Rispettoso della parola data, Zerbino conduce la vecchia in ogni luogo dove lei desideri andare, sebbene la detesti e sia ormai reso folle dall'ira per la propria cattiva sorte.
Il fratello, di nome Filandro, partito per combattere per l'imperatore bizantino, era stato accolto nel palazzo di un barone di nome Argeo, la cui moglie era appunto Gabrina. La donna inziò a desiderare il fratello di Ermonide, ottenendo però in risposta solo rifiuti.
La donna continuò ad infastidire il ragazzo anche nella prigione, promettendogli la libertà in cambio di ciò che gli aveva sempre chiesto. Filandro le risponde sempre con un rifiuto, dicendo di preferire quell'ingiusta punizione piuttosto che venire meno alla fedeltà, che in cielo gli farà avere un premio ben diverso.
Tornato in patria, l'odio verso la donna e l'infinita tristezza per ciò che aveva fatto, lo fecero ammalare gravemente.
Gabrina, trasformato l'amore in odio, si mise d'accordo con un medico per avvelenare il giovane. Nel momento di somministrare il veleno, viene però meno all'accordo con il medico e fa bere anche a lui la medicina avvelenata. L'uomo prima di morire riesce però a raccontare ai presenti l'inganno organizzato da Garbina e la donna viene subito incarcerata.
Ermonide d'Olanda non riesce purtoppo a proseguire il suo racconto perché la ferita gli toglie infine le forze.
Incontrano sulla loro via il cavaliere Ermonide d'Olanda, al quale la donna aveva con l'inganno ucciso il padre ed anche l'unico fratello, che subito sfida Zerbino spinto dalla volontà di vendicarsi uccidendo Gabrina. Nello scontro il cavaliere olandese viene trafitto ad una spalla dalla lancia di Zerbino e cade a terra.
Ermonide racconta quindi la propria storia, spiegando perché avesse tanto in odio quella vecchia.
Rimasti soli nel palazzo, i continui tentativi della donna spinsero il giovane, debole per una ferita riportata in guerra, ad abbandonare il palazzo. Gabrina raccontò però al proprio marito di essere stata posseduta con la forza dal fratello di Ermonide, scappato poi per paura che ciò si venisse a sapere. Argeo le crede, corre a vendicarsi, ferisce e fa quindi prigioniero Filandro.
Un giorno, dopo che per sette mesi Gabrina non aveva più fatto visita al fratello di Ermonide, Argeo d'accordo con la moglie fa finta di partire per Gerusalemme così da poter sorprendere intorno al proprio castello il barone Morando, tanto odiato da Argeo ed amante di Gabrina. L'astuta donna corre da Filandro chiedendogli di intervenire per salvare il suo onore e quello del marito, proteggendola da Morando, che, dice lei, si presenterà nella corte per possederla. Così agendo Filandro potrà realmente dimostrare la propria fedeltà verso Argeo.
Come chiesto da Gabrina, Filandro aspetta, nascosto nella camera di lei, che giunga Morando così da poterlo uccidere. A completamento dell'inganno la donna porta però nella stanza il marito che trova così la morte per mano del giovane. Gabrina, svelato l'inganno a Filandro, gli chiede ancora di soddisfare il proprio desiderio, minaccinadolo di raccontare altrimenti a tutti il suo atto infedele.
Filandro, affinché non venga sparso altro sangue, è alla fine costretto a sottomettersi al volere di lei, per fare poi ritorno in Olanda insieme alla donna.
Zerbino si scusa per il danno arrecato, confessando di aver dovuto combattere in difesa della donna solo per non venir meno ad una parola data. I due, ognuno acceso d'odio per l'altro, ripartono infine a cavallo e verso sera sentiranno i rumori di una battaglia.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Né fune intorto crederò che stringa
soma così, né così legno
chiodo,
come la fé ch'una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil
nodo.
Né dagli antiqui par che si dipinga
la santa Fé vestita in altro
modo,
che d'un vel bianco che la cuopra tutta:
ch'un sol punto, un sol neo
la può far brutta.
2
La fede unqua non debbe esser corrotta,
o data a un solo, o data
insieme a mille;
e così in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi
e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti
e di postille,
senza giurare o segno altro più espresso,
basti una volta
che s'abbia promesso.
