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1
Ingiustissimo Amor, perché sì raro
corrispondenti fai nostri desiri?
onde, perfido, avvien che t'è sì caro
il discorde voler ch'in duo cor miri?
Gir non mi lasci al facil guado e chiaro,
e nel più cieco e maggior fondo tiri:
da chi disia il mio amor tu mi richiami,
e chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami.
2
Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella,
quando esso a lei brutto e spiacevol pare:
quando le parea bello e l'amava ella,
egli odiò lei quanto si può più odiare.
Ora s'affligge indarno e si flagella;
così renduto ben gli è pare a pare:
ella l'ha in odio, e l'odio è di tal sorte,
che piu tosto che lui vorria la morte.
3
Rinaldo al Saracin con molto orgoglio
gridò: - Scendi, ladron, del mio cavallo!
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio,
ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo:
e levar questa donna anco ti voglio;
che sarebbe a lasciartela gran fallo.
Sì perfetto destrier, donna sì degna
a un ladron non mi par che si convegna. -
4
- Tu te ne menti che ladrone io sia
(rispose il Saracin non meno altiero):
chi dicesse a te ladro, lo diria
(quanto io n'odo per fama) più con vero.
La pruova or si vedrà, chi di noi sia
più degno de la donna e del destriero;
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna
che non è cosa al mondo altra sì degna. -
5
Come soglion talor duo can mordenti,
o per invidia o per altro odio mossi,
avicinarsi digrignando i denti,
con occhi bieci e più che bracia rossi;
indi a' morsi venir, di rabbia ardenti,
con aspri ringhi e ribuffati dossi:
così alle spade e dai gridi e da l'onte
venne il Circasso e quel di Chiaramonte.
6
A piedi è l'un, l'altro a cavallo: or quale
credete ch'abbia il Saracin vantaggio?
Né ve n'ha però alcun; che così vale
forse ancor men ch'uno inesperto paggio;
che 'l destrier per istinto naturale
non volea fare al suo signore oltraggio:
né con man né con spron potea il Circasso
farlo a voluntà sua muover mai passo.
7
Quando crede cacciarlo, egli s'arresta;
E se tener lo vuole, o corre o trotta:
poi sotto il petto si caccia la testa,
giuoca di schiene, e mena calci in frotta.
Vedendo il Saracin ch'a domar questa
bestia superba era mal tempo allotta,
ferma le man sul primo arcione e s'alza,
e dal sinistro fianco in piede sbalza.
8
Sciolto che fu il pagan con leggier salto
da l'ostinata furia di Baiardo,
si vide cominciar ben degno assalto
d'un par di cavallier tanto gagliardo.
Suona l'un brando e l'altro, or basso or alto:
il martel di Vulcano era più tardo
ne la spelunca affumicata, dove
battea all'incude i folgori di Giove.
9
Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi
colpi veder che mastri son del giuoco:
or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi,
ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,
ora crescer inanzi, ora ritrarsi,
ribatter colpi e spesso lor dar loco,
girarsi intorno; e donde l'uno cede,
l'altro aver posto immantinente il piede.
10
Ecco Rinaldo con la spada adosso
a Sacripante tutto s'abbandona;
e quel porge lo scudo, ch'era d'osso,
con la piastra d'acciar temprata e buona.
Taglial Fusberta, ancor che molto grosso:
ne geme la foresta e ne risuona.
L'osso e l'acciar ne va che par di ghiaccio,
e lascia al Saracin stordito il braccio.
11
Quando vide la timida donzella
dal fiero colpo uscir tanta ruina,
per gran timor cangiò la faccia bella,
qual il reo ch'al supplicio s'avvicina;
né le par che vi sia da tardar, s'ella
non vuol di quel Rinaldo esser rapina,
di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava,
quanto esso lei miseramente amava.
12
Volta il cavallo, e ne la selva folta
lo caccia per un aspro e stretto calle:
e spesso il viso smorto a dietro volta;
che le par che Rinaldo abbia alle spalle.
Fuggendo non avea fatto via molta,
che scontrò un eremita in una valle,
ch'avea lunga la barba a mezzo il petto,
devoto e venerabile d'aspetto.
13
Dagli anni e dal digiuno attenuato,
sopra un lento asinel se ne veniva;
e parea, più ch'alcun fosse mai stato,
di coscienza scrupolosa e schiva.
Come egli vide il viso delicato
de la donzella che sopra gli arriva,
debil quantunque e mal gagliarda fosse,
tutta per carità se gli commosse.
14
La donna al fraticel chiede la via
che la conduca ad un porto di mare,
perché levar di Francia si vorria,
per non udir Rinaldo nominare.
Il frate, che sapea negromanzia,
non cessa la donzella confortare
che presto la trarrà d'ogni periglio;
ed ad una sua tasca diè di piglio.
15
Trassene un libro, e mostrò grande effetto;
che legger non finì la prima faccia,
ch'uscir fa un spirto in forma di valletto,
e gli commanda quanto vuol ch'el faccia.
Quel se ne va, da la scrittura astretto,
dove i dui cavallieri a faccia a faccia
eran nel bosco, e non stavano al rezzo;
fra' quali entrò con grande audacia in mezzo.
16
- Per cortesia (disse), un di voi mi mostre,
quando anco uccida l'altro, che gli vaglia:
che merto avrete alle fatiche vostre,
finita che tra voi sia la battaglia,
se 'l conte Orlando, senza liti o giostre,
e senza pur aver rotta una maglia,
verso Parigi mena la donzella
che v'ha condotti a questa pugna fella?
17
Vicino un miglio ho ritrovato Orlando
che ne va con Angelica a Parigi,
di voi ridendo insieme, e motteggiando
che senza frutto alcun siate in litigi.
Il meglio forse vi sarebbe, or quando
non son più lungi, a seguir lor vestigi;
che s'in Parigi Orlando la può avere,
non ve la lascia mai più rivedere. -
18
Veduto avreste i cavallier turbarsi
a quel annunzio, e mesti e sbigottiti,
senza occhi e senza mente nominarsi,
che gli avesse il rival così scherniti;
ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi
con sospir che parean del fuoco usciti,
e giurar per isdegno e per furore,
se giungea Orlando, di cavargli il core.
19
E dove aspetta il suo Baiardo, passa,
e sopra vi si lancia, e via galoppa,
né al cavallier, ch'a piè nel bosco lassa,
pur dice a Dio, non che lo 'nviti in groppa.
L'animoso cavallo urta e fracassa,
punto dal suo signor, ciò ch'egli 'ntoppa:
non ponno fosse o fiumi o sassi o spine
far che dal corso il corridor decline.
20
Signor, non voglio che vi paia strano
se Rinaldo or sì tosto il destrier piglia,
che già più giorni ha seguitato invano,
né gli ha possuto mai toccar la briglia.
Fece il destrier, ch'avea intelletto umano,
non per vizio seguirsi tante miglia,
ma per guidar dove la donna giva,
il suo signor, da chi bramar l'udiva.
21
Quando ella si fuggì dal padiglione,
la vide ed appostolla il buon destriero,
che si trovava aver voto l'arcione,
però che n'era sceso il cavalliero
per combatter di par con un barone,
che men di lui non era in arme fiero;
poi ne seguitò l'orme di lontano,
bramoso porla al suo signore in mano.
22
Bramoso di ritrarlo ove fosse ella,
per la gran selva inanzi se gli messe;
né lo volea lasciar montare in sella,
perché ad altro camin non lo volgesse.
