Il ragazzo racconta loro di essere Guidon Selvaggio, di essere della stessa stirpe di Orlando e di essere arrivato in quella città, a causa di una tempesta, nel tentativo di raggiungere la Francia; uccisi i dieci cavalieri e soddisfatte le dieci donne, era stato quindi nominato re della città. Dal suo racconto si deduce in particolare che è fratello di Rinaldo e quindi cugino del duca Astolfo. Il ragazzo racconta quindi loro la storia di Alessandretta.
Quando dopo dieci anni di assedio e dopo altrettanti anni in mare, i Greci lasciarono Troia per tornare in patria, trovarono le loro case piene dei figli avuti dalle loro donne con nuovi giovani amanti. Non volendo mantenere figli non loro, i mariti mandarono i giovani a cercarsi fortuna altrove.
I giovani greci decisero però di abbandonare poco dopo le donne, le derubarono dei loro averi e ripartirono per la Puglia, dove fondarono Taranto.
Passando gli anni, le crudeli regole di quella socità inziarono man mano ad essere meno dure verso gli stranieri: l'assalto alle navi e la strage immediata venne sostituita dalla prigionia e dal sacrificio di un uomo ogni giorno, fino ad arrivare a quella legge che anche i cinque cavalieri sono ora costretti a rispettare.
Astolfo si presenta al giovane e gli dice di essere suo cugino. L'incontro non suscita però la felicità che avrebbe dovuto, perché la regola crudele che devono rispettare non porterà alla fine a nessun vincitore: se muore lui e Marfisa non supera la seconda prova, diventano tutti schiavi; muore Marfisa e lui vince, diventano tutti schiavi.
La nave viene allestita ed il mattino seguente i sei cavalieri partono dalla dimora di Guidon per raggiungere il porto, approfittando del fatto che tutte le donne della città si erano già riunite intorno all'arena per vedere la fine del combattimento.
Quando Astolfo arriva sulla spiaggia la nave è già partita, non potrà pertanto fare altro che proseguire il viaggio per terra.
Aquilante, Grifone, Sansonetto e Guidon proseguiranno insieme il loro viaggio, trovando infine dimora nel castello di Pinabello di Maganza, che li farà suoi prigionieri approfittando del loro sonno.
Marfisa proseguirà invece da sola il proprio viaggio (dicendo che solo gli animali timorosi procedono in gruppo) ed incontrerà sul suo cammino, presso un torrente, un donna anziana, Gabrina, quella scappata dalla caverna dove Orlando era arrivato ed aveva liberato Isabella.
Procedendo oltre, le due donne incontrano poi anche Zerbino, che aveva fino a quel momento inseguito invano il cavaliere colpevole di avere ferito a morte Medoro. Anche il paladino non si può trattenere dal deridere Gabrina, la cui bruttezza veniva ulteriormente esaltata da tutti gli ornamenti che ora portava.
Zerbino rimonta a cavallo e riparte in compagnia della vecchia.
Uno di questi, Falanto, viene assoldato dai Cretesi, insieme agli altri giovani al suo seguito (con i quali faceva scorribande per mare), per stare a guardia di Dictea. Le donne della città subito si innamorarono dei giovani greci, che diventarono loro amanti.
Terminato l'incarito, Falanto e gli altri giovani vollero ripartire e le donne loro amanti, non essendo riuscite a trattenerli con le preghiere, decisero infine di partire con loro dopo aver sottratto dalle loro case ogni ricchezza. Giunsero così sulla spiaggia dove sorge ora Alessandretta.
Le donne fondarono invece lì la città di Alessandretta e, per vendicarsi del torto subito dagli uomini, decisero di assaltare ogni nave costretta a raggiungere il loro porto e di uccidere tutto l'equipaggio.
Successivamente, essendosi accorte che un tale stile di vita avrebbe portato allo loro estinzione, selezionarono un gruppo ristretto di uomini come loro sposi. Per limitare il numero di uomini, istituirono anche una legge che limitava ad uno il numero di figli maschi che ogni donna poteva tenere, gli altri avrebbero dovuto essere uccisi o barattati possibilmente con altre donne.
Guidone confessa infine di preferire ormai la morte a quella prigionia, che gli impediva di mostrare al mondo il proprio valore al pari di tutti gli altri membri della sua stirpe.
Marfisa proprone al giovane di combattere fianco a fianco per fare un strage e distruggere la città. Il giovane propone invece di inviare la sua più fedele moglie, Aleria, a fare allestire una nave per la loro fuga e di fuggire quindi tutti insieme di nascosto, utilizzando le armi solo per superare eventuali intoppi. La donna accetta infine tale soluzione per non mettere a rischio la sicurezza dei compagni con un proprio gesto violento.
Per raggiungere la nave devo però passare dalla piazza principale e appena le donne capiscono l'intenzione del loro re, subito si muovono per fermarne la fuga. Astolfo decide quindi di suonare il suo corno magico mettendo così in fuga le avversarie terrorizzate. La stessa compagnia di Astolfo, tanto valorosa e coraggiosa, non può fare altro che fuggire pallida e terrorizzata. Raggiungono fortunatamente il porto e salgono in fretta sulla nave, che subito prende il largo.
Gli altri cinque cavalieri giungono invece per mare a Marsiglia.
Marfisa prende la vecchia con sé ed incontra poi Pinabello a cavallo insieme alla sua amata, credele alla pari del conte. Questa, vedendo Gabrina, non riesce a trattenersi dal deriderla. Marfisa sfida Pinabello, lo sconfigge, fa indossare alla vecchia tutti i vestiti e gli ornamenti appartenenti alla donna amata dal cavaliere e prende infine anche il cavallo di lei.
I due cavalieri si sfidano: chi perde dovrà per sempre tenere la vecchia con sé. Zerbino viene disarcionato e vince Gabrina, che subito gli dice che a batterlo è stata una donna.
Il paladino si lamenta della sua triste sorte, che gli ha fatto perdere Isabella (crede sia morta in mare) per fargli trovare infine una vecchia.
Gabrina, benché Zerbino non si sia presentato e non nomini Isabella, capisce subito che il suo nuovo compagno è quel cavaliere del quale aveva tanto sentito parlare dalla ragazza. Rinfaccia però al cavaliere di essere stata da lui derisa e per questo gli dice di non volergli raccontare niente di quello che sa di Isabella; dice solo, mentendo, che è capitata nelle mani di venti uomini che hanno violato il suo corpo.
Zerbino dopo aver pregato ed anche minacciato invano la vecchia per sapere il luogo dove Isabella di trova, non può fare altro che ripartire in sua compagnia e condurla, come promesso a Marfisa, ovunque lei voglia.
