Grifone, innamorato di Orrilige, donna crudele ed infedele, si allontana di notte dalla Terra Santa, senza dire nulla al fratello, con l'intenzione di sottrarre la donna amata al suo nuovo amante. La incontra a Damasco in compagnia di un cavaliere, altrettanto ingiusto, che con lei si sta dirigento alla città per partecipare ad una giostra organizzata dal re di Damasco.
Re Agramante assalta la porta della città di Parigi che credeva sguarnita, trova invece un folto esercito guidato dalla stesso re Carlo. Inizia lo scontro tra le due fazioni e saranno molti i soldati saraceni che rimarranno morti sul campo.
Rodomonte intanti, giunto nella cerchia interna di mura della città di Parigi, fa strage del popolo inerme che, riconosciuto il feroce cavaliere, cerca invano di sfuggirgli. Il pagano è spietato, uccide senza alcuna pietà vecchi e bambini, donne e uomini, ricchi e poveri; dà infine fuoco a tutte le abitazioni e le percuote così da farle crollare.
Rinaldo, giunto infine a Parigi con i rinforzi inglesi, li incita a difendere la città, dicendo loro che potranno così salvare due principi, tra i quali lo stesso re Ottone d'Inghilterra, e anche molti altri re, marchesi.. così che il loro onore verrà riconosciuto non solo dai parigini ma da tutti i popoli cristiani.
Suona la carica e le schiere saracene vengono assalite all'improvviso.
L'esercito pagano subisce grosse perdite, molti scappano, ed iniza così a perdere terreno.
Re Agramante abbandona l'assedio alla porta, manda parte dell'esercito a difendere l'accampamento contro gli Irlandesi e guida la propria colonna, più della metà di tutto l'esercito, contro gli scozzesi. Questi cavalieri, visto il numero immenso di soldati che li assale, scappano lascindo indietro Zerbino, rimasto a piedi poiché gli era stato ucciso il cavallo.
Rinaldo lancia al galoppo Baiardo contro re Agramante stessa, lo colpisce e lo butta a terra insieme al cavallo.
Intanto, all'interno delle mura di Parigi, uno scudiero informa re Carlo della distruzione e della strage che sta compiendo un solo uomo nell'altra parte della città. Lo scudiero pensa che Rodomonte sia il demonio e crede quindi che Dio abbia abbandonato il proprio popolo.
Orrilige convince però Grifone di essere giunta lì in compagnia di suo fratello, con il desiderio di poter incontrare lui; si dice quindi contenta di quell'incontro.
Grifone, vittima d'amore, entra in città in compagnia della donna e del nuovo amante di lei.
Se Parigi cadrà, dice loro, entro poco tempo anche le loro stesse isole saranno in pericolo; quella battaglia serve anche per la loro stessa salvezza.
Rinaldo lancia Baiardo al galoppo e si butta nel combattimento uccidendo tutti i cavalieri che incontra. Allo stesso tempo Zerbino guida al combattimento gli scozzesi e non uccide meno nemici di Rinaldo.
Il rumore della guerra è assordante. Il cielo viene oscurato dalla polvere sollevata dagli eserciti, dall'alito dei soldati e dal vapore rilasciato dal loro sudore. La terra si tinge di rosso ed è coperta di cadaveri.
Vedendo il proprio esercito in fuga ed ormai ridotto alla metà, Ferraù si lancia al galoppo e raggiunge la prima linea del combattimento.
Rinaldo blocca la fuga degli scozzesi, giunge in soccorso di Zerbino e conquista con le armi spazio sufficiente per consentirgli di salire su un nuovo destriero. Zerbino si lancia subito al combattimento contro la schiera di re Agramante.
Re Carlo si accorge delle fiamme che avvolgono parte della città e dei pianti e delle grida che da lì giungono; raccoglie intorno a sé i più valorosi cavalieri e si dirige contro il nemico saraceno.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n'ho la maggior
parte,
e quelle in danno mio sì ben raccolte,
ch'io ne posso parlar come
per arte.
Però s'io dico e s'ho detto altre volte,
e quando in voce e
quando in vive carte,
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date
credenza al mio giudicio vero.
