno
a piccol soffio subito
s'accende,
così s'avampa di Ruggier lo sdegno
al primo motto che di questo
intende.
- Ti pensi (disse) farmi stare al segno,
perché quest'altro ancor
meco contende?
Ma mostrerotti ch'io son buon per torre
Frontino a lui, lo
scudo a te d'Ettorre.
104
Un'altra volta pur per questo venni
teco a battaglia, e non è gran
tempo anco;
ma d'ucciderti allora mi contenni,
perché tu non avevi spada
al fianco.
Questi fatti saran, quelli fur cenni;
e mal sarà per te
quell'augel bianco,
ch'antiqua insegna è stata di mia gente:
tu te
l'usurpi, io 'l porto giustamente. -
105
- Anzi t'usurpi tu l'insegna mia! -
rispose Mandricardo; e trasse
il brando,
quello che poco inanzi per follia
avea gittato alla foresta
Orlando.
Il buon Ruggier, che di sua cortesia
non può non sempre
ricordarsi, quando
vide il Pagan ch'avea tratta la spada,
lasciò cader la
lancia ne la strada.
106
E tutto a un tempo Balisarda stringe,
la buona spada, e me' lo
scudo imbraccia:
ma l'Africano in mezzo il destrier spinge,
e Marfisa con
lui presta si caccia;
e l'uno questo, e l'altro quel respinge,
e priegano
amendui che non si faccia.
Rodomonte si duol che rotto il patto
due volte
ha Mandricardo, che fu fatto.
107
Prima, credendo d'acquistar Marfisa,
fermato s'era a far più d'una
giostra;
or per privar Ruggier d'una divisa,
di curar poco il re Agramante
mostra.
- Se pur (dicea) déi fare a questa guisa,
finiàn prima tra noi la
lite nostra,
conveniente e più debita assai,
ch'alcuna di quest'altre che
prese hai.
108
Con tal condizion fu stabilita
la triegua e questo accordo ch'è fra
nui.
Come la pugna teco avrò finita,
poi del destrier risponderò a
costui.
Tu del tuo scudo, rimanendo in vita,
la lite avrai da terminar con
lui;
ma ti darò da far tanto, mi spero,
che non n'avanzarà troppo a
Ruggiero. -
109
- La parte che ti pensi, non n'avrai
(rispose Mandricardo a
Rodomonte):
io te ne darò più che non vorrai,
e ti farò sudar dal piè alla
fronte:
e me ne rimarrà per darne assai
(come non manca mai l'acqua del
fonte)
ed a Ruggiero ed a mill'altri seco,
e a tutto il mondo che la
voglia meco. -
110
Moltiplicavan l'ire e le parole
quando da questo e quando da quel
lato:
con Rodomonte e con Ruggier la vuole
tutto in un tempo Mandricardo
irato;
Ruggier, ch'oltraggio sopportar non suole,
non vuol più accordo,
anzi litigio e piato.
Marfisa or va da questo or da quel canto
per
riparar, ma non può sola tanto.
111
Come il villan, se fuor per l'alte sponde
trapela il fiume e cerca
nuova strada,
frettoloso a vietar che non affonde
i verdi paschi e la
sperata biada,
chiude una via ed un'altra, e si confonde;
che se ripara
quinci che non cada,
quindi vede lassar gli argini molli,
e fuor l'acqua
spicciar con più rampolli:
112
così, mentre Ruggiero e Mandricardo
e Rodomonte son tutti
sozzopra,
ch'ognun vuol dimostrarsi più gagliardo,
ed ai compagni rimaner
di sopra,
Marfisa ad acchetarli have riguardo,
e s'affatica, e perde il
tempo e l'opra;
che, come ne spicca uno e lo ritira,
gli altri duo risalir
vede con ira.
113
Marfisa, che volea porgli d'accordo,
dicea: - Signori, udite il mio
consiglio:
differire ogni lite è buon ricordo
fin ch'Agramante sia fuor di
periglio.
S'ognun vuole al suo fatto essere ingordo,
anch'io con
Mandricardo mi ripiglio;
e vo' vedere al fin se guadagnarme,
come egli ha
detto, è buon per forza d'arme.
114
Ma se si de' soccorrere Agramante,
soccorrasi, e tra noi non si
contenda. -
- Per me non si starà d'andare inante
(disse Ruggier), pur che
'l destrier si renda.