Incontreranno alla fine un cavaliere.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l'arme e ne le sacre
muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si
diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perché in battaglia erano esperte
ed use;
Safo e Corinna, perché furon dotte,
splendono illustri, e mai non
veggon notte.
2
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun'arte ove hanno posto
cura;
e qualunque all'istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non
oscura.
Se 'l mondo n'è gran tempo stato senza,
non però sempre il mal
influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
l'invidia o il non
saper degli scrittori.
3
Ben mi par di veder ch'al secol nostro
tanta virtù fra belle donne
emerga,
che può dare opra a carte ed ad inchiostro,
perché nei futuri anni
si disperga,
e perché, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna
infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga
avanzeran Marfisa.
4
Or pur tornando a lei, questa donzella
al cavallier che l'usò
cortesia,
de l'esser suo non niega dar novella,
quando esso a lei voglia
contar chi sia.
Sbrigossi tosto del suo debito ella:
tanto il nome di lui
saper disia.
- Io son (disse) Marfisa: - e fu assai questo;
che si sapea
per tutto 'l mondo il resto.
5
L'altro comincia, poi che tocca a lui,
con più proemio a darle di sé
conto,
dicendo: - Io credo che ciascun di vui
abbia de la mia stirpe il
nome in pronto;
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
ma l'India,
l'Etiopia e il freddo Ponto
han chiara cognizion di Chiaramonte,
onde uscì
il cavallier ch'uccise Almonte,
6
quel ch'a Chiariello e al re Mambrino
diede la morte, e il regno lor
disfece.
Di questo sangue, dove ne l'Eusino
l'Istro ne vien con otto corna
o diece,
al duca Amone, il qual già peregrino
vi capitò, la madre mia mi
fece:
e l'anno è ormai ch'io la lasciai dolente,
per gire in Francia a
ritrovar mia gente.
7
Ma non potei finire il mio viaggio,
che qua mi spinse un tempestoso
Noto.
Son dieci mesi o più che stanza v'aggio,
che tutti i giorni e tutte
l'ore noto.
Nominato son io Guidon Selvaggio,
di poca pruova ancora e poco
noto.
Uccisi qui Argilon da Melibea
con dieci cavallier che seco avea.
8
Feci la pruova ancor de le donzelle:
così n'ho diece a' miei piaceri
allato;
ed alla scelta mia son le più belle,
e son le più gentil di questo
stato.
E queste reggo e tutte l'altre; ch'elle
di sé m'hanno governo e
scettro dato:
così daranno a qualunque altro arrida
Fortuna sì, che la
decina ancida. -
9
I cavallier domandano a Guidone,
com'ha sì pochi maschi il
tenitoro;
e s'alle moglie hanno suggezione,
come esse l'han negli altri
lochi a loro.
Disse Guidon: - Più volte la cagione
udita n'ho da poi che
qui dimoro;
e vi sarà, secondo ch'io l'ho udita,
da me, poi che v'aggrada,
riferita.
10
Al tempo che tornar dopo anni venti
da Troia i Greci (che durò
l'assedio
dieci, e dieci altri da contrari venti
furo agitati in mar con
troppo tedio),
trovar che le lor donne agli tormenti
di tanta assenza
avean preso rimedio:
tutte s'avean gioveni amanti eletti,
per non si
raffreddar sole nei letti.
11
Le case lor trovaro i Greci piene
de l'altrui figli; e per parer
commune
perdonano alle mogli, che san bene
che tanto non potean viver
digiune:
ma ai figli degli adulteri conviene
altrove procacciarsi altre
fortune;
che tolerar non vogliono i mariti
che più alle spese lor sieno
notriti.
12
Sono altri esposti, altri tenuti occulti
da le lor madri e sostenuti
in vita.
In vane squadre quei ch'erano adulti
feron, chi qua chi là, tutti
partita.
Per altri l'arme son, per altri culti
gli studi e l'arti; altri
la terra trita;
serve altri in corte; altri è guardian di gregge,
come
piace a colei che qua giù regge.
13
Partì fra gli altri un giovinetto, figlio
di Clitemnestra, la crudel
regina,
di diciotto anni, fresco come un giglio,
o rosa colta allor di su
la spina.
Questi, armato un suo legno, a dar di piglio
si pose e a
depredar per la marina
in compagnia di cento giovinetti
del tempo suo, per
tutta Grecia eletti.
14
I Cretesi, in quel tempo che cacciato
il crudo Idomeneo del regno
aveano,
e per assicurarsi il nuovo stato,
d'uomini e d'arme adunazion
faceano;
fero con bon stipendio lor soldato
Falanto (così al giovine
diceano),
e lui con tutti quei che seco avea,
poser per guardia alla città
Dictea.
15
Fra cento alme città ch'erano in Creta,
Dictea più ricca e più
piacevol era,
di belle donne ed amorose lieta,
lieta di giochi da matino a
sera:
e com'era ogni tempo consueta
d'accarezzar la gente
forestiera,
fe' a costor sì, che molto non rimase
a fargli anco signor de
le lor case.
16
Eran gioveni tutti e belli affatto
(che 'l fior di Grecia avea
Falanto eletto):
sì ch'alle belle donne, al primo tratto
che v'apparir,
trassero i cor del petto.
Poi che non men che belli, ancora in fatto
si
dimostrar buoni e gagliardi al letto,
si fero ad esse in pochi dì sì
grati,
che sopra ogn'altro ben n'erano amati.
17
Finita che d'accordo è poi la guerra
per cui stato Falanto era
condutto,
e lo stipendio militar si serra,
sì che non v'hanno i gioveni
più frutto,
e per questo lasciar voglion la terra;
fan le donne di Creta
maggior lutto,
e per ciò versan più dirotti pianti,
che se i lor padri
avesson morti avanti.
18
Da le lor donne i gioveni assai foro,
ciascun per sé, di rimaner
pregati:
né volendo restare, esse con loro
n'andar, lasciando e padri e
figli e frati,
di ricche gemme e di gran summa d'oro
avendo i lor
dimestici spogliati;
che la pratica fu tanto secreta,
che non sentì la
fuga uomo di Creta.
19
Sì fu propizio il vento, sì fu l'ora
commoda, che Falanto a fuggir
colse,
che molte miglia erano usciti fuora,
quando del danno suo Creta si
dolse.
Poi questa spiaggia, inabitata allora,
trascorsi per fortuna li
raccolse.
Qui si posaro, e qui sicuri tutti
meglio del furto lor videro i
frutti.
20
Questa lor fu per dieci giorni stanza
di piaceri amorosi tutta
piena.
