Re Carlo va alla ricerca del saraceno che ha provocato tanta distruzione e seminato così tanti cadaveri nella città di Parigi. Si vergogna per il comportamento tenuto dai parigini e li rimprovera quindi per non aver fatto nulla a difesa della città.
Norandino era stato per lungo tempo innamorato di Lucina, figlia del re di Cipro. Dopo averla finalmente sposata, al ritorno in patria la loro nave era stata colta da una tempesta, e dopo tre giorni in mare erano infine giunti su una spiaggia. Mentre il re è intento nella caccia per procurare del cibo, il resto dell'equipaggio viene assalito da un orco. Il mostro è cieco (ha due protuberanze d'osso al posto degli occhi) ma compensa la mancanza con un infallibile fiuto.
Tornato dalla caccia, il re si accorge di quanto successo. Quelli che si sono salvati sulla nave gli raccontano l'accaduto e lui decide subito di andare a caccia dell'orco per riprendersi l'amata Lucina.
Norandino spiega agli altri come poter scappare: vengono uccisi alcuni caproni, tutti si ungono quindi il corpo con il grasso animale ricavato dai cadaveri e si mettono addosso le pellicce (così che se il mostro li tocca per accertarsi della loro natura, sente il pelo dell'animale).
La sera l'orco, ritornato alla grotta, si accorge della fuga di tutti i sui prigionieri e punisce Lucina incatenandola nuda sulla cima dello scoglio. Il re non può fare altro che vederla soffrire, giorno dopo giorno.
Giungono infine per caso a quello scoglio Mandricardo e re Gradasso, liberano la donna e la consegnano al padre di lei.
La festa, allestita una volta ogni quattro mesi, è quindi in memoria della salvezza ottenuta dopo quattro mesi passati nella grotta dell'orco.
Il giorno dopo Grifone, Orrilige e Martano, nuovo amante di lei, si recano al torneo.
Più arrabbiato per il comportamento del compagno che felice per la propria vittoria, Grifone torna irato da Martano e Orrilige. Lei però lo convince a scusare il vile cavaliere ed a partire con loro silenziosamente e segretamente per consentire a Martano un viaggio sicuro, fuori dalla vista degli abitanti di Damasco.
Grifone si risveglia la sera e si accorge dell'inganno subito. Si rende quindi finalmente conto che Martano non è il fratello ma l'amante di Orrilige e decide di vendicarsi.
Secondo gli ordini di Norandino, Grifone viene quindi fatto prigioniero ed esposto il giorno dopo alla pubblica umiliazione, su di un carro trainato da buoi che trascina le armi e l'armatura che aveva indosso.
La maggior parte del popolo si è barricata nel palazzo reale e dalle sue mura esterne butta pezzi di tetto, di colonne.. su Rodomonte, che a colpi di spada, preso possesso della piazza antistante, sta per aprirsi un passaggio nel portone principale.
Re carlo, insieme ai paladini ed ai cavalieri al suo seguito, tra i quali re Ottone, si lancia contro il saraceno.
Tornando a parlare di Grifone, il cavaliere entra nella bellissima e ricchissima città di Damasco in compagnia della donna e del nuovo amante di lei.
Un cavaliere li ferma lungo la via e li accoglie nel proprio palazzo. Racconta loro l'origine della giostra organizzata da re Norandino ed inviata entrambi i cavalieri a parteciparvi.
Si mettono tutti a scappare ma l'orco è talmente veloce che solo pochi riescono a salvarsi raggiungendo a nuoto l'imbarcazione. Il mostro cattura gli altri, ne mangia vivi due, porta i rimanenti nella propria tana e li rinchiude in una caverna, dove prima si trovava il suo gregge. L'orco va quindi a fare pascolare gli animali.
Raggiunta la tana del mostro, la moglie dell'orco gli dice che non deve temere per la vita di Lucina. Il mostro è solito mangiare solo uomini, le donne vengono invece rinchiuse in quella grotta in cui si trova lei stessa insieme a tante altre. Solo se abbandonerà la grotta Lucina potrà avere a rischio la propria vita.
Consiglia a Norandino di andarsene (la sua presenza non potrà scappare all'infallibile fiuto del mostro), ma visto che il suo desiderio di ritrovare l'amata è tanto grande da non farlo muovere da lì, alla fine la donna decide di aiutarlo.
Unge tutto il corpo del re con del grasso animale, in modo da coprire completamente il suo odore naturale e farlo quindi puzzare come un caprone, e gli mette addosso una delle pelli che teneva nella caverna. Così travestito, Norandino si mischia al gregge riportato alla tana dal mostro e riesce quindi a rivedere Lucina.
Il mattino dopo l'orco apre la grotta ed insieme al gregge escono anche Norandino e tutti gli altri.
Solo Lucina non riesce a passare, il mostro riconosce infatti che non si tratta di un vero caprone e la ricaccia nella grotta. Tutti gli altri seguono l'orco nel suo cammino e, approfittando del suo momento di sonno, riescono poi a scappare.
Norandino è però ancora intenzionato a liberare la sua amata e rimane quindi nel gregge.
Saputo della liberazione della donna, Norandino scappa, torna in patria e ritrova quindi Lucina.
Sarà vincitore chi riuscirà a sconfiggere tutti e otto i cavalieri scelti dal Norandino tra i più valorosi e più fedeli suoi servitori. Il premio per il vincitore è un'armatura (appartenenti a Marfisa, ma Norandino non lo sa) che il re ha ricevuto il giorno prima in dono da un mercante.
Martano entra nell'arena per sfidare gli otto cavalieri, ma, visto morire accidentalmente il cavaliere che lo precede, alla fine fugge deriso da tutti gli spettatori. Grifone è acceso di vergogna e d'ira per il comportamento del compagno, sa che il popolo si aspetta da lui lo stesso atteggiamento codardo e sa che ogni suo minimo errore verrà deriso.
Grifone si lancia al combattimento è sconfigge subito, uno dopo l'altro, i primi sette cavalieri. Con l'ultimo, il più forte, il combattimento dura poco di più. Grifone è decisamente superiore, la sua armatura incantata non viene neanche graffiata dai colpi dell'altro, la cui armatura è invece ormai a pezzi.
Norandino fa separare i contendenti e pone termine al torneo; è Grifone il vincitore.
Grifone cade però in un profondo sonno. Martano ruba cavallo, armi ed armatura al cavaliere per travestirsi da lui e ricevere premio ed onori dal re (il re non aveva ancora saputo il nome né visto il volto del vincitore).