O che mi dia il cavallo, a far di tante
una parola,
o che da me il difenda:
o che qui morto ho da restare, o ch'io
in campo ho
da tornar sul destrier mio. -
115
Rispose Rodomonte: - Ottener questo
non fia così, come quell'altro,
lieve.-
E seguitò dicendo: - Io ti protesto
che, s'alcun danno il nostro
re riceve,
fia per tua colpa; ch'io per me non resto
di fare a tempo quel
che far si deve.-
Ruggiero a quel protesto poco bada;
ma stretto dal furor
stringe la spada.
116
Al re d'Algier come cingial si scaglia,
e l'urta con lo scudo e con
la spalla;
e in modo lo disordina e sbarraglia,
che fa che d'una staffa il
piè gli falla.
Mandricardo gli grida: - O la battaglia
differisci,
Ruggiero, o meco falla; -
e crudele e fellon più che mai fosse,
Ruggier su
l'elmo in questo dir percosse.
117
Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina,
né, quando vuolsi
rilevar, si puote;
perché gli sopragiunge la ruina
del figlio d'Ulien che
lo percuote.
Se non era di tempra adamantina,
fesso l'elmo gli avria fin
tra le gote.
Apre Ruggier le mani per l'ambascia,
e l'una il fren, l'altra
la spada lascia.
118
Se lo porta il destrier per la campagna:
dietro gli resta in terra
Balisarda.
Marfisa che quel dì fatta compagna
se gli era d'arme, par
ch'avampi ed arda,
che solo fra que' duo così rimagna:
e come era
magnanima e gagliarda,
si drizza a Mandricardo, e col potere
ch'avea
maggior, sopra la testa il fiere.
119
Rodomonte a Ruggier dietro si spinge:
vinto è Frontin, s'un'altra
gli n'appicca;
ma Ricciardetto con Vivian si stringe,
e tra Ruggiero e 'l
Saracin si ficca.
L'uno urta Rodomonte e lo rispinge,
e da Ruggier per
forza lo dispicca;
l'altro la spada sua, che fu Viviano,
pone a Ruggier,
già risentito, in mano.
120
Tosto che 'l buon Ruggiero in sé ritorna,
e che Vivian la spada gli
appresenta,
a vendicar l'ingiuria non soggiorna,
e verso il re d'Algier
ratto s'aventa,
come il leon che tolto su le corna
dal bue sia stato, e
che 'l dolor non senta:
sì sdegno ed ira ed impeto l'affretta,
stimula e
sferza a far la sua vendetta.
121
Ruggier sul capo al Saracin tempesta:
e se la spada sua si
ritrovasse,
che, come ho detto, al comminciar di questa
pugna, di man gran
fellonia gli trasse,
mi credo ch'a difendere la testa
di Rodomonte l'elmo
non bastasse,
l'elmo che fece il re far di Babelle
quando muover pensò
guerra alle stelle.
122
La Discordia, credendo non potere
altro esser quivi che contese e
risse,
né vi dovesse mai più luogo avere
o pace o triegua, alla sorella
disse
ch'omai sicuramente a rivedere
i monachetti suoi seco
venisse.
Lasciànle andare, e stiàn noi dove in fronte
Ruggiero avea ferito
Rodomonte.
123
Fu il colpo di Ruggier di sì gran forza,
che fece in su la groppa
di Frontino
percuoter l'elmo e quella dura scorza
di ch'avea armato il
dosso il Saracino,
e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza
piegar per
gire in terra a capo chino;
e la spada egli ancora avria perduta,
se
legata alla man non fosse suta.
124
Avea Marfisa a Mandricardo intanto
fatto sudar la fronte, il viso e
il petto,
ed egli aveva a lei fatto altretanto;
ma sì l'osbergo d'ambi era
perfetto,
che mai poter falsarlo in nessun canto,
e stati eran sin qui
pari in effetto:
ma in un voltar che fece il suo destriero,
bisogno ebbe
Marfisa di Ruggiero.
125
Il destrier di Marfisa in un voltarsi
che fece stretto, ov'era
molle il prato,
sdrucciolò in guisa, che non poté aitarsi
di non tutto
cader sul destro lato;
e nel volere in fretta rilevarsi,
da Brigliador fu
pel traverso urtato,
con che il pagan poco cortese venne;
sì che cader di
nuovo gli convenne.