Ma come spesso avvien, che l'abondanza
seco in cor giovenil
fastidio mena,
tutti d'accordo fur di restar sanza
femine, e liberarsi di
tal pena;
che non è soma da portar sì grave,
come aver donna, quando a
noia s'have.
21
Essi che di guadagno e di rapine
eran bramosi, e di dispendio
parchi,
vider ch'a pascer tante concubine,
d'altro che d'aste avean
bisogno e d'archi:
sì che sole lasciar qui le meschine,
e se n'andar di
lor ricchezze carchi
là dove in Puglia in ripa al mar poi
sento
ch'edificar la terra di Tarento.
22
Le donne, che si videro tradite
dai loro amanti in che più fede
aveano,
restar per alcun dì sì sbigottite,
che statue immote in lito al
mar pareano.
Visto poi che da gridi e da infinite
lacrime alcun profitto
non traeano,
a pensar cominciaro e ad aver cura
come aiutarsi in tanta lor
sciagura.
23
E proponendo in mezzo i lor pareri,
altre diceano: in Creta è da
tornarsi;
e più tosto all'arbitrio de' severi
padri e d'offesi lor mariti
darsi,
che nei deserti liti e boschi fieri,
di disagio e di fame
consumarsi.
Altre dicean che lor saria più onesto
affogarsi nel mar, che
mai far questo;
24
e che manco mal era meretrici
andar pel mondo, andar mendiche o
schiave,
che se stesse offerire agli supplici
di ch'eran degne l'opere lor
prave.
Questi e simil partiti le infelici
si proponean, ciascun più duro e
grave.
Tra loro al fine una Orontea levosse,
ch'origine traea dal re
Minosse;
25
la più gioven de l'artre e la più bella
e la più accorta, e ch'avea
meno errato:
amato avea Falanto, e a lui pulzella
datasi, e per lui il
padre avea lasciato.
Costei mostrando in viso ed in favella
il magnanimo
cor d'ira infiammato,
redarguendo di tutte altre il detto,
suo parer
disse, e fe' seguirne effetto.
26
Di questa terra a lei non parve torsi,
che conobbe feconda e d'aria
sana,
e di limpidi fiumi aver discorsi,
di selve opaca, e la più parte
piana;
con porti e foci, ove dal mar ricorsi
per ria fortuna avea la gente
estrana,
ch'or d'Africa portava, ora d'Egitto
cose diverse e necessarie al
vitto.
27
Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta
del viril sesso che le avea
sì offese:
vuol ch'ogni nave, che da venti astretta
a pigliar venga porto
in suo paese,
a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta;
né de la vita a
un sol si sia cortese.
Così fu detto e così fu concluso,
e fu fatta la
legge e messa in uso.
28
Come turbar l'aria sentiano, armate
le femine correan su la
marina,
da l'implacabile Orontea guidate,
che diè lor legge e si fe' lor
regina:
e de le navi ai liti lor cacciate
faceano incendi orribili e
rapina,
uom non lasciando vivo, che novella
dar ne potesse o in questa
parte o in quella.
29
Così solinghe vissero qualch'anno
aspre nimiche del sesso
virile:
ma conobbero poi, che 'l proprio danno
procaccierian, se non
mutavan stile;
che se di lor propagine non fanno,
sarà lor legge in breve
irrita e vile,
e mancherà con l'infecondo regno,
dove di farla eterna era
il disegno.
30
Sì che, temprando il suo rigore un poco
scelsero, in spazio di
quattro anni interi,
di quanti capitaro in questo loco
dieci belli e
gagliardi cavallieri,
che per durar ne l'amoroso gioco
contr'esse cento
fosser buon guerrieri.
Esse in tutto eran cento; e statuito
ad ogni lor
decina fu un marito.
31
Prima ne fur decapitati molti
che riusciro al paragon mal
forti.
Or questi dieci a buona pruova tolti,
del letto e del governo ebbon
consorti;
facendo lor giurar che, se più colti
altri uomini verriano in
questi porti,
essi sarian che, spenta ogni pietade,
li porriano ugualmente
a fil di spade.
32
Ad ingrossare, ed a figliar appresso
le donne, indi a temere
incominciaro
che tanti nascerian del viril sesso,
che contra lor non
avrian poi riparo;
e al fine in man degli uomini rimesso
saria il governo
ch'elle avean sì caro:
sì ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli,
far
sì, che mai non fosson lor ribelli.
33
Acciò il sesso viril non le soggioghi,
uno ogni madre vuol la legge
orrenda,
che tenga seco; gli altri, o li suffoghi,
o fuor del regno li
permuti o venda.
Ne mandano per questo in vari luoghi:
e a chi gli porta
dicono che prenda
femine, se a baratto aver ne puote;
se non, non torni
almen con le man vote.
34
Né uno ancora alleverian, se senza
potesson fare, e mantenere il
gregge.
Questa è quanta pietà, quanta clemenza
più ai suoi ch'agli altri
usa l'iniqua legge:
gli altri condannan con ugual sentenza;
e solamente in
questo si corregge,
che non vuol che, secondo il primiero uso,
le femine
gli uccidano in confuso.
35
Se dieci o venti o più persone a un tratto
vi fosser giunte, in
carcere eran messe:
e d'una al giorno, e non di più, era tratto
il capo a
sorte, che perir dovesse
nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto,
dove un
altare alla Vendetta eresse;
e dato all'un de' dieci il crudo ufficio
per
sorte era di farne sacrificio.
36
Dopo molt'anni alle ripe omicide
a dar venne di capo un
giovinetto,
la cui stirpe scendea dal buono Alcide,
di gran valor ne
l'arme, Elbanio detto.
Qui preso fu, ch'a pena se n'avide,
come quel che
venìa senza sospetto;
e con gran guardia in stretta parte chiuso,
con gli
altri era serbato al crudel uso.
37
Di viso era costui bello e giocondo,
e di maniere e di costumi
ornato,
e di parlar sì dolce e sì facondo,
ch'un aspe volentier l'avria
ascoltato:
sì che, come di cosa rara al mondo,
de l'esser suo fu tosto
rapportato
ad Alessandra figlia d'Orontea,
che di molt'anni grave anco
vivea.
38
Orontea vivea ancora; e già mancate
tutt'eran l'altre ch'abitar qui
prima:
e diece tante e più n'erano nate,
e in forza eran cresciute e in
maggior stima;
né tra diece fucine che serrate
stavan pur spesso, avean
più d'una lima;
e dieci cavallieri anco avean cura
di dare a chi venìa
fiera aventura.
39
Alessandra, bramosa di vedere
il giovinetto ch'avea tante
lode,
da la sua matre in singular piacere
impetra sì, ch'Elbanio vede ed
ode;
e quando vuol partirne, rimanere
si sente il core ove è chi'l punge e
rode:
legar si sente e non sa far contesa,
e al fin dal suo prigion si
trova presa.