Orrilige e Martano vengono così condotti nel palazzo reale.
Prende le armi, l'armatura ed il cavallo lasciati dal vile cavaliere e si mette subito in viaggio per abbandonare la città.
Dall'alto di un castello il re riconosce però il cavaliere tanto deriso il giorno prima e confessa a Martano di lasciarlo andare libero da ogni punizione solo in quanto suo compagno. Il vile cavaliere risponde però di non conoscere chi esso sia, di essersi lui stesso trattenuto dal punirlo per rispetto nella giornata di festa, e che quindi il re farebbe a lui cosa più grata se decidesse di punirlo invece che lasciarlo andare libero.
Lasciato finalmente libero all'ingresso della città, Grifone però indossa subito l'armatura e riprende le armi di Martano, pronto a vendicarsi dell'umiliazione e combattere nuovamente per il proprio onore.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Il giusto Dio, quando i peccati nostri
hanno di remission passato il
segno,
acciò che la giustizia sua dimostri
uguale alla pietà, spesso dà
regno
a tiranni atrocissimi ed a mostri,
e dà lor forza e di mal fare
ingegno.
Per questo Mario e Silla pose al mondo,
e duo Neroni e Caio
furibondo,
2
Domiziano e l'ultimo Antonino;
e tolse da la immonda e bassa
plebe,
ed esaltò all'imperio Massimino;
e nascer prima fe' Creonte a
Tebe;
e dié Mezenzio al populo Agilino,
che fe' di sangue uman grasse le
glebe;
e diede Italia a tempi men remoti
in preda agli Unni, ai
Longobardi, ai Goti.
3
Che d'Atila dirò? che de l'iniquo
Ezzellin da Roman? che d'aItri
cento?
che dopo un lungo andar sempre in obliquo,
ne manda Dio per pena e
per tormento.
Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo,
ma ancora al
nostro, chiaro esperimento,
quando a noi, greggi inutili e malnati,
ha
dato per guardian lupi arrabbiati:
4
a cui non par ch'abbi a bastar lor fame,
ch'abbi il lor ventre a
capir tanta carne;
e chiaman lupi di più ingorde brame
da boschi
oltramontani a divorarne.
Di Trasimeno l'insepulto ossame
e di Canne e di
Trebia poco parne
verso quel che le ripe e i campi ingrassa,
dov'Ada e
Mella e Ronco e Tarro passa.
5
Or Dio consente che noi siàn puniti
da populi di noi forse
peggiori,
per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi
errori.
Tempo verrà ch'a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren
migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che l'eterna Bontà
muovano a sdegno.
6
Doveano allora aver gli eccessi loro
di Dio turbata la serena
fronte,
che sc�rse ogni lor luogo il Turco e 'l Moro
con stupri, uccision,
rapine ed onte:
ma più di tutti gli altri danni, foro
gravati dal furor di
Rodomonte.
Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo,
e che 'n piazza venia per
ritrovarlo.
7
Vede tra via la gente sua troncata,
arsi i palazzi, e ruinati i
templi,
gran parte de la terra desolata;
mai non si vider sì crudeli
esempli.
- Dove fuggite, turba spaventata?
Non è tra voi chi 'l danno suo
contempli?
Che città, che refugio più vi resta,
quando si perda sì
vilmente questa?
8
Dunque un uom solo in vostra terra preso,
cinto di mura onde non può
fuggire,
si partirà che non l'avrete offeso,
quando tutti v'avrà fatto
morire? -
Così Carlo dicea, che d'ira acceso
tanta vergogna non potea
patire.
E giunse dove inanti alla gran corte
vide il pagan por la sua
gente a morte.
9
Quivi gran parte era del populazzo,
sperandovi trovare aiuto,
ascesa;
perché forte di mura era il palazzo,
con munizion da far lunga
difesa.
Rodomonte, d'orgoglio e d'ira pazzo,
solo s'avea tutta la piazza
presa:
e l'una man, che prezza il mondo poco,
ruota la spada, e l'altra
getta il fuoco.
10
E de la regal casa, alta e sublime,
percuote e risuonar fa le gran
porte.
Gettan le turbe da le eccelse cime
e merli e torri, e si metton per
morte.
Guastare i tetti non è alcun che stime;
e legne e pietre vanno ad
una sorte,
lastre e colonne, e le dorate travi
che furo in prezzo agli lor
padri e agli avi.
11
Sta su la porta il re d'Algier, lucente
di chiaro acciar che 'l capo
gli arma e 'l busto,
come uscito di tenebre serpente,
poi c'ha lasciato
ogni squalor vetusto,
del nuovo scoglio altiero, e che si
sente
ringiovenito e più che mai robusto:
tre lingue vibra, ed ha negli
occhi foco;
dovunque passa, ogn'animal dà loco.
12
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,
né ciò che sopra il
Saracin percuote,
ponno allentar la sanguinosa destra
che la gran porta
taglia, spezza e scuote:
e dentro fatto v'ha tanta finestra,
che ben
vedere e veduto esser puote
dai visi impressi di color di morte,
che tutta
piena quivi hanno la corte.
13
Suonar per gli alti e spaziosi tetti
s'odono gridi e feminil
lamenti:
l'afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e
dolenti;
e abbraccian gli usci e i geniali letti
che tosto hanno a
lasciare a strane genti.
Tratta la cosa era in periglio tanto,
quando 'l
re giunse, e suoi baroni accanto.
14
Carlo si volse a quelle man robuste
ch'ebbe altre volte a gran
bisogni pronte.
- Non sète quelli voi, che meco fuste
contra Agolante
(disse) in Aspramonte?
Sono le forze vostre ora sì fruste,
che,
s'uccideste lui, Troiano e Almonte
con centomila, or ne temete un solo
pur
di quel sangue e pur di quello stuolo?
15
Perché debbo vedere in voi fortezza
ora minor ch'io la vedessi
allora?
Mostrate a questo can vostra prodezza,
a questo can che gli uomini
devora.
Un magnanimo cor morte non prezza,
presta o tarda che sia, pur che
ben muora.
Ma dubitar non posso ove voi sète,
che fatto sempre vincitor
m'avete. -
16
Al fin de le parole urta il destriero,
con l'asta bassa, al Saracino
adosso.