2
Io dico e dissi, e dirò fin ch'io viva,
che chi si truova in degno
laccio preso,
se ben di sé vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al
suo desire acceso;
se bene Amor d'ogni mercede il priva,
poscia che 'l
tempo e la fatica ha speso;
pur ch'altamente abbia locato il core,
pianger
non de', se ben languisce e muore.
3
Pianger de' quel che già sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d'una
bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
che poco puro abbia
con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque
va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
né l'osa
dire, e invan sanarsi agogna.
4
In questo caso è il giovene Grifone,
che non si può emendare, e il
suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e
senza fede;
pur dal mal uso è vinta la ragione,
e pur l'arbitrio
all'appetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato è di
cercar dove ella sia.
5
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch'uscì de la città
secretamente,
né parlarne s'ardì col fratel, quando
ripreso invan da lui
ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via più piana e
più corrente.
Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
indi verso Antiochia se
ne gìa.
6
Scontrò presso a Damasco il cavalliero
a cui donato aveva Orrigille
il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien l'erba
col fiore;
che l'uno e l'altro era di cor leggiero,
perfido l'uno e
l'altro e traditore;
e copria l'uno e l'altro il suo difetto,
con danno
altrui, sotto cortese aspetto.
7
Come io vi dico, il cavallier venìa
s'un gran destrier con molta
pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d'oro
fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva
allato;
come quel che volea con bella mostra
comparire in Damasco ad una
giostra.
8
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli
giorni,
era cagion di far quivi venire
i cavallier quanto potean più
adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e
scorni:
sa che l'amante suo non è sì forte,
che contra lui l'abbia a
campar da morte.
9
Ma sì come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura
trema,
s'acconcia il viso, e sì la voce aita,
che non appar in lei segno
di tema.
Col drudo avendo già l'astuzia ordita,
corre, e fingendo una
letizia estrema,
verso Grifon l'aperte braccia tende,
lo stringe al collo,
e gran pezzo ne pende.
10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavità de le
parole,
dicea piangendo: - Signor mio, son questi
debiti premi a chi
t'adora e cole?
che sola senza te già un anno resti,
e va per l'altro, e
ancor non te ne duole?
E s'io stava aspettare il suo ritorno,
non so se
mai veduto avrei quel giorno!
11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n'andasti alla gran
corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la
morte,
intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu sì duro e
forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi
traffissi.
12
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d'aver, quel che non hai tu,
cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio
onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch'io stimo sopra
ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che più tardando,
morta sarei, te,
signor mio, bramando. -
13
E seguitò la donna fraudolente,
di cui l'opere fur più che di
volpe,
la sua querela così astutamente,
che riversò in Grifon tutte le
colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d'un padre seco abbia
ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl'inganni,
che men verace par Luca
e Giovanni.
14
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua più che
bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s'era adultero di
quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non
riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d'accarezzar non cessa il
cavalliero.
15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra
via,
che là dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la
Soria;
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d'altra
legge sia,
dentro e di fuori ha la città sicura
per tutto il tempo che la
festa dura.
16
Non però son di seguitar sì intento
l'istoria de la perfida
Orrigille,
ch'a' giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea,
ma mille e mille;
ch'io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o più
de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno
e paura.
17
Io vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la
terra,
che trovar senza guardia si credea:
né più riparo altrove il passo
serra;
perché in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la
guerra,
duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e
Berlingiero.
18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l'un stuolo e l'altro si vuol
far vedere,
ove gran loda, ove mercé abondante
si può acquistar, facendo
il suo dovere.
I Mori non però fer pruove tante,
che par ristoro al danno
abbiano avere;
perché ve ne restar morti parecchi,
ch'agli altri fur di
folle audacia specchi.
19
Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici
sparte.
Il grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la
contraria parte.
Ma Carlo un poco ed Agramante aspette;
ch'io vo' cantar
de l'africano Marte,
Rodomonte terribile ed orrendo,
che va per mezzo la
città correndo.
20
Non so, Signor, se più vi ricordiate,
di questo Saracin tanto
sicuro,
che morte le sue genti avea lasciate
tra il secondo riparo e 'l
primo muro,
da la rapace fiamma devorate,
che non fu mai spettacolo più
oscuro.
