Mentre Rodomonte, giunto alle mure interne di Parigi, vede morire più di undicimila soldati, Re Agramante muove parte dell'esercito per assaltare una porta che crede sguarnita. Troverà invece in sua difese un grosso numero di cristiani con a capo lo stesso re Carlo (che aveva previsto i punti dai quali l'avversario avrebbe attaccato).
Il duca Astolfo, salvato da Melissa e giunto nel regno di Logistilla, riesce infine a partire per mare per fare ritorno in patria. Per proteggerlo durante il viaggio, la maga lo fa accompagnare da una forte scorta armata (guidata da Andronica e Sofrosina), gli consegna anche un libro contro gli incantesimi e gli dona infine un corno magico, il cui orrendo suono è in grado di mettere in fuga qualunque avversario.
Prendendo spunto da un pensiero comune a quel tempo, secondo il quale, vedendo quanto fosse grande l'Africa, dall'oceano atlantico non era possibile raggiungere l'oceano indiano, Astolfo domanda ad Andronica se qualche nave abbia mai compiuto quel viaggio. Lei risponde che in futuro sempre più esploratori circumnavigheranno l'Africa fino a raggiungere l'India. Altri faranno ancora di più, scoprendo nuovi mondi.
Giunti allo stretto di Bahrein, Astolfo approda e prosegue il proprio viaggio sulla terra. Cavalcando lungo il Nilo sul suo cavallo Rabicano (tanto leggero nella corsa che quasi sfiorava il terreo, non si nutriva di fieno ma solo d'aria pura) incontra un vecchio eremita su di una imbarcazione, che gli consiglia, se ha cara la vita, di continuare il viaggio sull'altra riva del fiume, così da non incontrare il gigante Caligorante che è solito catturare le persone con una rete nacosta sotto la sabbia, divorarle ed adornare con le loro pelli la propria dimora.
Il gigante, visto arrivare Astolfo, pensa di prendere il cavaliere alle spalle, per farlo spaventare, scappare e quindi cadere in trappola. Il duca però ferma subito il cavallo e suona il corno magico. Questa volta à il gigante a scappare terrorizzato ed a cadere nella rete.
Passando dal Cairo, Astolfo viene a sapere che alla foce del nilo vive un ladrone, di nome Orrilo, impossibile da uccidere, e vuole quindi andare a vedere con i propri se quanto si dice sia vero.
Giunta la notte, il combattimento viene sospeso e rimandato al giorno successivo. Astolfo, che conosce già Grifone e Aquilante, si unisce alla loro mensa.
Il duca legge nel libro contro gli incantesimi che l'unico modo per rendere Orrilo vulnerabile è di strappargli di testa un capello fatato. Convinto dell'imminente trionfo, Astolfo si prende quindi su di sé l'incarico di uccidere il ladrone.
I tre, con il gigante al seguito, prendono quindi la via ad oriente per poter visitare la Terra Santa. Incontrano lì un loro amico, Sansonetto, intento a costruire un muro a protezione del monte calvario ed una fortezza per fronteggiare il califfo. In duca gli fa omaggio del gigante (per sollevare i carichi pesanti e procedere spediti nelle opere) e della rete utilizzata per catturarlo.
Giunge un cavaliere e comunica a Grifone che Orrilige, la donna da lui amata (tanto bella quanto crudele), ha abbandonato Constantinopoli, dove lui l'aveva lasciata, per seguire un suo nuovo amante. Il ragazzo pensa quindi di raggiungere l'amata per riprendersela.
Dio vorrà rivelare quella via solo quando sarà giunto il tempo di Carlo V, con l'intenzione di porre tutto il mondo sotto il controllo di questo giusto imperatore. Per questo la Provvidenza Divina gli metterà anche a disposizione valorosi capitani, tra i quali Andrea Doria, che svolgerà con onore il compito di liberare i mari dai pirati e gli aprirà la porta per arrivare alla corona di imperatore.
Astolfo, tenedo più al proprio onore che alla propria vita, prosegue invece oltre alla ricerca del gigante.
Il duca Astolfo sguaina la spada per vendicare le molte vittime di Caligorante, il proprio onore lo ferma però dall'uccidere il gigante, immolizzato e qundi non in grado di difendersi. Il cavaliere incatena quindi Caligorante, lo libera dalla rete divina e se lo porta dietro come trofeo da mostrare nei paesi dove passa.
Arrivato sul posto, il duca assiste al combattimento tra quella persona incantata ed i due figli del cognato di Orlando, Grifone e Aquilante. Qualunque ferita o mutilazione venga inflitta al ladrone, lui si ricompone e riprende normalmente il combattimento. Se gli viene scagliato in mare un braccio, si tuffa e quando esce dall'acqua è nuovamente intero.
Assistevano alla scena anche due donne, le due fate che avevano nutrito i due, quando erano giovani, dopo averli salvati da un grifone e da un'acquila che li avevano sottratti alla loro madre, ed ora avevano spinto i due uomini a confrontarsi in duello con Orrilo.