40
Elbanio disse a lei: - Se di pietade
s'avesse, donna, qui notizia
ancora,
come se n'ha per tutt'altre contrade,
dovunque il vago sol luce e
colora;
io vi osarei, per vostr'alma beltade
ch'ogn'animo gentil di sé
inamora,
chiedervi in don la vita mia, che poi
saria ognor presto a
spenderla per voi.
41
Or quando fuor d'ogni ragion qui sono
privi d'umanitade i cori
umani,
non vi domanderò la vita in dono,
che i prieghi miei so ben che
sarian vani;
ma che da cavalliero, o tristo o buono
ch'io sia, possi morir
con l'arme in mani,
e non come dannato per giudicio,
o come animal bruto
in sacrificio. -
42
Alessandra gentil, ch'umidi avea,
per la pietà del giovinetto, i
rai,
rispose: - Ancor che più crudele e rea
sia questa terra, ch'altra
fosse mai;
non concedo però che qui Medea
ogni femina sia, come tu
fai:
e quando ogn'altra così fosse ancora,
me sola di tant'altre io vo'
trar fuora.
43
E se ben per adietro io fossi stata
empia e crudel, come qui sono
tante,
dir posso che suggetto ove mostrata
per me fosse pietà, non ebbi
avante.
Ma ben sarei di tigre più arrabbiata,
e più duro avre' il cor che
di diamante,
se non m'avesse tolto ogni durezza
tua beltà, tuo valor, tua
gentilezza.
44
Così non fosse la legge più forte,
che contra i peregrini è
statuita,
come io non schiverei con la mia morte
di ricomprar la tua più
degna vita.
Ma non è grado qui di sì gran sorte,
che ti potesse dar libera
aita;
e quel che chiedi ancor, ben che sia poco,
difficile ottener fia in
questo loco.
45
Pur io vedrò di far che tu l'ottenga,
ch'abbi inanzi al morir questo
contento;
ma mi dubito ben che te n'avenga,
tenendo il morir lungo, più
tormento. -
Suggiunse Elbanio: - Quando incontra io venga
a dieci armato,
di tal cor mi sento,
che la vita ho speranza di salvarme,
e uccider lor,
se tutti fosser arme. -
46
Alessandra a quel detto non rispose
se non un gran sospiro, e
dipartisse,
e portò nel partir mille amorose
punte nel cor, mai non
sanabil, fisse.
Venne alla madre, e voluntà le pose
di non lasciar che 'l
cavallier morisse,
quando si dimostrasse così forte,
che, solo, avesse
posto i dieci a morte.
47
La regina Orontea fece raccorre
il suo consiglio, e disse: - A noi
conviene
sempre il miglior che ritroviamo, porre
a guardar nostri porti e
nostre arene;
e per saper chi ben lasciar, chi torre,
prova è sempre da
far quando gli avviene;
per non patir con nostro danno a torto,
che regni
il vile, e chi ha valor sia morto.
48
A me par, se a voi par, che statuito
sia, ch'ogni cavallier per lo
avvenire,
che fortuna abbia tratto al nostro lito,
prima ch'al tempio si
faccia morire,
possa egli sol, se gli piace il partito,
incontra i dieci
alla battaglia uscire;
e se di tutti vincerli è possente,
guardi egli il
porto, e seco abbia altra gente.
49
Parlo così, perché abbian qui un prigione
che par che vincer dieci
s'offerisca.
Quando, sol, vaglia tante altre persone,
dignissimo è, per
Dio, che s'esaudisca.
Così in contrario avrà punizione,
quando vaneggi e
temerario ardisca. -
Orontea fine al suo parlar qui pose,
a cui de le più
antique una rispose:
50
- La principal cagion ch'a far disegno
sul comercio degli uomini ci
mosse,
non fu perch'a difender questo regno
del loro aiuto alcun bisogno
fosse;
che per far questo abbiamo ardire e ingegno
da noi medesme, e a
sufficienza posse:
così senza sapessimo far anco,
che non venisse il
propagarci a manco!
51
Ma poi che senza lor questo non lece,
tolti abbiàn, ma non tanti, in
compagnia,
che mai ne sia più d'uno incontra diece,
sì ch'aver di noi
possa signoria.
Per conciper di lor questo si fece,
non che di lor difesa
uopo ci sia.
La lor prodezza sol ne vaglia in questo,
e sieno ignavi e
inutili nel resto.
52
Tra noi tenere un uom che sia sì forte,
contrario è in tutto al
principal disegno.
Se può un solo a dieci uomini dar morte,
quante donne
farà stare egli al segno?
Se i dieci nostri fosser di tal sorte,
il primo
dì n'avrebbon tolto il regno.
Non è la via di dominar, se vuoi
por l'arme
in mano a chi può più di noi.
53
Pon mente ancor, che quando così aiti
Fortuna questo tuo, che i
dieci uccida,
di cento donne che de' lor mariti
rimarran prive, sentirai
le grida.
Se vuol campar, proponga altri partiti,
ch'esser di dieci
gioveni omicida.
Pur, se per far con cento donne è buono
quel che dieci
fariano, abbi perdono. -
54
Fu d'Artemia crudel questo il parere
(così avea nome), e non mancò
per lei
di far nel tempio Elbanio rimanere
scannato inanzi agli spietati
dèi.
Ma la madre Orontea che compiacere
volse alla figlia, replicò a
colei
altre ed altre ragioni, e modo tenne
che nel senato il suo parer
s'ottenne.
55
L'aver Elbanio di bellezza il vanto
sopra ogni cavallier che fosse
al mondo,
fu nei cor de le giovani di tanto,
ch'erano in quel consiglio, e
di tal pondo,
che 'l parer de le vecchie andò da canto,
che con Artemia
volean far secondo
l'ordine antiquo; né lontan fu molto
ad esser per
favore Elbanio assolto.
56
Di perdonargli in somma fu concluso,
ma poi che la decina avesse
spento,
e che ne l'altro assalto fosse ad uso
di diece donne buono, e non
di cento.
Di carcer l'altro giorno fu dischiuso;
e avuto arme e cavallo a
suo talento,
contra dieci guerrier, solo, si mise,
e l'uno appresso
all'altro in piazza uccise.
57
Fu la notte seguente a prova messo
contra diece donzelle ignudo e
solo,
dove ebbe all'ardir suo sì buon successo,
che fece il saggio di
tutto lo stuolo.
E questo gli acquistò tal grazia appresso
ad Orontea, che
l'ebbe per figliuolo;
e gli diede Alessandra e l'altre nove
con ch'avea
fatto le notturne prove.