Mossesi a un tratto il paladino Ugiero,
a un tempo Namo ed Ulivier
si è mosso,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero,
ch'un senza l'altro mai
veder non posso:
e ferir tutti sopra a Rodomonte
e nel petto e nei fianchi
e ne la fronte.
17
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai
di parlar d'ira e di cantar di
morte;
e sia per questa volta detto assai
del Saracin non men crudel che
forte:
che tempo è ritornar dov'io lasciai
Grifon, giunto a Damasco in su
le porte
con Orrigille perfida, e con quello
ch'adulter era, e non di lei
fratello.
18
De le più ricche terre di Levante,
de le più populose e meglio
ornate
si dice esser Damasco, che distante
siede a Ierusalem sette
giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno,
che l'estate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora
un vicin colle.
19
Per la città duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi
rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde
privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
potrian far l'acque lanfe che son
quivi;
e chi va per le vie vi sente, fuore
di tutte quelle case, uscire
odore.
20
Tutta coperta è la strada maestra
di panni di diversi color
lieti;
e d'odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le
pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di
tapeti,
ma più di belle e ben ornate donne
di ricche gemme e di superbe
gonne.
21
Vedeasi celebrar dentr'alle porte,
in molti lochi, solazzevol
balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei
cavalli:
facea più bel veder la ricca corte
de' signor, de' baroni e de'
vasalli,
con ciò che d'India e d'eritree maremme
di perle aver si può,
d'oro e di gemme.
22
Venia Grifone e la sua compagnia
mirando e quinci e quindi il tutto
ad agio,
quando fermolli un cavalliero in via,
e gli fece smontare a un
suo palagio;
e per l'usanza e per sua cortesia
di nulla lasciò lor patir
disagio.
Li fe' nel bagno entrar, poi con serena
fronte gli accolse a
sontuosa cena.
23
E narrò lor come il re Norandino,
re di Damasco e di tutta
Soria,
fatto avea il paesano e 'l peregrino
ch'ordine avesse di
cavalleria,
alla giostra invitar, ch'al matutino
del dì sequente in piazza
si faria;
e che s'avean valor pari al sembiante,
potrian mostrarlo senza
andar più inante.
24
Ancor che quivi non venne Grifone
a questo effetto, pur lo 'nvito
tenne;
che qual volta se n'abbia occasione,
mostrar virtude mai non
disconvenne.
Interrogollo poi de la cagione
di quella festa, e s'ella era
solenne
usata ogn'anno, o pure impresa nuova
del re ch'i suoi veder
volesse in pruova.
25
Rispose il cavallier: - La bella festa
s'ha da far sempre ad ogni
quarta luna:
de l'altre che verran, la prima è questa:
ancora non se n'è
fatta più alcuna.
Sarà in memoria che salvò la testa
il re in tal giorno
da una gran fortuna,
dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti
sempre
era stato, e con la morte inanti.
26
Ma per dirvi la cosa pienamente,
il nostro re, che Norandin
s'appella,
molti e molt'anni ha avuto il core ardente
de la leggiadra e
sopra ogn'altra bella
figlia del re di Cipro: e finalmente
avutala per
moglie, iva con quella,
con cavallieri e donne in compagnia;
e dritto avea
il camin verso Soria.
27
Ma poi che fummo tratti a piene vele
lungi dal porto nel Carpazio
iniquo,
la tempesta saltò tanto crudele,
che sbigottì sin al padrone
antiquo.
Tre dì e tre notti andammo errando ne le
minacciose onde per
camino obliquo.
Uscimo al fin nel lito stanchi e molli,
tra freschi rivi,
ombrosi e verdi colli.
28
Piantare i padiglioni, e le cortine
fra gli arbori tirar facemo
lieti.
S'apparechiano i fuochi e le cucine;
le mense d'altra parte in su
tapeti.
Intanto il re cercando alle vicine
valli era andato e a' boschi
più secreti,
se ritrovasse capre o daini o cervi;
e l'arco gli portar
dietro duo servi.
29
Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo,
che da cacciar ritorni il
signor nostro,
vedemo l'Orco a noi venir correndo
lungo il lito del mar,
terribil mostro.
Dio vi guardi, signor, che 'l viso orrendo
de l'Orco agli
occhi mai vi sia dimostro:
meglio è per fama aver notizia
d'esso,
ch'andargli, si che lo veggiate, appresso.
30
Non gli può comparir quanto sia lungo,
sì smisuratamente è tutto
grosso.
In luogo d'occhi, di color di fungo
sotto la fronte ha duo coccole
d'osso.
Verso noi vien (come vi dico) lungo
il lito, e par ch'un monticel
sia mosso.
Mostra le zanne fuor, come fa il porco;
ha lungo il naso, il
sen bavoso e sporco.
31
Correndo viene, e 'l muso a guisa porta
che 'l bracco suol, quando
entra in su la traccia.
Tutti che lo veggiam, con faccia smorta
in fuga
andamo ove il timor ne caccia.
Poco il veder lui cieco ne
conforta,
quando, fiutando sol, par che più faccia,
ch'altri non fa,
ch'abbia odorato e lume:
e bisogno al fuggire eran le piume.
32
Corron chi qua chi là; ma poco lece
da lui fuggir, veloce più che 'l
Noto.
Di quaranta persone, a pena diece
sopra il navilio si salvaro a
nuoto.
Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece,
né il grembio si lasciò
né il seno voto;
un suo capace zaino empissene anco,
che gli pendea, come
a pastor, dal fianco.
33
Portòci alla sua tana il mostro cieco,
cavata in lito al mar
dentr'uno scoglio.
Di marmo così bianco è quello speco,
come esser soglia
ancor non scritto foglio.
Quivi abitava una matrona seco,
di dolor piena
in vista e di cordoglio;
ed avea in compagnia donne e donzelle
d'ogni età,
d'ogni sorte, e brutte e belle.
34
Era presso alla grotta in ch'egli stava,
quasi alla cima del giogo
superno,
un'altra non minor di quella cava,
dove del gregge suo facea
governo.
Tanto n'avea, che non si numerava;
e n'era egli il pastor
l'estate e 'l verno.
Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso,
per spasso
che n'avea, più che per uso.
35
L'umana carne meglio gli sapeva:
e prima il fa veder ch'all'antro
arrivi;
che tre de' nostri giovini ch'aveva,
tutti li mangia, anzi
trangugia vivi.
Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva:
ne caccia il
gregge, e noi riserra quivi.
Con quel sen va dove il suol far
satollo,
sonando una zampogna ch'avea in collo.