Per lui trovò Rinaldo la donzella
una e due volte, e mai non gli successe;
che fu da Ferraù prima impedito,
poi dal Circasso, come avete udito.
23
Ora al demonio che mostrò a Rinaldo
de la donzella li falsi vestigi,
credette Baiardo anco, e stette saldo
e mansueto ai soliti servigi.
Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo,
a tutta briglia, e sempre inver Parigi;
e vola tanto col disio, che lento,
non ch'un destrier, ma gli parrebbe il vento.
24
La notte a pena di seguir rimane,
per affrontarsi col signor d'Anglante:
tanto ha creduto alle parole vane
del messagger del cauto negromante.
Non cessa cavalcar sera e dimane,
che si vede apparir la terra avante,
dove re Carlo, rotto e mal condutto,
con le reliquie sue s'era ridutto:
25
e perché dal re d'Africa battaglia
ed assedio s'aspetta, usa gran cura
a raccor buona gente e vettovaglia,
far cavamenti e riparar le mura.
Ciò ch'a difesa spera che gli vaglia,
senza gran diferir, tutto procura:
pensa mandare in Inghilterra, e trarne
gente onde possa un novo campo farne:
26
che vuole uscir di nuovo alla campagna,
e ritentar la sorte de la guerra.
Spaccia Rinaldo subito in Bretagna,
Bretagna che fu poi detta Inghilterra.
Ben de l'andata il paladin si lagna:
non ch'abbia così in odio quella terra;
ma perché Carlo il manda allora allora,
né pur lo lascia un giorno far dimora.
27
Rinaldo mai di ciò non fece meno
volentier cosa; poi che fu distolto
di gir cercando il bel viso sereno
che gli avea il cor di mezzo il petto tolto:
ma, per ubidir Carlo, nondimeno
a quella via si fu subito volto,
ed a Calesse in poche ore trovossi;
e giunto, il dì medesimo imbarcossi.
28
Contra la voluntà d'ogni nocchiero,
pel gran desir che di tornare avea,
entrò nel mar ch'era turbato e fiero,
e gran procella minacciar parea.
Il Vento si sdegnò, che da l'altiero
sprezzar si vide; e con tempesta rea
sollevò il mar intorno, e con tal rabbia,
che gli mandò a bagnar sino alla gabbia.
29
Calano tosto i marinari accorti
le maggior vele, e pensano dar volta,
e ritornar ne li medesmi porti
donde in mal punto avean la nave sciolta.
- Non convien (dice il Vento) ch'io comporti
tanta licenza che v'avete tolta; -
e soffia e grida e naufragio minaccia,
s'altrove van, che dove egli li caccia.
30
Or a poppa, or all'orza hann'il crudele,
che mai non cessa, e vien più ognor crescendo:
essi di qua di là con umil vele
vansi aggirando, e l'alto mar scorrendo.
Ma perché varie fila a varie tele
uopo mi son, che tutte ordire intendo,
lascio Rinaldo e l'agitata prua,
e torno a dir di Bradamante sua.
31
Io parlo di quella inclita donzella,
per cui re Sacripante in terra giacque,
che di questo signor degna sorella,
del duca Amone e di Beatrice nacque.
La gran possanza e il molto ardir di quella
non meno a Carlo e a tutta Francia piacque
(che più d'un paragon ne vide saldo),
che 'l lodato valor del buon Rinaldo.
32
La donna amata fu da un cavalliero
che d'Africa passò col re Agramante,
che partorì del seme di Ruggiero
la disperata figlia di Agolante:
e costei, che né d'orso né di fiero
leone uscì, non sdegnò tal amante;
ben che concesso, fuor che vedersi una
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.
33
Quindi cercando Bradamante gìa
l'amante suo, ch'avea nome dal padre,
così sicura senza compagnia,
come avesse in sua guardia mille squadre:
e fatto ch'ebbe al re di Circassia
battere il volto dell'antiqua madre,
traversò un bosco, e dopo il bosco un monte,
tanto che giunse ad una bella fonte.
34
La fonte discorrea per mezzo un prato,
d'arbori antiqui e di bell'ombre adorno,
Ch'i viandanti col mormorio grato
a ber invita e a far seco soggiorno:
un culto monticel dal manco lato
le difende il calor del mezzo giorno.
Quivi, come i begli occhi prima torse,
d'un cavallier la giovane s'accorse;
35
d'un cavallier, ch'all'ombra d'un boschetto,
nel margin verde e bianco e rosso e giallo
sedea pensoso, tacito e soletto
sopra quel chiaro e liquido cristallo.
Lo scudo non lontan pende e l'elmetto
dal faggio, ove legato era il cavallo;
ed avea gli occhi molli e 'l viso basso,
e si mostrava addolorato e lasso.
36
Questo disir, ch'a tutti sta nel core,
de' fatti altrui sempre cercar novella,
fece a quel cavallier del suo dolore
la cagion domandar da la donzella.
Egli l'aperse e tutta mostrò fuore,
dal cortese parlar mosso di quella,
e dal sembiante altier, ch'al primo sguardo
gli sembrò di guerrier molto gagliardo.
37
E cominciò: - Signor, io conducea
pedoni e cavallieri, e venìa in campo
là dove Carlo Marsilio attendea,
perch'al scender del monte avesse inciampo;
e una giovane bella meco avea,
del cui fervido amor nel petto avampo:
e ritrovai presso a Rodonna armato
un che frenava un gran destriero alato.
38
Tosto che 'l ladro, o sia mortale, o sia
una de l'infernali anime orrende,
vede la bella e cara donna mia;
come falcon che per ferir discende,
cala e poggia in un atimo, e tra via
getta le mani, e lei smarrita prende.
Ancor non m'era accorto de l'assalto,
che de la donna io senti' il grido in alto.
39
Così il rapace nibio furar suole
il misero pulcin presso alla chioccia,
che di sua inavvertenza poi si duole,
e invan gli grida, e invan dietro gli croccia.
Io non posso seguir un uom che vole,
chiuso tra' monti, a piè d'un'erta roccia:
stanco ho il destrier, che muta a pena i passi
ne l'aspre vie de' faticosi sassi.
40
Ma, come quel che men curato avrei
vedermi trar di mezzo il petto il core,
lasciai lor via seguir quegli altri miei,
senza mia guida e senza alcun rettore:
per li scoscesi poggi e manco rei
presi la via che mi mostrava Amore,
e dove mi parea che quel rapace
portassi il mio conforto e la mia pace.
41
Sei giorni me n'andai matina e sera
per balze e per pendici orride e strane,
dove non via, dove sentier non era,
dove né segno di vestigie umane;
poi giunsi in una valle inculta e fiera,
di ripe cinta e spaventose tane,
che nel mezzo s'un sasso avea un castello
forte e ben posto, a maraviglia bello.
42
Da lungi par che come fiamma lustri,
né sia di terra cotta, né di marmi.
Come più m'avicino ai muri illustri,
l'opra più bella e più mirabil parmi.
E seppi poi, come i demoni industri,
da suffumigi tratti e sacri carmi,
tutto d'acciaio avean cinto il bel loco,
temprato all'onda ed allo stigio foco.
43
Di sì forbito acciar luce ogni torre,
che non vi può né ruggine né macchia.
Tutto il paese giorno e notte scorre,
E poi là dentro il rio ladron s'immacchia.
Cosa non ha ripar che voglia torre:
sol dietro invan se li bestemia e gracchia.
Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene,
che di mai ricovrar lascio ogni spene.
