Zerbino sente i rumori di una battaglia e subito, seguito da Gabrina, si reca sul luogo da dove giungono quei rumori e trova un cavaliere morto.
Tronando a parlare di Astolfo, il paladino raggiunge infine la propria patria. Saputo che re Ottone si trovava a Parigi da parecchi mesi e che la maggior parte dei baroni l'avevano quindi seguito in Francia, il cavaliere riparte però subito.
Giunto durante il suo viaggio ad una fonte, gli viene rubato il cavallo Rabicano. Astolfo corre all'inseguimento del ladro, raggiunge infine il castello di Atlante e vi entra seguendo il furfante. Dopo aver speso invano al giornata a ritrovare il proprio destriero, accortosi di essere prigioniero di un luogo incantato, Astolfo fa ricorso al libro contro gli incantesimi donatogli da Logistilla: per rendere vana la magia è necessario liberare un spirito rinchiuso sotto la soglia del castello.
Astolfo riesce a fermare la fuga di Rabicano, rientrandone in possesso, e procede quindi indisturbato a rimuovere la pietra e ad annullare l'incantesimo del castello di Atlante. Ritrova nel palazzo anche l'ippogrifo (legato con una catena d'oro, non era stato in grado di fuggire), ritornato dal mago dopo essere scappato a Ruggiero. Il duca è intenzionato ad impossessarsi del cavallo, gli mette pertanto briglie e sella, ma non vuole abbandonare il proprio cavallo Rabicano. Decide quindi di trovare qualcuno che sia disposto a seguirlo per terra portanto con sè Rabicano, così da condurlo in una città e poterlo dare in dono ad un suo amico.
Finalmente liberi, Bradamante e Ruggiero possono ora abbracciarsi e baciarsi. Lei invita il cavaliere a battezzarsi ed a chiederla in sposa al padre, così da poter finalmente dare compimento al loro desiderio amoroso. Ruggiero risponde di essere disposto a qualunque cosa per lei, e così i due amanti si dirigono insieme verso la badia di Vallombrosa dove poter fare battezzare il pagano.
Bradamante sembra essere molto scossa da quella notizia e chiede quindi di essere condotta all'interno delle mure, così da poter salvare la vita del ragazzo. La donna dice però loro che non potranno prendere la via più breve, che assicurerà loro il tempo necessario per intervenire in difesa del ragazzo, perché su quella via si trova il castello di Pinabello che ha dato poco istituito una legge, fatta rispettare da quattro valorosi cavalieri, che reca danno ad ogni donna e ad ogni cavaliere che passi di lì: toglie a lei i vestiti ed a lui le armi, ad entrambi toglie i cavalli.
Giunti alle porte del castello di Pinabello, subito gli viene incontro un vecchio che gli spiega l'usanza e chiede loro di togliersi subito armi, vestiti e cavalli, per poter così almeno salvare la vita. Ruggiero si rifiuta di doverlo fare solo a causa di semplici minacce, dice di aver fretta e chiede di poter subito confrontarsi con i quattro valorosi cavalieri.
Pinabello si avvicina in quel momnto a Bradamante per chiedere chi fosse il valoroso cavaliere suo compagno. Il vile uomo è in sella al cavallo del quale si era impossessato dopo aver gettato la donna nella tompa di Merlino, è quindi facile per lei riconoscere il conte. Bradamante minaccia Pinabello di volergli dare il premio per il suo comportamento e sguaina così la spada. Lui fugge nella foresta ma è subito inseguito da lei.
Intanto, sconfitto Sansonetto, dal castello escono gli altri tre cavalieri, che, secondo le regole e con loro profonda vergogna, combatteranno ora contemporaneamente contro lo Ruggiero. Durante lo scontro tra il pagano e Grifone, il cristiano viene disarcionato e con la propria lancia strappa il velo che ricopre lo scudo magico. Il colpo di Aquilante completa l'opera e viene così liberato il grande splendore in grado di fare cadere tutti svenuti, e così succede anche in quel caso.
Bradamante nel frattempo aveva raggiunto ed ucciso il conte Pinabello. La donna non riuscì però a ritrovare la strada per ritornare là dove aveva lasciato l'amante; vagherà pertanto a lungo nel bosco.
Atlante, accortosi del tentativo del cavaliere di rimuovere la pietra e liberare lo spirito, con un ulteriore incantesimo fa apparire Astolfo agli occhi degli altri suoi prigionieri nella forma (da gigante, da cavaliere malvagio..) con la quale il mago stesso era apparso loro nel bosco. Tutti i cavalieri prigionieri del castello di Atlante si avvicinano minacciosi al duca, che però si difende prontamente soffiando nel corno magico.
Tutti fuggono terrorizzati dalla prigione incantata, compresi i cavalli e compreso anche lo stesso mago Atante.
Rimane sul posto aspettando che passi qualcuno ed vede infine arrivare un cavaliere.
Incontrano sulla loro via una donna dal volto triste. Il cavaliere pagano le chiede subito la ragione delle sue lacrime e gli viene risposto che hanno orgine dalla pietà per un ragazzo che sarebbe stato ucciso quel giorno.
Il giovane, innamorato della figlia del re spagnolo Marsilio, era solito fare visita all'amata ogni notte travestendosi da donna. Il re, saputo del fatto, aveva fatto inprigionare i due giovani in due celle separate e condannato lui ad essere arso vivo.