36
Il signor nostro intanto ritornato
alla marina, il suo danno
comprende;
che truova gran silenzio in ogni lato,
voti frascati,
padiglioni e tende.
Né sa pensar chi sì l'abbia rubato;
e pien di gran
timore al lito scende,
onde i nocchieri suoi vede in disparte
sarpar lor
ferri e in opra por le sarte.
37
Tosto ch'essi lui veggiono sul lito,
il palischermo mandano a
levarlo:
ma non sì tosto ha Norandino udito
de l' Orco che venuto era a
rubarlo,
che, senza più pensar, piglia partito,
dovunque andato sia, di
seguitarlo.
Vedersi tor Lucina sì gli duole,
ch'o racquistarla, o non più
viver vuole.
38
Dove vede apparir lungo la sabbia
la fresca orma, ne va con quella
fretta
con che lo spinge l'amorosa rabbia,
fin che giunge alla tana ch'io
v'ho detta;
ove con tema la maggior che s'abbia
a patir mai, l'Orco da noi
s'aspetta:
ad ogni suono di sentirlo parci,
ch'affamato ritorni a
divorarci.
39
Quivi Fortuna il re da tempo guida,
che senza l'Orco in casa era la
moglie.
Come ella 'l vede: - Fuggine! (gli grida)
misero te, se l'Orco ti
ci coglie! -
- Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida,
che
miserrimo i' sia non mi si toglie.
Disir mi mena, e non error di via,
c'ho
di morir presso alla moglie mia. -
40
Poi seguì, dimandandole novella
di quei che prese l'Orco in su la
riva;
prima degli altri, di Lucina bella,
se l'avea morta, o la tenea
captiva.
La donna umanamente gli favella,
e lo conforta, che Lucina è
viva,
e che non è alcun dubbio ch'ella muora;
che mai femina l'Orco non
divora.
41
- Esser di ciò argumento ti poss'io,
e tutte queste donne che son
meco:
né a me né a lor mai l'Orco è stato rio,
pur che non ci scostian da
questo speco.
A chi cerca fuggir, pon grave fio;
né pace mai puon ritrovar
più seco:
o le sotterra vive, o l'incatena,
o fa star nude al sol sopra
l'arena.
42
Quando oggi egli portò qui la tua gente,
le femine dai maschi non
divise;
ma, sì come gli avea, confusamente
dentro a quella spelonca tutti
mise.
Sentirà a naso il sesso differente.
Le donne non temer che sieno
uccise:
gli uomini, siene certo; ed empieranne
di quattro, il giorno, o
sei, l'avide canne.
43
Di levar lei di qui non ho consiglio
che dar ti possa; e contentar
ti puoi
che ne la vita sua non è periglio:
starà qui al ben e al mal
ch'avremo noi.
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio,
che l'Orco non ti
senta e non t'ingoi.
Tosto che giunge, d'ogn'intorno annasa,
e sente sin a
un topo che sia in casa. -
44
Rispose il re, non si voler partire,
se non vedea la sua Lucina
prima;
e che più tosto appresso a lei morire,
che viverne lontan, faceva
stima.
Quando vede ella non potergli dire
cosa che 'l muova da la voglia
prima,
per aiutarlo fa nuovo disegno,
e ponvi ogni sua industria, ogni suo
ingegno.
45
Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese,
con lor mariti, assai
capre ed agnelle,
onde a sé ed alle sue facea le spese;
e dal tetto pendea
più d'una pelle.
La donna fe' che 'l re del grasso prese,
ch'avea un gran
becco intorno alle budelle,
e che se n'unse dal capo alle piante,
fin che
l'odor cacciò ch'egli ebbe inante.
46
E poi che 'l tristo puzzo aver le parve,
di che il fetido becco
ognora sape,
piglia l'irsuta pelle, e tutto entrarve
lo fe'; ch'ella è sì
grande che lo cape.
Coperto sotto a così strane larve,
facendol gir
carpon, seco lo rape
là dove chiuso era d'un sasso grave
de la sua donna
il bel viso soave.
47
Norandino ubidisce; ed alla buca
de la spelonca ad aspettar si
mette,
acciò col gregge dentro si conduca;
e fin a sera disiando
stette.
Ode la sera il suon de la sambuca,
con che 'nvita a lassar l'umide
erbette,
e ritornar le pecore all'albergo
il fier pastor che lor venìa da
tergo.
48
Pensate voi se gli tremava il core,
quando l'Orco sentì che
ritornava,
e che 'l viso crudel pieno d'orrore
vide appressare all'uscio
de la cava;
ma poté la pietà più che 'l timore:
s'ardea, vedete, o se
fingendo amava.
Vien l'Orco inanzi, e leva il sasso, ed apre:
Norandino
entra fra pecore e capre.
49
Entrato il gregge, l'Orco a noi descende;
ma prima sopra sé l'uscio
si chiude.
Tutti ne va fiutando: al fin duo prende;
che vuol cenar de le
lor carni crude.
Al rimembrar di quelle zanne orrende,
non posso far
ch'ancor non trieme e sude.
Partito l'Orco, il re getta la gonna
ch'avea
di becco, e abbraccia la sua donna.
50
Dove averne piacer deve e conforto,
vedendol quivi, ella n'ha
affanno e noia:
lo vede giunto ov'ha da restar morto;
e non può far però
ch'essa non muoia.
- Con tutto 'l mal (diceagli) ch'io supporto,
signor,
sentia non mediocre gioia,
che ritrovato non t'eri con nui
quando da
l'Orco oggi qui tratta fui.
51
Che se ben il trovarmi ora in procinto
d'uscir di vita m'era acerbo
e forte;
pur mi sarei, come è commune istinto,
dogliuta sol de la mia
trista sorte:
ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,
più mi dorrà la
tua che la mia morte. -
E seguitò, mostrando assai più affanno
di quel di
Norandin, che del suo danno.
52
- La speme (disse il re) mi fa venire,
c'ho di salvarti, e tutti
questi teco:
e s'io nol posso far, meglio è morire,
che senza te, mio sol,
viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potrò partire;
e voi tutt'altri ne
verrete meco,
se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor
d'animal bruto. -
53
La fraude insegnò a noi, che contra il naso
de l'Orco insegnò a lui
la moglie d'esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
ch'egli ne palpi ne
l'uscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso;
quanti de l'un,
quanti de l'altro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che
più fetean, ch'eran più vecchi.