44
Ah lasso! che poss'io più che mirare
la rocca lungi, ove il mio ben m'è chiuso?
come la volpe, che 'l figlio gridare
nel nido oda de l'aquila di giuso,
s'aggira intorno, e non sa che si fare,
poi che l'ali non ha da gir là suso.
Erto è quel sasso sì, tale è il castello,
che non vi può salir chi non è augello.
45
Mentre io tardava quivi, ecco venire
duo cavallier ch'avean per guida un nano,
che la speranza aggiunsero al desire;
ma ben fu la speranza e il desir vano.
Ambi erano guerrier di sommo ardire:
era Gradasso l'un, re sericano;
era l'altro Ruggier, giovene forte,
pregiato assai ne l'africana corte.
46
- Vengon (mi disse il nano) per far pruova
di lor virtù col sir di quel castello,
che per via strana, inusitata e nuova
cavalca armato il quadrupede augello. -
- Deh, signor (diss'io lor), pietà vi muova
del duro caso mio spietato e fello!
Quando, come ho speranza, voi vinciate,
vi prego la mia donna mi rendiate. -
47
E come mi fu tolta lor narrai,
con lacrime affermando il dolor mio.
Quei, lor mercé, mi proferiro assai,
e giù calaro il poggio alpestre e rio.
Di lontan la battaglia io riguardai,
pregando per la lor vittoria Dio.
Era sotto il castel tanto di piano,
quanto in due volte si può trar con mano.
48
Poi che fur giunti a piè de l'alta rocca,
l'uno e l' altro volea combatter prima;
pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca,
o pur che non ne fe' Ruggier più stima.
Quel Serican si pone il corno a bocca:
rimbomba il sasso e la fortezza in cima.
Ecco apparire il cavalliero armato
fuor de la porta, e sul cavallo alato.
49
Cominciò a poco a poco indi a levarse,
come suol far la peregrina grue,
che corre prima, e poi vediamo alzarse
alla terra vicina un braccio o due;
e quando tutte sono all'aria sparse,
velocissime mostra l'ale sue.
Sì ad alto il negromante batte l'ale,
ch'a tanta altezza a pena aquila sale.
50
Quando gli parve poi, volse il destriero,
che chiuse i vanni e venne a terra a piombo,
come casca dal ciel falcon maniero
che levar veggia l'anitra o il colombo.
Con la lancia arrestata il cavalliero
l'aria fendendo vien d'orribil rombo.
Gradasso a pena del calar s'avede,
che se lo sente addosso e che lo fiede.
51
Sopra Gradasso il mago l'asta roppe;
ferì Gradasso il vento e l'aria vana:
per questo il volator non interroppe
il batter l'ale, e quindi s'allontana.
Il grave scontro fa chinar le groppe
sul verde prato alla gagliarda alfana.
Gradasso avea una alfana, la più bella
e la miglior che mai portasse sella.
52
Sin alle stelle il volator trascorse;
indi girossi e tornò in fretta al basso,
e percosse Ruggier che non s'accorse,
Ruggier che tutto intento era a Gradasso.
Ruggier del grave colpo si distorse,
e 'l suo destrier più rinculò d'un passo;
e quando si voltò per lui ferire,
da sé lontano il vide al ciel salire.
53
Or su Gradasso, or su Ruggier percote
ne la fronte, nel petto e ne la schiena,
e le botte di quei lascia ognor vote,
perché è sì presto, che si vede a pena.
Girando va con spaziose rote,
e quando all'uno accenna, all'altro mena:
all'uno e all'altro sì gli occhi abbarbaglia,
che non ponno veder donde gli assaglia.
54
Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo
la battaglia durò sino a quella ora,
che spiegando pel mondo oscuro velo,
tutte le belle cose discolora.
Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo:
io 'l vidi, i' 'l so: né m'assicuro ancora
di dirlo altrui; che questa maraviglia
al falso più ch'al ver si rassimiglia.
55
D'un bel drappo di seta avea coperto
lo scudo in braccio il cavallier celeste.
Come avesse, non so, tanto sofferto
di tenerlo nascosto in quella veste;
ch'immantinente che lo mostra aperto,
forza è, ch'il mira, abbarbagliato reste,
e cada come corpo morto cade,
e venga al negromante in potestade.
56
Splende lo scudo a guisa di piropo,
e luce altra non è tanto lucente.
Cadere in terra allo splendor fu d'uopo
con gli occhi abbacinati, e senza mente.
Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo
gran spazio mi riebbi finalmente;
né più i guerrier né più vidi quel nano,
ma vòto il campo, e scuro il monte e il piano.
57
Pensai per questo che l'incantatore
avesse amendui colti a un tratto insieme,
e tolto per virtù de lo splendore
la libertade a loro, e a me la speme.
Così a quel loco, che chiudea il mio core,
dissi, partendo, le parole estreme.
Or giudicate s'altra pena ria,
che causi Amor, può pareggiar la mia. -
58
Ritornò il cavallier nel primo duolo,
fatta che n'ebbe la cagion palese.
Questo era il conte Pinabel, figliuolo
d'Anselmo d'Altaripa, maganzese;
che tra sua gente scelerata, solo
leale esser non volse né cortese,
ma ne li vizi abominandi e brutti
non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.
59
La bella donna con diverso aspetto
stette ascoltando il Maganzese cheta;
che come prima di Ruggier fu detto,
nel viso si mostrò più che mai lieta:
ma quando sentì poi ch'era in distretto,
turbossi tutta d'amorosa pieta;
né per una o due volte contentosse
che ritornato a replicar le fosse.
60
E poi ch'al fin le parve esserne chiara,
gli disse: - Cavallier, datti riposo,
che ben può la mia giunta esserti cara,
parerti questo giorno aventuroso.
Andiam pur tosto a quella stanza avara,
che sì ricco tesor ci tiene ascoso;
né spesa sarà invan questa fatica,
se fortuna non m'è troppo nemica. -
61
Rispose il cavallier: - Tu vòi ch'io passi
di nuovo i monti, e mostriti la via?
A me molto non è perdere i passi,
perduta avendo ogni altra cosa mia;
ma tu per balze e ruinosi sassi
cerchi entrar in pregione; e così sia.
Non hai di che dolerti di me, poi
ch'io tel predico, e tu pur gir vi vòi. -
62
Così dice egli, e torna al suo destriero,
e di quella animosa si fa guida,
che si mette a periglio per Ruggiero,
che la pigli quel mago o che la ancida.
In questo, ecco alle spalle il messaggero,
ch': - Aspetta, aspetta! - a tutta voce grida,
il messagger da chi il Circasso intese
che costei fu ch'all'erba lo distese.
63
A Bradamante il messagger novella
di Mompolier e di Narbona porta,
ch'alzato gli stendardi di Castella
avean, con tutto il lito d'Acquamorta;
e che Marsilia, non v'essendo quella
che la dovea guardar, mal si conforta,
e consiglio e soccorso le domanda
per questo messo, e se le raccomanda.
64
Questa cittade, e intorno a molte miglia
ciò che fra Varo e Rodano al mar siede,
avea l'imperator dato alla figlia
del duca Amon, in ch'avea speme e fede;
però che 'l suo valor con maraviglia
riguardar suol, quando armeggiar la vede.
Or, com'io dico, a domandar aiuto
quel messo da Marsilia era venuto.
65
Tra sì e no la giovane suspesa,
di voler ritornar dubita un poco:
quinci l'onore e il debito le pesa,
quindi l'incalza l'amoroso foco.
Fermasi al fin di seguitar l'impresa,
e trar Ruggier de l'incantato loco;
e quando sua virtù non possa tanto,
almen restargli prigioniera a canto.