58
E lo lasciò con Alessandra bella,
che poi diè nome a questa terra,
erede,
con patto, ch'a servare egli abbia quella
legge, ed ogn'altro che
da lui succede:
che ciascun che già mai sua fiera stella
farà qui por lo
sventurato piede,
elegger possa, o in sacrificio darsi,
o con dieci
guerrier, solo, provarsi.
59
E se gli avvien che 'l dì gli uomini uccida,
la notte con le femine
si provi;
e quando in questo ancor tanto gli arrida
la sorte sua, che
vincitor si trovi,
sia del femineo stuol principe e guida,
e la decina a
scelta sua rinovi,
con la qual regni, fin ch'un altro arrivi,
che sia più
forte, e lui di vita privi.
60
Appresso a duamila anni il costume empio
si è mantenuto, e si
mantiene ancora;
e sono pochi giorni che nel tempio
uno infelice peregrin
non mora.
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio
d'Elbanio, armarsi (che
ve n'è talora),
spesso la vita al primo assalto lassa;
né di mille uno
all'altra prova passa.
61
Pur ci passano alcuni, ma sì rari,
che su le dita annoverar si
ponno.
Uno di questi fu Argilon: ma guari
con la decina sua non fu qui
donno;
che cacciandomi qui venti contrari,
gli occhi gli chiusi in
sempiterno sonno.
Così fossi io con lui morto quel giorno,
prima che viver
servo in tanto scorno.
62
che piaceri amorosi e riso e gioco,
che suole amar ciascun de la mia
etade,
le purpure e le gemme e l'aver loco
inanzi agli altri ne la sua
cittade,
potuto hanno, per Dio, mai giovar poco
all'uom che privo sia di
libertade:
e 'l non poter mai più di qui levarmi,
servitù grave e
intolerabil parmi.
63
Il vedermi lograr dei miglior anni
il più bel fiore in sì vile opra
e molle,
tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni,
ed ogni gusto di
piacer mi tolle.
La fama del mio sangue spiega i vanni
per tutto 'l mondo,
e fin al ciel s'estolle;
che forse buona parte anch'io n'avrei,
s'esser
potessi coi fratelli miei.
64
Parmi ch'ingiuria il mio destin mi faccia,
avendomi a sì vil
servigio eletto;
come chi ne l'armento il destrier caccia,
il qual d'occhi
o di piedi abbia difetto,
o per altro accidente che dispiaccia,
sia fatto
all'arme e a miglior uso inetto:
né sperando io, se non per morte,
uscire
di sì vil servitù, bramo morire. -
65
Guidon qui fine alle parole pose,
e maledì quel giorno per
isdegno,
il qual dei cavallieri e de le spose
gli diè vittoria in
acquistar quel regno.
Astolfo stette a udire, e si nascose
tanto, che si
fe' certo a più d'un segno,
che, come detto avea, questo Guidone
era
figliol del suo parente Amone.
66
Poi gli rispose: - Io sono il duca inglese,
il tuo cugino Astolfo; -
ed abbracciollo,
e con atto amorevole e cortese,
non senza sparger
lagrime, baciollo.
- Caro parente mio, non più palese
tua madre ti potea
por segno al collo;
ch'a farne fede che tu sei de' nostri,
basta il valor
che con la spada mostri. -
67
Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa
d'aver trovato un sì
stretto parente,
quivi l'accolse con la faccia mesta,
perché fu di
vedervilo dolente.
Se vive, sa ch'Astolfo schiavo resta,
né il termine è
più là che 'l dì seguente;
se fia libero Astolfo, ne more esso:
sì che 'l
ben d'uno è il mal de l'altro espresso.
68
Gli duol che gli altri cavallieri ancora
abbia, vincendo, a far
sempre captivi;
né più, quando esso in quel contrasto mora,
potrà giovar
che servitù lor schivi:
che se d'un fango ben gli porta fuora,
e poi
s'inciampi come all'altro arrivi,
avrà lui senza pro vinto
Marfisa;
ch'essi pur ne fien schiavi, ed ella uccisa.
69
Da l'altro canto avea l'acerba etade,
la cortesia e il valor del
giovinetto
d'amore intenerito e di pietade
tanto a Marfisa ed ai compagni
il petto,
che, con morte di lui lor libertade
esser dovendo, avean quasi a
dispetto:
e se Marfisa non può far con manco
ch'uccider lui, vuol essa
morir anco.
70
Ella disse a Guidon: - Vientene insieme
con noi, ch'a viva forza
usciren quinci. -
- Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme
di mai più
uscirne, o perdi meco o vinci. -
Ella suggiunse: - Il mio cor mai non
teme
di non dar fine a cosa che cominci;
né trovar so la più sicura
strada
di quella ove mi sia guida la spada.
71
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s'io son teco,
ardisco ad ogn'impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sarà domani
in sul teatro ascesa,
io vo' che l'uccidian per ogni lato,
o vada in fuga
o cerchi far difesa,
e ch'agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i
corpi, e la cittade al fuoco. -
72
Suggiunse a lei Guidon: - Tu m'avrai pronto
a seguitarti ed a
morirti a canto,
ma vivi rimaner non facciàn conto;
bastar ne può di
vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul
feminile, ed altretanto
resta a guardare e porto e rocca e mura,
né alcuna
via d'uscir trovo sicura. -
73
Disse Marfisa: - E molto più sieno elle
degli uomini che Serse ebbe
già intorno,
e sieno più de l'anime ribelle
ch'uscir del ciel con lor
perpetuo scorno;
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le
voglio uccidere in un giorno. -
Guidon suggiunse: - Io non ci so via
alcuna
ch'a valer n'abbia, se non val quest'una.
74
Ne può sola salvar, se ne succede,
quest'una ch'io dirò, ch'or mi
soviene.
Fuor ch'alle donne, uscir non si concede,
né metter piede in su
le salse arene:
e per questo commettermi alla fede
d'una de le mie donne
mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
più pruova ancor,
ch'io non farò al presente.
75
Non men di me tormi costei disia
di servitù, pur che ne venga
meco,
che così spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch'io viva
seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
farà ordinar, mentre è ancor l'aer
cieco,
che i marinai vostri troveranno
acconcia a navigar, come vi
vanno.
76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e
galeotti,
ch'ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, sète
ridotti,
avrete a farvi amplo sentier coi petti,
se del nostro camin siamo
interrotti:
così spero, aiutandoci le spade,
ch'io vi trarrò de la crudel
cittade. -
77
- Tu fa come ti par (disse Marfisa),
ch'io son per me d'uscir di qui
sicura.