54
Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo all'intestina
intorno,
e de l'orride pelli ci vestimo.
Intanto uscì da l'aureo albergo
il giorno.
Alla spelonca, come apparve il primo
raggio del sol, fece il
pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiamò il suo gregge
fuor de le capanne.
55
Tenea la mano al buco de la tana,
acciò col gregge non uscissin
noi:
ci prendea al varco; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne
lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per sì strana
strada, coperti
dagl'irsuti cuoi:
e l'Orco alcun di noi mai non ritenne,
fin che con gran
timor Lucina venne.
56
Lucina, o fosse perch'ella non volle
ungersi come noi, che schivo
n'ebbe;
o ch'avesse l'andar più lento e molle,
che l'imitata bestia non
avrebbe;
o quando l'Orco la groppa toccolle,
gridasse per la tema che le
accrebbe;
o che se le sciogliessero le chiome;
sentita fu, né ben so dirvi
come.
57
Tutti eravam sì intenti al caso nostro,
che non avemmo gli occhi
agli altrui fatti.
Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro
che già
gl'irsuti spogli le avea tratti,
e fattola tornar nel cavo chiostro.
Noi
altri dentro a nostre gonne piatti
col gregge andamo ove 'l pastor ci
mena,
tra verdi colli in una piaggia amena.
58
Quivi attendiamo infin che steso all'ombra
d'un bosco opaco il
nasuto Orco dorma.
Chi lungo il mar, chi verso 'l monte sgombra:
sol
Norandin non vuol seguir nostr'orma.
L'amor de la sua donna sì lo
'ngombra,
ch'alla grotta tornar vuol fra la torma,
né partirsene mai sin
alla morte,
se non racquista la fedel consorte:
59
che quando dianzi avea all'uscir del chiuso
vedutala restar captiva
sola,
fu per gittarsi, dal dolor confuso,
spontaneamente al vorace Orco in
gola;
e si mosse, e gli corse infino al muso,
né fu lontano a gir sotto la
mola:
ma pur lo tenne in mandra la speranza
ch'avea di trarla ancor di
quella stanza.
60
La sera, quando alla spelonca mena
il gregge l'Orco, e noi fuggiti
sente,
e c'ha da rimaner privo di cena,
chiama Lucina d'ogni mal
nocente,
e la condanna a star sempre in catena
allo scoperto in sul sasso
eminente.
Vedela il re per sua cagion patire,
e si distrugge, e sol non
può morire.
61
Matina e sera l'infelice amante
la può veder come s'affliga e
piagna;
che le va misto fra le capre avante,
torni alla stalla o torni
alla campagna.
Ella con viso mesto e supplicante
gli accenna che per Dio
non vi rimagna,
perché vi sta a gran rischio de la vita,
né però a lei può
dare alcuna aita.
62
Così la moglie ancor de l'Orco priega
il re che se ne vada, ma non
giova;
che d'andar mai senza Lucina niega,
e sempre più costante si
ritruova.
In questa servitude, in che lo lega
Pietate e Amor, stette con
lunga pruova
tanto, ch'a capitar venne a quel sasso
il figlio d'Agricane e
'l re Gradasso.
63
Dove con loro audacia tanto fenno,
che liberaron la bella
Lucina;
ben che vi fu aventura più che senno:
e la portar correndo alla
marina;
e al padre suo, che quivi era, la denno:
e questo fu ne l'ora
matutina,
che Norandin con l'altro gregge stava
a ruminar ne la montana
cava.
64
Ma poi che 'l giorno aperta fu la sbarra,
e seppe il re la donna
esser partita
(che la moglie de l'Orco gli lo narra),
e come a punto era
la cosa gita;
grazie a Dio rende, e con voto n'inarra,
ch'essendo fuor di
tal miseria uscita,
faccia che giunga onde per arme possa,
per prieghi o
per tesoro, esser riscossa.
65
Pien di letizia va con l'altra schiera
del simo gregge, e viene ai
verdi paschi;
e quivi aspetta fin ch'all'ombra nera
il mostro per dormir
ne l'erba caschi.
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera;
e al fin sicur
che l'Orco non lo 'ntaschi,
sopra un navilio monta in Satalia;
e son tre
mesi ch'arrivò in Soria.
66
In Rodi, in Cipro, e per città e castella
e d'Africa e d'Egitto e di
Turchia,
il re cercar fe' di Lucina bella;
né fin l'altr'ieri aver ne poté
spia.
L'altr'ier n'ebbe dal suocero novella,
che seco l'avea salva in
Nicosia,
dopo che molti dì vento crudele
era stato contrario alle sue
vele.
67
Per allegrezza de la buona nuova
prepara il nostro re la ricca
festa;
e vuol ch'ad ogni quarta luna nuova,
una se n'abbia a far simile a
questa:
che la memoria rifrescar gli giova
dei quattro mesi che 'n irsuta
vesta
fu tra il gregge de l'Orco; e un giorno, quale
sarà dimane, uscì di
tanto male.
68
Questo ch'io v'ho narrato, in parte vidi,
in parte udi' da chi
trovossi al tutto;
dal re, vi dico, che calende ed idi
vi stette, fin che
volse in riso il lutto:
e se n'udite mai far altri gridi,
direte a chi gli
fa, che mal n'è istrutto. -
Il gentiluomo in tal modo a Grifone
de la
festa narrò l'alta cagione.
69
Un gran pezzo di notte si dispensa
dai cavallieri in tal
ragionamento;
e conchiudon ch'amore e pietà immensa
mostrò quel re con
grande esperimento.
Andaron, poi che si levar da mensa,
ove ebbon grato e
buono alloggiamento.
Nel seguente matin sereno e chiaro,
al suon de
l'allegrezze si destaro.
70
Vanno scorrendo timpani e trombette,
e ragunando in piazza la
cittade.
Or, poi che de cavalli e de carrette
e ribombar de gridi odon le
strade,
Grifon le lucide arme si rimette,
che son di quelle che si trovan
rade;
che l'avea impenetrabili e incantate
la Fata bianca di sua man
temprate.
71
Quel d'Antiochia, più d'ogn'altro vile,
armossi seco, e compagnia
gli tenne.
Preparate avea lor l'oste gentile
nerbose lance, e salde e
grosse antenne,
e del suo parentado non umìle
compagnia tolta; e seco in
piazza venne;
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,
a tal servigi
attissimi, lor diede.