Il giorno dopo, durante il combattimento, il duca decapita l'avversario e subito si impossessa della sua testa e parte di corsa a cavallo, così da evitare che Orrilo si ricomponga. Approfittando del vantaggio preso sul ladrone, subito corso all'inseguimento, grazie al proprio cavallo Rabicano, Astolfo rade completamente la testa di Orrilo. Subito la testa perde vita, così come ogni altra parte del corpo del ladrone.
Il paladino mostra subito la sua opera ai due uomini ed alle due donne, ma Grifone e Aquilante non gioiscono per l'invidia, le due fate perché vedono ora vicino il triste destino che attende i due fratelli in Francia, e che avevano cercato di evitare tenendoli occupati con Orrilo.
I due giovani si uniscono infatti subito a lui per combattere contro i saraceni.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
vincasi o per fortuna o per
ingegno:
gli è ver che la vittoria sanguinosa
spesso far suole il capitan
men degno;
e quella eternamente è gloriosa,
e dei divini onori arriva al
segno,
quando servando i suoi senza alcun danno,
si fa che gl'inimici in
rotta vanno.
2
La vostra, Signor mio, fu degna loda,
quando al Leone, in mar tanto
feroce,
ch'avea occupata l'una e l'altra proda
del Po, da Francolin sin
alla foce,
faceste sì, ch'ancor che ruggir l'oda,
s'io vedrò voi, non
tremerò alla voce.
Come vincer si de', ne dimostraste;
ch'uccideste i
nemici, e noi salvaste.
3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
non seppe far; che i
suoi nel fosso spinse,
dove la fiamma subita e vorace
non perdonò ad
alcun, ma tutti estinse.
A tanti non saria stato capace
tutto il gran
fosso, ma il fuoco restrinse,
restrinse i corpi e in polve li
ridusse,
acciò ch'abile a tutti il luogo fusse.
4
Undicimila ed otto sopra venti
si ritrovar ne l'affocata buca,
che
v'erano discesi malcontenti;
ma così volle il poco saggio duca.
Quivi fra
tanto lume or sono spenti,
e la vorace fiamma li manuca:
e Rodomonte,
causa del mal loro,
se ne va esente da tanto martoro:
5
che tra' nemici alla ripa più interna
era passato d'un mirabil
salto.
Se con gli altri scendea ne la caverna,
questo era ben il fin
d'ogni suo assalto.
Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
e quando
vede il fuoco andar tant'alto,
e di sua gente il pianto ode e lo
strido,
bestemmia il ciel con spaventoso grido.
6
Intanto il re Agramante mosso avea
impetuoso assalto ad una
porta;
che, mentre la crudel battaglia ardea
quivi ove è tanta gente
afflitta e morta,
quella sprovista forse esser credea
di guardia, che
bastasse alla sua scorta.
Seco era il re d'Arzilla Bambirago,
e Baliverzo,
d'ogni vizio vago;
7
e Corineo di Mulga, e Prusione,
il ricco re dell'Isole
beate;
Malabuferso che la regione
tien di Fizan, sotto continua
estate;
altri signori, ed altre assai persone
esperte ne la guerra e bene
armate;
e molti ancor senza valore e nudi,
che 'l cor non s'armerian con
mille scudi.
8
Trovò tutto il contrario al suo pensiero
in questa parte il re de'
Saracini:
perché in persona il capo de l'Impero
v'era, re Carlo, e de'
suoi paladini,
re Salamone ed il danese Ugiero,
ed ambo i Guidi ed ambo
gli Angelini,
e 'l duca di Bavera e Ganelone,
e Berlengier e Avolio e
Avino e Otone;
9
gente infinita poi di minor conto,
de' Franchi, de' Tedeschi e de'
Lombardi,
presente il suo signor, ciascuno pronto
a farsi riputar fra i
più gagliardi.
Di questo altrove io vo' rendervi conto;
ch'ad un gran duca
è forza ch'io riguardi,
il qual mi grida, e di lontano accenna,
e priega
ch'io nol lasci ne la penna.
10
Gli è tempo ch'io ritorni ove lasciai
l'aventuroso Astolfo
d'Inghilterra,
che 'l lungo esilio avendo in odio ormai,
di desiderio
ardea de la sua terra;
come gli n'avea data pur assai
speme colei
ch'Alcina vinse in guerra.
Ella di rimandarvilo avea cura
per la via più
espedita e più sicura.
11
E così una galea fu apparechiata,
di che miglior mai non solcò
marina;
e perché ha dubbio per tutta fiata,
che non gli turbi il suo
viaggio Alcina,
vuol Logistilla che con forte armata
Andronica ne vada e
Sofrosina,
tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo
de' Persi, giunga a
salvamento Astolfo.
12
Più tosto vuol che volteggiando rada
gli Sciti e gl'Indi e i regni
nabatei,
e torni poi per così lunga strada
a ritrovar i Persi e gli
Eritrei;
che per quel boreal pelago vada,
che turban sempre iniqui venti e
rei,
e sì, qualche stagion, pover di sole,
che starne senza alcuni mesi
suole.