La legge era stata istituita per soddisfare la voglia di vendetta della donna amata da Pinabello, dopo che a seguito di un duello perso da lui stesso e provocato dal suo avere deriso una vecchia che si accompagnava ad un cavaliere, le erano stati tolti i vestiti ed il cavallo.
Pinabello aveva quindi catturato quattro cavalieri, Aquilante, Grifone, Sansonetto e Guidon Selvaggio, ed in cambio della libertà aver fatto loro promettere di fare rispettare quella ingiusta legge per un anno ed un mese.
Ruggiero convince comunque la donna a condurli lungo la via più breve, anche perché se dovessere seguire l'altra più tortuosa non riuscirebbero ad arrivare in ogni caso in tempo per salvare il giovane.
Esce dal castello Sansonetto e subito viene sfidato in combattimento da Ruggiero. Il colpo che i cavalieri portano l'uno allo scudo dell'altro è molto duro, ma mentre lo scudo magico di Rinaldo (quello in grado di abbagliare e per questo coperto da un telo) è impenetrabile ai colpi inflitti, l'altro viene spezzato e Sasonetto viene ferito e disarcionato.
Accortosi dell'accaduto, Ruggiero ricopre lo scudo con un altro velo, prende con sé la donna, ora tramortita, che li aveva guidati lì e riparte lungo la via. Crede infatti che Bradamante abbia approfittato della confusione per procedere oltre ed arrivare in tempo per salvare la vita del ragazzo.
Tanto il pagano si vergogna di aver ottenuto la vittoria non grazie al proprio valore, che trovato sulla propria strada un pozzo, subito corre a gettarvi dentro lo scudo.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Cortesi donne e grate al vostro amante,
voi che d'un solo amor sète
contente,
come che certo sia, fra tante e tante,
che rarissime siate in
questa mente;
non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante,
quando contra
Gabrina fui sì ardente,
e s'ancor son per spendervi alcun verso,
di lei
biasmando l'animo perverso.
2
Ella era tale; e come imposto fummi
da chi può in me, non preterisco
il vero.
Per questo io non oscuro gli onor summi
d'una e d'un'altra
ch'abbia il cor sincero.
Quel che 'l Maestro suo per trenta nummi
diede a'
Iudei, non nocque a Ianni o a Piero;
né d'Ipermestra è la fama men
bella,
se ben di tante inique era sorella.
3
Per una che biasmar cantando ardisco
(che l'ordinata istoria così
vuole),
lodarne cento incontra m'offerisco,
e far lor virtù chiara più che
'l sole.
Ma tornando al lavor che vario ordisco,
ch'a molti, lor mercé,
grato esser suole,
del cavallier di Scozia io vi dicea,
ch'un alto grido
appresso udito avea.
4
Fra due montagne entrò in un stretto calle
onde uscia il grido, e non
fu molto inante,
che giunse dove in una chiusa valle
si vide un cavallier
morto davante.
Chi sia dirò; ma prima dar le spalle
a Francia voglio, e
girmene in Levante,
tanto ch'io trovi Astolfo paladino,
che per Ponente
avea preso il camino.
5
Io lo lasciai ne la città crudele,
onde col suon del formidabil
corno
avea cacciato il populo infedele,
e gran periglio toltosi
d'intorno,
ed a' compagni fatto alzar le vele,
e dal lito fuggir con grave
scorno.
Or seguendo di lui, dico che prese
la via d'Armenia, e uscì di
quel paese.
6
E dopo alquanti giorni in Natalia
trovossi, e inverso Bursia il camin
tenne;
onde, continuando la sua via
di qua dal mare, in Tracia se ne
venne.
Lungo il Danubio andò per l'Ungaria;
e come avesse il suo destrier
le penne,
i Moravi e i Boemi passò in meno
di venti giorni e la Franconia
e il Reno.
7
Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana
giunse e in Barbante, e in
Fiandra al fin s'imbarca.
L'aura che soffia verso tramontana,
la vela in
guisa in su la prora carca,
ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana
vede
Inghilterra, ove nel lito varca.
Salta a cavallo, e in tal modo lo
punge,
ch'a Londra quella sera ancora giunge.
8
Quivi sentendo poi che 'l vecchio Otone
già molti mesi inanzi era in
Parigi,
e che di nuovo quasi ogni barone
avea imitato i suoi degni
vestigi;
d'andar subito in Francia si dispone:
e così torna al porto di
Tamigi,
onde con le vele alte uscendo fuora,
verso Calessio fe' drizzar la
prora.
9
Un ventolin che leggiermente all'orza
ferendo, avea adescato il legno
all'onda,
a poco a poco cresce e si rinforza;
poi vien sì, ch'al nocchier
ne soprabonda.
Che li volti la poppa al fine è forza;
se non, gli caccerà
sotto la sponda.
Per la schena del mar tien dritto il legno,
e fa camin
diverso al suo disegno.
10
Or corre a destra, or a sinistra mano,
di qua di là, dove fortuna
spinge,
e piglia terra al fin presso a Roano;
e come prima il dolce lito
attinge,
fa rimetter la sella a Rabicano,
e tutto s'arma e la spada si
cinge.
Prende il camino, ed ha seco quel corno
che gli val più che mille
uomini intorno.
11
E giunse, traversando una foresta,
a piè d'un colle ad una chiara
fonte,
ne l'ora che 'l monton di pascer resta,
chiuso in capanna, o sotto
un cavo monte.
