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1
Alcun non può saper da chi sia amato,
quando felice in su la ruota siede:
però c'ha i veri e i finti amici a lato,
che mostran tutti una medesma fede.
Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
volta la turba adulatrice il piede;
e quel che di cor ama riman forte,
ed ama il suo signor dopo la morte.
2
Se, come il viso, si mostrasse il core,
tal ne la corte è grande e gli altri preme,
e tal è in poca grazia al suo signore,
che la lor sorte muteriano insieme.
Questo umil diverria tosto il maggiore:
staria quel grande infra le turbe estreme.
Ma torniamo a Medor fedele e grato,
che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
3
Cercando già nel più intricato calle
il giovine infelice di salvarsi;
ma il grave peso ch'avea su le spalle,
gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
Non conosce il paese, e la via falle,
e torna fra le spine a invilupparsi.
Lungi da lui tratto al sicuro s'era
l'altro, ch'avea la spalla più leggiera.
4
Cloridan s'è ridutto ove non sente
di chi segue lo strepito e il rumore:
ma quando da Medor si vede absente,
gli pare aver lasciato a dietro il core.
- Deh, come fui (dicea) sì negligente,
deh, come fui sì di me stesso fuore,
che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
né sappia quando o dove io ti lasciassi! -
5
Così dicendo, ne la torta via
de l'intricata selva si ricaccia;
ed onde era venuto si ravvia,
e torna di sua morte in su la traccia.
Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
e la nimica voce che minaccia:
all' ultimo ode il suo Medoro, e vede
che tra molti a cavallo è solo a piede.
6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
Zerbin commanda e grida che sia preso.
L'infelice s'aggira com'un torno,
e quanto può si tien da lor difeso,
or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
né si discosta mai dal caro peso.
L'ha riposato al fin su l'erba, quando
regger nol puote, e gli va intorno errando:
7
come orsa, che l'alpestre cacciatore
ne la pietrosa tana assalita abbia,
sta sopra i figli con incerto core,
e freme in suono di pietà e di rabbia:
ira la 'nvita e natural furore
a spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia;
amor la 'ntenerisce, e la ritira
a riguardare ai figli in mezzo l'ira.
8
Cloridan, che non sa come l'aiuti,
e ch'esser vuole a morir seco ancora,
ma non ch'in morte prima il viver muti,
che via non truovi ove più d'un ne mora;
mette su l'arco un de' suoi strali acuti,
e nascoso con quel sì ben lavora,
che fora ad uno Scotto le cervella,
e senza vita il fa cader di sella.
9
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
ond'era uscito il calamo omicida.
Intanto un altro il Saracin ne manda,
perché 'l secondo a lato al primo uccida;
che mentre in fretta a questo e a quel domanda
chi tirato abbia l'arco, e forte grida,
lo strale arriva e gli passa la gola,
e gli taglia pel mezzo la parola.
10
Or Zerbin, ch'era il capitano loro,
non poté a questo aver più pazienza.
Con ira e con furor venne a Medoro,
dicendo: - Ne farai tu penitenza. -
Stese la mano in quella chioma d'oro,
e strascinollo a sé con violenza:
ma come gli occhi a quel bel volto mise,
gli ne venne pietade, e non l'uccise.
11
Il giovinetto si rivolse a' prieghi,
e disse: - Cavallier, per lo tuo Dio,
non esser sì crudel, che tu mi nieghi
ch'io sepelisca il corpo del re mio.
Non vo' ch'altra pietà per me ti pieghi,
né pensi che di vita abbi disio:
ho tanta di mia vita, e non più, cura,
quanta ch'al mio signor dia sepultura.
12
E se pur pascer vòi fiere ed augelli,
che 'n te il furor sia del teban Creonte,
fa lor convito di miei membri, e quelli
sepelir lascia del figliuol d'Almonte. -
Così dicea Medor con modi belli,
e con parole atte a voltare un monte;
e sì commosso già Zerbino avea,
che d'amor tutto e di pietade ardea.
13
In questo mezzo un cavallier villano,
avendo al suo signor poco rispetto,
ferì con una lancia sopra mano
al supplicante il delicato petto.
Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano;
tanto più, che del colpo il giovinetto
vide cader sì sbigottito e smorto,
che 'n tutto giudicò che fosse morto.
14
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
che disse: - Invendicato già non fia! -
e pien di mal talento si rivolse
al cavallier che fe' l'impresa ria:
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
dinanzi in un momento, e fuggì via.
Cloridan, che Medor vede per terra,
salta del bosco a discoperta guerra.
15
E getta l'arco, e tutto pien di rabbia
tra gli nimici il ferro intorno gira,
più per morir, che per pensier ch'egli abbia
di far vendetta che pareggi l'ira.
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
fra tante spade, e al fin venir si mira;
e tolto che si sente ogni potere,
si lascia a canto al suo Medor cadere.
16
Seguon gli Scotti ove la guida loro
per l'alta selva alto disdegno mena,
poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro,
l'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena.
Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
spicciando il sangue da sì larga vena,
che di sua vita al fin saria venuto,
se non sopravenia chi gli diè aiuto.
17
Gli sopravenne a caso una donzella,
avolta in pastorale ed umil veste,
ma di real presenza e in viso bella,
d'alte maniere e accortamente oneste.
Tanto è ch'io non ne dissi più novella,
ch'a pena riconoscer la dovreste:
questa, se non sapete, Angelica era,
del gran Can del Catai la figlia altiera.
18
Poi che 'l suo annello Angelica riebbe,
di che Brunel l'avea tenuta priva,
in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva.
Se ne va sola, e non si degnerebbe
compagno aver qual più famoso viva:
si sdegna a rimembrar che già suo amante
abbia Orlando nomato, o Sacripante.
19
E sopra ogn'altro error via più pentita
era del ben che già a Rinaldo volse,
troppo parendole essersi avilita,
ch'a riguardar sì basso gli occhi volse.
Tant'arroganza avendo Amor sentita,
più lungamente comportar non volse:
dove giacea Medor, si pose al varco,
e l'aspettò, posto lo strale all'arco.
20
Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicino a morte,
che del suo re che giacea senza tetto,
più che del proprio mal si dolea forte;
insolita pietade in mezzo al petto
si sentì entrar per disusate porte,
che le fe' il duro cor tenero e molle,
e più, quando il suo caso egli narrolle.
21
E rivocando alla memoria l'arte
ch'in India imparò già di chirugia
(che par che questo studio in quella parte
nobile e degno e di gran laude sia;
e senza molto rivoltar di carte,
che 'l patre ai figli ereditario il dia),
si dispose operar con succo d'erbe,
ch'a più matura vita lo riserbe.
22
E ricordossi che passando avea
veduta un'erba in una piaggia amena;
fosse dittamo, o fosse panacea,
o non so qual, di tal effetto piena,
che stagna il sangue, e de la piaga rea
leva ogni spasmo e perigliosa pena.