Più facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che è dentro a
queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar
ch'abbi paura.
Vo' uscir di giorno, e sol per forza d'arme;
che per
ogn'altro modo obbrobrio parme.
78
S'io ci fossi per donna conosciuta,
so ch'avrei da le donne onore e
pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta
e tra le prime forse del
collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo' d'essi aver più
privilegio.
Troppo error f�ra ch'io mi stessi o andassi
libera, e gli
altri in servitù lasciassi. -
79
Queste parole ed altre seguitando,
mostrò Marfisa che 'l rispetto
solo
ch'avea al periglio de' compagni (quando
potria loro il suo ardir
tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
segno d'ardir non
assalia lo stuolo:
e per questo a Guidon lascia la cura
d'usar la via che
più gli par sicura.
80
Guidon la notte con Aleria parla
(così avea nome la più fida
moglie),
né bisogno gli fu molto pregarla,
che la trovò disposta alle sue
voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v'arrecò le sue più ricche
spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
con le compagne uscire in
corso fuore.
81
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lance arrecar, corazze e
scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch'eran mezzo
nudi.
Altri dormiro, ed altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozi
e gli studi;
spesso guardando, e pur con l' arme indosso,
se l'oriente
ancor si facea rosso.
82
Dal duro volto de la terra il sole
non tollea ancora il velo oscuro
ed atro;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto
l'aratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia,
empì il teatro,
come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno
al nuovo tempo voglia.
83
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e
terra,
così citando il suo signor, che torni
a terminar la cominciata
guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca
d'Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi
e chi a cavallo istrutti.
84
Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si
convenia,
né v'era altro camin lungo né corto:
così Guidon disse alla
compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
lor diede, entrò senza
rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s'appresentò con più di
cento in schiera.
85
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all'altra porta
per uscire:
ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta
a ferire,
pensò, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea
fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
e parte, onde
s'uscia, venne ad opporse.
86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa
forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le
porte:
ma tanta e tanta copia era dei dardi
che, con ferite dei compagni e
morte,
pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno,
ch'al fin temean d'averne
danno e scorno.
87
D'ogni guerrier l'usbergo era perfetto;
che se non era, avean più da
temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;
quel di Marfisa v'ebbe a
rimanere.
Astolfo tra sé disse: - Ora, ch'aspetto
che mai mi possa il
corno più valere?
Io vo' veder, poi che non giova spada,
s'io so col corno
assicurar la strada. -
88
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a
bocca.
Par che la terra e tutto 'l mondo trieme,
quando l'orribil suon ne
l'aria scocca.
Sì nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di
fuga si trabocca
giù del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la
guardia de la porta.
89
Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime
loco
l'esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d'ogn'intorno il
fuoco,
che mentre le tenea gravi le ciglia
il pigro sonno, crebbe a poco a
poco:
così messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso
suono.
90
Di qua di là, di su di giù smarrita
surge la turba, e di fuggir
procaccia.
Son più di mille a un tempo ad ogni uscita:
cascano a monti, e
l'una l'altra impaccia.
In tanta calca perde altra la vita;
da palchi e da
finestre altra si schiaccia:
più d'un braccio si rompe e d'una testa,
di
ch'altra morta, altra storpiata resta.
91
Il pianto e 'l grido insino al ciel saliva,
d'alta ruina misto e di
fraccasso.
Affretta, ovunque il suon del corno arriva,
la turba spaventata
in fuga il passo.
Se udite dir che d'ardimento priva
la vil plebe si
mostri e di cor basso,
non vi maravigliate, che natura
è de la lepre aver
sempre paura.
92
Ma che direte del già tanto fiero
cor di Marfisa e di Guidon
Selvaggio?
dei dua giovini figli d'Oliviero,
che già tanto onoraro il lor
lignaggio?
Già centomila avean stimato un zero;
e in fuga or se ne van
senza coraggio,
come conigli, o timidi colombi
a cui vicino alto rumor
rimbombi.
93
Così noceva ai suoi come agli strani
la forza che nel corno era
incantata.
Sansonetto, Guidone e i duo germani
fuggon dietro a Marfisa
spaventata;
né fuggendo ponno ir tanto lontani,
che lor non sia l'orecchia
anco intronata.
Scorre Astolfo la terra in ogni lato,
dando via sempre al
corno maggior fiato.
94
Chi scese al mare, e chi poggiò su al monte,
e chi tra i boschi ad
occultar si venne:
alcuna, senza mai volger la fronte,
fuggir per dieci dì
non si ritenne:
uscì in tal punto alcuna fuor del ponte,
ch'in vita sua
mai più non vi rivenne.
Sgombraro in modo e piazze e templi e case,
che
quasi vota la città rimase.
95
Marfisa e 'l bon Guidone e i duo fratelli
e Sansonetto, pallidi e
tremanti,
fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli
fuggian i marinari e
i mercatanti;
ove Aleria trovar, che, fra i castelli,
loro avea un legno
apparecchiato inanti.
Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse,
diè i
remi all'acqua ed ogni vela sciolse.
96
Dentro e d'intorno il duca la cittade
avea scorsa dai colli insino
all'onde;
fatto avea vote rimaner le strade:
ognun lo fugge, ognun se gli
nasconde.
Molte trovate fur, che per viltade
s'eran gittate in parti
oscure e immonde;
e molte, non sappiendo ove s'andare,
messesi a nuoto ed
affogate in mare.
97
Per trovare i compagni il duca viene,
che si credea di riveder sul
molo.
Si volge intorno, e le deserte arene
guarda per tutto, e non
v'appare un solo.
Leva più gli occhi, e in alto a vele piene
da sé lontani
andar li vede a volo:
sì che gli convien fare altro disegno
al suo camin,
poi che partito è il legno.
98
Lasciamolo andar pur - né vi rincresca
che tanta strada far debba
soletto
per terra d'infedeli e barbaresca,
dove mai non si va senza
sospetto:
non è periglio alcuno, onde non esca
con quel suo corno, e n'ha
mostrato effetto; -
e dei compagni suoi pigliamo cura,
ch'al mar fuggian
tremando di paura.
99
A piena vela si cacciaron lunge
da la crudele e sanguinosa
spiaggia:
e poi che di gran lunga non li giunge
l'orribil suon ch'a
spaventar più gli aggia,
insolita vergogna sì gli punge,
che, com'un
fuoco, a tutti il viso raggia.
L'un non ardisce a mirar l'altro, e
stassi
tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.
100
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento,
e Cipro e Rodi, e giù
per l'onda egea
da sé vede fuggire isole cento
col periglioso capo di
Malea;
e con propizio ed immutabil vento
asconder vede la greca
Morea;
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno
costeggia de l'Italia il lito
ameno:
101
e sopra Luna ultimamente sorse,
dove lasciato avea la sua
famiglia.