3
Quella servò, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier
Zerbino:
e quivi dimostrò che conto n'ebbe,
quando si tolse dal proprio
camino
per andar con costei, la qual gl'increbbe,
come s'avesse il morbo
sì vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
più che 'l disio, quel che
promesso avea.
4
Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli
preme,
che n'arrabbia di duol, né le fa motto,
e vanno muti e taciturni
insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
ch'al mondo il sol mostrò
le ruote estreme,
da un cavalliero aventuroso errante,
ch'in mezzo del
camin lor si fe' inante.
5
La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch'era nomato Ermonide
d'Olanda,
che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia
banda,
posto l'orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si
raccomanda,
e gli ricorda quel ch'esso promise
alla guerriera ch'in sua
man la mise.
6
Perché di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che contra lor
venìa:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al
mondo avia;
e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor
disia.
- Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti
(dicea Zerbin), non vo'
che tu paventi. -
7
Come più presso il cavallier si specchia
in quella faccia che sì in
odio gli era:
- O di combatter meco t'apparecchia
(gridò con voce
minacciosa e fiera),
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man
secondo il merto pera.
Se combatti per lei, rimarrai morto;
che così
avviene a chi s'appiglia al torto. -
8
Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli è desir di bassa e mala
sorte,
ed a cavalleria non corrisponde
che cerchi dare ad una donna
morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consideri
ch'importe
ch'un cavallier, com'era egli, gentile,
voglia por man nel
sangue feminile,
9
Queste gli disse e più parole invano;
e fu bisogno al fin venire a'
fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta
briglia ratti.
Non van sì presti i razzi fuor di mano,
ch'al tempo son de
le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare
insieme i cavallieri.
10
Ermonide d'Olanda segnò basso,
che per passare il destro fianco
attese:
ma la sua debol lancia andò in fracasso,
e poco il cavallier di
Scozia offese.
Non fu già l'altro colpo vano e casso:
roppe lo scudo, e sì
la spalla prese,
che la forò da l'uno all'altro lato,
e riversar fe'
Ermonide sul prato.
11
Zerbin che si pensò d'averlo ucciso,
di pietà vinto, scese in terra
presto,
e levò l'elmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno
desto,
senza parlar guardò Zerbino fiso;
e poi gli disse: - Non m'è già
molesto
ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti
mostri esser fior de'
cavallier erranti;
12
ma ben mi duol che questo per cagione
d'una femina perfida
m'avviene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si
disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch'a vendicarmi di costei mi
mene,
avresti, ognor che rimembrassi, affanno
d'aver, per campar lei,
fatto a me danno.
13
E se spirto a bastanza avrò nel petto
ch'io il possa dir (ma del
contrario temo),
io ti farò veder ch'in ogni effetto
scelerata è costei
più ch'in estremo.
Io ebbi già un fratel che giovinetto
d'Olanda si partì,
donde noi semo,
e si fece d'Eraclio cavalliero,
ch'allor tenea de' Greci
il sommo impero.
14
Quivi divenne intrinseco e fratello
d'un cortese baron di quella
corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di
muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch'io favello,
di questa iniqua
femina consorte,
la quale egli amò sì, che passò il segno
ch'a un uom si
convenia, come lui, degno.
15
Ma costei, più volubile che foglia
quando l'autunno è più priva
d'umore,
che l' freddo vento gli arbori ne spoglia
e le soffia dinanzi al
suo furore;
verso il marito cangiò tosto voglia,
che fisso qualche tempo
ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
d'acquistar per amante il
fratel mio.
16
Ma né sì saldo all'impeto marino
l'Acrocerauno d'infamato
nome,
né sta sì duro incontra borea il pino
che rinovato ha più di cento
chiome,
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le
radici; come
il mio fratello a' prieghi di costei,
nido de tutti i vizi
infandi e rei.
17
Or, come avviene a un cavallier ardito,
che cerca briga e la ritrova
spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo
compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non
fosse Argeo con esso;
e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del
suo mal libero fosse.
18
Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch'in certa sua bisogna
andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
il mio fratello, ed a
sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre più sostenne
avere ai fianchi un
stimulo sì reo:
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che
gli parve meno.
19
Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d'Argeo
l'intrinsichezza antiqua;
lungi andar sì, che non sia manifesto
mai più il
suo nome alla femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era più onesto
che
satisfare a quella voglia obliqua,
o ch'accusar la moglie al suo
signore,
da cui fu amata a par del proprio core.