La trovò non lontana, e quella colta,
dove lasciato avea Medor, diè volta.
23
Nel ritornar s'incontra in un pastore
ch'a cavallo pel bosco ne veniva,
cercando una iuvenca, che già fuore
duo dì di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
e già n'avea di tanto il terren tinto,
ch'era omai presso a rimanere estinto.
24
Del palafreno Angelica giù scese,
e scendere il pastor seco fece anche.
Pestò con sassi l'erba, indi la prese,
e succo ne cavò fra le man bianche;
ne la piaga n'infuse, e ne distese
e pel petto e pel ventre e fin a l'anche:
e fu di tal virtù questo liquore,
che stagnò il sangue, e gli tornò il vigore;
25
e gli diè forza, che poté salire
sopra il cavallo che 'l pastor condusse.
Non però volse indi Medor partire
prima ch'in terra il suo signor non fusse.
E Cloridan col re fe' sepelire;
e poi dove a lei piacque si ridusse.
Ed ella per pietà ne l'umil case
del cortese pastor seco rimase.
26
Né fin che nol tornasse in sanitade,
volea partir: così di lui fe' stima,
tanto se intenerì de la pietade
che n'ebbe, come in terra il vide prima.
Poi vistone i costumi e la beltade,
roder si sentì il cor d'ascosa lima;
roder si sentì il core, e a poco a poco
tutto infiammato d'amoroso fuoco.
27
Stava il pastore in assai buona e bella
stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
con la moglie e coi figli; ed avea quella
tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
Quivi a Medoro fu per la donzella
la piaga in breve a sanità ritratta:
ma in minor tempo si sentì maggiore
piaga di questa avere ella nel core.
28
Assai più larga piaga e più profonda
nel cor sentì da non veduto strale,
che da' begli occhi e da la testa bionda
di Medoro aventò l'Arcier c'ha l'ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e più cura l'altrui che 'l proprio male:
di sé non cura, e non è ad altro intenta,
ch'a risanar chi lei fere e tormenta.
29
La sua piaga più s'apre e più incrudisce,
quanto più l'altra si ristringe e salda.
Il giovine si sana: ella languisce
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce:
la misera si strugge, come falda
strugger di nieve intempestiva suole,
ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.
30
Se di disio non vuol morir, bisogna
che senza indugio ella se stessa aiti:
e ben le par che di quel ch'essa agogna,
non sia tempo aspettar ch'altri la 'nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi:
e di quel colpo domandò mercede,
che, forse non sapendo, esso le diede.
31
O conte Orlando, o re di Circassia,
vostra inclita virtù, dite, che giova?
Vostro alto onor dite in che prezzo sia,
o che mercé vostro servir ritruova.
Mostratemi una sola cortesia
che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova,
per ricompensa e guidardone e merto
di quanto avete già per lei sofferto.
32
Oh se potessi ritornar mai vivo,
quanto ti parria duro, o re Agricane!
che già mostrò costei sì averti a schivo
con repulse crudeli ed inumane.
O Ferraù, o mille altri ch'io non scrivo,
ch'avete fatto mille pruove vane
per questa ingrata, quanto aspro vi fora,
s'a costu' in braccio voi la vedesse ora!
33
Angelica a Medor la prima rosa
coglier lasciò, non ancor tocca inante:
né persona fu mai sì aventurosa,
ch'in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
si celebrò con cerimonie sante
il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore,
e pronuba la moglie del pastore.
34
Fersi le nozze sotto all'umil tetto
le più solenni che vi potean farsi;
e più d'un mese poi stero a diletto
i duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Più lunge non vedea del giovinetto
la donna, né di lui potea saziarsi;
né, per mai sempre pendergli dal collo,
il suo disir sentia di lui satollo.
35
Se stava all'ombra o se del tetto usciva,
avea dì e notte il bel giovine a lato:
matino e sera or questa or quella riva
cercando andava, o qualche verde prato:
nel mezzo giorno un antro li copriva,
forse non men di quel commodo e grato,
ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido,
de' lor secreti testimonio fido.
36
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v'avea spillo o coltel subito fitto;
così, se v'era alcun sasso men duro:
ed era fuori in mille luoghi scritto,
e così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi.
37
Poi che le parve aver fatto soggiorno
quivi più ch'a bastanza, fe' disegno
di fare in India del Catai ritorno,
e Medor coronar del suo bel regno.
Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno
di ricche gemme, in testimonio e segno
del ben che 'l conte Orlando le volea;
e portato gran tempo ve l'avea.
38
Quel donò già Morgana a Ziliante,
nel tempo che nel lago ascoso il tenne;
ed esso, poi ch'al padre Monodante,
per opra e per virtù d'Orlando venne,
lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante,
di porsi al braccio il cerchio d'or sostenne,
avendo disegnato di donarlo
alla regina sua di ch'io vi parlo.
39
Non per amor del paladino, quanto
perch'era ricco e d'artificio egregio,
caro avuto l'avea la donna tanto,
che più non si può aver cosa di pregio.
Se lo serbò ne l'Isola del pianto,
non so già dirvi con che privilegio,
là dove esposta al marin mostro nuda
fu da la gente inospitale e cruda.
40
Quivi non si trovando altra mercede
ch'al buon pastor ed alla moglie dessi,
che serviti gli avea con sì gran fede
dal dì che nel suo albergo si fur messi,
levò dal braccio il cerchio e gli lo diede,
e volse per suo amor che lo tenessi.
Indi saliron verso la montagna
che divide la Francia da la Spagna.
41
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
per qualche giorno avea pensato porsi,
fin che accadesse alcuna nave buona
che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
Videro il mar scoprir sotto a Girona
ne lo smontar giù dei montani dorsi;
e costeggiando a man sinistra il lito,
a Barcellona andar pel camin trito.
42
Ma non vi giunser prima, ch'un uom pazzo
giacer trovato in su l'estreme arene,
che, come porco, di loto e di guazzo
tutto era brutto e volto e petto e schene.
Costui si scagliò lor come cagnazzo
ch'assalir forestier subito viene;
e diè lor noia, e fu per far lor scorno.
Ma di Marfisa a ricontarvi torno.
43
Di Marfisa, d'Astolfo, d' Aquilante,
di Grifone e degli altri io vi vuo' dire,
che travagliati, e con la morte inante,
mal si poteano incontra il mar schermire:
che sempre più superba e più arrogante
crescea fortuna le minacce e l'ire;
e già durato era tre dì lo sdegno,
né di placarsi ancor mostrava segno.
44
Castello e ballador spezza e fracassa
l'onda nimica e 'l vento ognor più fiero:
se parte ritta il verno pur ne lassa,
la taglia e dona al mar tutta il nocchiero.
Chi sta col capo chino in una cassa
su la carta appuntando il suo sentiero
a lume di lanterna piccolina,
e chi col torchio giù ne la sentina.