66
E fece iscusa tal, che quel messaggio
parve contento rimanere e cheto.
Indi girò la briglia al suo viaggio,
con Pinabel che non ne parve lieto;
che seppe esser costei di quel lignaggio
che tanto ha in odio in publico e in secreto:
e già s'avisa le future angosce,
se lui per maganzese ella conosce.
67
Tra casa di Maganza e di Chiarmonte
era odio antico e inimicizia intensa;
e più volte s'avean rotta la fronte,
e sparso di lor sangue copia immensa:
e però nel suo cor l'iniquo conte
tradir l'incauta giovane si pensa;
o, come prima commodo gli accada,
lasciarla sola, e trovar altra strada.
68
E tanto gli occupò la fantasia
il nativo odio, il dubbio e la paura,
ch'inavedutamente uscì di via:
e ritrovossi in una selva oscura,
che nel mezzo avea un monte che finia
la nuda cima in una pietra dura;
e la figlia del duca di Dordona
gli è sempre dietro, e mai non l'abandona.
69
Come si vide il Maganzese al bosco,
pensò torsi la donna da le spalle.
Disse: - Prima che 'l ciel torni più fosco,
verso un albergo è meglio farsi il calle.
Oltra quel monte, s'io lo riconosco,
siede un ricco castel giù ne la valle.
Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio
certificar con gli occhi me ne voglio. -
70
Così dicendo, alla cima superna
del solitario monte il destrier caccia,
mirando pur s'alcuna via discerna,
come lei possa tor da la sua traccia.
Ecco nel sasso truova una caverna,
che si profonda più di trenta braccia.
Tagliato a picchi ed a scarpelli il sasso
scende giù al dritto, ed ha una porta al basso.
71
Nel fondo avea una porta ampla e capace,
ch'in maggior stanza largo adito dava;
e fuor n'uscìa splendor, come di face
ch'ardesse in mezzo alla montana cava.
Mentre quivi il fellon suspeso tace,
la donna, che da lungi il seguitava
(perché perderne l'orme si temea),
alla spelonca gli sopragiungea.
72
Poi che si vide il traditore uscire,
quel ch'avea prima disegnato, invano,
o da sé torla, o di farla morire,
nuovo argumento imaginossi e strano.
Le si fe' incontra, e su la fe' salire
là dove il monte era forato e vano;
e le disse ch'avea visto nel fondo
una donzelIa di viso giocondo.
73
Ch'a' bei sembianti ed alla ricca vesta
esser parea di non ignobil grado;
ma quanto più potea turbata e mesta,
mostrava esservi chiusa suo mal grado:
e per saper la condizion di questa,
ch'avea già cominciato a entrar nel guado;
e ch'era uscito de l'interna grotta
un che dentro a furor l'avea ridotta.
74
Bradamante, che come era animosa,
così mal cauta, a Pinabel diè fede;
e d'aiutar la donna, disiosa,
si pensa come por colà giù il piede.
Ecco d'un olmo alla cima frondosa
volgendo gli occhi, un lungo ramo vede;
e con la spada quel subito tronca,
e lo declina giù ne la spelonca.
75
Dove è tagliato, in man lo raccomanda
a Pinabello, e poscia a quel s'apprende:
prima giù i piedi ne la tana manda,
e su le braccia tutta si suspende.
Sorride Pinabello, e le domanda
come ella salti; e le man apre e stende,
dicendole: - Qui fosser teco insieme
tutti li tuoi, ch'io ne spegnessi il seme! -
76
Non come volse Pinabello avvenne
de l'innocente giovane la sorte;
perché, giù diroccando a ferir venne
prima nel fondo il ramo saldo e forte.
Ben si spezzò, ma tanto la sostenne,
che 'l suo favor la liberò da morte.
Giacque stordita la donzella alquanto,
come io vi seguirò ne l'altro canto.
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1
Ingiustissimo
amore, perché così raramente
vengono
corrisposti i nostri desideri d'amore?
Poiché,
malvagio, ti è spesso cosa tanto cara
volere
che due cuori siano discordi dei sentimenti, l'uno ami e l'altro no?
Non
mi lasci passare dove il guado è facile e l'acqua chiara,
ma
mi spingi invece nel punto più profondo e scuro:
fai
sì che io eviti colei che desidera il mio amore
mentre
vuoi che adori ed ami colei che invece mi ha in odio.
2
Fai
sì che Angelica appaia bella agli occhi di Rinaldo,
quando
lui appare invece a lei butto ed indesiderato:
quando
le lo amava e lo vedeva bello,
lui
la odiava tanto quanto si può odiare.
Ora
si addolora invano e si tormenta d'amore;
viene
proprio ripagato con la stessa moneta:
Angelica
lo odia, e l'odio che prova è tanto
da
vorrebbe morire piuttosto che divenire sua.
3
Rinaldo,
con molto orgoglio,
grida
a Sacripante: "Scendi dal mio cavallo, ladro!
Non
sono solito tollerare che mi venga sottratto il destriero,
ma,
piuttosto, a chi ci vuole provare gli faccio pagare un caro prezzo:
ti
voglio inoltre togliere anche questa donna;
poiché
a lasciarla nelle tue mani si commetterebbe un grave errore.
Ad
un cavallo tanto perfetto, ad una donna così meritevole
non
credo convenga finire nelle mani di un ladro."
4
"Tu
dici una menzogna sostenendo che io sia un ladrone
(rispose
Sacripante in modo non meno altezzoso):
chi
dicesse ladro a te, lo direbbe
(a
quanto io posso apprendere dalla tua fama) con maggiore veridicità.
Ora
avremo la prova di chi, di noi due, sia
più
meritevole della donna e del destriero;
benché,
riguardo ad Angelica, con te mi trovo d'accordo
sul
fatto che non esista altra cosa al monto tanto eccellente."
5
Come
sono soliti, a volte, due cani pronti ad azzannarsi,
mossi
dall'invidia o da altra fonte di odio,
avvicinarsi,
digrignando i denti,
con
occhi torvi e rossi più della brace;
e
quindi azzannarsi, accesi dalla rabbia,
con
duro ringhio e con il pelo del dorso arruffato:
allo
stesso modo, impugnate le spade, dopo le grida e le offese,
Sacripante e Rinaldo
si
gettarono l'uno sull'altro.