72
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,
né pel campo curar far
di sé mostra,
per veder meglio il bel popul di Marte,
ch'ad uno, o a dua,
o a tre, veniano in giostra.
Chi con colori accompagnati ad arte
letizia o
doglia alla sua donna mostra;
chi nel cimier, chi nel dipinto
scudo
disegna Amor, se l'ha benigno o crudo.
73
Soriani in quel tempo aveano usanza
d'armarsi a questa guisa di
Ponente.
Forse ve gli inducea la vicinanza
che de' Franceschi avean
continuamente,
che quivi allor reggean la sacra stanza
dove in carne abitò
Dio onnipotente;
ch'ora i superbi e miseri cristiani,
con biasmi lor,
lasciano in man de' cani.
74
Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa
fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si
crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
volgete altrove, e voi,
Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto;
che quanto
qui cercate è già di Cristo.
75
Se Cristianissimi esser voi volete,
e voi altri Catolici
nomati,
perché di Cristo gli uomini uccidete?
perché de' beni lor son
dispogliati?
Perché Ierusalem non riavete,
che tolto è stato a voi da'
rinegati?
Perché Costantinopoli e del mondo
la miglior parte occupa il
Turco immondo?
76
Non hai tu, Spagna, l'Africa vicina,
che t'ha via più di questa
Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alla meschina,
lasci la prima tua
sì bella impresa.
O d'ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e
non ti pesa
ch'ora di questa gente, ora di quella
che già serva ti fu, sei
fatta ancella?
77
Se 'l dubbio di morir ne le tue tane,
Svizzer, di fame, in Lombardia
ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o, per uscir d'inopia,
chi t'uccida;
le richezze del Turco hai non lontane:
caccial d'Europa, o
almen di Grecia snida;
così potrai o del digiuno trarti,
o cader con più
merto in quelle parti.
78
Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino
tedesco ancor; là le
richezze sono,
che vi portò da Roma Costantino:
portonne il meglio, e fe'
del resto dono.
Pattolo ed Ermo onde si tra' l'or fino,
Migdonia e Lidia,
e quel paese buono
per tante laudi in tante istorie noto,
non è, s'andar
vi vuoi, troppo remoto.
79
Tu, gran Leone, a cui premon le terga
de le chiavi del ciel le gravi
some,
non lasciar che nel sonno si sommerga
Italia, se la man l'hai ne le
chiome.
Tu sei Pastore; e Dio t'ha quella verga
data a portare, e scelto
il fiero nome,
perché tu ruggi, e che le braccia stenda,
sì che dai lupi
il grege tuo difenda.
80
Ma d'un parlar ne l'altro, ove sono ito
si lungi, dal camin ch'io
faceva ora?
Non lo credo però sì aver smarrito,
ch'io non lo sappia
ritrovare ancora.
Io dicea ch'in Soria si tenea il rito
d'armarsi, che i
Franceschi aveano allora:
sì che bella in Damasco era la piazza
di gente
armata d'elmo e di corazza.
81
Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e
gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare a salti ed aggirar
cavalli.
Ciascuno, o bene o mal ch'egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi,
e sprona e dàlli:
di ch'altri ne riporta pregio e lode;
mentre altri a
riso, e gridar dietro s'ode.
82
De la giostra era il prezzo un'armatura
che fu donata al re pochi dì
inante,
che su la strada ritrovò a ventura,
ritornando d'Armenia, un
mercatante.
Il re di nobilissima testura
le sopraveste all'arme aggiunse,
e tante
perle vi pose intorno e gemme ed oro,
che la fece valer molto
tesoro.
83
Se conosciute il re quell'arme avesse,
care avute l'avria sopra ogni
arnese;
né in premio de la giostra l'avria messe,
come che liberal fosse e
cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi l'avea sì sprezzate e
vilipese,
che 'n mezzo de la strada le lasciasse,
preda chiunque o inanzi
o indietro andasse.
84
Di questo ho da contarvi più di sotto:
or dirò di Grifon, ch'alla
sua giuuta
un paio e più di lance trovò rotto,
menato più d'un taglio e
d'una punta.
Dei più cari e più fidi al re fur otto
che quivi insieme
avean lega congiunta;
gioveni; in arme pratichi ed industri,
tutti o
signori o di famiglie illustri.
85
Quei rispondean ne la sbarrata piazza
per un dì, ad uno ad uno, a
tutto 'l mondo,
prima con lancia, e poi con spada o mazza,
fin ch'al re di
guardarli era giocondo;
e si foravan spesso la corazza:
per giuoco in
somma qui facean, secondo
fan gli nimici capitali, eccetto
che potea il re
partirli a suo diletto.
86
Quel d'Antiochia, un uom senza ragione,
che Martano il codardo
nominosse,
come se de la forza di Grifone,
poi ch'era seco, participe
fosse,
audace entrò nel marziale agone;
e poi da canto ad aspettar
fermosse,
sin che finisce una battaglia fiera
che tra duo cavallier
cominciata era.
87
Il signor di Seleucia, di quell'uno,
ch'a sostener l'impresa aveano
tolto,
combattendo in quel tempo con Ombruno,
lo ferì d'una punta in mezzo
'l volto,
sì che l'uccise: e pietà n'ebbe ognuno,
perché buon cavallier lo
tenean molto;
ed oltra la bontade, il più cortese
non era stato in tutto
quel paese.
88
Veduto ciò, Martano ebbe paura
che parimente a sé non
avvenisse;
e ritornando ne la sua natura,
a pensar cominciò come
fugisse.
Grifon, che gli era appresso e n'avea cura,
lo spinse pur, poi
ch'assai fece e disse,
contra un gentil guerrier che s'era mosso,
come si
spinge il cane al lupo adosso;
89
che dieci passi gli va dietro o venti,
e poi si ferma, ed abbaiando
guarda
come digrigni i minacciosi denti,
come negli occhi orribil fuoco
gli arda.
Quivi ov'erano e principi presenti
e tanta gente nobile e
gagliarda,
fuggì lo 'ncontro il timido Martano,
e torse 'l freno e 'l capo
a destra mano.
90
Pur la colpa potea dar al cavallo,
chi di scusarlo avesse tolto il
peso;
ma con la spada poi fe' sì gran fallo,
che non l'avria Demostene
difeso.
Di carta armato par, non di metallo;
sì teme da ogni colpo essere
offeso.
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,
ridendo intorno a lui
tutta la turba.
91
Il batter de le mani, il grido intorno
se gli levò del populazzo
tutto.