45
Un sotto poppe, un altro sotto prora
si tiene inanzi l'oriuol da polve:
e torna a rivedere ogni mezz'ora
quanto è già corso, ed a che via si volve:
indi ciascun con la sua carta fuora
a mezza nave il suo parer risolve,
là dove a un tempo i marinari tutti
sono a consiglio dal padron ridutti.
46
Chi dice: - Sopra Linmissò venuti
siamo, per quel ch'io trovo, alle seccagne; -
chi: - Di Tripoli appresso i sassi acuti,
dove il mar le più volte i legni fragne; -
chi dice: - Siamo in Satalia perduti,
per cui più d'un nocchier sospira e piagne. -
Ciascun secondo il parer suo argomenta,
ma tutti ugual timor preme e sgomenta.
47
Il terzo giorno con maggior dispetto
gli assale il vento, e il mar più irato freme;
e l'un ne spezza e portane il trinchetto,
e 'l timon l'altro, e chi lo volge insieme.
Ben è di forte e di marmoreo petto
e più duro ch'acciar, ch'ora non teme.
Marfisa, che già fu tanto sicura,
non negò che quel giorno ebbe paura.
48
Al monte Sinaì fu peregrino,
a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma,
al Sepolcro, alla Vergine d'Ettino,
e se celebre luogo altro si noma.
Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino
l'afflitto e conquassato legno toma,
di cui per men travaglio avea il padrone
fatto l'arbor tagliar de l'artimone.
49
E colli e casse e ciò che v'è di grave
gitta da prora e da poppe e da sponde;
e fa tutte sgombrar camere e giave,
e dar le ricche merci all'avide onde.
Altri attende alle trombe, e a tor di nave
l'acque importune, e il mar nel mar rifonde;
soccorre altri in sentina, ovunque appare
legno da legno aver sdrucito il mare.
50
Stero in questo travaglio, in questa pena
ben quattro giorni, e non avean più schermo;
e n'avria avuto il mar vittoria piena,
poco più che 'l furor tenesse fermo:
ma diede speme lor d'aria serena
la disiata luce di santo Ermo,
ch'in prua s'una cocchina a por si venne;
che più non v'erano arbori né antenne.
51
Veduto fiammeggiar la bella face,
s'inginocchiaro tutti i naviganti,
e domandaro il mar tranquillo e pace
con umidi occhi e con voci tremanti.
La tempesta crudel, che pertinace
fu sin allora, non andò più inanti:
Maestro e Traversia più non molesta,
e sol del mar tiràn Libecchio resta.
52
Questo resta sul mar tanto possente,
e da la negra bocca in modo esala,
ed è con lui sì il rapido corrente
de l'agitato mar ch'in fretta cala,
che porta il legno più velocemente,
che pelegrin falcon mai facesse ala,
con timor del nocchier ch'al fin del mondo
non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.
53
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
che commanda gittar per poppa spere,
e caluma la gomona, e fa pruova
di duo terzi del corso ritenere.
Questo consiglio, e più l'augurio giova
di chi avea acceso in proda le lumiere:
questo il legno salvò che peria forse,
e fe' ch'in alto mar sicuro corse.
54
Nel golfo di Laiazzo inv�r Soria
sopra una gran città si trovò sorto,
e sì vicino al lito, che scopria
l'uno e l'altro castel che serra il porto.
Come il padron s'accorse de la via
che fatto avea, ritornò in viso smorto;
che né porto pigliar quivi volea,
né stare in alto, né fuggir potea.
55
Né potea stare in alto, né fuggire,
che gli arbori e l'antenne avea perdute:
eran tavole e travi pel ferire
del mar, sdrucite, macere e sbattute.
E 'l pigliar porto era un voler morire,
o perpetuo legarsi in servitute;
che riman serva ogni persona, o morta,
che quivi errore o ria fortuna porta.
56
E 'l stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch'a far guerra.
Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d'Inghilterra,
chi gli tenea sì l'animo suspeso,
e perché già non avea il porto preso.
57
Il padron narrò lui che quella riva
tutta tenean le femine omicide,
di quai l'antiqua legge ognun ch'arriva
in perpetuo tien servo, o che l'uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
e poi la notte può assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.
58
E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi è con lui si tratta
da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far l'uno e l'altro è persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a sé non già, c'ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.
59
Non poté udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
Il padron parimente lor divisa
la causa che dal porto il tien lontano:
- Voglio (dicea) che inanzi il mar m'affoghi,
ch'io senta mai di servitude i gioghi. -
60
Del parer del padrone i marinari
e tutti gli altri naviganti furo;
ma Marfisa e' compagni eran contrari,
che, più che l'acque, il lito avean sicuro.
Via più il vedersi intorno irati i mari,
che centomila spade, era lor duro.
Parea lor questo e ciascun altro loco
dov'arme usar potean, da temer poco.
61
Bramavano i guerrier venire a proda,
ma con maggior baldanza il duca inglese;
che sa, come del corno il rumor s'oda,
sgombrar d'intorno si farà il paese.
Pigliare il porto l'una parte loda,
e l'altra il biasma, e sono alle contese;
ma la più forte in guisa il padron stringe,
ch'al porto, suo malgrado, il legno spinge.
62
Già, quando prima s'erano alla vista
de la città crudel sul mar scoperti,
veduto aveano una galea provista
di molta ciurma e di nochieri esperti
venire al dritto a ritrovar la trista
nave, confusa di consigli incerti;
che, l'alta prora alle sua poppe basse
legando, fuor de l'empio mar la trasse.
63
Entrar nel porto remorchiando, e a forza
di remi più che per favor di vele;
però che l'alternar di poggia e d'orza
avea levato il vento lor crudele.
Intanto ripigliar la dura scorza
i cavallieri e il brando lor fedele;
ed al padrone ed a ciascun che teme
non cessan dar con lor conforti speme.
64
Fatto è 'l porto a sembianza d'una luna,
e gira più di quattro miglia intorno:
seicento passi è in bocca, ed in ciascuna
parte una rocca ha nel finir del corno.
Non teme alcuno assalto di fortuna,
se non quando gli vien dal mezzogiorno.
A guisa di teatro se gli stende
la città a cerco, e verso il poggio ascende.
65
Non fu quivi sì tosto il legno sorto
(già l'aviso era per tutta la terra),
che fur seimila femine sul porto,
con gli archi in mano, in abito di guerra;
e per tor de la fuga ogni conforto,
tra l'una rocca e l'altra il mar si serra:
da navi e da catene fu rinchiuso,
che tenean sempre istrutte a cotal uso.
66
Una che d'anni alla Cumea d'Apollo
poté uguagliarsi e alla madre d'Ettorre,
fe' chiamare il padrone, e domandollo
se si volean lasciar la vita torre,
o se voleano pur al giogo il collo,
secondo la costuma, sottoporre.
Degli dua l'uno aveano a torre: o quivi
tutti morire, o rimaner captivi.