Dio ringraziando che 'l pelago corse
senza più danno, il noto
lito piglia.
Quindi un nochier trovar per Francia sciorse,
il qual di
venir seco li consiglia:
e nel suo legno ancor quel dì montaro,
ed a
Marsilia in breve si trovaro.
102
Quivi non era Bradamante allora,
ch'aver solea governo del
paese;
che se vi fosse, a far seco dimora
gli avria sforzati con parlar
cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora
dai quattro cavallier congedo
prese
Marfisa, e da la donna del Selvaggio;
e pigliò alla ventura il suo
viaggio,
103
dicendo che lodevole non era
ch'andasser tanti cavallieri
insieme:
che gli storni e i colombi vanno in schiera,
i daini e i cervi e
ogn'animal che teme;
ma l'audace falcon, l'aquila altiera,
che ne l'aiuto
altrui non metton speme
orsi, tigri, leon, soli ne vanno;
che di più forza
alcun timor non hanno.
104
Nessun degli altri fu di quel pensiero;
sì ch'a lei sola toccò a
far partita.
Per mezzo i boschi e per strano sentiero
dunque ella se
n'andò sola e romita.
Grifone il bianco ed Aquilante il nero
pigliar con
gli altri duo la via più trita,
e giunsero a un castello il dì
seguente,
dove albergati fur cortesemente.
105
Cortesemente dico in apparenza,
ma tosto vi sentir contrario
effetto;
che 'l signor del castel, benivolenza
fingendo e cortesia, lor dè
ricetto:
e poi la notte, che sicuri senza
timor dormian, gli fe' pigliar
nel letto;
né prima li lasciò, che d'osservare
una costuma ria li fe'
giurare.
106
Ma vo' seguir la bellicosa donna,
prima, Signor, che di costor più
dica.
Passò Druenza, il Rodano e la Sonna,
e venne a piè d'una montagna
aprica.
Quivi lungo un torrente, in negra gonna
vide venire una femina
antica,
che stanca e lassa era di lunga via,
ma via più afflitta di
malenconia.
107
Questa è la vecchia che solea servire
ai malandrin nel cavernoso
monte,
là dove alta giustizia fe' venire
e dar lor morte il paladino
conte.
La vecchia, che timore ha di morire
per le cagion che poi vi saran
conte,
già molti dì va per via oscura e fosca,
fuggendo ritrovar chi la
conosca.
108
Quivi d'estrano cavallier sembianza
l'ebbe Marfisa all'abito e
all'arnese;
e perciò non fuggì, com'avea usanza
fuggir dagli altri ch'eran
del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si fermò al guado, e di
lontan l'attese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le uscì
incontra e salutolla.
109
Poi la pregò che seco oltr'a quell'acque
ne l'altra ripa in groppa
la portasse.
Marfisa che gentil fu da che nacque,
di là dal fiumicel seco
la trasse;
e portarla anch'un pezzo non le spiacque,
fin ch'a miglior
camin la ritornasse,
fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero
si
videro all'incontro un cavalliero.
110
Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni
ornato,
verso il fiume venìa da una donzella
e da un solo scudiero
accompagnato.
La donna ch'avea seco era assai bella,
ma d'altiero
sembiante e poco grato,
tutta d'orgoglio e di fastidio piena,
del
cavallier ben degna che la mena.
111
Pinabello, un de' conti maganzesi,
era quel cavallier ch'ella avea
seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gittò nel cavo
speco.
Quei sospir, quei singulti così accesi,
quel pianto che lo fe' già
quasi cieco,
tutto fu per costei ch'or seco avea,
che 'l negromante allor
gli ritenea.
112
Ma poi che fu levato di sul colle
l'incantato castel del vecchio
Atlante,
e che poté ciascuno ire ove volle,
per opra e per virtù di
Bradamante;
costei, ch'agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era
stata inante,
si tornò a lui, ed in sua compagnia
da un castello ad un
altro or se ne gìa.
113
E sì come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di
Marfisa,
non si poté tenere a bocca chiusa
di non la motteggiar con beffe
e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa
sentirsi oltraggio in
qualsivoglia guisa,
rispose d'ira accesa alla donzella,
che di lei quella
vecchia era più bella;
114
e ch'al suo cavallier volea provallo,
con patto di poi torre a lei
la gonna
e il palafren ch'avea, se da cavallo
gittava il cavallier di
ch'era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
di risponder con l'arme
non assonna:
piglia lo scudo e l'asta, e il destrier gira,
poi vien
Marfisa a ritrovar con ira.
115
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel
l'arresta,
e sì stordito lo riversa in terra,
che tarda un'ora a rilevar
la testa.
Marfisa vincitrice de la guerra,
fe' trarre a quella giovane la
vesta,
ed ogn'altro ornamento le fe' porre,
e ne fe' il tutto alla sua
vecchia torre:
116
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n'ornasse
tutta;
e fe' che 'l palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi
condutta.
Indi al preso camin con lei si volse,
che quant'era più ornata,
era più brutta.
Tre giorni se n'andar per lunga strada,
senza far cosa
onde a parlar m'accada.
117
Il quarto giorno un cavallier trovaro,
che venìa in fretta
galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v'è caro,
dicovi ch'è Zerbin,
di re figliuolo,
di virtù esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea
d'ira e di duolo
di non aver potuto far vendetta
d'un che gli avea gran
cortesia interdetta.
118
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea
fatto oltraggio;
ma sì a tempo colui seppe via torse,
sì seppe nel fuggir
prender vantaggio,
sì il bosco e sì una nebbia lo soccorse,
ch'avea
offuscato il matutino raggio,
che di man di Zerbin si levò netto,
fin che
l'ira e il furor gli uscì del petto.
119
Non poté, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella
vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il
brutto antiquo viso;
ed a Marfisa, che le venìa a lato,
disse: - Guerrier,
tu sei pien d'ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi
trovar chi te la invidi.
120
Avea la donna (se la crespa buccia
può darne indicio) più de la
Sibilla,
e parea, così ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun
vestilla;
ed or più brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l'ira
le sfavilla:
ch'a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o
brutta le vien detto.
121
Mostrò turbarse l'inclita donzella,
per prenderne piacer, come si
prese;
e rispose a Zerbin: - Mia donna è bella,
per Dio, via più che tu
non sei cortese;
come ch'io creda che la tua favella
da quel che sente
l'animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua
somma viltade.