E dal gran caldo e da la sete infesta
vinto, si trasse
l'elmo da la fronte;
legò il destrier tra le più spesse fronde,
e poi
venne per bere alle fresche onde.
12
Non avea messo ancor le labra in molle,
ch'un villanel che v'era
ascoso appresso,
sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle,
sopra vi
sale, e se ne va con esso.
Astolfo il rumor sente, e'l capo estolle;
e poi
che 'l danno suo vede sì espresso,
lascia la fonte, e sazio senza
bere,
gli va dietro correndo a più potere.
13
Quel ladro non si stende a tutto corso,
che dileguato si saria di
botto;
ma or lentando or raccogliendo il morso,
se ne va di galoppo e di
buon trotto.
Escon del bosco dopo un gran discorso;
e l'uno e l'altro al
fin si fu ridotto
là dove tanti nobili baroni
eran senza prigion più che
prigioni.
14
Dentro il palagio il villanel si caccia
con quel destrier che i
venti al corso adegua.
Forza è ch'Astolfo, il qual lo scudo
impaccia,
l'elmo e l'altr'arme, di lontan lo segua.
Pur giunge anch'egli,
e tutta quella traccia
che fin qui avea seguita, si dilegua;
che più né
Rabican né 'l ladro vede,
e gira gli occhi, e indarno affretta il piede;
15
affretta il piede e va cercando invano
e le logge e le camere e le
sale;
ma per trovare il perfido villano,
di sua fatica nulla si
prevale.
Non sa dove abbia ascoso Rabicano,
quel suo veloce sopra ogni
animale;
e senza frutto alcun tutto quel giorno
cercò di su di giù, dentro
e d'intorno.
16
Confuso e lasso d'aggirarsi tanto,
s'avvide che quel loco era
incantato;
e del libretto ch'avea sempre a canto,
che Logistilla in India
gli avea dato,
acciò che, ricadendo in nuovo incanto,
potessi aitarsi, si
fu ricordato:
all'indice ricorse, e vide tosto
a quante carte era il
rimedio posto.
17
Del palazzo incantato era difuso
scritto nel libro; e v'eran scritti
i modi
di fare il mago rimaner confuso,
e a tutti quei prigion di sciorre
i nodi.
Sotto la soglia era uno spirto chiuso,
che facea questi inganni e
queste frodi:
e levata la pietra ov'è sepolto,
per lui sarà il palazzo in
fumo sciolto.
18
Desideroso di condurre a fine
il paladin sì gloriosa impresa,
non
tarda più che 'l braccio non inchine
a provar quanto il grave marmo
pesa.
Come Atlante le man vede vicine
per far che l'arte sua sia
vilipesa,
sospettoso di quel che può avvenire,
lo va con nuovi incanti ad
assalire.
19
Lo fa con diaboliche sue larve
parer da quel diverso, che
solea:
gigante ad altri, ad altri un villan parve,
ad altri un cavallier
di faccia rea.
Ognuno in quella forma in che gli apparve
nel bosco il
mago, il paladin vedea;
sì che per riaver quel che gli tolse
il mago,
ognuno al paladin si volse.
20
Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante,
Brandimarte, Prasildo, altri
guerrieri
in questo nuovo error si fero inante,
per distruggere il duca
accesi e fieri.
Ma ricordossi il corno in quello istante,
che fe' loro
abbassar gli animi altieri.
Se non si soccorrea col grave suono,
morto era
il paladin senza perdono.
21
Ma tosto che si pon quel corno a bocca
e fa sentire intorno il suono
orrendo,
a guisa dei colombi, quando scocca
lo scoppio, vanno i cavallier
fuggendo.
Non meno al negromante fuggir tocca,
non men fuor de la tana
esce temendo
pallido e sbigottito, e se ne slunga
tanto, che 'l suono
orribil non lo giunga.
22
Fuggì il guardian coi suo' prigioni; e dopo
de le stalle fuggir
molti cavalli,
ch'altro che fune a ritenerli era uopo,
e seguiro i patron
per vari calli.
In casa non restò gatta né topo
al suon che par che dica:
Dàlli, dàlli.
Sarebbe ito con gli altri Rabicano,
se non ch'all'uscir
venne al duca in mano.
23
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago,
levò di su la soglia il grave
sasso,
e vi ritrovò sotto alcuna imago,
ed altre cose che di scriver
lasso:
e di distrugger quello incanto vago,
di ciò che vi trovò, fece
fraccasso,
come gli mostra il libro che far debbia;
e si sciolse il
palazzo in fumo e in nebbia.
24
Quivi trovò che di catena d'oro
di Ruggiero il cavallo era
legato,
parlo di quel che 'l negromante moro
per mandarlo ad Alcina gli
avea dato;
a cui poi Logistilla fe' il lavoro
del freno, ond'era in
Francia ritornato,
e girato da l'India all'Inghilterra
tutto avea il lato
destro de la terra.
25
Non so se vi ricorda che la briglia
lasciò attaccata all'arbore quel
giorno
che nuda da Ruggier sparì la figlia
di Galafrone, e gli fe' l'alto
scorno.
Fe' il volante destrier, con maraviglia
di chi lo vide, al mastro
suo ritorno;
e con lui stette infin al giorno sempre,
che de l'incanto fur
rotte le tempre.