13
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
diede licenza al duca di
partire,
avendol prima ammaestrato e istrutto
di cose assai, che f�ra
lungo a dire;
e per schivar che non sia più ridutto
per arte maga, onde
non possa uscire,
un bello ed util libro gli avea dato,
che per suo amore
avesse ognora allato.
14
Come l'uom riparar debba agl'incanti
mostra il libretto che costei
gli diede:
dove ne tratta o più dietro o più inanti,
per rubrica e per
indice si vede.
Un altro don gli fece ancor, che quanti
doni fur mai, di
gran vantaggio eccede:
e questo fu d'orribil suono un corno,
che fa fugire
ognun che l'ode intorno.
15
Dico che 'l corno è di sì orribil suono,
ch'ovunque s'oda, fa fuggir
la gente:
non può trovarsi al mondo un cor sì buono,
che possa non fuggir
come lo sente:
rumor di vento e di termuoto, e 'l tuono,
a par del suon di
questo, era niente.
Con molto riferir di grazie, prese
da la fata licenza
il buono Inglese.
16
Lasciando il porto e l'onde più tranquille,
con felice aura ch'alla
poppa spira,
sopra le ricche e populose ville
de l'odorifera India il duca
gira,
scoprendo a destra ed a sinistra mille
isole sparse; e tanto va, che
mira
la terra di Tomaso, onde il nocchiero
più a tramontana poi volge il
sentiero.
17
Quasi radendo l'aurea Chersonesso,
la bella armata il gran pelago
frange:
e costeggiando i ricchi liti, spesso
vede come nel mar biancheggi
il Gange;
e Traprobane vede e Cori appresso;
e vede il mar che fra i duo
liti s'ange.
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
usciro fuor dei
termini degl'Indi.
18
Scorrendo il duca il mar con sì fedele
e sì sicura scorta, intender
vuole,
e ne domanda Andronica, se de le
parti c'han nome dal cader del
sole,
mai legno alcun che vada a remi e a vele,
nel mare orientale apparir
suole;
e s'andar può senza toccar mai terra,
chi d'India scioglia, in
Francia o in Inghilterra.
19
- Tu déi sapere (Andronica risponde)
che d'ogn'intorno il mar la
terra abbraccia;
e van l'una ne l'altra tutte l'onde,
sia dove bolle o
dove il mar s'aggiaccia;
ma perché qui davante si difonde,
e sotto il
mezzodì molto si caccia
la terra d'Etiopia, alcuno ha detto
ch'a Nettuno
ir più inanzi ivi è interdetto.
20
Per questo del nostro indico levante
nave non è che per Europa
scioglia;
né si muove d'Europa navigante
ch'in queste nostre parti arrivar
voglia.
Il ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare
invoglia;
che credono, veggendola sì lunga,
che con l'altro emisperio si
congiunga.
21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da l'estreme contrade di
ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al
dì presente:
altri volteggiar l'Africa, e seguire
tanto la costa de la
negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi,
lasciando il Capricorno;
22
e ritrovar del lungo tratto il fine,
che questo fa parer dui mar
diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d'Indi, d'Arabi e di
Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea
fersi;
e del sole imitando il camin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo
mondo.
23
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito
eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
altri all'acquisto del
paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di là da l'India ad
Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver
per tutto vinto.
24
Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e ancor
gran tempo stia;
né che prima si sappia, che la sesta
e la settima età
passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
che vorrà porre il mondo
a monarchia,
sotto il più saggio imperatore e giusto,
che sia stato o sarà
mai dopo Augusto.
25
Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio
nascer sul Reno alla
sinistra riva
un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui
si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta
ritornata viva;
e le virtù che cacciò il mondo, quando
lei cacciò ancora,
uscir per lui di bando.
26
Per questi merti la Bontà suprema
non solamente di quel grande
impero
ha disegnato ch'abbia diadema
ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e
Severo;
ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai né al sol né
all'anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un
ovile sia, solo un pastore.
27
E perch'abbian più facile successo
gli ordini in cielo eternamente
scritti,
gli pon la somma Providenza appresso
in mare e in terra capitani
invitti.
Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
nuove città sotto i
cesarei editti,
e regni in Oriente sì remoti,
ch'a noi, che siamo in
India, non son noti.
28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio
dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
parer la bella Italia ai
Gigli d'oro:
veggio ch'entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a
guadagnar l'alloro:
come buon corridor ch'ultimo lassa
le mosse, e giunge,
e inanzi a tutti passa.
29
Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d'Alfonso (che 'l suo
nome è questo),
ch'in così acerba età, che non eccede
dopo il vigesimo
anno ancora il sesto,
l'imperator l'esercito gli crede,
il qual salvando,
salvar non che 'l resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo
capitan sarà possente.
30
Come con questi, ovunque andar per terra
si possa, accrescerà
l'imperio antico;
così per tutto il mar, ch'in mezzo serra
di là l'Europa
e di qua l'Afro aprico,
sarà vittorioso in ogni guerra,
poi ch'Andrea
Doria s'avrà fatto amico.