Dissi ch'entrò d'un salto ne la terra
sopra la fossa che la cinge
e serra.
21
Quando fu noto il Saracino atroce
all'arme istrane, alla scagliosa
pelle,
là dove i vecchi e 'l popul men feroce
tendean l'orecchie a tutte
le novelle,
levossi un pianto, un grido, un'alta voce,
con un batter di
man ch'andò alle stelle;
e chi poté fuggir non vi rimase,
per serrarsi ne'
templi e ne le case.
22
Ma questo a pochi il brando rio conciede,
ch'intorno ruota il
Saracin robusto.
Qui fa restar con mezza gamba un piede,
là fa un capo
sbalzar lungi dal busto;
l'un tagliare a traverso se gli vede,
dal capo
all'anche un altro fender giusto:
e di tanti ch'uccide, fere e caccia,
non
se gli vede alcun segnare in faccia.
23
Quel che la tigre de l'armento imbelle
ne' campi ircani o là vicino
al Gange,
o 'l lupo de le capre e de l'agnelle
nel monte che Tifeo sotto
si frange;
quivi il crudel pagan facea di quelle
non dirò squadre, non
dirò falange,
ma vulgo e populazzo voglio dire,
degno, prima che nasca, di
morire.
24
Non ne trova un che veder possa in fronte,
fra tanti che ne taglia,
fora e svena.
Per quella strada che vien dritto al ponte
di san Michel, sì
popolata e piena,
corre il fiero e terribil Rodomonte,
e la sanguigna
spada a cerco mena:
non riguarda né al servo né al signore,
né al giusto
ha più pietà ch'al peccatore.
25
Religion non giova al sacerdote,
né la innocenza al pargoletto
giova:
per sereni occhi o per vermiglie gote
mercé né donna né donzella
truova:
la vecchiezza si caccia e si percuote;
né quivi il Saracin fa
maggior pruova
di gran valor, che di gran crudeltade;
che non discerne
sesso, ordine, etade.
26
Non pur nel sangue uman l'ira si stende
de l'empio re, capo e signor
degli empi,
ma contra i tetti ancor, sì che n'incende
le belle case e i
profanati tempi.
Le case eran, per quel che se n'intende,
quasi tutte di
legno in quelli tempi:
e ben creder si può; ch'in Parigi ora
de le diece
le sei son così ancora.
27
Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda,
che sì grande odio
ancor saziar si possa.
Dove s'aggrappi con le mani, guarda,
sì che ruini
un tetto ad ogni scossa.
Signor, avete a creder che bombarda
mai non
vedeste a Padova sì grossa,
che tanto muro possa far cadere,
quanto fa in
una scossa il re d'Algiere.
28
Mentre quivi col ferro il maledetto
e con le fiamme facea tanta
guerra,
se di fuor Agramante avesse astretto,
perduta era quel dì tutta la
terra.
ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto
dal paladin che venìa
d'Inghilterra
col populo alle spalle inglese e scotto,
dal Silenzio e da
l'angelo condotto.
29
Dio volse che all'entrar che Rodomonte
fe' ne la terra, e tanto
fuoco accese,
che presso ai muri il fior di Chiaramonte,
Rinaldo, giunse,
e seco il campo inglese.
Tre leghe sopra avea gittato il ponte,
e torte
vie da man sinistra prese;
che disegnando i barbari assalire,
il fiume non
l'avesse ad impedire.
30
Mandato avea seimila fanti arcieri
sotto l'altiera insegna
d'Odoardo,
e duomila cavalli, e più, leggieri
dietro alla guida d'Ariman
gagliardo;
e mandati gli avea per li sentieri
che vanno e vengon dritto al
mar picardo,
ch'a porta San Martino e San Dionigi
entrassero a soccorso di
Parigi.
31
I cariaggi e gli altri impedimenti
con lor fece drizzar per questa
strada.
Egli con tutto il resto de le genti
più sopra andò girando la
contrada.
Seco avean navi e ponti ed argumenti
da passar Senna che non ben
si guada.
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti,
ne le lor schiere ordinò
Inglesi e Scotti.