6
L'uno
è a piedi, l'altro a cavallo: quale
vantaggio
pensate possa avere il guerriero saraceno? Non
ne ha però in realtà nessuno; perché a cavallo vale
forse ancora meno di un paggio inesperto; poiché
Baiardo, per suo istinto naturale, non
voleva fare alcun torto al suo padrone Rinaldo: né
con le briglie e neanche con gli speroni, avrebbe potuto Sacripante mai
farlo, per sua volontà, muovere di un solo passo. 7 Quando
crede di farlo avanzare, il destriero invece si blocca; e
se lo vuole trattenere, o galoppa o trotta: infine
si infila testa sotto il petto, inarca
la schiena ed inizia a scalciare a ripetizione. Vedendo
il saraceno che per domare questa superba
bestia non era il momento giusto, pone
le proprie mani sulla parte anteriore della sella e
salta in piedi alla sinistra dell'animale. 8 Non
appena Sacripante si fu liberato, con un agile salto, dall'ostinata
furia di Baiardo, ha
inizio l'assalto, molto meritevole per le qualità in gioco, molto
energico, della coppia di cavalieri. Risuonano
entrambe le spade, ora con suoni gravi ed ora acuti: in
confronto, il martello del dio vulcano era più lento nel
cratere fumante dell'Etna, dove batteva
sull'incudine i fulmini di Giove. 9 Con
affondi, finte e colpi di taglio, mostrano di
essere maestri del combattimento con la spada: a
volte li puoi vedere muoversi eretti, a volte rannicchiati, ora
in atteggiamento difensivo ed ora di attacco, ora
protendersi in avanti ed ora ritrarsi, ribattere
ai colpi dell'avversario ed ora andare a vuoto, girandosi
l'uno intorno all'altro; e se uno cede terreno, l'altro
subito avanza di un passo. 10 Ecco
ora Rinaldo abbattersi addosso a
Sacripante con la propria spada; l'altro
si difende con lo scudo, di osso e con
la piastra in acciaio temprato e di buona fattura. La
spada di Rinaldo, Fusberta, lo taglia in due, nonostante le dimensioni: la
foresta rimbomba e risuona per il colpo. L'osso
e l'acciaio si spezzano come fossero di ghiaccio, e
lasciano intorpidito il braccio del saracino. 11 Non
appena Angelica, impaurita, vide quale
danno aveva provocato il colpo vigoroso di Rinaldo, per
la grande paura cambiò il colorito del viso, così
come lo cambia un condannato prossimo al supplizio; ritiene
quindi di non potersi trattenere oltre, se non
vuole essere fatta prigioniera da Rinaldo; quel
Rinaldo che le tanto odiava, quanto
da lui era infelicemente amata. 12 Volta
il cavallo e nel fitto bosco lo
spinge al galoppo, attraverso un sentiero stretto e difficile: volta
spesso indietro il proprio pallido viso, credendo
di avere Rinaldo alle proprie spalle, al proprio inseguimento. Nella
fuga, non aveva ancora fatto molta strada che
incontrò, in una valle, un eremita, con
la barba lunga fino a metà del petto, di
aspetto devoto e venerabile. 13 Smagrito
a causa dell'età e del digiuno, se
ne andava seduto su di un lento asinello; sembrava,
più di qualunque altra persona, di
coscienza scrupolosa e non disposta verso azioni malvagie. Non
appena l'eremita vide la bellezza elegante della
donna che gli si avvicinava, la
sua coscienza, sebbene fosse debole e poco vigorosa, subito,
per concessione divina, gli si ridestò. 14 Angelica
chiese al fraticello di indicarle la strada che
la conduca ad un porto sul mare, poiché
vorrebbe scappare dalla Francia così
da non dover più sentire pronunciare il nome di Rinaldo. L'eremita,
che conosceva le arti magiche, non
cessò di confortare la donzella, promettendole
di sottrarla subito ad ogni pericolo; infilò
quindi una mano in tasca. 15 Tirò
fuori un libro e fece un incantesimo; non
finì neanche di leggere la prima pagina che
subito fece comparire uno spirito con le sembianze di valletto, a
cui ordina ciò che vuole venga fatto. Lo
spirito maligno va, obbligato dalla formula magica, dove
i due cavalieri si trovavano, faccia a faccia, nel
bosco, e non per riposarsi all'ombra; con
grande coraggio si pone quindi in mezzo, tra di loro. 16 Disse:
"Uno di voi mi faccia cortesemente capire, quando
anche dovesse uccidere l'altro, quale beneficio ne trarrebbe: quale
ricompensa avrete dalle vostre fatiche, quando
sarà finita la battaglia, se
il conte Orlando, senza litigi o duelli, e
senza avere neppure rotto una maglia della corazza, verso
Parigi sta conducendo la donzella che
vi ha spinti in questa dura battaglia? 17 A
massimo un miglio da qui, ho incontrato Orlando che,
con Angelica, si stava dirigendo a Parigi, ridendo
di voi tra di loro, e prendendovi in giro perché
senza state litigando senza avere niente in palio. Sarebbe
forse meglio per voi, adesso che non
sono ancora più lontani, seguire le loro tracce; poiché
se Orlando a Parigi potrà farla sua, allora
non ve la lascerà più vedere."
18
Avreste
dovuto vedere i due cavalieri agitarsi
a
quell'annuncio, tristi ed increduli,
chiamando
sé stessi stupidi e ciechi,
per
il fatto che il loro rivale si era preso gioco di loro a quel modo;
ed
il prode Rinaldo precipitarsi verso il suo cavallo,
con
sbuffi d'ira che sembravano originati da fiamme,
e
giurare, per furore e sdegno,
che
se avesse raggiunto Orlando, gli avrebbe strappato il cuore dal petto.
19
Si
dirige velocemente dove il suo Baiardo lo aspetta,
si
lancia sul dorso del cavallo e galoppa via,
senza
dire addio a Sacripante, che lascia nel bosco
appiedato,
senza nemmeno invitarlo in groppa al destriero.
Il
forte destriero investe e distrugge,
spronato
dal suo padrone, tutto ciò che gli ostruisce il passaggio:
fossati
o fiumi o pietre o spini non possono
far
deviare il cavallo dalla propria traiettoria.
20
Cardinale
Ippolito, non voglio che vi sembri cosa strana
se
Rinaldo ora, così all'improvviso, sia riuscito a riprendersi il
destriero,
che
per molti giorni aveva rincorso invano,
senza
poter mai riuscire a toccargli nemmeno la briglia.
Il
destriero, che avevo intelligenza paragonabile a quella dell'uomo, si
fece
inseguire per tante miglia non per un proprio capriccio,
ma
per condurre nei luoghi dove Angelica passava
il
suo signore, avendo sentito che lui la invocava con desiderio.
21
Quando
Angelica fuggì dalla tenda di Nemo,
la
vide e la tenne sotto controllo il fedele destriero,
che
si trovava in quel momento senza alcuna persona in groppa,
poiché
il proprio cavaliere ne era sceso
per
poter combattere alla pari con un barone, privo di cavallo,
che
con le armi non era sicuramente meno valoroso di Rinaldo;
successivamente
Baiardo seguì le tracce della donna da lontano,
desideroso
di consegnarla nelle mani del proprio padrone.
22
Desiderando
condurre Rinaldo nel luogo ove lei si trovava,
attraverso
la grande selva si mantenne, a giusta distanza, davanti a lui;
non
voleva lasciarlo montare in sella,
così
da non poter essere poi indirizzato su un altro sentiero.
Grazie
a Baiardo, Rinaldo riuscì a ritrovare la donzella
più
volte, senza però mai riuscire nel proprio intento;
venne
la prima volta ostacolato da Ferraù,
poi
da Sacripante come avete appena udito.