Questo è quel Doria che fa dai pirati
sicuro il
vostro mar per tutti i lati.
31
Non fu Pompeio a par di costui degno,
se ben vinse e cacciò tutti i
corsari;
Però che quelli al più possente regno
che fosse mai, non poteano
esser pari:
ma questo Doria, sol col proprio ingegno
e proprie forze
purgherà quei mari;
sì che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda
il nome suo,
tremar veggio ogni proda.
32
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
di questo capitan di ch'io ti
parlo,
veggio in Italia, ove da lui la porta
gli sarà aperta, alla corona
Carlo.
Veggio che 'l premio che di ciò riporta,
non tien per sé, ma fa
alla patria darlo:
con prieghi ottien ch'in libertà la metta,
dove altri a
sé l'avria forse suggetta.
33
Questa pietà, ch'egli alla patria mostra,
è degna di più onor d'ogni
battaglia
ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
vincesse Iulio, o
in Africa o in Tessaglia.
Né il grande Ottavio, né chi seco giostra
di
par, Antonio, in più onoranza saglia
pei gesti suoi; ch'ogni lor laude
amorza
l'avere usato alla lor patria forza.
34
Questi ed ogn'altro che la patria tenta
di libera far serva, si
arrosisca;
né dove il nome d'Andrea Doria senta,
di levar gli occhi in
viso d'uomo ardisca.
Veggio Carlo che 'l premio gli augumenta;
ch'oltre
quel ch'in commun vuol che fruisca,
gli dà la ricca terra ch'ai
Normandi
sarà principio a farli in Puglia grandi.
35
A questo capitan non pur cortese
il magnanimo Carlo ha da
mostrarsi,
ma a quanti avrà ne le cesaree imprese
del sangue lor non
ritrovati scarsi.
D'aver città, d'aver tutto un paese
donato a un suo
fedel, più ralegrarsi
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
che
d'acquistar nuov'altri imperi e regni. -
36
Così de le vittorie, le qual, poi
ch'un gran numero d'anni sarà
corso,
daranno a Carlo i capitani suoi,
facea col duca Andronica
discorso:
e la compagna intanto ai venti eoi
viene allentando e
raccogliendo il morso;
e fa ch'or questo or quel propizio l'esce,
e come
vuol li minuisce e cresce.
37
Veduto aveano intanto il mar de' Persi
come in sì largo spazio si
dilaghi;
onde vicini in pochi giorni fersi
al golfo che nomar gli antiqui
Maghi.
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
con la poppa alla ripa i
legni vaghi;
quindi sicur d'Alcina e di sua guerra,
Astolfo il suo camin
prese per terra.
38
Passò per più d'un campo e più d'un bosco,
per più d'un monte e per
più d'una valle;
ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco,
i ladroni or
inanzi or alle spalle.
Vide leoni, e draghi pien di tosco,
ed altre fere
attraversarsi il calle;
ma non sì tosto avea la bocca al corno,
che
spaventati gli fuggian d'intorno.
39
Vien per l'Arabia ch'è detta Felice,
ricca di mirra e d'odorato
incenso,
che per suo albergo l'unica fenice
eletto s'ha di tutto il mondo
immenso;
fin che l'onda trovò vendicatrice
già d'Israel, che per divin
consenso
Faraone sommerse e tutti i suoi:
e poi venne alla terra degli
Eroi.
40
Lungo il fiume Traiano egli cavalca
su quel destrier ch'al mondo è
senza pare,
che tanto leggiermente e corre e valca,
che ne l'arena l'orma
non n'appare:
l'erba non pur, non pur la nieve calca;
coi piedi asciutti
andar potria sul mare;
e sì si stende al corso, e sì s'affretta,
che passa
e vento e folgore e saetta.
41
Questo è il destrier che fu de l'Argalia,
che di fiamma e di vento
era concetto;
e senza fieno e biada, si nutria
de l'aria pura, e Rabican
fu detto.
Venne, suguendo il Duca la sua via,
dove dà il Nilo a quel fiume
ricetto;
e prima che giugnesse in su la foce,
vide un legno venire a sé
veloce.
42
Naviga in su la poppa uno eremita
con bianca barba, a mezzo il petto
lunga,
che sopra il legno il paladino invita,
e: - Figliuol mio (gli grida
da la lunga),
se non t'è in odio la tua propria vita,
se non brami che
morte oggi ti giunga,
venir ti piaccia su quest'altra arena;
ch'a morir
quella via dritto ti mena.
43
Tu non andrai più che sei miglia inante,
che troverai la saguinosa
stanza
dove s'alberga un orribil gigante
che d'otto piedi ogni statura
avanza.
Non abbia cavallier né viandante
di partirsi da lui, vivo,
speranza:
ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
molti ne squarta,
e vivo alcun ne 'ngoia.