32
Ma prima quei baroni e capitani
Rinaldo intorno avendosi
ridutti,
sopra la riva ch'alta era dai piani
sì, che poteano udirlo e
veder tutti,
disse: - Signor, ben a levar le mani
avete a Dio, che qui
v'abbia condutti,
acciò, dopo un brevissimo sudore,
sopra ogni nazion vi
doni onore.
33
Per voi saran dui principi salvati,
se levate l'assedio a quelle
porte:
il vostro re, che voi sete ubligati
da servitù difendere e da
morte;
ed uno imperator de' più lodati
che mai tenuto al mondo abbiano
corte;
e con loro altri re, duci e marchesi,
signori e cavallier di più
paesi.
34
Sì che, salvando una città, non soli
Parigini ubligati vi
saranno,
che molto più che per li propri duoli,
timidi, afflitti e
sbigottiti stanno
per le lor mogli e per li lor figliuoli
ch'a un medesmo
pericolo seco hanno,
e per le sante vergini richiuse,
ch'oggi non sien dei
voti lor deluse:
35
dico, salvando voi questa cittade,
v'ubligate non solo i
Parigini,
ma d'ogn'intorno tutte le contrade.
Non parlo sol dei populi
vicini;
ma non è terra per Cristianitade,
che non abbia qua dentro
cittadini:
sì che, vincendo, avete da tenere
che più che Francia v'abbia
obligo avere.
36
Se donavan gli antiqui una corona
a chi salvasse a un cittadin la
vita,
or che degna mercede a voi si dona,
salvando multitudine
infinita?
Ma se da invidia o da viltà sì buona
e sì santa opra rimarrà
impedita,
credetemi che prese quelle mura,
né Italia né Lamagna anco è
sicura;
37
né qualunque altra parte ove s'adori
quel che volse per noi pender
sul legno.
Né voi crediate aver lontani i Mori,
né che pel mar sia forte
il vostro regno:
che s'altre volte quelli, uscendo fuori
di Zibeltaro e de
l'Erculeo segno,
riportar prede da l'isole vostre,
che faranno or, s'avran
le terre nostre?
38
Ma quando ancor nessuno onor, nessuno
util v'inanimasse a questa
impresa,
commun debito è ben soccorrer l'uno
l'altro, che militiàn sotto
una Chiesa.
Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno
non sia chi tema, e
con poca contesa;
che gente male esperta tutta parmi,
senza possanza,
senza cor, senz'armi. -
39
Poté con queste e con miglior ragioni,
con parlare espedito e chiara
voce
eccitar quei magnanimi baroni
Rinaldo, e quello esercito feroce:
e
fu, com'è in proverbio, aggiunger sproni
al buon corsier che già ne va
veloce.
Finito il ragionar, fece le schiere
muover pian pian sotto le lor
bandiere.
40
Senza strepito alcun, senza rumore
fa il tripartito esercito
venire:
lungo il fiume a Zerbin dona l'onore
di dover prima i barbari
assalire;
e fa quelli d'Irlanda con maggiore
volger di via più tra
campagna gire;
e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra
col duca di
Lincastro in mezzo serra.
41
Drizzati che gli ha tutti al lor camino,
cavalca il paladin lungo la
riva,
e passa inanzi al buon duca Zerbino
e a tutto il campo che con lui
veniva;
tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino
e agli altri lor compagni
soprarriva,
che mezzo miglio appresso a quei di Spagna
guardavan da quel
canto la campagna.
42
L'esercito cristian che con sì fida
e sì sicura scorta era
venuto,
ch'ebbe il Silenzio e l'angelo per guida,
non poté ormai patir più
di star muto.
Sentiti gli nimici, alzò le grida,
e de le trombe udir fe'
il suono arguto:
e con l'alto rumor ch'arrivò al cielo,
mandò ne l'ossa a'
Saracini il gelo.
43
Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge;
e con la lancia per
cacciarla in resta
lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge,
ch'ogni
indugio a ferir sì lo molesta.
Come groppo di vento talor giunge,
che si
tra' dietro un'orrida tempesta,
tal fuor di squadra il cavallier
gagliardo
venìa spronando il corridor Baiardo.
44
Al comparir del paladin di Francia,
dan segno i Mori alle future
angosce:
tremare a tutti in man vedi la lancia,
i piedi in staffa, e ne
l'arcion le cosce.