26
Non potrebbe esser stato più giocondo
d'altra aventura Astolfo, che
di questa;
che per cercar la terra e il mar, secondo
ch'avea desir, quel
ch'a cercar gli resta,
e girar tutto in pochi giorni il mondo,
troppo
venìa questo ippogrifo a sesta.
Sapea egli ben quanto a portarlo era
atto,
che l'avea altrove assai provato in fatto.
27
Quel giorno in India lo provò, che tolto
da la savia Melissa fu di
mano
a quella scelerata che travolto
gli avea in mirto silvestre il viso
umano:
e ben vide e notò come raccolto
gli fu sotto la briglia il capo
vano
da Logistilla, e vide come istrutto
fosse Ruggier di farlo andar per
tutto.
28
Fatto disegno l'ippogrifo torsi,
la sella sua, ch'appresso avea, gli
messe;
e gli fece, levando da più morsi
una cosa ed un'altra, un che lo
resse;
che dei destrier ch'in fuga erano corsi,
quivi attaccate eran le
briglie spesse.
Ora un pensier di Rabicano solo
lo fa tardar che non si
leva a volo.
29
D'amar quel Rabicano avea ragione;
che non v'era un miglior per
correr lancia,
e l'avea da l'estrema regione
de l'India cavalcato insin in
Francia.
Pensa egli molto; e in somma si dispone
darne più tosto ad un suo
amico mancia,
che, lasciandolo quivi in su la strada,
se l'abbia il primo
ch'a passarvi accada.
30
Stava mirando se vedea venire
pel bosco o cacciatore o alcun
villano,
da cui far si potesse indi seguire
a qualche terra, e trarvi
Rabicano.
Tutto quel giorno e sin all'apparire
de l'altro stette
riguardando invano.
L'altro matin, ch'era ancor l'aer fosco,
veder gli
parve un cavallier pel bosco.
31
Ma mi bisogna, s'io vo' dirvi il resto,
ch'io trovi Ruggier prima e
Bradamante.
Poi che si tacque il corno, e che da questo
loco la bella
coppia fu distante,
guardò Ruggiero, e fu a conoscer presto
quel che fin
qui gli avea nascoso Atlante:
fatto avea Atlante che fin a quell'ora
tra
lor non s'eran conosciuti ancora.
32
Ruggier riguarda Bradamante, ed ella
riguarda lui con alta
maraviglia,
che tanti dì l'abbia offuscato quella
illusion sì l'animo e le
ciglia.
Ruggiero abbraccia la sua donna bella,
che più che rosa ne divien
vermiglia;
e poi di su la bocca i primi fiori
cogliendo vien dei suoi
beati amori.
33
Tornaro ad iterar gli abbracciamenti
mille fiate, ed a tenersi
stretti
i duo felici amanti, e sì contenti,
ch'a pena i gaudi lor capiano
i petti.
Molto lor duol che per incantamenti,
mentre che fur negli
errabondi tetti,
tra lor non s'eran mai riconosciuti,
e tanti lieti giorni
eran perduti.
34
Bradamante, disposta di far tutti
i piaceri che far vergine
saggia
debbia ad un suo amator, sì che di lutti,
senza il suo onore
offendere, il sottraggia;
dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti
lei
non vuol sempre aver dura e selvaggia,
la faccia domandar per buoni
mezzi
al padre Amon: ma prima si battezzi.
35
Ruggier, che tolto avria non solamente
viver cristiano per amor di
questa,
com'era stato il padre, e antiquamente
l'avolo e tutta la sua
stirpe onesta;
ma, per farle piacere, immantinente
data le avria la vita
che gli resta:
- Non che ne l'acqua (disse), ma nel fuoco
per tuo amor
porre il capo mi fia poco. -
36
Per battezzarsi dunque, indi per sposa
la donna aver, Ruggier si
messe in via,
guidando Bradamante a Vallombrosa
(così fu nominata una
badia
ricca e bella, né men religiosa,
e cortese a chiunque vi
venìa);
e trovaro all'uscir de la foresta
donna che molto era nel viso
mesta.
37
Ruggier, che sempre uman, sempre cortese
era a ciascun, ma più alle
donne molto,
come le belle lacrime comprese
cader rigando il delicato
volto,
n'ebbe pietade, e di disir s'accese
di saper il suo affanno; ed a
lei volto,
dopo onesto saluto, domandolle
perch'avea sì di pianto il viso
molle.
38
Ed ella, alzando i begli umidi rai,
umanissimamente gli
rispose,
e la cagion de' suoi penosi guai,
poi che le domandò, tutta gli
espose.
- Gentil signor (disse ella), intenderai
che queste guance son sì
lacrimose
per la pietà ch'a un giovinetto porto,
ch'in un castel qui
presso oggi fia morto.
39
Amando una gentil giovane e bella,
che di Marsilio re di Spagna è
figlia,
sotto un vel bianco e in feminil gonella,
finta la voce e il
volger de le ciglia,
egli ogni notte si giacea con quella,
senza darne
sospetto alla famiglia:
ma sì secreto alcuno esser non puote,
ch'al lungo
andar non sia chi 'l vegga e note.
40
Se n'accorse uno, e ne parlò con dui;
gli dui con altri, insin ch'al
re fu detto.
Venne un fedel del re l'altr'ieri a nui,
che questi amanti
fe' pigliar nel letto;
e ne la rocca gli ha fatto ambedui
divisamente
chiudere in distretto:
né credo per tutto oggi ch'abbia spazio
il gioven,
che non mora in pena e in strazio.