20
E de le sue ferite ancora infermo
l'arme si veste, e del castel si
parte;
e con animo va costante e fermo
di non mai più tornare in quella
parte.
Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con
nuova arte;
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa
gran pianto,
21
e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia
turbata.
Prima ch'ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia più d'una
fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l'ha
lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l'amore in subitano
sdegno.
22
- Deh (disse al fine), a che l'error nascondo
c'ho commesso, signor,
ne la tua assenza?
che quando ancora io 'l celi a tutto 'l mondo,
celar
nol posso alla mia coscienza.
L'alma che sente il suo peccato
immondo,
pate dentro da sé tal penitenza,
ch'avanza ogn'altro corporal
martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;
23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol,
tu sappil'anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto
imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto
vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch'io
vegga, io mi vergogni.
24
Il tuo compagno ha l'onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha
violato;
e perché teme ch'io ti narri il tutto,
or si parte il villan
senza commiato. -
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
colui che più
d'ogn'altro gli fu grato.
Argeo lo crede, ed altro non aspetta;
ma piglia
l'arme e corre a far vendetta.
25
E come quel ch'avea il paese noto,
lo giunse che non fu troppo
lontano;
che 'l mio fratello, debole ed egroto,
senza sospetto se ne gìa
pian piano:
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui
mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
ch'in somma Argeo con lui
vuol la battaglia.
26
Era l'un sano e pien di nuovo sdegno,
infermo l'altro, ed all'usanza
amico:
sì ch'ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli
nimico.
Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de l'infelice giovene ti
dico:
così avea nome), non sofrendo il peso
di sì fiera battaglia, restò
preso.
27
- Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
il mio giusto furore e il
tuo demerto
(gli disse Argeo), che mai sia omicidiale
di te ch'amava; e me
tu amavi certo,
ben che nel fin me l'hai mostrato male;
pur voglio a tutto
il mondo fare aperto
che, come fui nel tempo de l'amore,
così ne l'odio
son di te migliore.
28
Per altro modo punirò il tuo fallo,
che le mie man più nel tuo
sangue porre. -
Così dicendo, fece sul cavallo
di verdi rami una bara
comporre,
e quasi morto in quella riportallo
dentro al castello in una
chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
candannò l'innocente a star
prigione.
29
Non però ch'altra cosa avesse manco,
che la libertà prima del
partire;
perché nel resto, come sciolto e franco
vi comandava e si facea
ubidire.
Ma non essendo ancor l'animo stanco
di questa ria del suo pensier
fornire,
quasi ogni giorno alla prigion veniva;
ch'avea le chiavi, e a suo
piacer l'apriva:
30
e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che
di prima.
- Questa tua fedeltà (dicea) che valti,
poi che perfidia per
tutto si stima?
Oh che trionfi gloriosi ed alti!
oh che superbe spoglie e
preda opima!
oh che merito al fin te ne risulta,
se, come a traditore,
ognun t'insulta!
31
Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m'avresti dato quel che da te
volli!
Di questo sì ostinato tuo rigore
la gran mercé che tu guadagni, or
tolli:
in prigion sei, né crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima
non molli.
Ma quando mi compiacci, io farò trama
di racquistarti e
libertade e fama. -
32
- No, no (disse Filandro) aver mai spene
che non sia, come suol, mia
vera fede,
se ben contra ogni debito mi avviene
ch'io ne riporti sì dura
mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che
'l tutto vede
e mi può ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenza
si discerna.
33
Se non basta ch'Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa
vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
de la buona opra, qui
poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sarà
quest'anima partita,
s'avedrà poi d'avermi fatto torto,
e piangerà il
fedel compagno morto. -
34
Così più volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza
frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer
costrutto,
cercando va più dentro ch'alla gonna
suoi vizi antiqui, e ne
discorre il tutto.
Mille pensier fa d'uno in altro modo,
prima che fermi
in alcun d'essi il chiodo.
35
Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la
prigione;
di che il miser Filandro e spera e crede
che costei più non gli
abbia affezione.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata
occasione
di metter fin con memorabil male
al suo cieco appetito
irrazionale.
36
Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il
bello,
che, non v'essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin
dentro al castello;
ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito,
né s'accostava
a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d'ire in
Ierusalem per voto disse.
37
Disse d'andare; e partesi ch'ognuno
lo vede, e fa di ciò sparger le
grida:
né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol
di lei si fida.