Re Puliano sol non muta guancia,
che questo esser
Rinaldo non conosce;
né pensando trovar sì duro intoppo,
gli muove il
destrier contra di galoppo:
45
e su la lancia nel partir si stringe,
e tutta in sé raccoglie la
persona;
poi con ambo gli sproni il destrier spinge,
e le redine inanzi
gli abandona.
Da l'altra parte il suo valor non finge,
e mostra in fatti
quel ch'in nome suona,
quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte,
il
figliuolo d'Amone, anzi di Marte.
46
Furo al segnar degli aspri colpi, pari,
che si posero i ferri ambi
alla testa:
ma furo in arme ed in virtù dispari,
che l'un via passa, e
l'altro morto resta.
Bisognan di valor segni più chiari,
che por con
leggiadria la lancia in resta:
ma fortuna anco più bisogna assai;
che
senza, val virtù raro o non mai.
47
La buona lancia il paladin racquista,
e verso il re d'Oran ratto si
spicca,
che la persona avea povera e trista
di cor, ma d'ossa e di gran
polpe ricca.
Questo por tra bei colpi si può in lista,
ben ch'in fondo
allo scudo gli l'appicca:
e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso,
perché
non si potea giunger più in suso.
48
Non lo ritien lo scudo, che non entre,
ben che fuor sia d'acciar,
dentro di palma;
e che da quel gran corpo uscir pel ventre
non faccia
l'inequale e piccola alma.
Il destrier che portar si credea,
mentre
durasse il lungo dì, sì grave salma,
riferì in mente sua grazie a
Rinaldo,
ch'a quello incontro gli schivò un gran caldo.
49
Rotta l'asta, Rinaldo il destrier volta
tanto legger, che fa sembrar
ch'abbia ale;
e dove la più stretta e maggior folta
stiparsi vede,
impetuoso assale.
Mena Fusberta sanguinosa in volta
che fa l'arme parer di
vetro frale:
tempra di ferro il suo tagliar non schiva,
che non vada a
trovar la carne viva.
50
Ritrovar poche tempre e pochi ferri
può la tagliente spada, ove
s'incappi,
ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,
giupe trapunte e
attorcigliati drappi.
Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri
qualunque
assale, e fori e squarci e affrappi;
che non più si difende da sua
spada,
ch'erba da falce, o da tempesta biada.
51
La prima schiera era già messa in rotta,
quando Zerbin con
l'antiguardia arriva.
Il cavallier inanzi alla gran frotta
con la lancia
arrestata ne veniva.
La gente sotto il suo pennon condotta,
con non minor
fierezza lo seguiva:
tanti lupi parean, tanti leoni
ch'andassero assalir
capre o montoni.
52
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo,
poi che fur presso; e
sparì immantinente
quel breve spazio, quel poco intervallo
che si vedea
fra l'una e l'altra gente.
Non fu sentito mai più strano ballo;
che ferian
gli Scozzesi solamente:
solamente i pagani eran distrutti,
come sol per
morir fosser condutti.
53
Parve più freddo ogni pagan che ghiaccio;
parve ogni Scotto più che
fiamma caldo.
I Mori si credean ch'avere il braccio
dovesse ogni cristian,
ch'ebbe Rinaldo.
Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio,
senza aspettar
che lo 'nvitasse araldo:
de l'altra squadra questa era migliore
di
capitano, d'arme e di valore.
54
D'Africa v'era la men trista gente;
ben che né questa ancor gran
prezzo vaglia.
Dardinel la sua mosse incontinente,
e male armata, e peggio
usa in battaglia;
ben ch'egli in capo avea l'elmo lucente,
e tutto era
coperto a piastra e a maglia.
Io credo che la quarta miglior sia,
con la
qual Isolier dietro venìa.
55
Trasone intanto, il buon duca di Marra,
che ritrovarsi all'alta
impresa gode,
ai cavallieri suoi leva la sbarra,
e seco invita alle famose
lode,
poi ch'Isolier con quelli di Navarra
entrar ne la battaglia vede ed
ode.
Poi mosse Ariodante la sua schiera,
che nuovo duca d'Albania
fatt'era.