44
Piacer, fra tanta crudeltà, si prende
d'una rete ch'egli ha, molto
ben fatta:
poco lontana al tetto suo la tende,
e ne la trita polve in modo
appiatta,
che chi prima nol sa, non la comprende,
tanto è sottil, tanto
egli ben l'adatta:
e con tai gridi i peregrin minaccia,
che spaventati
dentro ve li caccia.
45
E con gran risa, aviluppati in quella
se li strascina sotto il suo
coperto;
né cavallier riguarda né donzella,
o sia di grande o sia di
picciol merto:
e mangiata la carne, e la cervella
succhiate e 'l sangue,
dà l'ossa al deserto;
e de l'umane pelli intorno intorno
fa il suo palazzo
orribilmente adorno.
46
Prendi quest'altra via, prendila, figlio,
che fin al mar ti fia
tutta sicura. -
- Io ti ringrazio, padre, del consiglio
(rispose il
cavallier senza paura),
ma non istimo per l'onor periglio,
di ch'assai più
che de la vita ho cura.
Per far ch'io passi, invan tu parli meco;
anzi vo
al dritto a ritrovar lo speco.
47
Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
ma tal salute ho più che morte
a schivo.
S'io vi vo, al peggio che potrà incontrarmi,
fra molti resterò
di vita privo;
ma quando Dio così mi drizzi l'armi,
che colui morto, ed io
rimanga vivo,
sicura a mille renderò la via:
sì che l'util maggior che 'l
danno fia.
48
Metto all'incontro la morte d'un solo
alla salute di gente infinita.
-
- Vattene in pace (rispose), figliuolo;
Dio mandi in difension de la tua
vita
l'arcangelo Michel dal sommo polo: -
e benedillo il semplice
eremita.
Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
sperando più nel suon che
ne la spada.
49
Giace tra l'alto fiume e la palude
picciol sentier nell'arenosa
riva:
la solitaria casa lo richiude,
d'umanitade e di commercio
priva.
Son fisse intorno teste e membra nude
de l'infelice gente che
v'arriva.
Non v'è finestra, non v'è merlo alcuno,
onde penderne almen non
si veggia uno.
50
Qual ne le alpine ville o ne' castelli
suol cacciator che gran
perigli ha scorsi,
su le porte attaccar l'irsute pelli,
l'orride zampe e i
grossi capi d'orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior
virtù gli erano occorsi.
D'altri infiniti sparse appaion l'ossa;
ed è di
sangue uman piena ogni fossa.
51
Stassi Caligorante in su la porta;
che così ha nome il dispietato
mostro
ch'orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol di panni
d'oro o d'ostro.
Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan
se gli è dimostro;
ch'eran duo mesi, e il terzo ne venìa,
che non fu
cavallier per quella via.
52
V�r la palude, ch'era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta
ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscir al paladin dietro
alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di
cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto
avean lor rei destini.
53
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran
sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon
vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e
quel sonando fa l'usato effetto:
nel cor fere il gigante che l'ascolta,
di
tal timor, ch'a dietro i passi volta.
54
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete
scocchi.
Fugge il fellon, né vede ove si vada;
che, come il core, avea
perduti gli occhi.
Tanta è la tema, che non sa far strada,
che ne li
propri aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto
l'annoda, e lo distende in terra.
55
Astolfo, ch'andar giù vede il gran peso,
già sicuro per sé,
v'accorre in fretta;
e con la spada in man, d'arcion disceso,
va per far
di mill'anime vendetta.
Poi gli par che s'uccide un che sia preso,
viltà,
più che virtù, ne sarà detta;
che legate le braccia, i piedi e il
collo
gli vede sì, che non può dare un crollo.
56
Avea la rete già fatta Vulcano
di sottil fil d'acciar, ma con tal
arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la più debol
parte;
ed era quella che già piedi e mano
avea legate a Venere ed a
Marte.
La fe' il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme
ambi nel letto.
57
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa
vuole,
Cloride bella che per l'aria vola
dietro all'Aurora, all'apparir
del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e
viole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un dì
la prese.
58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa
volando fosse.
Poi nei tempio d'Anubide a Canopo
la rete molti seculi
serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di là, dove era sacra, la
rimosse:
se ne portò la rete il ladrone empio,
ed arse la cittade, e rubò
il tempio.
59
Quivi adattolla in modo in su l'arena,
che tutti quei ch'avean da
lui la caccia
vi davan dentro; ed era tocca a pena,
che lor legava e collo
e piedi e braccia.
Di questa levò Astolfo una catena,
e le man dietro a
quel fellon n'allaccia;
le braccia e 'l petto in guisa gli ne fascia,
che
non può sciorsi: indi levar lo lascia,
60
dagli altri nodi avendol sciolto prima,
ch'era tornato uman più che
donzella.
Di trarlo seco e di mostrarlo stima
per ville, per cittadi e per
castella.
Vuol la rete anco aver, di che né lima
né martel fece mai cosa
più bella:
ne fa somier colui ch'alla catena
con pompa trionfal dietro si
mena.
61
L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
come a valletto, e
seguitò il camino,
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
ch'ir possa
ormai sicuro il peregrino.