23
Ora
al demone che mostrò a Rinaldo false
tracce del passaggio di angelica, aveva
creduto anche Baiardo, che obbedì, senza esitare e
mansueto, agli ordini ai quali era abituato. Rinaldo
lo spinge avanti, infiammato d'amore ed ira, al
galoppo dritto verso Parigi; ed
il desiderio di arrivare lo fa andare talmente veloce, che lento gli
sarebbe sembrato non qualunque altro destriero ma il vento stesso. 24 A
malapena la notte riesce ad astenersi dall'inseguimento, spinto
dal desiderio di confrontarsi con Orlando: tanto
ha creduto alle parole prive di fondamento del
messaggero dell'astuto negromante. Non
interrompe la cavalcata la sera e la mattina seguente, e
vede infine comparire davanti ai propri occhi la città (Parigi) dove
re Carlo, sconfitto e mal ridotto, con
i propri soldati sopravvissuti si era ritirato: 25 e
poiché da Agramante si aspetta un attacco ed
un assedio, si dedica con cura a
tirare insieme soldati valorosi e scorte di viveri, a
scavare fossati ed a riparare le mura. Tutto
ciò che spera possa essergli utile per la difesa cerca
di procurare senza alcuna esitazione: pensa
anche di mandare messaggeri a chiedere aiuto in Inghilterra, ed ottenere
soldati armati per allestire un nuovo esercito: 26 vuole
infatti scendere di nuovo in campo e
ritentare la sorte in guerra. Manda
subito in tutta fretta Rinaldo in Bretagna, chiamata
successivamente Inghilterra. Il
paladino si lamenta vivacemente per la partenza: non
per un odio nei confronti di quella terra; ma
perché re Carlo lo manda immediatamente, senza
lasciarlo alloggiare a Parigi neanche per un solo giorno. 27 Rinaldo
non fece mai meno volentieri
altra cosa; poiché fu distolto dall'andare
in giro a cercare il bel viso di angelica, che
gli aveva strappato il cuore dal petto: ma
ciò nonostante, ubbidendo a re Carlo, subito
si mise in marcia nella direzione richiesta, ed
in poche ore raggiunse il porto di Calais; ed
appena arrivato, lo stesso giorno di imbarcò. 28 Contro
la volontà di qualunque comandate, tanto
era grande il desiderio che aveva di tornare in Francia, prese
il largo con il mare turbolento ed agitato che
sembrava minacciare tempesta. Il
Vento non tollerò di vedersi disprezzato da quel cavaliere
altezzoso; con una violenta tempesta sollevò
grosse onde intorno alla nave, con una tale rabbia le
abbatte poi sulla nave tanto da bagnare la cima dell'albero maestro. 29 I
marinai esperti calano subito le
vele più grandi e pensano già di invertire al rotta, per
ritornare allo stesso porto dal
quale, in un momento così poco opportuno, era salpati. Dice
il Vento "Non è opportuno che venga tollerata tutta
quella libertà che vi siete presi"; e
soffia, urla e minaccia di fare naufragare la nave se
tentano di andare d'altra parte rispetto a dove lui li vuole spingere. 30 Il
vento spietato spinge ora a poppa ed ora a prua, senza
mai cessare, ma, anzi, aumentando di intensità di ora in ora: con
le vele minori, da una parte e dall'altra vanno
tutt'intorno, puntando il largo. Ma
poiché varie file per varie tele, trame, sono
necessarie, e le voglio tutte tessere, lascio
ora Rinaldo sulla prua agitata della nave per
tornare a raccontare della sua Bradamante. 31 Parlo
di quella famosa donzella che
lasciò a terra, sconfitto, il re Sacripante, degna
sorella di Rinaldo, figlia
di Beatrice e del duca Amone. La
grande forza ed il molto coraggio di Bradamante, non
fu apprezzato da re Carlo e da tutta la Francia (avendone
avuto più di una prova certa), meno
di quanto fu lodato il valore in combattimento del prode Rinaldo. 32 La
donna fu amata da un cavaliere, Ruggiero, giunto
dall'Africa con il re Agramante, figlio
del re Ruggiero II e della
disperata Galaciella, figlia di Agolante: Bradamante,
che non era selvaggia né feroce,
non disdegnò Ruggiero come amante; benché
la Fortuna non abbia concesso loro di vedersi
e parlarsi per più di una volta. 33 Andava
quindi Bradamante alla ricerca dell'uomo amato,
che aveva lo stesso nome del proprio padre, sicura,
senza compagnia, come
se avesse avuto a sua protezione mille battaglioni: e
dopo che ebbe fatto a Sacripante sbattere
il volto a terra, attraversò
il bosco, e dopo il bosco un monte, finché
raggiunse un grazioso torrente. 34 Il
ruscello scorreva in mezzo ad un prato, adornato
di alberi secolari e di bei luoghi in ombra, e,
con il gradevole mormorio, i viandanti invita
ad abbeverarsi ed a soffermarsi presso di sé: un
monticello ricco di vegetazione, sul lato sinistro, lo
difende dal calore del sole di mezzogiorno. Lì,
non appena Bradamante volse i propri begli occhi a guardare la fonte, subito
si accorse della presenza di un cavaliere; 35 di
un cavaliere che all'ombra di un boschetto, dal
contorno verde, giallo, rosso e giallo, sedeva
assorto dai propri pensieri, solitario e silenzioso, sulla
riva di quella chiara e limpida acqua cristallina. Lo
scudo e l'elmo del cavaliere pendono poco lontano da
un faggio, dove era stato legato il cavallo; il
cavaliere aveva gli occhi bagnati di lacrime, la testa bassa, e
si mostrava addolorato ed abbattuto. 36 Questo
desiderio, che sta nel cuore di tutti, di
volere sempre informazioni riguardo ai fatti di interesse altrui, il
motivo del dolore di quel cavaliere fece
domandare alla donzella. Lui
svelò la ragione del proprio dolore, spinto
dal modo di parlare cortese di lei, e
dalle sue sembianze altezzose, che al primo sguardo gli
parvero di guerriero molto valoroso. 37 Incominciò
quindi a raccontare: "Signora, conducevo fanti
e cavalieri ed ero diretto là dove
Carlo attendeva Marsilio per
opporre resistenza alla sua discesa dai colli di Montalbano; avevo
con me una bella ragazza, per
amore della quale ora ardo in petto: nei
pressi di Rodonna incontrai un cavaliere armato (mago Atlante) il
sella ad un grande destriero alato. 38 Non
appena il ladro, persona mortale oppure una
delle orrende anime dell'inferno, vide
la mia bella e tanto cara donna; come
un falcone che, per afferrare la preda, scende dal cielo, in
un attimo scende a terra e risale in cielo, e nel movimento allunga
le mani e rapisce la mia amata, colta di sorpresa. Non
mi ero ancora neanche reso conto dell'assalto, che
subito sento le grida della donna provenire dal cielo. 39 Così
come il rapace nibbio e solito sottrarre il
povero pulcino alla chioccia, che
poi si addolora per la propria disattenzione, ed
invano grida e crocchia dietro al nibbio. Allo
stesso modo io non posso inseguire un uomo capace di volare, chiuso
tra monti, ai piedi di una ripida roccia: il
mio destriero è stanco, a fatica mette una zampa davanti all'altra lungo
gli aspri
sentieri delle faticose rocce. 40 Ma,
non essendomi mai preoccupato di vedermi
strappato il cuore dal petto, lasciai
che il mio esercito seguisse la propria via, senza
la mia guida e senza alcun comandante: per
i pendii scoscesi e per quelli più accessibili presi
la via indicatami dall'amore, dove
mi sembrava che quel rapace avesse
portato la mia fonte di conforto e di pace. 41 Per
sei giorno, di mattina e di sera, procedetti per
terreni scoscesi e per pendici aspre e selvagge, dove
non c'era una via né un sentiero, nemmeno
segni di tracce umane; giunsi
infine in una valle incolta e inospitale, circondata
da dirupi e caverne spaventose, nel
mezzo della quale, sopra una roccia, si trovava un castello fortificato
e ben posto, in posizione dominante, bello oltre ogni limite. 42 Visto
da lontano, sembra risplendere come una fiamma, costruito
non con la terra cotta né con marmi. Come
più mi avvicino ai muri splendenti, tanto
più l'opera mi sembra bella ed incantevole. Venne
poi a sapere, che spiriti demoniaci instancabili, evocati
da vapori e formule magiche, aveva
completamente ricoperto il bel castello con acciaio temprato
nelle acque infuocate del fiume infernale Stige. 43 Il
tanto lucidato acciaio fa risplendere ogni torre, e
né ruggine né macchie hanno il potere di intaccarlo. Di
giorno e di notte fa scorrerie per tutto il paese, e
poi il ladrone, Atlante, si rintana di nuovo là dentro. Ogni
cosa che ha intenzione di avere per sé non ha difesa alcuna: gli
si può solo urlare e bestemmiare dietro. In
quel luogo la donna, anzi il mio cuore, tiene nascosto, ed
ormai abbandono ogni speranza di poterla ritrovare. 44 Ahimè!