67
- Gli è ver (dicea) che s'uom si ritrovasse
tra voi così animoso e così forte,
che contra dieci nostri uomini osasse
prender battaglia, e desse lor la morte,
e far con diece femine bastasse
per una notte ufficio di consorte;
egli si rimarria principe nostro,
e gir voi ne potreste al camin vostro.
68
E sarà in vostro arbitrio il restar anco,
vogliate o tutti o parte; ma con patto,
che chi vorrà restare, e restar franco,
marito sia per diece femine atto.
Ma quando il guerrier vostro possa manco
dei dieci che gli fian nimici a un tratto,
o la seconda pruova non fornisca,
vogliàn voi siate schiavi, egli perisca. -
69
Dove la vecchia ritrovar timore
credea nei cavallier, trovò baldanza;
che ciascun si tenea tal feritore,
che fornir l'uno e l'altro avea speranza:
ed a Marfisa non mancava il core,
ben che mal atta alla seconda danza;
ma dove non l'aitasse la natura,
con la spada supplir stava sicura.
70
Al padron fu commessa la risposta,
prima conchiusa per commun consiglio:
ch'avean chi lor potria di sé a lor posta
ne la piazza e nel letto far periglio.
Levan l'offese, ed il nocchier s'accosta,
getta la fune e le fa dar di piglio;
e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri
escono armati, e tranno i lor destrieri.
71
E quindi van per mezzo la cittade,
e vi ritruovan le donzelle altiere,
succinte cavalcar per le contrade,
ed in piazza armeggiar come guerriere.
Né calciar quivi spron, né cinger spade,
né cosa d'arme puoi gli uomini avere,
se non dieci alla volta, per rispetto
de l'antiqua costuma ch'io v'ho detto.
72
Tutti gli altri alla spola, all'aco, al fuso,
al pettine ed all'aspo sono intenti,
con vesti feminil che vanno giuso
insin al piè, che gli fa molli e lenti.
Si tengono in catena alcuni ad uso
d'arar la terra o di guardar gli armenti.
Son pochi i maschi, e non son ben, per mille
femine, cento, fra cittadi e ville.
73
Volendo t�rre i cavallieri a sorte
chi di lor debba, per commune scampo
l'una decina in piazza porre a morte,
e poi l'altra ferir ne l'altro campo;
non disegnavan di Marfisa forte,
stimando che trovar dovesse inciampo
ne la seconda giostra de la sera,
ch'ad averne vittoria abil non era.
74
Ma con gli altri esser volse ella sortita:
or sopra lei la sorte in somma cade.
Ella dicea: - Prima v'ho a por la vita,
che v'abbiate a por voi la libertade;
ma questa spada (e lor la spada addita,
che cinta avea) vi do per securtade
ch'io vi sciorrò tutti gl'intrichi al modo
che fe' Alessandro il gordiano nodo.
75
Non vuo' mai più che forestier si lagni
di questa terra, fin che 'l mondo dura. -
Così disse; e non potero i compagni
torle quel che le dava sua aventura.
Dunque, o ch'in tutto perda, o lor guadagni
la libertà, le lasciano la cura.
Ella di piastre già guernita e maglia,
s'appresentò nel campo alla battaglia.
76
Gira una piazza al sommo de la terra,
di gradi a seder atti intorno chiusa;
che solamente a giostre, a simil guerra,
a cacce, a lotte, e non ad altro s'usa:
quattro porte ha di bronzo, onde si serra.
Quivi la moltitudine confusa
de l'armigere femine si trasse;
e poi fu detto a Marfisa ch'entrasse.
77
Entrò Marfisa s'un destrier leardo,
tutto sparso di macchie e di rotelle,
di piccol capo e d'animoso sguardo,
d'andar superbo e di fattezze belle.
Pel maggiore e più vago e più gagliardo,
di mille che n'avea con briglie e selle,
scelse in Damasco, e realmente ornollo,
ed a Marfisa Norandin donollo.
78
Da mezzogiorno e da la porta d'austro
entrò Marfisa; e non vi stette guari,
ch'appropinquare e risonar pel claustro
udì di trombe acuti suoni e chiari:
e vide poi di verso il freddo plaustro
entrar nel campo i dieci suoi contrari.
Il primo cavallier ch'apparve inante,
di valer tutto il resto avea sembiante.
79
Quel venne in piazza sopra un gran destriero,
che, fuor ch'in fronte e nel piè dietro manco,
era, più che mai corbo, oscuro e nero:
nel piè e nel capo avea alcun pelo bianco.
Del color del cavallo il cavalliero
vestito, volea dir che, come manco
del chiaro era l'oscuro, era altretanto
il riso in lui verso l'oscuro pianto.
80
Dato che fu de la battaglia il segno,
nove guerrier l'aste chinaro a un tratto:
ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno;
si ritirò, né di giostrar fece atto.
Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno,
ch'alla sua cortesia, sia contrafatto.
Si tra' da parte e sta a veder le pruove
ch'una sola asta farà contra a nove.
81
Il destrier, ch'avea andar trito e soave,
portò all'incontro la donzella in fretta,
che nel corso arrestò lancia sì grave,
che quattro uomini avriano a pena retta.
L'avea pur dianzi al dismontar di nave
per la più salda in molte antenne eletta.
Il fier sembiante con ch'ella si mosse,
mille facce imbiancò, mille cor scosse.
82
Aperse al primo che trovò sì il petto,
che f�ra assai che fosse stato nudo:
gli passò la corazza e il soprapetto,
ma prima un ben ferrato e grosso scudo.
Dietro le spalle un braccio il ferro netto
si vide uscir: tanto fu il colpo crudo.
Quel fitto ne la lancia a dietro lassa,
e sopra gli altri a tutta briglia passa.
83
E diede d'urto a chi venìa secondo,
ed a chi terzo sì terribil botta,
che rotto ne la schiena uscir del mondo
fe' l'uno e l'altro, e de la sella a un'otta;
sì duro fu l'incontro e di tal pondo,
sì stretta insieme ne venìa la frotta.
Ho veduto bombarde a quella guisa
le squadre aprir, che fe' lo stuol Marfisa.
84
Sopra di lei più lance rotte furo;
ma tanto a quelli colpi ella si mosse,
quanto nel giuoco de le cacce un muro
si muova a' colpi de le palle grosse.
L'usbergo suo di tempra era sì duro,
che non gli potean contra le percosse;
e per incanto al fuoco de l'Inferno
cotto, e temprato all'acque fu d'Averno.
85
Al fin del campo il destrier tenne e volse,
e fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse
incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse,
e di lor sangue insin all'elsa tinse.
All'uno il capo, all'altro il braccio tolse;
e un altro in guisa con la spada cinse,
che 'l petto in terra andò col capo ed ambe
le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.