122
E chi saria quel cavallier, che questa
sì giovane e sì bella
ritrovasse
senza più compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si
provasse? -
- Sì ben (disse Zerbin) teco s'assesta,
che saria mal ch'alcun
te la levasse;
ed io per me non son così indiscreto,
che te ne privi mai;
stanne pur lieto.
123
S'in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch'io vaglio son per
farti mostra;
ma per costei non mi tener sì cieco,
che solamente far
voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo' partir
tanta amicizia vostra.
Ben vi sète accoppiati: io giurerei,
com'ella è
bella, tu gagliardo sei. -
124
Suggiunse a lui Marfisa: - Al tuo dispetto
di levarmi costei provar
convienti.
Non vo' patir ch'un sì leggiadro aspetto
abbi veduto, e
guadagnar nol tenti. -
Rispose a lei Zerbin - Non so a ch'effetto
l'uom si
metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria, poi,
che
giovi al vinto, e al vincitore annoi. -
125
- Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar
nol dei
(disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono
vinto da te, m'abbia a
restar costei;
ma s'io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi
de' star senza lei:
se perdi, converrà che tu le faccia
compagnia sempre,
ovunque andar le piaccia. -
126
- E così sia, - Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il
cavallo.
Si levò su le staffe e si raccolse
fermo in arcione, e per non
dare in fallo,
lo scudo in mezzo alla donzella colse;
ma parve urtasse un
monte di metallo:
ed ella in guisa a lui toccò l'elmetto,
che stordito il
mandò di sella netto.
127
Troppo spiacque a Zerbin l'esser caduto,
ch'in altro scontro mai
più non gli avvenne,
e n'avea mille e mille egli abbattuto;
ed a perpetuo
scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e più gli dolse
poi che gli sovenne
ch'avea promesso e che gli convenia
aver la brutta
vecchia in compagnia.
128
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: - Questa
t'appresento;
e quanto più la veggio e grata e bella,
tanto, ch'ella sia
tua, più mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua
fé non se ne porti il vento,
che per sua guida e scorta tu non vada
(come
hai promesso) ovunque andar l'aggrada. -
129
Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito
s'imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alla vecchia: - Fa
ch'io lo conosca. -
Ed ella non gli tiene ascoso il vero,
onde sa che lo
'ncende e che l'attosca:
- Il colpo fu di man d'una donzella,
che t'ha
fatto votar (disse) la sella.
130
Per suo valor costei debitamente
usurpa a' cavallieri e scudo e
lancia;
e venuta è pur dianzi d'Oriente
per assaggiare i paladin di
Francia. -
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di
rossor la guancia,
ma restò poco di non farsi rosso
seco ogni pezzo d'arme
ch'avea indosso.
131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette
le cosce.
Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di più
dargli angosce.
Gli ricorda ch'andar seco bisogna:
e Zerbin, ch'ubligato
si conosce,
l'orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c'ha in bocca
il fren, gli sproni al fianco.
132
E sospirando: - Ohimè, Fortuna fella
(dicea), che cambio è questo
che tu fai?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch'esser meco dovea, levata
m'hai.
Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella
si debba por costei
ch'ora mi dai?
Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio
tanto diseguale.
133
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avrà mai
pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
hai data ai pesci ed agli
augei del mare;
e costei che dovria già aver pasciuti
sotterra i vermi,
hai tolta a perservare
dieci o venti anni più che non devevi,
per dar più
peso agli mie' affanni grevi. -
134
Zerbin così parlava; né men tristo
in parole e in sembianti esser
parea
di questo nuovo suo sì odioso acquisto,
che de la donna che perduta
avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
mai più Zerbin, per quel
ch'ora dicea,
s'avvide esser colui di che notizia
le diede già Issabella
di Galizia.
135
Se 'l vi ricorda quel ch'avete udito,
costei da la spelonca ne
veniva,
dove Issabella, che d'amor ferito
Zerbino avea, fu molti dì
captiva.
Più volte ella le avea già riferito
come lasciasse la paterna
riva,
e come rotta in mar da la procella,
si salvasse alla spiaggia di
Rocella.
136
E sì spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze
conte,
ch'ora udendol parlare, e più vicino
gli occhi alzandogli meglio ne
la fronte,
vide esser quel per cui sempre meschino
fu d'Issabella il cor
nel cavo monte;
che di non veder lui più si lagnava,
che d'esser fatta ai
malandrini schiava.
137
La vecchia, dando alle parole udienza,
che con sdegno e con duol
Zerbino versa,
s'avede ben ch'egli ha falsa credenza
che sia Issabella in
mar rotta e sommersa:
e ben ch'ella del certo abbia scienza,
per non lo
rallegrar, pur la perversa
quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol
gli dice quel che gli dispiace.
138
- Odi tu (gli disse ella), tu che sei
cotanto altier, che sì mi
scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
che morta piangi, mi
faresti vezzi:
ma più tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o f�ssi
in mille pezzi;
dove, s'eri v�r me più mansueto,
forse aperto t'avrei
questo secreto. -
139
Come il mastin che con furor s'aventa
adosso al ladro, ad achetarsi
è presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto
appropriato a questo;
così tosto Zerbino umil diventa,
e vien bramoso di
sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta
piange, gli sa dir novella.
140
E volto a lei con più piacevol faccia,
la supplica, la prega, la
scongiura
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o
buona o ria ventura.
- Cosa non udirai che pro ti faccia
(disse la vecchia
pertinace e dura):
non è Issabella, come credi, morta;
ma viva sì, ch'a'
morti invidia porta.
141
� capitata in questi pochi giorni
che non n'udisti, in man di più
di venti;
sì che, qualora anco in man tua ritorni,
ve' se sperar di corre
il fior convienti. -
Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e
tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti ell'era stata,
non l'avea
alcun però mai violata.
142
Dove l'avea veduta domandolle
Zerbino, e quando, ma nulla
n'invola;
che la vecchia ostinata più non volle
a quel c'ha detto
aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle
di tagliar la gola:
ma tutto è invan ciò che minaccia e prega;
che non può
far parlar la brutta strega.
143
Lasciò la lingua all'ultimo in riposo
Zerbin, poi che 'l parlar gli
giovò poco;
per quel ch'udito avea, tanto geloso,
che non trovava il cor
nel petto loco;
d'Issabella trovar sì disioso,
che saria per vederla ito
nel fuoco:
ma non poteva andar più che volesse
colei, poi ch'a Marfisa lo
promesse.
144
E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin
condotto;
né per o poggiar monte o scender valle,
mai si guardaro in
faccia o si fer motto.
Ma poi ch'al mezzodì volse le spalle
il vago sol,
fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel cammin scontraro.
Quel
che seguì, ne l'altro canto è chiaro.