Che altro posso fare più che guardare da
lontano la roccaforte, dove il mio tesoro è stato rinchiuso? Come
la volpe che il proprio cucciolo senta
gridare dal basso nel nido dell'aquila, si
aggira tutt'intorno senza sapere che cosa poter fare, poiché
non ha ali per poter salire lassù. Tanto
ripida è quella roccia ed in tale modo è costruito quel castello, che
solamente gli uccelli vi possono arrivare. 45 Mentre
io mi trattenevo in quel luogo, ecco arrivare due
cavalieri guidati da un nano, che
diedero speranza al mio desiderio di ritrovare la donna amata; ma
alla fine sia la speranza che il desiderio risultarono vani. Erano
entrambi guerrieri di grande coraggio: l'uno
era Gradasso, re di Sericana; l'altro
era Ruggero, giovane forte, cavaliere
africano assai pregiato. 46 Il
nano mi disse: "I due guerrieri sono giunti per dare prova del
loro valore contro il signore di quel castello, il
quale per sentieri nuovi, mai tentati ed inusuali, per il cielo, cavalca
armato l'ippogrifo, il cavallo alato." Dissi
io a loro: "Signore, vi muova a pietà la
mia sorte spietata e crudele. Doveste,
come spero, vincere, vi
prego di rendermi la mia donna amata." 47 Gli
raccontati quindi come mi fu tolta, confermando
con lacrime il mio dolore. I
guerrieri ed il nano, per loro misericordia, mi fecero molte promesse, e
discesero quindi dal colle ripido e selvaggio. Io
guardai da lontano la battaglia, pregando
Dio per la loro vittoria. sotto
il castello si trovava una zona pianeggiante tanto grande quanto
può essere coperta con due lanci di un sasso. 48 Dopo
che furono giunti ai piedi dell'alta roccia, sede del castello, entrambi
i cavalieri volevano combattere l'uno prima dell'altro; tocca
quindi a Gradasso, forse per sorte in un sorteggio, oppure
perché Ruggiero non stima più importante poter essere il primo. Il
re di Sericana suona il proprio corno: la
roccia ed il castello stesso rimbombano dalla base alla cima. Ecco
quindi apparire il cavaliere armato fuori
dal portone del castello sul suo cavallo alato. 49 Cominciò
quindi a poco a poco a levarsi in cielo, così
come è solita fare la gru migratrice, che
vediamo prima correre e poi alzarsi da
terra di uno o due braccia; ed
infine quando le ali sono completamente spiegate, le
vediamo muoversi velocissime. Il
cavallo alato del negromante batte le proprie ali ad una altezza tale
da essere a malapena raggiungibile da una aquila. 50 Quando
gli parve quindi il momento opportuno, indirizzo il destriero, che
chiuse le ali e scese in picchiata verso terra, così
come discende dal cielo il falcone addestrato, vendendo
levarsi in volo un'anitra od un colombo. Con
la lancia in posizione d'attacco, il cavaliere, fendendo
l'aria, giunge a terra con un orribile rombo. Re
Gradasso si è appena reso conto della picchiata, che
già si sente addosso il nemico che lo colpisce. 51 Il
mago ruppe la propria lancia contro Gradasso, questo
non riuscì invece a colpire altro che vento ed aria: per
questo motivo, non ostacolato, il cavaliere volante non interruppe il
volo e poté allontanarsi da lì nuovamente. Il
duro scontro fece cadere a terra, sul
verde prato, il valoroso cavallo arabo. Gradasso
possedeva un cavallo arabo, il più bello e
il migliore che fossa mai stato sellato e cavalcato. 52 Il
cavaliere volante salì in cielo oltre le stesse; quindi
si girò indietro e ritornò a tutta velocità in basso e
colpì Ruggiero, senza che questi facesse in tempo ad accorgersene, Ruggiero
che, distratto, era intento a soccorrere Gradasso. Ruggiero
si contorse per il duro colpo, ed
il suo destriero indietreggiò per più di un passo; e
quando si voltò indietro per colpire il mago, ormai
lontano da sé lo vide salire in cielo. 53 Ora
di Gradasso, ora di Ruggiero, il mago percuote la
testa, il petto e la schiena, lasciando
invece andare a vuoto i loro colpi di risposta, poiché
è tanto veloce che a malapena può essere intravisto. Volteggia
in cielo descrivendo ampie curve, e
quando sembra voler attaccare uno, in realtà colpisce l'altro: gli
occhi dell'uno e dell'altro tanto abbaglia che
i due guerrieri non possono vedere da dove verrà l'attacco. 54 Tra
i due guerrieri a terra ed i cavaliere in cielo la
battaglia durò sino a quell'ora che
avvolge tutto il mondo in un velo nero, e
tutte le belle cose, così, scolorisce. Accadde
proprio quello che vi sto raccontando, non sto aggiungendo altro: io
lo vidi e lo so: non avrò più il coraggio di
dirlo ad altre persone; poiché tale fatto meraviglioso sembra
più falso che vero. 55 Con
un bel drappo di seta aveva ricoperto, il
cavaliere volante, lo scudo che aveva al braccio. Non
so come avesse tanto sopportato di
tenerlo in quel modo nascosto; non
appena lo mostra libero, senza veli, è
inevitabile che chi lo guardi rimanga accecato, e
cada a terra a peso morto, cadendo
prigioniero del negromante. 56 Lo
scudo splende come fosse un rubino, e
nessuna altra luce è tanto abbagliante. Alla
vista di quel bagliore non si poté fare altro che cadere a terra, svenuti
e con la vista offuscata. Anch'io,
sebbene mi trovassi lontano, persi i sensi, e dopo che
fu passato parecchio tempo potei finalmente riprendermi; non
vidi più né i due guerrieri né il nano, ma
potei vedere solo il campo di battaglia ed il monte e il piano al buio. 57 Pensai
quindi che l'incantatore avesse
ad un certo punto rapito entrambi in un colpo solo, e
sottratto, grazie al bagliore generato dallo scudo, a
loro la libertà ed a me la speranza. Così
a quel castello che rinchiudeva la mia donna amata, dissi,
ripartendo, le parole di estremo saluto. Sentito
il mio racconto, giudicate ora se un'altra pena crudele, causata
dall'amore, possa reggere il confronto con la mia." 58 Il
cavaliere tornò quindi a dolersi come prima, terminato
il racconto della causa di quel dolore. Costui
era il conte Pinabello, figlio di
Anselmo di Altaripa, nipote di Gano di Maganza; che
tra la sua gente malvagia, unica persona
leale e cortese non volle rimanere, ma
anzi nei vizi più brutti ed abominevoli, non
solo eguagliò gli altri ma li superò anche. 59 Bradamante,
esprimendo i propri sentimenti con vari espressioni del volto, ascoltò
quieta il discendente di Maganza; non
appena fu pronunciato il nome di Ruggiero, mostrò
attraverso l'espressione del viso di essere molto felice: ma
quando apprese che era stato poi fatto prigioniero, si
turbò di passione amorosa; non
si accontentò che per una o due volte le venisse raccontata la storia, gliela
fece ripetere ancora oltre. 60 E
dopo che, alla fine, la situazione le sembrò sufficientemente chiara, disse
a Pinabello: "Cavaliere, concediti il riposo, poiché
il mio arrivo può ben essere a te gradito, e