56
L'alto rumor de le sonore trombe,
de' timpani e de' barbari
stromenti,
giunti al continuo suon d'archi, di frombe,
di machine, di
ruote e di tormenti;
e quel di che più par che 'l ciel ribombe,
gridi,
tumulti, gemiti e lamenti;
rendeno un alto suon ch'a quel s'accorda,
con
che i vicin, cadendo, il Nilo assorda.
57
Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve,
nata dal saettar de li
duo campi;
l'alito, il fumo del sudor, la polve
par che ne l'aria oscura
nebbia stampi.
Or qua l'un campo, or l'altro là si volve:
vedresti or come
un segua, or come scampi;
ed ivi alcuno, o non troppo diviso,
rimaner
morto ove ha il nimico ucciso.
58
Dove una squadra per stanchezza è mossa,
un'altra si fa tosto andare
inanti.
Di qua di là la gente d'arme ingrossa:
là cavallieri, e qua si
metton fanti.
La terra che sostien l'assalto, è rossa:
mutato ha il verde
ne' sanguigni manti;
e dov'erano i fiori azzurri e gialli,
giaceno uccisi
or gli uomini e i cavalli.
59
Zerbin facea le più mirabil pruove
che mai facesse di sua età
garzone:
l'esercito pagan che 'ntorno piove,
taglia ed uccide e mena a
destruzione.
Ariodante alle sue genti nuove
mostra di sua virtù gran
paragone;
e dà di sé timore e meraviglia
a quelli di Navarra e di
Castiglia.
60
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi
del morto Calabrun re
d'Aragona,
ed un che reputato fra' gagliardi
era, Calamidor da
Barcelona,
s'avean lasciato a dietro gli stendardi;
e credendo acquistar
gloria e corona
per uccider Zerbin, gli furo adosso;
e ne' fianchi il
destrier gli hanno percosso.
61
Passato da tre lance il destrier morto
cade; ma il buon Zerbin
subito è in piede;
ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto,
per
vendicarlo va dove gli vede:
e prima a Mosco, al giovene inaccorto,
che
gli sta sopra, e di pigliar sel crede,
mena di punta, e lo passa nel
fianco,
e fuor di sella il caccia freddo e bianco.
62
Poi che si vide tor, come di furto,
Chelindo il fratel suo, di furor
pieno
venne a Zerbino, e pensò dargli d'urto;
ma gli prese egli il
corridor pel freno:
trasselo in terra, onde non è mai surto,
e non mangiò
mai più biada né fieno;
che Zerbin sì gran forza a un colpo mise,
che lui
col suo signor d'un taglio uccise.
63
Come Calamidor quel colpo mira,
volta la briglia per levarsi in
fretta;
ma Zerbin dietro un gran fendente tira,
dicendo: - Traditore,
aspetta, aspetta! -
Non va la botta ove n'andò la mira,
non che però
lontana vi si metta;
lui non poté arrivar, ma il destrier prese
sopra la
groppa, e in terra lo distese.
64
Colui lascia il cavallo, e via carpone
va per campar, ma poco gli
successe;
che venne caso che 'l duca Trasone
gli passò sopra, e col peso
l'oppresse.
Ariodante e Lurcanio si pone
dove Zerbino è fra le genti
spesse;
e seco hanno altri e cavallieri e conti,
che fanno ogn'opra che
Zerbin rimonti.
65
Menava Ariodante il brando in giro,
e ben lo seppe Artalico e
Margano;
ma molto più Etearco e Casimiro
la possanza sentir di quella
mano:
i primi duo feriti se ne giro,
rimaser gli altri duo morti sul
piano.
Lurcanio fa veder quanto sia forte;
che fere, urta, riversa e mette
a morte.
66
Non crediate, Signor, che fra campagna
pugna minor che presso al
fiume sia,
né ch'a dietro l'esercito rimagna,
che di Lincastro il buon
duca seguia.
Le bandiere assalì questo di Spagna,
e molto ben di par la
cosa gìa;
che fanti, cavallieri e capitani
di qua e di là sapean menar le
mani.
67
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte,
un duca di Glocestra, un
d'Eborace;
con lor Ricardo, di Varvecia conte,
e di Chiarenza il duca,
Enrigo audace.