86
Lo partì, dico, per dritta misura,
de le coste e de l'anche alle confine,
e lo fe' rimaner mezza figura,
qual dinanzi all'imagini divine,
poste d'argento, e più di cera pura
son da genti lontane e da vicine,
ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno
de le domande pie ch'ottenute hanno.
87
Ad uno che fuggia, dietro si mise,
né fu a mezzo la piazza, che lo giunse;
e 'l capo e 'l collo in modo gli divise,
che medico mai più non lo raggiunse.
In somma tutti un dopo l'altro uccise,
o ferì sì ch'ogni vigor n'emunse;
e fu sicura che levar di terra
mai più non si potrian per farle guerra.
88
Stato era il cavallier sempre in un canto,
che la decina in piazza avea condutta;
però che contra un solo andar con tanto
vantaggio opra gli parve iniqua e brutta.
Or che per una man torsi da canto
vide sì tosto la compagna tutta,
per dimostrar che la tardanza fosse
cortesia stata e non timor, si mosse.
89
Con man fe' cenno di volere, inanti
che facesse altro, alcuna cosa dire;
e non pensando in sì viril sembianti
che s'avesse una vergine a coprire,
le disse; - Cavalliero, omai di tanti
esser déi stanco, c'hai fatto morire;
e s'io volessi, più di quel che sei,
stancarti ancor, discortesia farei.
90
Che ti risposi in sino al giorno nuovo,
e doman torni in campo, ti concedo.
Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo,
che travagliato e lasso esser ti credo. -
- Il travagliare in arme non m'è nuovo,
né per sì poco alla fatica cedo
(disse Marfisa); e spero ch'a tuo costo
io ti farò di questo aveder tosto.
91
De la cortese offerta ti ringrazio,
ma riposare ancor non mi bisogna;
e ci avanza del giorno tanto spazio,
ch'a porlo tutto in ozio è pur vergogna. -
Rispose il cavallier: - Fuss'io sì sazio
d'ogn'altra cosa che 'l mio core agogna,
come t'ho in questo da saziar; ma vedi
che non ti manchi il dì più che non credi. -
92
Così disse egli, e fe' portare in fretta
due grosse lance, anzi due gravi antenne;
ed a Marfisa dar ne fe' l'eletta:
tolse l'altra per sé, ch'indietro venne.
Già sono in punto, ed altro non s'aspetta
ch'un alto suon che lor la giostra accenne.
Ecco la terra e l'aria e il mar rimbomba
nel mover loro al primo suon di tromba.
93
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi
non si vedea de' riguardanti alcuno:
tanto a mirare a chi la palma tocchi
dei duo campioni, intento era ciascuno.
Marfisa, acciò che de l'arcion trabocchi,
sì che mai non si levi, il guerrier bruno,
drizza la lancia; e il guerrier bruno forte
studia non men di por Marfisa a morte.
94
Le lance ambe di secco e suttil salce,
non di cerro sembrar grosso ed acerbo,
così n'andaro in tronchi fin al calce;
e l'incontro ai destrier fu sì superbo,
che parimente parve da una falce
de le gambe esser lor tronco ogni nerbo.
Cadero ambi ugualmente; ma i campioni
fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.
95
A mille cavallieri alla sua vita
al primo incontro avea la sella tolta
Marfisa, ed ella mai non n'era uscita;
e n'uscì, come udite, a questa volta.
Del caso strano non pur sbigottita,
ma quasi fu per rimanerne stolta.
Parve anco strano al cavallier dal nero,
che non solea cader già di leggiero.
96
Tocca avean nel cader la terra a pena,
che furo in piedi e rinovar l'assalto.
Tagli e punte a furor quivi si mena,
quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
Vada la botta vota o vada piena,
l'aria ne stride e ne risuona in alto.
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
mostrar ch'erano saldi più ch'incudi.
97
Se de l'aspra donzella il braccio è grave,
né quel del cavallier nimico è lieve.
Ben la misura ugual l'un da l'altro have:
quanto a punto l'un dà, tanto riceve.
Chi vol due fiere audaci anime brave,
cercar più là di queste due non deve,
né cercar più destrezza né più possa;
che n'han tra lor quanto più aver si possa.
98
Le donne, che gran pezzo mirato hanno
continuar tante percosse orrende,
e che nei cavallier segno d'affanno
e di stanchezza ancor non si comprende;
dei duo miglior guerrier lode lor danno,
che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
Par lor che, se non fosser più che forti,
esser dovrian sol del travaglio morti.
99
Ragionando tra sé, dicea Marfisa:
- Buon fu per me, che costui non si mosse;
ch'andava a risco di restarne uccisa,
se dianzi stato coi compagni fosse,
quando io mi truovo a pena a questa guisa
di potergli star contra alle percosse. -
Così dice Marfisa; e tuttavolta
non resta di menar la spada in volta.
100
- Buon fu per me (dicea quell'altro ancora),
che riposar costui non ho lasciato.
Difender me ne posso a fatica ora
che de la prima pugna è travagliato.
Se fin al nuovo dì facea dimora
a ripigliar vigor, che saria stato?
Ventura ebbi io, quanto più possa aversi,
che non volesse tor quel ch'io gli offersi. -
101
La
battaglia durò fin alla sera,
né chi avesse anco il meglio era palese;
né l'un né l'altro più senza lumiera
saputo avria come schivar l'offese.
Giunta la notte, all'inclita guerriera
fu primo a dir il cavallier cortese:
- Che faren, poi che con ugual fortuna
n'ha sopragiunti la notte importuna?
102
Meglio mi par che 'l viver tuo prolunghi
almeno insino a tanto che s'aggiorni.
Io non posso concederti che aggiunghi
fuor ch'una notte picciola ai tua giorni.
E di ciò che non gli abbi aver più lunghi,
la colpa sopra me non vuo' che torni:
torni pur sopra alla spietata legge
del sesso feminil che 'l loco regge.
103
Se di te duolmi e di quest'altri tuoi,
lo sa colui che nulla cosa ha oscura.
Con tuoi compagni star meco tu puoi:
con altri non avrai stanza sicura;
perché la turba, a cu' i mariti suoi
oggi uccisi hai, già contra te congiura.
Ciascun di questi a cui dato hai la morte,
era di diece femine consorte.
104
Del danno c'han da te ricevut'oggi,
disian novanta femine vendetta:
sì che se meco ad albergar non poggi,
questa notte assalito esser t'aspetta. -
Disse Marfisa: - Accetto che m'alloggi,
con sicurtà che non sia men perfetta
in te la fede e la bontà del core,
che sia l'ardire e il corporal valore.
105
Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere,
ben ti può increscere anco del contrario.
Fin qui non credo che l'abbi da ridere,
perch'io sia men di te duro avversario.
O la pugna seguir vogli o dividere,
o farla all'uno o all'altro luminario,
ad ogni cenno pronta tu m'avrai,
e come ed ogni volta che vorrai. -
106
Così fu differita la tenzone
fin che di Gange uscisse il nuovo albore,
e si restò senza conclusione
chi d'essi duo guerrier fosse il migliore.