Come lupo cacciato, fe' ritorno
Martano in molta fretta al suo
ridutto.
Resta Grifone; e gli par de lo scorno
del suo compagno esser
macchiato e brutto:
esser vorrebbe stato in mezzo il foco,
più tosto che
trovarsi in questo loco.
92
Arde nel core, e fuor nel viso avampa,
come sia tutta sua quella
vergogna;
perché l'opere sue di quella stampa
vedere aspetta il populo ed
agogna:
sì che rifulga chiara più che lampa
sua virtù, questa volta gli
bisogna;
ch'un'oncia, un dito sol d'error che faccia,
per la mala
impression parrà sei braccia.
93
Già la lancia avea tolta su la coscia
Grifon, ch'errare in arme era
poco uso:
spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia
ch'alquanto andato
fu, la messe suso,
e portò nel ferire estrema angoscia
al baron di
Sidonia, ch'andò guiso.
Ognun maravigliando in pié si leva;
che 'l
contrario di ciò tutto attendeva.
94
Tornò Grifon con la medesma antenna,
che 'ntiera e ferma ricovrata
avea,
ed in tre pezzi la roppe alla penna
de lo scudo al signor di
Lodicea.
Quel per cader tre volte e quattro accenna,
che tutto steso alla
groppa giacea:
pur rilevato al fin la spada strinse,
voltò il cavallo, e
v�r Grifon si spinse.
95
Grifon, che 'l vede in sella, e che non basta
sì fiero incontro
perché a terra vada,
dice fra sé: - Quel che non poté l'asta,
in cinque
colpi o 'n sei farà la spada. -
E su la tempia subito l'attasta
d'un
dritto tal, che par che dal ciel cada;
e un altro gli accompagna e un altro
appresso,
tanto che l'ha stordito e in terra messo.
96
Quivi erano d'Apamia duo germani,
soliti in giostra rimaner di
sopra,
Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani
del figlio d'Uliver cader
sozzopra.
L'uno gli arcion lascia allo scontro vani;
con l'altro messa fu
la spada in opra.
Già per commun giudicio si tien certo
che di costui fia
de la giostra il merto.
97
Ne la lizza era entrato Salinterno,
gran diodarro e maliscalco
regio,
e che di tutto 'l regno avea il governo,
e di sua mano era
guerriero egregio.
Costui, sdegnoso ch'un guerriero esterno
debba portar
di quella giostra il pregio,
piglia una lancia, e verso Grifon grida,
e
molto minacciandolo lo sfida.
98
Ma quel con un lancion gli fa risposta,
ch'avea per lo miglior fra
dieci eletto,
e per non far error, lo scudo apposta,
e via lo passa e la
corazza e 'l petto:
passa il ferro crudel tra costa e costa,
e fuor pel
tergo un palmo esce di netto.
Il colpo, eccetto al re, fu a tutti
caro;
ch'ognuno odiava Salinterno avaro.
99
Grifone, appresso a questi, in terra getta
duo di Damasco, Ermofilo
e Carmondo.
La milizia del re dal primo è retta;
del mar grande almiraglio
è quel secondo.
Lascia allo scontro l'un la sella in fretta:
adosso
all'altro si riversa il pondo
del rio destrier, che sostener non
puote
l'alto valor con che Grifon percuote.
100
Il signor di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli
altri sette;
e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con
arme perfette.
Dove de l'elmo la vista si chiava,
l'asta allo scontro
l'uno e l'altro mette;
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
che lo fe'
staffeggiar dal manco piede.
101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi
brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d'un colpo che spezzato
avria gl'incudi.
Con quel fender si vide e ferro ed osso
d'un ch'eletto
s'avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin l'arnese,
ferìa la
coscia ove cadendo scese.
102
Ferì quel di Seleucia alla visera
Grifone a un tempo; e fu quel
colpo tanto,
che l'avria aperta e rotta, se non era
fatta, come
l'altr'arme, per incanto.
Gli è un perder tempo che 'l pagan più
fera:
così son l'arme dure in ogni canto:
e 'n più parti Grifon già fessa
e rotta
ha l'armatura a lui, né perde botta.
103
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a
Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
quel che sta peggio, la
vita vi pone.
Fe' Norandino alla sua guardia motto
ch'entrasse a distaccar
l'aspra tenzone.
Quindi fu l'uno, e quindi l'altro tratto;
e fu lodato il
re di sì buon atto.
104
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi
contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran dal campo ad uno
ad uno.
Gli altri ch'eran venuti a lor contesa,
quivi restar senza
contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrotto
quel che tutti essi
avean da far contra otto.
105
E durò quella festa così poco,
ch'in men d'un'ora il tutto fatto
s'era:
ma Norandin, per far più lungo il giuoco
e per continuarlo infino a
sera,
dal palco scese, e fe' sgombrare il loco;
e poi divise in due la
grossa schiera,
indi, secondo il sangue e la lor prova,
gli andò
accoppiando, e fe' una giostra nova.
106
Grifone intanto avea fatto ritorno
alla sua stanza pien d'ira e di
rabbia
e più gli preme di Martan lo scorno
che non giova l'onor ch'esso
vinto abbia.
Quivi, per tor l'obbrobrio ch'avea intorno,
Martano adopra le
mendaci labbia:
e l'astuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli
era adiutrice.
107
O sì o no che 'l giovin gli credesse,
pur la scusa accettò, come
discreto:
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e
secreto,
per tema che, se 'l populo vedesse
Martano comparir, non stesse
cheto.
Così per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la
porta.
108
Grifone, o ch'egli o che 'l cavallo fosse
stanco, o gravasse il
sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
che non erano
andati oltre a dua miglia.
Si trasse l'elmo, e tutto disarmosse,
e trar
fece a' cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e
nudo per dormire entrò nel letto.
109
Non ebbe così tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal
sonno oppresso
così profundamente, che mai tasso
né ghiro mai s'addormentò
quanto esso.
Martano in tanto ed Orrigille a spasso
entraro in un giardin
ch'era lì appresso;
ed un inganno ordir, che fu il più strano
che mai
cadesse in sentimento umano.
110
Martano disegnò torre il destriero,
i panni e l'arme che Grifon
s'ha tratte;
e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea
giostrando fatte.
L'effetto ne seguì, fatto il pensiero:
tolle il destrier
più candido che latte,
scudo e cimiero ed arme e sopraveste,
e tutte di
Grifon l'insegne veste.