Astolfo se ne va tanto, che vede
ch'ai sepolcri
di Memfi è già vicino,
Memfi per le piramidi famoso:
vede all'incontro il
Cairo populoso.
62
Tutto il popul correndo si traea
per vedere il gigante
smisurato.
- Come è possibil (l'un l'altro dicea)
che quel piccolo il
grande abbia legato? -
Astolfo a pena inanzi andar potea,
tanto la calca
il preme da ogni lato:
e come cavallier d'alto valore
ognun l'ammira, e
gli fa grande onore.
63
Non era grande il Cairo così allora,
come se ne ragiona a nostra
etade:
che 'l populo capir, che vi dimora,
non puon diciottomila gran
contrade;
e che le case hanno tre palchi, e ancora
ne dormono infiniti in
su le strade;
e che 'l soldano v'abita un castello
mirabil di grandezza, e
ricco e bello;
64
e che quindicimila suoi vasalli,
che son cristiani rinegati
tutti,
con mogli, con famiglie e con cavalli
ha sotto un tetto sol quivi
ridutti.
Astolfo veder vuole ove s'avalli,
e quanto il Nilo entri nei
salsi flutti
a Damiata; ch'avea quivi inteso,
qualunque passa restar morto
o preso.
65
Però ch'in ripa al Nilo in su la foce
si ripara un ladron dentro una
torre,
ch'a paesani e a peregrini nuoce,
e fin al Cairo, ognun rubando
scorre.
Non gli può alcun resistere; ed ha voce
che l'uom gli cerca invan
la vita torre:
centomila ferite egli ha già avuto,
né ucciderlo però mai
s'è potuto.
66
Per veder se può far rompere il filo
alla Parca di lui, sì che non
viva,
Astolfo viene a ritrovare Orrilo
(così avea nome), e a Damiata
arriva;
ed indi passa ove entra in mare il Nilo,
e vede la gran torre in
su la riva,
dove s'alberga l'anima incantata
che d'un folletto nacque e
d'una fata.
67
Quivi ritruova che crudel battaglia
era tra Orrilo e dui guerrieri
accesa.
Orrilo è solo; e sì que' dui travaglia,
ch'a gran fatica gli puon
far difesa:
e quando in arme l'uno e l'altro vaglia,
a tutto il mondo la
fama palesa.
Questi erano i dui figli d'Oliviero,
Grifone il bianco ed
Aquilante il nero.
68
Gli è ver che 'l negromante venuto era
alla battaglia con vantaggio
grande;
che seco tratto in campo avea una fera,
la qual si truova solo in
quelle bande:
vive sul lito e dentro alla rivera;
e i corpi umani son le
sue vivande,
de le persone misere ed incaute
de viandanti e d'infelici
naute.
69
La bestia ne l'arena appresso al porto
per man dei duo fratei morta
giacea;
e per questo ad Orril non si fa torto,
s'a un tempo l'uno e
l'altro gli nocea.
Più volte l'han smembrato e non mai morto,
né, per
smembrarlo, uccider si potea;
che se tagliato o mano o gamba gli era,
la
rapiccava, che parea di cera.
70
Or fin a' denti il capo gli divide
Grifone, or Aquilante fin al
petto.
Egli dei colpi lor sempre si ride:
s'adiran essi, che non hanno
effetto.
Chi mai d'alto cader l'argento vide,
che gli alchimisti hanno
mercurio detto,
e sparger e raccor tutti i suo' membri,
sentendo di
costui, se ne rimembri.
71
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
né cessa brancolar fin che
lo truovi;
ed or pel crine ed or pel naso il prende,
lo salda al collo, e
non so con che chiovi.
Piglial talor Grifone, e 'l braccio stende,
nel
fiume il getta, e non par ch'anco giovi;
che nuota Orrilo al fondo come un
pesce,
e col suo capo salvo alla ripa esce.
72
Due belle donne onestamente ornate,
l'una vestita a bianco e l'altra
a nero,
che de la pugna causa erano state,
stavano a riguardar l'assalto
fiero.
Queste eran quelle due benigne fate
ch'avean notriti i figli
d'Oliviero,
poi che li trasson teneri citelli
dai curvi artigli di duo
grandi augelli,
73
che rapiti gli avevano a Gismonda,
e portati lontan dal suo
paese.
Ma non bisogna in ciò ch'io mi diffonda,
ch'a tutto il mondo è
l'istoria palese;
ben che l'autor nel padre si confonda,
ch'un per un
altro (io non so come) prese.
Or la battaglia i duo gioveni fanno,
che le
due donne ambi pregati n'hanno.
74
Era in quel clima già sparito il giorno,
all'isole ancor alto di
Fortuna;
l'ombre avean tolto ogni vedere a torno
sotto l'incerta e mal
compresa luna;
quando alla rocca Orril fece ritorno,
poi ch'alla bianca e
alla sorella bruna
piacque di differir l'aspra battaglia
fin che 'l sol
nuovo all'orizzonte saglia.