Ad Aquilante venne ed a Grifone
e così agli altri il liberal signore,
e li pregò che fin al nuovo giorno
piacesse lor di far seco soggiorno.
107
Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto:
indi, a splendor de bianchi torchi ardenti,
tutti saliro ov'era un real tetto,
distinto in molti adorni alloggiamenti.
Stupefatti al levarsi de l'elmetto,
mirandosi, restaro i combattenti;
che 'l cavallier, per quanto apparea fuora,
non eccedeva i diciotto anni ancora.
108
Si maraviglia la donzella, come
in arme tanto un giovinetto vaglia;
si maraviglia l'altro, ch'alle chiome
s'avede con chi avea fatto battaglia:
e si domandan l'un con l'altro il nome,
e tal debito tosto si ragguaglia.
Ma come si nomasse il giovinetto,
ne l'altro canto ad ascoltar v'aspetto.
|
1
Nessuno
può sapere da chi è amato,
quando,
felice, siede alla sommità della ruota della fortuna,
avendo
i veri ed i finti amici a suo fianco,
che
mostrano tutti la stessa fedeltà.
Se
poi la lieta condizione si trasforma in triste,
la
schiera di persone che ti adula ti volta le spalle,
colui
che invece ama con tutto il cuore rimarrà saldo,
ed
amerà il suo signore anche dopo morto.
2
Se
si potesse mostrare il proprio cuore, così come si mostra il viso,
colui
che nella corte è superiore e gli altri opprime,
e
colui che invece è poco gradito dal suo signore,
la
loro sorte dovrebbero scambiarsi.
L'umile
diverrebbe subito il superiore:
starebbe
invece quell'altro tra i cortigiani di più basso livello.
Ma
torniamo da Medoro, fedele e riconoscente,
che
ha amato il suo signore sia nella vita che nella morte.
3
Andava
allora cercando nei sentieri più intricati
di
salvarsi, giovane infelice;
ma
il pesante carico che aveva sulle spalle,
rendeva
vani tutti i suoi tentativi.
Non
conosce quei luoghi, e la via sbaglia,
tornando
ad avvolgersi nei rovi.
Lontano
da lui si era invece messo al sicuro
Cloridano,
avendo la spalla più leggera, senza pesi da sostenere.
4
Cloridano
si è rifugiato in un luogo da quale non può sentire
il
rumore egli schiamazzi di chi è al suo inseguimento:
ma
quando si accorge che Medoro non è più con lui, è lontano da lui,
gli
sembra si avere lasciato indietro il proprio cuore.
Diceva
a sé stesso: "Deh, come sono stato tanto negligente,
deh,
come ho perso il controllo di me stesso,
che
mi sono travotato ad essere senza di te, Medoro, qui,
senza
neppure sapere quando e dove ti ho lasciato!"
5
Così
dicendo, si ributta nell'attorcigliato sentiero
di
quell'intricata selva;
riavviandosi
verso il punto da dove era venuto,
e
torna sulle tracce che condurranno alla sua morte.
Sente
continuamente il rumore dei cavalli, le urla dei cavalieri,
ed
i nemici che pronunciano minacce:
infine
sente il suo Medoro, e lo vede,
tra
molti altri a cavallo, unico a piedi.
6
Ce
ne sono cento a cavallo e sono tutti intorno a lui:
Zerbino
comanda i cavalieri e grida loro l'ordine di catturarlo.
L'infelice
Medoro si aggira come un tornio,
tenendosi
quanto può cerca di difendersi da loro,
ora
dietro una quercia, ora un olmo,ora un faggio ed ora un ornello,
senza
mai separarsi dal caro peso che porta sulle spalle.
Alla
fine lo posa nuovamente sull'erba, quando
non
può più reggerne il peso, e gli gira intorno, vagando senza meta:
7
come
un orsa, che il cacciatore di montagna
abbia
sorpreso nella sua tana di pietra,
si
pone con animo combattuto sopra i propri figli, e si agita con frastuono
tra
l'amore per i cuccioli e la ferocia per il cacciatore:
spinta
dall'ira e dal suo furore innato
a
tirar fuori le unghie ed a voler insanguinare le labbra;
l'amore
la intenerisce e la fa indietreggiare,
nel
mezzo dell'ira, per guardare con attenzione ai propri figli.
8
Cloridano,
che non sa come poter essere d'aiuto a Medoro,
e
che vuole essere al suo fianco anche nella morte,
ma
non vuole che il suo vivere sia trasformato in morte
prima
di aver trovato il modo di uccidere più di un nemico:
pone
nell'arco una delle sue frecce acuminate,
e,
rimanendo nascosto, fa con quell'arma un lavoro tanto buono,
che
trapassa le cervella ad un nemico Scozzese,
e
lo fa quindi cadere morto da cavallo.
9
Tutti
gli altri volgono lo sguardo da quella parte
dalla
quale era arrivato il dardo omicida.
Il
saraceno intanto ne lancia un altro,
per
uccidere un secondo nemico, quello a lato del primo caduto morto;
e
mentre costui in tutta fretta domanda in giro
chi
abbia tirato con l'arco, gridando forte,
arriva
la freccia e gli trapassa la gola,
e
la parola gli interrompe a metà.
10
Ora
Zerbino, che era il loro capitano,
non
poté a quel punto avere più pazienza.
Con
ira e con furore si avvicinò a Medoro,
dicendo:
"Ne pagherai tu le conseguenze."
Allungò
la mano afferrando la sua bionda chioma
e
lo trascinò a sé con violenza:
ma
non appena pose i propri occhi su quel bel volto,
non
poté fare a meno di provare pietà per lui, e non lo uccise.
11
Il
giovane ragazzo ricorse alle preghiere,
e
disse: "Cavaliere, in nome del tuo Dio,
non
essere tanto crudele da impedire
che
io possa dare degna sepoltura al corpo del mio re.
Non
voglio che nessun altra pietà nei miei confronti pieghi la tua volontà,
né
voglio che tu possa pensare che abbia solo il desiderio di poter vivere:
ho
tanta cura della mia vita, niente di più,
quanta
ne basta per poter dare sepoltura al mio signore.
12
E
se vuoi invece vuoi nutrire fiere ed uccelli, lasciando il corpo
insepolto,
perché
vi è in te la collera del tebano Creonte, che impedì la sepoltura
dei
nemici morti, fa banchettare loro con le mie membra, e quelle
del
figliolo di Almonte lascia invece che vengano seppellite."
Così
si pronunciò Medoro con belle maniere,
e
con parole adatte a smuovere anche una montagna;
ed
aveva talmente commosso Zerbino,
che
costui ormai ardeva tutto d'amore e di pietà.
13
Ma
nel frattempo, un cavaliere maleducato,
dimostrando
poco rispetto nei confronti del suo signore,
con
una lancia impugnata al di sopra della spalla, ferì
il
petto delicato del supplicante Medoro.