Torna poi nel castello all'aer bruno,
né mai, se non la
notte, ivi s'annida;
e con mutate insegne al nuovo albore,
senza vederlo
alcun, sempre esce fuore.
38
Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo
castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come
solea, ritorno.
Stava il dì tutto alla foresta; e quando
ne la marina
vedea ascoso il giorno,
venìa al castello, e per nascose porte
lo togliea
dentro l'infedel consorte.
39
Crede ciascun, fuor che l'iniqua moglie,
che molte miglia Argeo
lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va
con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli
occhi al sen le piove.
- Dove potrò (dicea) trovare aiuto,
che in tutto
l'onor mio non sia perduto?
40
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non
temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente,
omini e dei.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa
tuttavia, né alcun de' miei
lascia che non contamini, per trarmi
a' suoi
desii, né so s'io potrò aitarmi.
41
Or c'ha inteso il partir del mio consorte,
e ch'al ritorno non sarà
sì presto,
ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte
senza altra scusa e
senz'altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non
avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio,
sicuro
d'appressarsi a tre miglia a questo muro.
42
E quel che già per messi ha ricercato,
oggi me l'ha richiesto a
fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio è stato
de lo avvenirmi
disonore ed onte,
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie
voglie alle sue pronte,
saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver
per mie parole in pace.
43
Promesso gli ho, non già per osservargli
(che fatto per timor, nullo
è il contratto);
ma la mia intenzion fu per vietargli
quel che per forza
avrebbe allora fatto.
Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli;
del mio onor
altrimenti sarà tratto,
e di quel del mio Argeo, che già m'hai detto
aver
o tanto, o più che 'l proprio, a petto.
44
E se questo mi nieghi, io dirò dunque
ch'in te non sia la fé di che
ti vanti;
ma che fu sol per crudeltà, qualunque
volta hai sprezzati i miei
supplici pianti;
non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque
m'hai questo
scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di
qui aperta infamia mi risulta. -
45
- Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio
disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre
essere ho proposto;
e ben ch'a torto io ne riporti male,
a lui non ho
questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
e siami
contra il mondo e la mia sorte. -
46
Rispose l'empia: - Io voglio che tu spenga
colui che 'l nostro
disonor procura.
Non temer ch'alcun mal di ciò t'avenga;
ch'io te ne
mostrerò la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su l'ora terza
la notte più scura;
e fatto un segno de ch'io l'ho avvertito,
io l'ho a
tor dentro, che non sia sentito.
47
A te non graverà prima aspettarme
ne la camera mia dove non
luca,
tanto che dispogliar gli faccia l'arme,
e quasi nudo in man te lo
conduca. -
Così la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda
buca;
se per dritto costei moglie s'appella,
più che furia infernal
crudele e fella.
48
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con
l'arme in mano;
e ne l'oscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser
castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che 'l consiglio del
mal va raro invano.
Così Filandro il buon Argeo percosse,
che si pensò che
quel Morando fosse.
49
Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch'elmo non v'era, e non
vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita
al fine amaro:
e tal l'uccise, che mai non pensollo,
né mai l'avria
creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all'amico
quel di che
peggio non si fa al nimico.
50
Poscia ch'Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio
fratel la spada.
Gabrina è il nome di costei, che nacque
sol per tradire
ognun che in man le cada.
Ella, che 'l ver fin a quell'ora tacque,
vuol
che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond'egli è reo:
e
gli dimostra il suo compagno Argeo.
51
E gli minaccia poi, se non consente
all'amoroso suo lungo
desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch'egli ha fatto, e nol può
contradire;
e lo farà vituperosamente
come assassino e traditor
morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de', se ben la vita sì poco
ama.
52
Pien di paura e di dolor rimase
Filandro, poi che del suo error
s'accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d'uccider questa, e stette un
pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrovò (che la ragion
soccorse),
non si trovando avere altr'arme in mano,
coi denti la
stracciava a brano a brano.
53
Come ne l'alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e
vinto,
ch'ora uno inanzi l'ha mandato, ed ora
un altro al primo termine
respinto,
e l'han girato da poppa e da prora,
dal più possente al fin
resta sospinto;
così Filandro, tra molte contese
de' duo pensieri, al
manco rio s'apprese.
54
Ragion gli dimostrò il pericol grande,
oltre al morir, del fine
infame e sozzo,
se l'omicidio nel castel si spande;
e del pensare il
termine gli è mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che
mande
l'amarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne l'afflitto
core
più de l'ostinazion poté il timore.