Han Matalista e Follicone a fronte,
e Baricondo ed ogni lor
seguace.
Tiene il primo Almeria, tiene il secondo
Granata, tien Maiorca
Baricondo.
68
La fiera pugna un pezzo andò di pare,
che vi si discernea poco
vantaggio.
Vedeasi or l'uno or l'altro ire e tornare,
come le biade al
ventolin di maggio,
o come sopra 'l lito un mobil mare
or viene or va, né
mai tiene un viaggio.
Poi che fortuna ebbe scherzato un pezzo,
dannosa ai
Mori ritornò da sezzo.
69
Tutto in un tempo il duca di Glocestra
a Matalista fa votar
l'arcione;
ferito a un tempo ne la spalla destra
Fieramonte riversa
Follicone:
e l'un pagano e l'altro si sequestra,
e tra gl'Inglesi se ne va
prigione.
E Baricondo a un tempo riman senza
vita per man del duca di
Chiarenza.
70
Indi i pagani tanto a spaventarsi,
indi i fedeli a pigliar tanto
ardire,
che quei non facean altro che ritrarsi
e partirsi da l'ordine e
fuggire,
e questi andar inanzi ed avanzarsi
sempre terreno, e spingere e
seguire:
e se non vi giungea chi lor dié aiuto,
il campo da quel lato era
perduto.
71
Ma Ferraù, che sin qui mai non s'era
dal re Marsilio suo troppo
disgiunto,
quando vide fuggir quella bandiera,
e l'esercito suo mezzo
consunto,
spronò il cavallo, e dove ardea più fiera
la battaglia, lo
spinse; e arrivò a punto
che vide dal destrier cadere in terra
col capo
fesso Olimpio da la Serra;
72
un giovinetto che col dolce canto,
concorde al suon de la cornuta
cetra,
d'intenerire un cor si dava vanto,
ancor che fosse più duro che
pietra.
Felice lui, se contentar di tanto
onor sapeasi, e scudo, arco e
faretra
aver in odio, e scimitarra e lancia,
che lo fecer morir giovine in
Francia!
73
Quando lo vide Ferraù cadere,
che solea amarlo e avere in molta
estima,
si sente di lui sol via più dolere,
che di mill'altri che periron
prima:
e sopra chi l'uccise in modo fere,
che gli divide l'elmo da la
cima
per la fronte, per gli occhi e per la faccia,
per mezzo il petto, e
morto a terra il caccia.
74
Ne qui s'indugia; e il brando intorno ruota,
ch'ogni elmo rompe,
ogni lorica smaglia;
a chi segna la fronte, a chi la gota,
ad altri il
capo, ad altri il braccio taglia;
or questo or quel di sangue e d'alma
vota:
e ferma da quel canto la battaglia,
onde la spaventata ignobil
frotta
senza ordine fuggia spezzata e rotta.
75
Entrò ne la battaglia il re Agramante,
d'uccider gente e di far
pruove vago;
e seco ha Baliverzo, Farurante,
Prusion, Soridano e
Bambirago.
Poi son le genti senza nome tante,
che del lor sangue oggi
faranno un lago,
che meglio conterei ciascuna foglia,
quando l'autunno gli
arbori ne spoglia.
76
Agramante dal muro una gran banda
di fanti avendo e di cavalli
tolta,
col re di Feza subito li manda,
che dietro ai padiglion piglin la
volta,
e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda,
le cui squadre vedea con
fretta molta,
dopo gran giri e larghi avolgimenti,
venir per occupar gli
alloggiamenti.
77
Fu 'l re di Feza ad esequir ben presto;
ch'ogni tardar troppo
nociuto avria.
Raguna intanto il re Agramante il resto;
parte le squadre,
e alla battaglia invia.
Egli va al fiume; che gli par ch'in questo
luogo
del suo venir bisogno sia:
e da quel canto un messo era venuto
del re
Sobrino a domandare aiuto.
78
Menava in una squadra più di mezzo
il campo dietro; e sol del gran
rumore
tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo,
ch'abbandonavan l'ordine
e l'onore.
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo
vi restar soli incontra a
quel furore;
e Zerbin, ch'era a pié, vi peria forse,
ma'l buon Rinaldo a
tempo se n'accorse.