L'atto
crudele e barbaro non piacque a Zerbino;
tanto
più che, per il colpo ricevuto, vide cadere il giovane ragazzo
tanto
smorto e con espressione tanto impaurita,
che
credette che fosse morto.
14
E
si indignò per l'atto e se ne addolorò in tale misura,
che
disse: "Non rimarrà ora senza vendetta!"
e
pieno di sdegno di rivolse
al
cavaliere che aveva compiuto quell'atto malvagio:
ma
costui agì d'anticipo, gli si tolse
da
davanti in un attimo e fuggì via.
Cloridano,
che vede ora Medoro giacere in terra,
salta
fuori dal bosco per combattere allo scoperto.
15
Getta
l'arco, e tutto pieno di rabbia
agita
la propria spada in mezzo ai nemici,
più
per trovare anch'esso la morte, che con l'intenzione di ottenere
una
qualche vendetta che possa compensare la sua ira.
Vede
la sabbia divenire rossa del proprio sangue,
tra
tante spade nemiche, e si vede ormai in fin di vita;
vedendosi
tolta ogni forza,
si
lascia quindi cadere accanto al suo Medoro.
16
Gli
scozzesi proseguono dove il loro comandante Zerbino
per
la profonda selva, viene condotto dal suo nobile sdegno,
dopo
che ha lasciato sul campo l'uno e l'altro moro,
uno
completamente morto e l'altro con molta poca vita.
Giceva
in terra già da molto tempo il giovane Medoro,
perdendo
sangue dalla tanto profonda ferita,
che
la sua vita, alla fine, avrebbe perduto,
se
non fosse sopraggiunto chi gli poi gli diede aiuto.
17
Arrivò
per caso dove lui si trovava una donzella,
avvolta
in vestiti umili, da pastore,
ma
di aspetto regale e con un bel viso,
di
maniere nobili e convenientemente piene di decoro.
Da
tanto tempo io non ne diedi più notizia,
ed
a malapena dovreste quindi riuscire a riconoscerla:
quella
ragazza, se non lo sapete, era Angelica,
superba
figlia di Galafrone, re del Catai.
18
Dpo
che rientrò in possesso del proprio anello magico,
del
quale Brunello l'aveva privata derubandola,
la
sua superbia ed il suo orgoglio crebbero in tale misura,
che
tutto il mondo sembrava adesso avere a sdegno.
Va
in giro da sola, e non si degnerebbe
di
avere come compagno neanche il più famoso che ci fosse al mondo:
non
si degna di ricordare di avere già
nominato
a suo amante Orlando, o Sacripante.
19
E
più di ogni altro sue errore, molto di più si era pentita
del
bene che aveva voluto a Rinaldo,
ritenendo
di essersi troppo avvilita,
e
di aver indirizzato gli occhi per guardare così in basso.
L'Amore,
avendo sentito ormai troppa arroganza,
non
la volle tollerare più a lungo:
là
dove giaceva Medoro, l'Amore si pose al varco
e
l'aspettò, dopo avere posto una freccia nel suo arco.
20
Quando
Angelica vide il giovane ragazzo
che
ferito perdeva le forze, molto vicino alla morte,
e
che per il suo re, che giaceva senza sepoltura,
si
lamentava intensamente più che per il proprio di dolore;
una
insolita pietà in mezzo al petto
si
sentì entrare attraverso porte ormai non più in uso,
pietà
che le rese tenero e molle il suo duro cuore,
e
lo fece ancora di più quando lui le raccontò la sua storia.
21
E
richiamando alla memoria l'arte
della
medicina che aveva un tempo imparato in India
(poiché
sembra che questa materia in quella parte della terra
venga
considerata nobile, meritevole e di grande lode;
e
senza molto studiare sui libri,
venga
consegnata in eredità dal padre ai figli)
si
preparò a lavorare con estratti di erbe,
in
modo da destinarlo, salvandolo, a più lunga vita.
22
Si
ricordò quindi che procedendo aveva
visto
un'erba in un piacevole prato;
fosse
stato dittamo o fosse stata panacea,
o
non so quale possa essere stata, tanto ricca di potere medicinale,
che
blocca la fuoriuscita di sangue, e della nociva piaga
toglie
ogni contrazione dolorosa ed ogni pericoloso doloro.
La
ritrovò non lontana da lì, e dopo averla colta,
ritorno
indietro là dove aveva lasciato Medoro.
23
Lungo
la strada del ritorno incontrò un pastore
che
andava a cavallo attraverso il bosco,
cercando
una giovane vacca, che già
da
due giorni vagava fuori dalla mandria ed incostudita.
Lo
condusse con se nel luogo dove Medoro perdeva le proprie forze
insieme
al sangue che fuoriusciva dal suo petto;
e
già aveva tanto macchiato il terreno con il suo sangue,
che
era ormai prossimo a rimanerne senza.
24
Angelica
scese dal proprio nobile cavallo,
e
insieme fece anche scendere il pastore.
Pestò
le erbe raccolte con dei sassi, quindi le raccolse
e
ne ricavò il succo fra le sue bianche mani;
nella
ferita ne versò parte, e sparse abbondantemente il resto
lungo
il petto, lungo il ventre e fino alle anche:
e
fu di tale efficacia questa sostanza liquida,
che
fece cessare la fuoriuscita di sangue e ridonò vigore a Medoro;
25
e
gli diede tale forza, da riuscire a salire
in
groppa al cavallo che il pastore aveva lì condotto.
Non
volle però Medoro partire da lì
prima
che il suo signore, Dardinello, non fosse stato sepolto.
Insieme
al re fece seppellire Cloridano;
quindi
si lasciò condurre dove a lei piacque.
E
lei, spinta dalla pietà, nella umile casa
del
gentile pastore rimase con lui.
26
Né,
finché non lo avesse fatto tornare in salute,
da
lui voleva allontanarsi: si interessò così tanto a lui,
fu
tanto intenerita dalla pietà
che
ebbe nei suoi confronti, dal momento che lo vide giacere in terra.
Osservati
poi le sue buone maniere e la sua bellezza,
si
sentì il cuore consumato da una lima nascosta;
sì
senti il cuore consumare, ed a poco a poco
lo
sentì tutto infiammato dal fuoco dell'Amore.
27
Il
pastore viveva in una dimora molto bella e tranquilla,
nascosta
in un bosco tra due monti,
con
la propria moglie e con i figli; aveva
costruito
la dimora poco tempo prima.
Lì,
per opera della donzella, a Medoro
la
ferità fu in breve fatta guarire:
ma,
in un tempo ancora più breve, sentì lei una
ferita
più grande nel proprio cuore.
28
Una
ferita molto più larga e più profonda
sì
sentì lei aperta in cuore da una freccia invisibile,
che
dagli occhi belli e dalla chioma bionda
di
Medoro scagliò l'alciere alato, Amore.