questo giorno essere ritenuto fortunato. Raggiungiamo
quindi subito quella avara dimora, che
un così ricco tesoro ci tiene nascosto; non
sarà spesa invano questa fatica, se
la fortuna non mi sarà troppo nemica." 61 Rispose
il cavaliere: "Tu vuoi che io attraversi nuovamente
i monti e che ti mostri la via per il castello? A
me non interessa molto dover rifare inutilmente il cammino, avendo
perso ogni altro avere; ma
tu per sentieri a precipizio e pareti rocciose instabili vai
incontro alla prigione; sia come vuoi. Non
devi però poi lamentarti con me, dopo che
io ti ho avvertito e nonostante tutto vuoi andare in quel luogo." 62 Così
detto, Pinabello monta nuovamente in sella al suo destriero e
diviene quindi guida di quella donna coraggiosa, che
si mette in pericolo per ritrovare Ruggiero, pericolo
che quel mago la faccia prigioniera o che la uccida. In
quel momento, ecco giungere alle loro spalle un messaggero che
tutta la sua voce grida: "Aspetta, aspetta!", il
messaggero dal quale Sacripante aveva saputo essere
stata lei a mandarlo lungo disteso. 63 A
Bradamante il messaggero porta notizie di
Montpellier e Narbonne, passate
nelle mani degli spagnoli, avevano alzato le bandiere di Castiglia, insieme
a tutto il litorale di Aigues-Mortes, della Provenza; e
che Marsiglia, non essendoci Bradamante a
sua difesa, in modo non buono si infonde coraggio, e
consiglio e soccorso le domanda quindi attraverso
quel messaggero, ed a lei si affida. 64 Queste
città e, per molte miglia, ciò che tutt'intorno alla
costa risiede tra il fiume Varo ed il fiume Rodano, l'imperatore
aveva dato a Bradamante, figlia del duca
Amone, nella quale riponeva la propria speranza e fiducia; dato
che il valore di lei, con meraviglia, è
solito rimirare, quando
la vede maneggiare le armi. Ora,
come ho detto, per chiedere aiuto quel
messo era giunto da Marsiglia. 65 La
giovane donna, incerta tra il sì ed il no, ha
qualche dubbio sul fatto di voler ritornare: da
una parte le pesa il proprio onore e dovere, dall'altra
la incalza la passione amorosa. Decide
infine di proseguire l'impresa appena iniziata e
di liberare quindi Ruggiero dal castello incantato; ed
se anche il proprio valore non dovesse riuscire in tale impresa, spera
almeno di poter rimanere accanto a lui nella prigionia. 66 Si
scusò in un modo tanto convincente, che quel messaggero sembrò
rimanere comunque contento e tranquillo. Quindi
intraprese il proprio viaggio con
Pinabello, che non ne sembrò tanto contento; seppe
infatti che lei discendeva da quella stirpe, di Chiaromonte, che
tanto odiava sia privatamente che pubblicamente: e
già immagina la futura angoscia, se
lei fosse venuta a conoscenza della sua discendenza da Maganza. 67 Tra
i casati di Maganza e Chiaromonte c'era
un antico odio ed una intensa inimicizia; più
volte si erano scontrati duramente, spargendo
sangue in grande quantità: nel
suo cuore, l'ingiusto conte progetta
o di tradire l'imprudente giovane; oppure,
non appena gli fosse capitata una buona opportunità, di
lasciarla sola, intraprendendo altra strada. 68 E
la sua mente fu assorto nelle fantasie scaturite dal
nativo odio, dall'incertezza e dalla paura, che
senza accorgere smarrì la strada: e
si ritrovò in una selva oscura, al
centro della quale si ergeva un monta che culminava con
una vetta spoglia di dura pietra; Bradamante,
figlia del duca di Dordona, lo
segue sempre, mai lo abbandona. 69 Come
Pinabello vide di essere giunto in un bosco, pensò
subito di liberarsi della donna. Disse:
"Prima che il cielo torni nuovamente a farsi minaccioso, è
meglio avvicinarsi e ripararsi sotto ad un albero. Oltre
quel monte, se l'ho effettivamente riconosciuto, si
trova, giù nella valle, un ricco castello. Tu
aspettami qui; che dalla cima nuda del monte voglio
poterne avere con i miei occhi la certezza." 70 Dopo
essersi così pronunciato, verso la cima maggiore del
monte solitario spinse a tutta velocità il proprio destriero, cercando
continuamente con lo sguardo di scorgere una via, attraverso
la quale poter farle perdere le proprie tracce. Ed
ecco che nella roccia trova una caverna profonda
più di trenta braccia. Scavata
con picconi e scalpelli, la roccia scende
a strapiombo, ed ha nella sua parte basse un ingresso. 71 Nella
parte bassa della roccia si trovava un uscio ampio e capiente, largo
ingresso di una stanza di maggiori dimensioni; fuori
dalla caverna usciva una luce intensa, come se una fiaccola ardesse
nel cuore della caverna montana. Mentre
in quel luogo il traditore taceva preso dall'ansia di averla depistata, la
donna, che da lontano lo inseguiva (temendo
di poterne perdere le tracce), all'ingresso
della caverna lo raggiunse. 72 Poiché
il traditore vide così fallire ciò
che poco prima aveva progettato, di
toglierla di mezzo oppure di farla morire, architetta
ora un espediente nuovo e poco credibile. Le
va incontro e la fa quindi salire là dove
il monte era forato e vuoto; dicendole
che aveva visto in fondo alla caverna una
ragazza con un bel viso gioioso. 73 Ragazza
con bei lineamenti e ricche vesti, che
potevano fare intendere fosse di nobile condizione; ma,
triste e turbata tanto quanto poteva esserlo, lasciava
capire di essere rinchiusa nella caverna contro la propria volontà: le
disse che conosceva la condizione di quella povera sventurata, avendo
cominciato ad inoltrarsi all'interno della caverna; ma
dalla parte più interna della stessa era uscito una
tale che l'aveva poi ricondotta all'interno a forza. 74 Bradamante,
che tanto era coraggiosa, tanto
era poco prudente, diede fede alle parole di Pinabello; e,
desiderosa, per poter aiutar la donna, pensa
a come poter mettere piede nella caverna. Ecco
che volgendo gli occhi alla cima frondosa di
un olmo, vede un lungo ramo; con
un colpo di spada subito lo taglia e
lo cala all'interno della caverna. 75 Dalla
parte tranciata, affida il ramo nelle mani di
Pinabello, per poi attaccarsi: prima
putta i piedi nella caverna, per
poi sospendersi completamente nel vuoto con in alto le braccia. Pinabello
sorride e le chiede se
è brava a saltare; apre quindi le proprie mani e le distende in avanti, dicendole:
"Potesse essere qui insieme a te tutta
la tua gente, così che io possa così sterminare i Chiaromonte!" 76 Non
come volle Pinabello, decise la
sorte della giovane ed innocente Bradamante; perché,
precipitando, si ferì per
primo contro il fondo della caverna il forte e robusto ramo. Si
spezzò anche, ma la sostenne a sufficienza, salvandola
da morte certa con il proprio aiuto. Per
molto tempo la donzella giacque a terra priva di sensi, come
io riprenderò a raccontarvi nel prossimo canto.
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