79
Altrove intanto il paladin s'avea
fatto inanzi fuggir cento
bandiere.
Or che l'orecchie la novella rea
del gran periglio di Zerbin gli
fere,
ch'a piedi fra la gente cirenea
lasciato solo aveano le sue
schiere,
volta il cavallo, e dove il campo scotto
vede fuggir, prende la
via di botto.
80
Dove gli Scotti ritornar fuggendo
vede, s'appara, e grida: - Or dove
andate?
perché tanta viltade in voi comprendo,
che a sì vil gente il campo
abbandonate?
Ecco le spoglie, de le quali intendo
ch'esser dovean le
vostre chiese ornate.
Oh che laude, oh che gloria, che 'l figliuolo
del
vostro re si lasci a piedi e solo! -
81
D'un suo scudier una grossa asta afferra,
e vede Prusion poco
lontano,
re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra,
e de l'arcion lo porta
morto al piano.
Morto Agricalte e Bambirago atterra:
dopo fere aspramante
Soridano;
e come gli altri l'avria messo a morte,
se nel ferir la lancia
era più forte.
82
Stringe Fusberta, poi che l'asta è rotta,
e tocca Serpentin, quel da
la Stella.
Fatate l'arme avea, ma quella botta
pur tramortito il manda
fuor di sella.
E così al duca de la gente scotta
fa piazza intorno
spaziosa e bella;
sì che senza contesa un destrier puote
salir di quei che
vanno a selle vote.
83
E ben si ritrovò salito a tempo,
che forse nol facea, se più
tardava:
perché Agramante e Dardinello a un tempo,
Sobrin col re Balastro
v'arrivava.
Ma egli, che montato era per tempo,
di qua e di là col brando
s'aggirava,
mandando or questo or quel giù ne l'inferno
a dar notizia del
viver moderno.
84
Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra
i più dannosi avea sempre
riguardo,
la spada contra il re Agramante afferra,
che troppo gli parea
fiero e gagliardo
(facea egli sol più che mille altri guerra);
e se gli
spinse adosso con Baiardo:
lo fere a un tempo ed urta di traverso,
sì che
lui col destrier manda riverso.
85
Mentre di fuor con sì crudel battaglia,
odio, rabbia, furor l'un
l'altro offende,
Rodomonte in Parigi il popul taglia,
le belle case e i
sacri templi accende.
Carlo, ch'in altra parte si travaglia,
questo non
vede, e nulla ancor ne 'ntende:
Odoardo raccoglie ed Arimanno
ne la città,
col lor popul britanno.
86
A lui venne un scudier pallido in volto,
che potea a pena trar del
petto il fiato.
- Ahimè! signor, ahimè - replica molto,
prima ch'abbia a
dir altro incominciato:
- Oggi il romano Imperio, oggi è sepolto;
oggi ha
il suo popul Cristo abandonato:
il demonio dal cielo è piovuto
oggi,
perché in questa città più non s'alloggi.
87
Satanasso (perch'altri esser non puote)
strugge e ruina la città
infelice.
Volgiti e mira le fumose ruote
de la rovente fiamma
predatrice;
ascolta il pianto che nel ciel percuote;
e faccian fede a quel
che 'l servo dice.
Un solo è quel ch'a ferro e a fuoco strugge
la bella
terra, e inanzi ognun gli fugge. -
88
Quale è colui che prima oda il tumulto,
e de le sacre squille il
batter spesso,
che vegga il fuoco a nessun altro occulto,
ch'a sé, che più
gli tocca, e gli è più presso;
tal è il re Carlo, udendo il nuovo
insulto,
e conoscendol poi con l'occhio istesso:
onde lo sforzo di sua
miglior gente
al grido drizza e al gran rumor che sente.
89
Dei paladini e dei guerrier più degni
Carlo si chiama dietro una
gran parte,
e v�r la piazza fa drizzare i segni;
che 'l pagan s'era tratto
in quella parte.
Ode il rumor, vede gli orribil segni
di crudeltà, l'umane
membra sparte.
Ora non più: ritorni un'altra volta
chi voluntier la bella
istoria ascolta.