Si
sente ardere, e sempre di più il fuoco aumenta in lei;
ed
ha più cura del male di Medoro anziché del proprio:
non
bada a sé stessa, e non è occupata a fare altro,
se
non ridare salute a colui che la ferisce e la tormenta d'Amore.
29
La
sua ferita si apre e diventa grave sempre di più,
quanto
più l'altra si restringe e si chiude.
Il
giovane guarisce: lei va perdendo le proprie forze
a
causa di una nuova febbre, ora fredda gelata ed ora calda.
Di
giorno in giorno rifiorisce in lui la bellezza:
la
povera ragazza si consuma lentamente, così come uno strato
di
neve caduta fuori stagione è solita consumarsi,
quando
viene scoperta dal sole in un luogo aperto.
30
Se
non vuole morire di desiderio, è necessario
che,
senza esitare oltre, inizi ad aiutare sé stessa:
e
crede quindi bene che quello che essa desidera ardentemente,
non
si debba aspettare che altri al invitino ad ottenere.
Pertanto,
rotto ogni freno della propria vergogna,
mostrò
una lingua non meno audace, coraggiosa, dei propri occhi:
e
chiese quindi misericordia per quel colpo ricevuto in cuore,
che,
forse non rendendosene conto, lui le aveva inflitto.
31
Oh
conte Orlando, oh Sacripante,
il
vostro illustre valore, ditemi, a cosa può giovare?
Ditemi
in che misura sia apprezzato il vostro sublime onore,
o
che riconoscenza ottenga la vostra servitù d'amore.
Fatemi
l'esempio anche di un solo gesto di cortesia
che
mai Angelica vi abbia fatto dono, o del passato o recente,
come
ricompensa, premio o per acquisizione di merito
per
tutto quello che per amore di lei avete sofferto.
32
Oh,
se potessi ritornare invita oh re Agricane, morto per l'amore di lei,
quanto
ti sembrerebbe duro il destino!
che
già ti manifestò tanto disprezzo nei tuoi confronti
con
crudeli ed inumani gesti di avversione.
Oppure
Ferraù, o mille alri dei quali non scrivo,
che
avete dato mille dimostrazioni del vostro valore
per
questa donna ingrata, quanto duro vi sarebbe
se
la vedeste ora tra le braccia di costui!
33
Angelica
la propria verginità da
Medoro
lasciò
che venisse colta, mai prima di allora toccata:
nessuna
persona fu infatti mai tanto fortunata,
da
poter mettere piede in quel giardino.
Per
coprire, per rendere legittima la cosa,
venne
celebrato con santo cerimoniale
il
loro matrimonio, che ebbe il Dio Amore come testimone dello sposo,
e
la moglie del pastore a testimone della sposa.
34
Le
nozze fuorono celebrato sotte l'umile tetto della dimora del pastore,
furono
le più fastose che si sarebbero potutote svolgere;
e
per più di un mese stettero piacevolemente
i
due tranquilli amanti a svagarsi.
Non
riusciva a vedere null'altro che il giovanotto
la
donna, e non poteva mai sentirsi sazia di lui;
né,
per quanto pendesse sempre dal suo collo,
sentiva
sazio il desiderio che provava nei suoi confronti.
35
Se
stava al coperto o se usciva fuori casa,
aveva
sempre, giorno e notte, il bel giovane accanto a sé:
dal
mattino alla sera, ora questa ed ora quella riva del fiume
andava
percorrendo a passeggio, o altrimenti qualche prato verde:
a
mezzogiorno trovavano riparo in una grotta,
forse
non meno comoda e gradita di quella
che
ebbero, per evitare un temporale, Enea e Didone
a
fedele testimone dei loro segreti.
36
Tra
tanti piaceri, ovunque un dritto arbusto
vedesse
fare ombra ad una fonte od a un limpido ruscello,
vi
conficcava subito uno spillone od un coltello;
allo
stesso modo agiva se trovava qualche roccia poco dura:
e
vi erano scritti all'aperto in mille diversi luoghi,
ed
anche sul muro di casa in altrettanti luoghi ,
i
nomi di Angelica e Medoro, in diversi modi
intrecciati
tra di loro.
37
Dopo
che le sembrò di avere soggiornato
in
quel luogo a sufficienza, decise
di
fare ritorno in India nella regione del Catai,
e
di incoronare quindi Medoro re del suo bel regno.
Portava
al braccio un cerchio d'oro, adornato
da
gemme preziose, a testimonianza e simbolo
del
bene che il conte Orlando provava nei suoi confronti;
e
l'aveva al braccio da molto tempo.
38
Quel
cerchio d'oro fu donato da Morgana, innamorata, a Ziliante,
quando
lo tenne nascosto sul fondo del lago;
e
Ziliante, dopo che dal padre Monodante
poté
tornare grazie all'opera ed al grande valore di Orlando,
lo
diede poi ad Orlando stesso: il paladino innamorato,
tollerò
di portare al braccio il cerchio, così poco virile,
avendo
deciso di portarlo in dono
alla
sua regina, Angelica, della quale vi sto ora raccontando.
39
Non
per amore nei confronti del paladino, piuttosto
perché
era un ornamento prezioso e di ottima fattura,
la
donna l'aveva tanto caro,
che
di più non si potrebbe avere caro un oggetto di valore.
Lo
conservò con sé quando era sull'isola di Ebuba,
non
so come riuscì ad ottennere un tale privilegio,
là
dove venne esposta, completamente nuda, al mostro marino
da
parte della gente crudele e inospitale che abita l'isola.
40
Ora,
non disponendo di altra ricompensa
da
poter dare al buon pastore ed alla sua moglie,
che
li avevano serviti con così grande devozione
dal
giorno in cui entrarono nella loro dimora,
si
levò dal braccio il cerchio e lo diede loro,
e
vollè che lo tenessero come segno del suo amore.
Quindi,
iniziarono a risalire la montagna, i Pirenei,
che
divide la Francia dalla Spagna.
41
Dentro
Valencia o dentro Barcellona
aveva
pensato di fermarsi per qualche giorno,
finché
non fosse capitata qualche buona nave
che
si fosse apprestata a salpare verso l'Asia.
Videro
apparire il mare in prossimità di Gerona,
mentre
scendevano dalle dorsali montuose;
e
costeggiando alla loro sinistra il litorale,
lungo
la via più battuta giunsero a Barcellona.
42
Ma
non vi giunsero in tempo per evitare di incontrare un uomo folle
che
giaceva sulla battigia, sul limite della spiaggia,
e
che, come fosse un porco, di fango e di acqua
era
completamente sporco in volto, petto e schiena.
Costui
sì lanciò con violenza contro di loro così come un cagnaccio
subito
va ad assalire uno straniero;
e
diede loro noia e fu sul punto di recare loro danno.
Ma
torno ora a raccontarvi nuovamente di Marfisa.
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