41
Fuggita me ne son per non vedere
tal crudeltà; che vivo
l'arderanno:
né cosa mi potrebbe più dolere,
che faccia di sì bel giovine
il danno;
né potrò aver giamai tanto piacere,
che non si volga subito in
affanno,
che de la crudel fiamma mi rimembri,
ch'abbia arsi i belli e
delicati membri. -
42
Bradamante ode, e par ch'assai le prema
questa novella, e molto il
cor l'annoi;
né par che men per quel dannato tema,
che se fosse uno dei
fratelli suoi.
Né certo la paura in tutto scema
era di causa, come io dirò
poi.
Si volse ella a Ruggiero, e disse: - Parme
ch'in favor di costui sien
le nostr'arme. -
43
E disse a quella mesta: - Io ti conforto
che tu vegga di porci entro
alle mura,
che se 'l giovine ancor non avran morto,
più non l'uccideran,
stanne sicura. -
Ruggiero, avendo il cor benigno scorto
de la sua donna e
la pietosa cura,
sentì tutto infiammarsi di desire
di non lasciare il
giovine morire.
44
Ed alla donna, a cui dagli occhi cade
un rio di pianto, dice: - Or
che s'aspetta?
Soccorrer qui, non lacrimare accade:
fa ch'ove è questo
tuo, pur tu ci metta.
Di mille lance trar, di mille spade
tel promettian,
pur che ci meni in fretta:
ma studia il passo più che puoi, che tarda
non
sia l'aita, e intanto il fuoco l'arda. -
45
L'alto parlare e la fiera sembianza
di quella coppia a maraviglia
ardita,
ebbon di tornar forza la speranza
colà dond'era già tutta
fuggita;
ma perch'ancor, più che la lontananza,
temeva il ritrovar la via
impedita,
e che saria per questo indarno presa,
stava la donna in sé tutta
sospesa.
46
Poi disse lor: - Facendo noi la via
che dritta e piana va fin a quel
loco,
credo ch'a tempo vi si giungeria,
che non sarebbe ancora acceso il
fuoco:
ma gir convien per così torta e ria,
che 'l termine d'un giorno
saria poco
a riuscirne; e quando vi saremo,
che troviam morto il giovine
mi temo. -
47
- E perché non andian (disse Ruggiero)
per la più corta? - E la
donna rispose:
- Perché un castel de' conti da Pontiero
tra via si trova,
ove un costume pose,
non son tre giorni ancora, iniquo e fiero
a
cavallieri e a donne aventurose,
Pinabello, il peggior uomo che
viva,
figliuol del conte Anselmo d'Altariva.
48
Quindi né cavallier né donna passa,
che se ne vada senza ingiuria e
danni:
l'uno e l'altro a piè resta; ma vi lassa
il guerrier l'arme, e la
donzella i panni.
Miglior cavallier lancia non abbassa,
e non abbassò in
Francia già molt'anni,
di quattro che giurato hanno al castello
la legge
mantener di Pinabello.
49
Come l'usanza (che non è più antiqua
di tre dì) cominciò, vi vo'
narrare;
e sentirete se fu dritta o obliqua
cagion che i cavallier fece
giurare.
Pinabello ha una donna così iniqua,
così bestial, ch'al mondo è
senza pare;
che con lui, non so dove, andando un giorno,
ritrovò un
cavallier che le fe' scorno.
50
Il cavallier, perché da lei beffato
fu d'una vecchia che portava in
groppa,
giostrò con Pinabel ch'era dotato
di poca forza e di superbia
troppa;
ed abbattello, e lei smontar nel prato
fece, e provò s'andava
dritta o zoppa:
lasciolla a piede, e fe' de la gonella
di lei vestir
l'antiqua damigella.
51
Quella ch'a piè rimase, dispettosa,
e di vendetta ingorda e
sitibonda,
congiunta a Pinabel che d'ogni cosa
dove sia da mal far, ben la
seconda,
né giorno mai, né notte mai riposa,
e dice che non fia mai più
gioconda,
se mille cavallieri e mille donne
non mette a piedi, e lor tolle
arme e gonne.
52
Giunsero il dì medesmo, come accade,
quattro gran cavallieri ad un
suo loco,
li quai di rimotissime contrade
venuti a queste parti eran di
poco;
di tal valor, che non ha nostra etade
tant'altri buoni al bellicoso
gioco:
Aquilante, Grifone e Sansonetto,
ed un Guidon Selvaggio
giovinetto.
53
Pinabel con sembiante assai cortese
al castel ch'io v'ho detto gli
raccolse.
La notte poi tutti nel letto prese,
e presi tenne; e prima non
li sciolse,
che li fece giurar ch'un anno e un mese
(questo fu a punto il
termine che tolse)
stariano quivi, e spogliarebbon quanti
vi capitasson
cavallieri erranti;
54
e le donzelle ch'avesson con loro
porriano a piedi, e torrian lor le
vesti.
Così giurar, così costretti foro
ad osservar, ben che turbati e
mesti.
Non par che fin a qui contra costoro
alcun possa giostrar, ch'a piè
non resti:
e capitati vi sono infiniti,
ch'a piè e senz'arme se ne son
partiti.
55
� ordine tra lor, che chi per sorte
esce fuor prima, vada a correr
solo:
ma se trova il nimico così forte,
che resti in sella, e getti lui
nel suolo,
sono ubligati gli altri infin a morte
pigliar l'impresa tutti
in uno stuolo.