75
Astolfo, che Grifone ed Aquilante,
ed all'insegne e più al ferir
gagliardo,
riconosciuto avea gran pezzo inante,
lor non fu altiero a
salutar né tardo.
Essi vedendo che quel che 'l gigante
traea legato, era
il baron dal pardo
(che così in corte era quel duca detto),
raccolser lui
con non minore affetto.
76
Le donne a riposare i cavallieri
menaro a un lor palagio indi
vicino.
Donzelle incontra vennero e scudieri
con torchi accesi, a mezzo
del camino.
Diero a chi n'ebbe cura i lor destrieri,
trassonsi l'arme; e
dentro un bel giardino
trovar ch'apparechiata era la cena
ad una fonte
limpida ed amena.
77
Fan legare il gigante alla verdura
Con un'altra catena molto
grossa
ad una quercia di molt'anni dura,
che non si romperà per una
scossa;
e da dieci sergenti averne cura,
che la notte discior non se ne
possa,
ed assalirli, e forse far lor danno,
mentre sicuri e senza guardia
stanno.
78
All'abondante e sontuosa mensa,
dove il manco piacer fur le
vivande,
del ragionar gran parte si dispensa
sopra d'Orrilo e del miracol
grande,
che quasi par un sogno a chi vi pensa,
ch'or capo or braccio a
terra se gli mande,
ed egli lo raccolga e lo raggiugna,
e più feroce ognor
torni alla pugna.
79
Astolfo nel suo libro avea già letto
(quel ch'agl'incanti riparare
insegna)
ch'ad Orril non trarrà l'alma del petto
fin ch'un crine fatal nel
capo tegna;
ma, se lo svelle o tronca, fia costretto
che suo mal grado
fuor l'alma ne vegna.
Questo ne dice il libro; ma non come
conosca il
crine in così folte chiome.
80
Non men de la vittoria si godea,
che se n'avesse Astolfo già la
palma;
come chi speme in pochi colpi avea
svellere il crine al negromante
e l'alma.
Però di quella impresa promettea
tor su gli omeri suoi tutta la
salma:
Orril farà morir, quando non spiaccia
ai duo fratei, ch'egli la
pugna faccia.
81
Ma quei gli danno volentier l'impresa,
certi che debbia affaticarsi
invano.
Era già l'altra aurora in cielo ascesa,
quando calò dai muri
Orrilo al piano.
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
la mazza l'un,
l'altro ha la spada in mano.
Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
che
lo spirto gli sciolga da la carne.
82
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
or l'uno or l'altro braccio
con la mano;
quando taglia a traverso la corazza,
e quando il va troncando
a brano a brano:
ma ricogliendo sempre de la piazza
va le sue membra
Orrilo, e si fa sano.
S'in cento pezzi ben l'avesse fatto,
redintegrarsi
il vedea Astolfo a un tratto.
83
Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del
mento:
la testa e l'elmo dal capo gli tolse,
né fu d'Orrilo a dismontar
più lento.
La sanguinosa chioma in man s'avolse,
e risalse a cavallo in un
momento;
e la portò correndo incontra 'l Nilo,
che riaver non la potesse
Orrilo.
84
Quel sciocco, che del fatto non s'accorse,
per la polve cercando iva
la testa:
ma come intese il corridor via torse,
portare il capo suo per la
foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir
non resta.
Volea gridare: - Aspetta, volta, volta! -
ma gli avea il duca
già la bocca tolta.
85
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a
tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che
corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin
sopra le ciglia
cercando in fretta, se 'l crine fatale
conoscer può,
ch'Orril tiene immortale.
86
Fra tanti e innumerabili capelli,
un più de l'altro non si stende o
torce:
qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
che per dar morte al rio
ladron raccorce?
- Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: -
né si
trovando aver rasoi né force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che
taglia sì, che si può dir che rada.
87
E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma
tutto.
Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor
pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostrò all'occaso,
per manifesti
segni, esser condutto;
e 'l busto che seguia troncato al collo,
di sella
cadde, e diè l'ultimo crollo.
88
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
lasciato avea, tornò col capo
in mano,
che tutti avea di morte i segni veri,
e mostrò il tronco ove
giacea lontano.
Non so ben se lo vider volentieri,
ancor che gli
mostrasser viso umano;
che la intercetta lor vittoria forse
d'invidia ai
duo germani il petto morse.
89
Né che tal fin quella battuglia avesse,
credo più fosse alle due
donne grato.
Queste, perché più in lungo si traesse
de' duo fratelli il
doloroso fato
ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse,
con loro Orrilo
avean quivi azzuffato,
con speme di tenerli tanto a bada,
che la trista
influenza se ne vada.
90
Tosto che 'l castellan di Damiata
certificossi ch'era morto
Orrilo,
la columba lasciò, ch'avea legata
sotto l'ala la lettera col
filo.
Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata
un'altra altrove, come
quivi è stilo:
sì che in pochissime ore andò l'aviso
per tutto Egitto,
ch'era Orrilo ucciso.