111
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in
piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e
d'arrestare antenne.
Commanda il re che 'l cavallier si truove,
che per
cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che
'l nome non sapea del vincitore.
112
Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva,
come l'asino già quel del
leone,
chiamato, se n'andò, come attendeva,
a Norandino, in loco di
Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
l'abbraccia e bacia, e
allato se lo pone:
né gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che 'l
suo valor per tutto s'oda.
113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di
quel giorno.
L'alta voce ne va per tutti i palchi,
che 'l nome indegno
udir fa d'ogn'intorno.
Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi,
quando al
palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli comparte,
che
basteria, se fosse Ercole o Marte.
114
Bello ed ornato alloggiamento dielli
in corte, ed onorar fece con
lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mandò con essa, e cavallieri
sui.
Ma tempo è ch'anco di Grifon favelli,
il qual né dal compagno né
d'altrui
temendo inganno, addormentato s'era,
né mai si risvegliò fin alla
sera.
115
Poi che fu desto, e che de l'ora tarda
s'accorse, uscì di camera
con fretta,
dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lasciò con
l'altra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v'esser l'arme
né i panni, sospetta;
ma il veder poi più sospettoso il fece
l'insegne del
compagno in quella vece.
116
Sopravien l'oste, e di colui l'informa
che già gran pezzo, di
bianch'arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la città
fatto ritorno.
Truova Grifone a poco a poco l'orma
ch'ascosa gli avea Amor
fin a quel giorno;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter
d'Orrigille, e non fratello.
117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole,
ch'avendo il ver dal
peregrino udito,
lasciato mutar s'abbia alle parole
di chi l'avea più
volte già tradito.
Vendicar si potea, né seppe; or vuole
l'inimico punir,
che gli è fuggito;
ed è costretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil
uom l'arme e 'l cavallo.
118
Eragli meglio andar senz'arme e nudo,
che porsi indosso la corazza
indegna,
o ch'imbracciar l'abominato scudo,
o por su l'elmo la beffata
insegna;
ma per seguir la meretrice e 'l drudo,
ragione in lui pari al
disio non regna.
A tempo venne alla città, ch'ancora
il giorno avea quasi
di vivo un'ora.
119
Presso alla porta ove Grifon venìa,
siede a sinistra un splendido
castello,
che, più che forte e ch'a guerre atto sia,
di ricche stanze è
accommodato e bello.
I re, i signori, i primi di Soria
con alte donne in
un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e
lieta cena.
120
La bella loggia sopra 'l muro usciva
con l'alta rocca fuor de la
cittade;
e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse
strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell'arme d'obbrobrio e
di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
dal re veduto e da tutta la
corte:
121
e riputato quel di ch'avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a
riso.
Il vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo 'l re è 'l
primo assiso,
e presso a lui la donna di sé degna;
dai quali Norandin con
lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che così avea al suo onor
poco riguardo;
122
che dopo una sì trista e brutta pruova,
con tanta fronte or gli
tornava inante.
Dicea: - Questa mi par cosa assai nuova,
ch'essendo voi
guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di
viltà, pari in terra di Levante.
Il fate forse per mostrar maggiore,
per
tal contrario, il vostro alto valore.
123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch'io riguardo
a vui,
la publica ignominia gli farei,
ch'io soglio fare agli altri pari a
lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di viltà nimico fui.
Ma
sappia, s'impunito se ne parte,
grado a voi che 'l menaste in questa parte.
-
124
Colui che fu de tutti i vizi il vaso,
rispose: - Alto signor, dir
non sapria
chi sia costui; ch'io l'ho trovato a caso,
venendo d'Antiochia,
in su la via.
ll suo smnbiante m'avea persuaso
che fosse degno di mia
compagnia;
ch'intesa non n'avea pruova né vista,
se non quella che fece
oggi assai trista.
125
La qual mi spiacque sì, che restò poco,
che per punir l'estrema sua
viltade,
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse più
lance né spade:
ma ebbi, più ch'a lui, rispetto al loco,
e riverenza a
vostra maestade.
Né per me voglio che gli sia guadagno
l'essermi stato un
giorno o dua compagno:
126
di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sarà eterno
peso,
se, con vergogna del mestier de l'arme,
io lo vedrò da noi partire
illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sarà d'un merlo
impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch'el sia esempio e specchio ad
ogni vile. -
127
Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice
presta.
- Non son (rispose il re) l'opre sì prave,
ch'al mio parer v'abbia
d'andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al
populo la festa. -
E tosto a un suo baron, che fe' venire,
impose quanto
avesse ad esequire.
128
Quel baron molti armati seco tolse,
ed alla porta de la terra
scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
e la venuta di Grifone
attese:
e ne l'entrar sì d'improviso il colse,
che fra i duo ponti a
salvamento il prese;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura
stanza insin al giorno.
129
Il Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alla nutrice
antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar l'ombre e far la cima
aprica;
quando temendo il vil Martan ch'al fine
Grifone ardito la sua
causa dica,
e ritorni la colpa ond'era uscita,
tolse licenza, e fece indi
partita,
130
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo
ordinato.
Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il
signor grato;
e sopra tutto un amplo privilegio,
dov'era d'altri onori al
sommo ornato.
Lasciànlo andar; ch'io vi prometto certo,
che la mercede
avrà secondo il merto.
131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando più si trovò
piena di gente.
Gli avean levato l'elmo e la corazza,
e lasciato in
farsetto assai vilmente;
e come il conducessero alla mazza,
posto l'avean
sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame
attenuate e fiacche.
132
Venian d'intorno alla ignobil quadriga
vecchie sfacciate e
disoneste putte,
di che n'era una ed or un'altra auriga,
e con gran biasmo
lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le
parole infami e brutte,
l'avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai
più saggi non era difeso.
133
L'arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero
indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito
supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de l'altrui
maleficio
la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta
gli fu, gridando un
publico trombetta.
134
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad
officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse
detto, non rimase.
Fuor de la terra all'ultimo cundutto
fu da la turba,
che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo
ben ch'egli si fusse.
135
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l'una e l'altra
mano,
che tor lo scudo ed impugnar gli vedi
la spada, che rigò gran pezzo
il piano.
Non ebbe contra sé lance né spiedi;
che senz'arme venìa il
populo insano.
Ne l'altro canto diferisco il resto;
che tempo è omai,
Signor, di finir questo.