Vedi or, se ciascun d'essi è così buono,
quel ch'esser de',
se tutti insieme sono.
56
Poi non conviene all'importanza nostra
che ne vieta ogni indugio,
ogni dimora,
che punto vi fermiate a quella giostra;
e presuppongo che
vinciate ancora,
che vostra alta presenza lo dimostra,
ma non è cosa da
fare in un'ora;
ed è gran dubbio che 'l giovine s'arda,
se tutto oggi a
soccorrerlo si tarda. -
57
Disse Ruggier: - Non riguardiamo a questo:
facciàn nui quel che si
può far per nui;
abbia chi regge il ciel cura del resto,
o la Fortuna, se
non tocca a lui.
Ti fia per questa giostra manifesto,
se buoni siamo
d'aiutar colui
che per cagion sì debole e sì lieve,
come n'hai detto, oggi
bruciar si deve. -
58
Senza risponder altro, la donzella
si messe per la via ch'era più
corta.
Più di tre miglia non andar per quella,
che si trovaro al ponte ed
alla porta
dove si perdon l'arme e la gonnella,
e de la vita gran dubbio
si porta.
Al primo apparir lor, di su la rocca
è chi duo botti la campana
tocca.
59
Ed ecco de la porta con gran fretta,
trottando s'un ronzino, un
vecchio uscìo;
e quel venìa gridando: - Aspetta aspetta:
restate olà, che
qui si paga il fio:
e se l'usanza non v'è stata detta,
che qui si tiene,
or ve la vo' dir io. -
E contar loro incominciò di quello
costume, che
servar fa Pinabello.
60
Poi seguitò, volendo dar consigli,
com'era usato agli altri
cavallieri:
- Fate spogliar la donna (dicea), figli,
e voi l'arme
lasciateci e i destrieri;
e non vogliate mettervi a perigli
d'andare
incontra a tai quattro guerrieri.
Per tutto vesti, arme e cavalli
s'hanno:
la vita sol mai non ripara il danno. -
61
- Non più (disse Ruggier), non più; ch'io sono
del tutto
informatissimo, e qui venni
per far prova di me, se così buono
in fatti
son, come nel cor mi tenni.
Arme, vesti e cavallo altrui non dono,
s'altro
non sento che minacce e cenni;
e son ben certo ancor, che per parole
il
mio compagno le sue dar non vuole.
62
Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte
quei che ne voglion
torre arme e cavallo;
ch'abbiamo da passar anco quel monte,
e qui non si
può far troppo intervallo. -
Rispose il vecchio: - Eccoti fuor del
ponte
chi vien per farlo: - e non lo disse in fallo;
ch'un cavallier
n'uscì, che sopraveste
vermiglie avea, di bianchi fior conteste.
63
Bradamante pregò molto Ruggiero
che le lasciasse in cortesia
l'assunto
di gittar de la sella il cavalliero,
ch'avea di fiori il bel
vestir trapunto;
ma non poté impetrarlo, e fu mestiero
a lei far ciò che
Ruggier volse a punto.
Egli volse l'impresa tutta avere,
e Bradamante si
stesse a vedere.
64
Ruggiero al vecchio domandò chi fosse
questo primo ch'uscia fuor de
la porta.
- � Sansonetto (disse); che le rosse
veste conosco e i bianchi
fior che porta. -
L'uno di qua, l'altro di là si mosse
senza parlarsi, e
fu l'indugia corta;
che s'andaro a trovar coi ferri bassi,
molto
affrettando i lor destrieri i passi.
65
In questo mezzo de la rocca usciti
eran con Pinabel molti
pedoni,
presti per levar l'arme ed espediti
ai cavallier ch'uscian fuor
degli arcioni.
Veniansi incontra i cavallieri arditi,
fermando in su le
reste i gran lancioni,
grossi duo palmi, di nativo cerro,
che quasi erano
uguali insino al ferro.
66
Di tali n'avea più d'una decina
fatto tagliar di su lor ceppi
vivi
Sansonetto a una selva indi vicina,
e portatone duo per giostrar
quivi.
Aver scudo e corazza adamantina
bisogna ben, che le percosse
schivi.
Aveane fatto dar, tosto che venne,
l'uno a Ruggier, l'altro per sé
ritenne.
67
Con questi, che passar dovean gl'incudi
(sì ben ferrate avean le
punte estreme),
di qua e di là fermandoli agli scudi,
a mezzo il corso si
scontraro insieme.
Quel di Ruggiero, che i demòni ignudi
fece sudar, poco
del colpo teme:
de lo scudo vo' dir che fece Atlante,
de le cui forze io
v'ho già detto inante.
68
Io v'ho già detto che con tanta forza
l'incantato splendor negli
occhi fere,
ch'al discoprirsi ogni veduta ammorza,
e tramortito l'uom fa
rimanere:
perciò, s'un gran bisogno non lo sforza,
d'un vel coperto lo
solea tenere.
Si crede ch'anco impenetrabil fosse,
poi ch'a questo
incontrar nulla si mosse.
69
L'altro, ch'ebbe l'artefice men dotto,
il gravissimo colpo non
sofferse.
Come tocco da fulmine, di botto
diè loco al ferro, e pel mezzo
s'aperse;
diè loco al ferro, e quel trovò di sotto
il braccio ch'assai mal
si ricoperse;
sì che ne fu ferito Sansonetto,
e de la sella tratto al suo
dispetto.