91
Il duca, come al fin trasse l'impresa,
confortò molto i nobili
garzoni,
ben che da sé v'avean la voglia intesa,
né bisognavan stimuli né
sproni,
che per difender de la santa Chiesa
e del romano Imperio le
ragioni,
lasciasser le battaglie d'Oriente,
e cercassino onor ne la lor
gente.
92
Così Grifone ed Aquilante tolse
ciascuno da la sua donna
licenza;
le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse,
non vi seppon però
far resistenza.
Con essi Astolfo a man destra si volse;
che si deliberar
far riverenza
ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
prima che verso
Francia si venisse.
93
Potuto avrian pigliar la via mancina,
ch'era più dilettevole e più
piana,
e mai non si scostar da la marina;
ma per la destra andaro orrida e
strana,
perché l'alta città di Palestina
per questa sei giornate è men
lontana.
Acqua si truova ed erba in questa via:
di tutti gli altri ben v'è
carestia.
94
Sì che prima ch'entrassero in viaggio,
ciò che lor bisognò, fecion
raccorre,
e carcar sul gigante il carriaggio,
ch'avria portato in collo
anco una torre.
Al finir del camino aspro e selvaggio,
da l'alto monte
alla lor vista occorre
la santa terra, ove il superno Amore
lavò col
proprio sangue il nostro errore.
95
Trovano in su l'entrar de la cittade
un giovene gentil, lor
conoscente,
Sansonetto da Meca, oltre l'etade,
ch'era nel primo fior,
molto prudente;
d'alta cavalleria, d'alta bontade
famoso, e riverito fra
la gente.
Orlando lo converse a nostra fede,
e di sua man battesmo anco
gli diede.
96
Quivi lo trovan che disegna a fronte
del calife d'Egitto una
fortezza;
e circondar vuole il Calvario monte
di muro di duo miglia di
lunghezza.
Da lui raccolti fur con quella fronte
che può d'interno amor
dar più chiarezza,
e dentro accompagnati, e con grande agio
fatti
alloggiar nel suo real palagio.
97
Avea in governo egli la terra, e in vece
di Carlo vi reggea
l'imperio giusto.
Il duca Astolfo a costui dono fece
di quel sì grande e
smisurato busto,
ch'a portar pesi gli varrà per diece
bestie da soma,
tanto era robusto.
Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
la rete
ch'in sua forza l'avea messo.
98
Sansonetto all'incontro al duca diede
per la spada una cinta ricca e
bella;
e diede spron per l'uno e l'altro piede,
che d'oro avean la fibbia
e la girella;
ch'esser del cavallier stati si crede,
che liberò dal drago
la donzella:
al Zaffo avuti con molt'altro arnese
Sansonetto gli avea,
quando lo prese.
99
Purgati de lor colpe a un monasterio
che dava di sé odor di buoni
esempi,
de la passion di Cristo ogni misterio
contemplando n'andar per
tutti i tempi
ch'or con eterno obbrobrio e vituperio
agli cristiani
usurpano i Mori empi.
L'Europa è in arme, e di far guerra agogna
in ogni
parte, fuor ch'ove bisogna.
100
Mentre avean quivi l'animo divoto,
a perdonanze e a cerimonie
intenti,
un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
novelle gli arrecò gravi e
pungenti,
dal suo primo disegno e lungo voto
troppo diverse e troppo
differenti;
e quelle il petto gl'infiammaron tanto,
che gli scacciar
l'orazion da canto.
101
Amava il cavallier, per sua sciagura,
una donna ch'avea nome
Orrigille:
di più bel volto e di miglior statura
non se ne sceglierebbe
una fra mille;
ma disleale e di sì rea natura,
che potresti cercar cittadi
e ville,
la terra ferma e l'isole del mare,
né credo ch'una le trovassi
pare.
102
Ne la città di Costantin lasciata
grave l'avea di febbre acuta e
fiera.
Or quando rivederla alla tornata
più che mai bella, e di goderla
spera,
ode il meschin, ch'in Antiochia andata
dietro un suo nuovo amante
ella se n'era,
non le parendo ormai di più patire
ch'abbia in sì fresca
età sola a dormire.
103
Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova,
sospirava Grifon notte e dì
sempre.
Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova,
par ch'a costui più
l'animo distempre:
pensilo ognun, ne li cui danni pruova
Amor, se li suoi
strali han buone tempre.
Ed era grave sopra ogni martire,
che 'l mal
ch'avea si vergognava a dire.
104
Questo, perché mille fiate inante
già ripreso l'avea di quello
amore,
di lui più saggio, il fratello Aquilante,
e cercato colei trargli
del core,
colei ch'al suo giudicio era di quante
femine rie si trovin la
peggiore.
Grifon l'escusa, se 'l fratel la danna;
e le più volte il parer
proprio inganna.
105
Però fece pensier, senza parlarne
con Aquilante, girsene
soletto
sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne
colei che tratto il cor
gli avea del petto;
trovar colui che gli l'ha tolta, e farne
vendetta tal,
che ne sia sempre detto.
Dirò, come ad effetto il pensier
messe,
nell'altro canto, e ciò che ne
successe.