126
Ruggier che la donzella a mal partito
vide giacer, non differì il
soccorso,
or che l'agio n'avea, poi che stordito
da sé lontan quell'altro
era trascorso:
ferì su l'elmo il Tartaro; e partito
quel colpo gli avria
il capo, come un torso,
se Ruggier Balisarda avesse avuta,
o Mandricardo
in capo altra barbuta.
127
Il re d'Algier che si risente in questo,
si volge intorno, e
Ricciardetto vede;
e si ricorda che gli fu molesto
dianzi, quando soccorso
a Ruggier diede.
A lui si drizza, e saria stato presto
a darli del ben
fare aspra mercede,
se con grande arte e nuovo incanto tosto
non se gli
fosse Malagigi opposto.
128
Malagigi, che sa d'ogni malia
quel che ne sappia alcun mago
eccellente,
ancor che 'l libro suo seco non sia,
con che fermare il sole
era possente,
pur la scongiurazione onde solia
commandare ai demoni aveva
a mente:
tosto in corpo al ronzino un ne costringe
di Doralice, ed in
furor lo spinge.
129
Nel mansueto ubino che sul dosso
avea la figlia del re
Stordilano,
fece entrar un degli angel di Minosso
sol con parole il frate
di Viviano:
e quel che dianzi mai non s'era mosso,
se non quanto ubidito
avea alla mano,
or d'improviso spiccò in aria un salto,
che trenta piè fu
lungo e sedeci alto.
130
Fu grande il salto, non però di sorte
che ne dovesse alcun perder
la sella.
Quando si vide in alto, gridò forte
(che si tenne per morta) la
donzella.
Quel ronzin, come il diavol se lo porte,
dopo un gran salto se
ne va con quella,
che pur grida soccorso, in tanta fretta,
che non
l'avrebbe giunto una saetta.
131
Da la battaglia il figlio d'Ulieno
si levò al primo suon di quella
voce;
e dove furiava il palafreno,
per la donna aiutar n'andò
veloce.
Mandricardo di lui non fece meno,
né più a Ruggier, né più a
Marfisa nòce;
ma, senza chieder loro o paci o tregue,
e Rodomonte e
Doralice segue.
132
Marfisa intanto si levò di terra,
e tutta ardendo di disdegno e
d'ira,
credesi far la sua vendetta, ed erra;
che troppo lungi il suo
nimico mira.
Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra,
rugge come un leon,
non che sospira.
Ben sanno che Frontino e Brigliadoro
giunger non ponno
coi cavalli loro.
133
Ruggier non vuol cessar fin che decisa
col re d'Algier non l'abbia
del cavallo:
non vuol quietar il Tartaro Marfisa,
che provato a suo senno
anco non hallo.
Lasciar la sua querela a questa guisa
parrebbe all'uno e
all'altro troppo fallo.
Di commune parer disegno fassi
di chi offesi gli
avea seguire i passi.
134
Nel campo saracin li troveranno,
quando non possan ritrovarli
prima;
che per levar l'assedio iti seranno,
prima che 'l re di Francia il
tutto opprima.
Così dirittamente se ne vanno
dove averli a man salva fanno
stima.
Già non andò Ruggier così di botto,
che non facesse ai suoi
compagni motto.
135
Ruggier se ne ritorna ove in disparte
era il fratel de la sua donna
bella,
e se gli proferisce in ogni parte
amico, per fortuna e buona e
fella:
indi lo priega (e lo fa con bella arte)
che saluti in suo nome la
sorella;
e questo così ben gli venne detto,
che né a lui diè né agli altri
alcun sospetto.
136
E da lui, da Vivian, da Malagigi,
dal ferito Aldigier tolse
commiato.
Si proferiro anch'essi alli servigi
di lui, debitor sempre in
ogni lato.
Marfisa avea sì il cor d'ire a Parigi,
che 'l salutar gli amici
avea scordato;
ma Malagigi andò tanto e Viviano,
che pur la salutaron di
lontano;
137
e così Ricciardetto; ma Aldigiero
giace, e convien che suo malgrado
resti.
Verso Parigi avean preso il sentiero
quelli duo prima, ed or lo
piglian questi.
Dirvi, Signor, ne l'altro canto spero
miracolosi e
sopraumani gesti,
che con danno degli uomini di Carlo
ambe le coppie fer,
di ch'io vi parlo.