70
E questo il primo fu di quei compagni
che quivi mantenean l'usanza
fella,
che de le spoglie altrui non fe' guadagni,
e ch'alla giostra uscì
fuor de la sella.
Convien chi ride, anco talor si lagni,
e Fortuna talor
trovi ribella.
Quel da la rocca, replicando il botto,
ne fece agli altri
cavallieri motto.
71
S'era accostato Pinabello intanto
a Bradamante, per saper chi
fusse
colui che con prodezza e valor tanto
il cavallier del suo castel
percusse.
La giustizia di Dio, per dargli quanto
era il merito suo, vi lo
condusse
su quel destrier medesimo ch'inante
tolto avea per inganno a
Bradamante.
72
Fornito a punto era l'ottavo mese
che, con lei ritrovandosi a
camino,
(se 'l vi raccorda) questo Maganzese
la gittò ne la tomba di
Merlino,
quando da morte un ramo la difese,
che seco cadde, anzi il suo
buon destino;
e trassene, credendo ne lo speco
ch'ella fosse sepolta, il
destrier seco.
73
Bradamante conosce il suo cavallo,
e conosce per lui l'iniquo
conte;
e poi ch'ode la voce, e vicino hallo
con maggiore attenzion mirato
in fronte:
- Questo è il traditor (disse), senza fallo,
che procacciò di
farmi oltraggio ed onte:
ecco il peccato suo, che l'ha condutto
ove avrà
de' suoi merti il premio tutto. -
74
Il minacciare e il por mano alla spada
fu tutto a un tempo, e lo
aventarsi a quello;
ma inanzi tratto gli levò la strada,
che non poté
fuggir verso il castello.
Tolta è la speme ch'a salvar si vada,
come volpe
alla tana, Pinabello.
Egli gridando e senza mai far testa,
fuggendo si
cacciò ne la foresta.
75
Pallido e sbigottito il miser sprona,
che posto ha nel fuggir
l'ultima speme.
L'animosa donzella di Dordona
gli ha il ferro ai fianchi,
e lo percuote e preme:
vien con lui sempre, e mai non l'abbandona.
Grande
è il rumore, e il bosco intorno geme.
Nulla al castel di questo ancor
s'intende,
però ch'ognuno a Ruggier solo attende.
76
Gli altri tre cavallier de la fortezza
intanto erano usciti in su la
via;
ed avean seco quella male avezza
che v'avea posta la costuma
ria.
A ciascun di lor tre, che 'l morir prezza
più ch'aver vita che con
biasmo sia,
di vergogna arde il viso, e il cor di duolo,
che tanti ad
assalir vadano un solo.
77
La crudel meretrice ch'avea fatto
por quella iniqua usanza ed
osservarla,
il giuramento lor ricorda e il patto
ch'essi fatti l'avean, di
vendicarla.
- Se sol con questa lancia te gli abbatto,
perché mi vòi con
altre accompagnarla?
(dicea Guidon Selvaggio): e s'io ne mento,
levami il
capo poi, ch'io son contento. -
78
Così dicea Grifon, così Aquilante.
Giostrar da sol a sol volea
ciascuno,
e preso e morto rimanere inante
ch'incontra un sol volere andar
più d'uno.
La donna dicea loro: - A che far tante
parole qui senza
profitto alcuno?
Per torre a colui l'arme io v'ho qui tratti,
non per far
nuove leggi e nuovi patti.
79
Quando io v'avea in prigione, era da farme
queste escuse, e non ora,
che son tarde.
Voi dovete il preso ordine servarme,
non vostre lingue far
vane e bugiarde. -
Ruggier gridava lor: - Eccovi l'arme,
ecco il destrier
c'ha nuovo e sella e barde;
i panni de la donna eccovi ancora:
se li
volete, a che più far dimora? -
80
La donna del castel da un lato preme,
Ruggier da l'altro li chiama e
rampogna,
tanto ch'a forza si spiccaro insieme,
ma nel viso infiammati di
vergogna.
Dinanzi apparve l'uno e l'altro seme
del marchese onorato di
Borgogna;
ma Guidon, che più grave ebbe il cavallo,
venìa lor dietro con
poco intervallo.
81
Con la medesima asta con che avea
Sansonetto abbattuto, Ruggier
viene,
coperto da lo scudo che solea
Atlante aver sui monti di
Pirene:
dico quello incantato, che splendea
tanto, ch'umana vista nol
sostiene;
a cui Ruggier per l'ultimo soccorso
nei più gravi perigli avea
ricorso.
82
Ben che sol tre fiate bisognolli,
e certo in gran perigli, usarne il
lume:
le prime due, quando dai regni molli
si trasse a più lodevole
costume;
la terza, quando i denti mal satolli
lasciò de l'orca alle marine
spume,
che dovean devorar la bella nuda
che fu a chi la campò poi così
cruda.
83
Fuor che queste tre volte, tutto 'l resto
lo tenea sotto un velo in
modo ascoso,
ch'a discoprirlo esser potea ben presto,
che del suo aiuto
fosse bisognoso.
Quivi alla giostra ne venìa con questo,
come io v'ho
detto ancora, sì animoso,
che quei tre cavallier che vedea inanti,
manco
temea che pargoletti infanti.
84
Ruggier scontra Grifone, ove la penna
de lo scudo alla vista si
congiunge.
Quel di cader da ciascun lato accenna,
ed al fin cade, e resta
al destrier lunge.