55
Il timor del supplicio infame e brutto
prometter fece con mille
scongiuri,
che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se
partian sicuri.
Così per forza colse l'empia il frutto
del suo desire, e
poi lasciar quei muri.
Così Filandro a noi fece ritorno,
di sé lasciando
in Grecia infamia e scorno.
56
E portò nel cor fisso il suo compagno
che così scioccamente ucciso
avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d'una Progne crudel, d'una
Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo
ritenea,
come al sicuro fu, morta l'avrebbe;
ma, quanto più si puote, in
odio l'ebbe.
57
Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano
meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo,
ed era divenuto un nuovo
Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l'ultrice Furie
ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto l'afflisse
questo dolor,
ch'infermo al letto il fisse.
58
Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest'altro suo poco sia
grata,
muta la fiamma già d'amore intensa
in odio, in ira ardente ed
arrabbiata;
né meno è contra al mio fratello accensa,
che fosse contra
Argeo la scelerata:
e dispone tra sé levar dal mondo,
come il primo
marito, anco il secondo.
59
Un medico trovò d'inganni pieno,
sufficiente ed atto a simil
uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl'infermi di
silopo;
e gli promesse, inanzi più che meno
di quel che domandò, donargli,
dopo
ch'avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo
signore.
60
Già in mia presenza e d'altre più persone
venìa col tosco in mano il
vecchio ingiusto,
dicendo ch'era buona pozione
da ritornare il mio fratel
robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che l'infermo ne turbasse
il gusto,
per torsi il consapevole d'appresso,
o per non dargli quel
ch'avea promesso,
61
la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tosco era
celato,
dicendo: - Ingiustamente è se 'l ti grava
ch'io tema per costui
c'ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, né
succo avelenato;
e per questo mi par che 'l beveraggio
non gli abbi a dar,
se non ne fai tu il saggio. -
62
Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato
allora?
La brevità del tempo sì l'oppresse,
che pensar non poté che meglio
f�ra;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza
dimora:
e l'infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigliò, che si
gli diede.
63
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per
trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente è
sopragiunto e guasto;
così il medico intento al rio guadagno,
donde
sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e così
avvenga a ciascun altro avaro.
64
Fornito questo, il vecchio s'era messo,
per ritornare alla sua
stanza, in via,
ed usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la
peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch'andasse
pria
che 'l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse
manifesto.
65
Pregar non val, né far di premio offerta,
che lo voglia lasciar
quindi partire.
Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, né la poter
fuggire,
ai circostanti fa la cosa aperta;
né la seppe costei troppo
coprire.
E così quel che fece agli altri spesso,
quel buon medico al fin
fece a se stesso:
66
e sequitò con l'alma quella ch'era
già de mio frate caminata
inanzi.
Noi circostanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe'
pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
più crudel di qualunque in
selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato
foco. -
67
Questo Ermonide disse, e più voleva
seguir, com'ella di prigion
levossi;
ma il dolor de la piaga si l'aggreva,
che pallido ne l'erba
riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di
rami grossi:
Ermonide si fece in quella porre;
ch'indi altrimente non si
potea torre.
68
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl'increscea d'averli fatto
offesa;
ma, come pur tra cavallieri s'usa,
colei che venìa seco avea
difesa:
ch'altrimente sua fé saria confusa;
perché, quando in sua guardia
l'avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse
a disturbarla.
69
E s'in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua
voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si
discioglia
prima ch'ella abbia cosa a machinargli,
di ch'esso indarno poi
si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perché non ben
risposta al vero dassi.
70
Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al già promesso debito
viaggio;
e tra sé tutto il dì la maledisse,
che far gli fece a quel barone
oltraggio.
Ed or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu
istrutto e saggio,
se prima l'avea a noia e a dispiacere,
or l'odia sì che
non la può vedere.
71
Ella che di Zerbin sa l'odio a pieno,
né in mala voluntà vuole esser
vinta,
un'oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rifà di
quinta.
Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altrimente era
dipinta.
Dunque ne la concordia ch'io vi dico,
tenean lor via per mezzo il
bosco antico.
72
Ecco, volgendo il sol verso la sera,
udiron gridi e strepiti e
percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor,
vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch'era,
verso il rumore in gran
fretta si mosse:
non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch'avvenne,
all'altro canto io parlo.