Mette allo scudo a lui Grifon l'antenna;
ma pel
traverso e non pel dritto giunge:
e perché lo trovò forbito e
netto,
l'andò strisciando, e fe' contrario effetto.
85
Roppe il velo e squarciò, che gli copria
lo spaventoso ed incantato
lampo,
al cui splendor cader si convenia
con gli occhi ciechi, e non vi
s'ha alcun scampo.
Aquilante, ch'a par seco venìa,
stracciò l'avanzo, e
fe' lo scudo vampo.
Lo splendor ferì gli occhi ai duo fratelli
ed a
Guidon, che correa dopo quelli.
86
Chi di qua, chi di là cade per terra:
lo scudo non pur lor gli occhi
abbarbaglia,
ma fa che ogn'altro senso attonito erra.
Ruggier, che non sa
il fin de la battaglia,
volta il cavallo; e nel voltare afferra
la spada
sua che sì ben punge e taglia:
e nessun vede che gli sia all'incontro,
che
tutti eran caduti a quello scontro.
87
I cavallieri e insieme quei ch'a piede
erano usciti, e così le donne
anco,
e non meno i destrieri in guisa vede,
che par che per morir battano
il fianco.
Prima si maraviglia, e poi s'avvede
che 'l velo ne pendea dal
lato manco:
dico il velo di seta, in che solea
chiuder la luce di quel
caso rea.
88
Presto si volge, e nel voltar, cercando
con gli occhi va l'amata sua
guerriera;
e vien là dove era rimasa, quando
la prima giostra cominciata
s'era.
Pensa ch'andata sia (non la trovando)
a vietar che quel giovine non
pera,
per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda
in questo mezzo ch'a
giostrar si tarda.
89
Fra gli altri che giacean vede la donna,
la donna che l'avea quivi
guidato.
Dinanzi se la pon, sì come assonna,
e via cavalca tutto
conturbato.
D'un manto ch'essa avea sopra la gonna,
poi ricoperse lo scudo
incantato;
e i sensi riaver le fece, tosto
che 'l nocivo splendore ebbe
nascosto.
90
Via se ne va Ruggier con faccia rossa
che, per vergogna, di levar
non osa:
gli par ch'ognuno improverar gli possa
quella vittoria poco
gloriosa.
- Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa
mi sia una colpa tanto
obbrobriosa?
che ciò ch'io vinsi mai, fu per favore,
diran, d'incanti, e
non per mio valore. -
91
Mentre così pensando seco giva,
venne in quel che cercava a dar di
cozzo;
che 'n mezzo de la strada soprarriva
dove profondo era cavato un
pozzo.
Quivi l'armento alla calda ora estiva
si ritraea, poi ch'avea pieno
il gozzo.
Disse Ruggiero: - Or proveder bisogna,
che non mi facci, o
scudo, più vergogna.
92
Più non starai tu meco; e questo sia
l'ultimo biasmo c'ho d'averne
al mondo. -
Così dicendo, smonta ne la via:
piglia una grossa pietra e di
gran pondo,
e la lega allo scudo, ed ambi invia
per l'alto pozzo a
ritrovarne il fondo;
e dice: - Costà giù statti sepulto,
e teco stia
sempre il mio obbrobrio occulto. -
93
Il pozzo è cavo, e pieno al sommo d'acque:
grieve è lo scudo, e
quella pietra grieve.
Non si fermò fin che nel fondo giacque:
sopra si
chiuse il liquor molle e lieve.
Il nobil atto e di splendor non tacque
la
vaga Fama, e divulgollo in breve;
e di rumor n'empì, suonando il corno,
e
Francia e Spagna e le province intorno.
94
Poi che di voce in voce si fe' questa
strana aventura in tutto il
mondo nota,
molti guerrier si missero all'inchiesta
e di parte vicina e di
remota:
ma non sapean qual fosse la foresta
dove nel pozzo il sacro scudo
nuota;
che la donna che fe' l'atto palese,
dir mai non volse il pozzo né
il paese.
95
Al partir che Ruggier fe' dal castello,
dove avea vinto con poca
battaglia;
che i quattro gran campion di Pinabello
fece restar come uomini
di paglia;
tolto lo scudo, avea levato quello
lume che gli occhi e gli
animi abbarbaglia:
e quei che giaciuti eran come morti,
pieni di
meraviglia eran risorti.
96
Né per tutto quel giorno si favella
altro fra lor, che de lo strano
caso,
e come fu che ciascun d'essi a quella
orribil luce vinto era
rimaso.
Mentre parlan di questo, la novella
vien lor di Pinabel giunto
all'occaso:
che Pinabello è morto hanno l'aviso,
ma non sanno però chi
l'abbia ucciso.
97
L'ardita Bradamante in questo mezzo
giunto avea Pinabello a un passo
stretto;
e cento volte gli avea fin a mezzo
messo il brando pei fianchi e
per lo petto.
Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e 'l lezzo
che tutto
intorno avea il paese infetto,
le spalle al bosco testimonio volse
con
quel destrier che già il fellon le tolse.
98
Volse tornar dove lasciato avea
Ruggier; né seppe mai trovar la
strada.
Or per valle or per monte s'avvolgea:
tutta quasi cercò quella
contrada.
Non volse mai la sua fortuna rea,
che via trovasse onde a
Ruggier si vada.
Questo altro canto ad ascoltare aspetto
chi de l'istoria
mia prende diletto.
