Re Agramante e re Marsilio raccolgono l'esercito per riorganizzarlo.
Fatto passare tutto l'esercito schiera per schiera, provenienti da ogni parte del mondo ed arruolate anche in Francia, vengono quindi assegnate nuove guide, nuovi capi, ai reparti che ne erano rimasti sprovvisti. Non avendo capitani in numero sufficiente, ne vengono eletti di nuovi al momento.
Tra i comandati di reparto c'è anche Brunello, scuro in volto e con il capo chino per aver perduto la stima di re Agramante, dopo aver perso l'anello magico e rischiato per questo l'impiccagione.
Mandricardo, figlio di re Agricane ucciso da Orlando, valorosissimo e crudele cavaliere saraceno, proprietario dell'armatura che mille anni prima era appartenuta ad Ettore, sentita la storia, si propone subito, senza farne parola, di inseguire le tracce di quel cavaliere per confrontarsi con lui. Parte immediatamanete per la campagna e trova molti testimoni e molte prove delle incredibili imprese del cavaliere, di Orlando.
Il Tartaro Mandricardo incontra un giorno sulla riva di un fiume un gruppo di soldati; proteggono Doralice, figlia del re di Granata e sposa di Rodomonte. Il crudele cavaliere vuole mettere alla prova quel gruppo di soldati, chiede di poter vedere la ragazza e li assale.
Il saraceno mente alla donna dicendo di averla sempre amata e di essere arrivato in Europa solo per poterla rivedere. Lei prende sempre più coraggio dalle parole di lui ed inizia anche a mostrarsi cortese e disponibile nei suoi confronti. La sera stessa si fermano ad un villaggio e sfogano la passione.
Tornando a Parigi, re Agramante viene a sapere che i rinforzi richiesti da re carlo sono ormai giunti in Francia. Viene pertanto deciso di fare tutto il possibile per espugnare la città prima che giunga l'aiuto, e viene preparato tutto il necessario per l'assalto.
All'interno della città di Parigi i cristiani chiedono con preghiere aiuto a Dio.
Viene dato il segnale ed inizia l'assalto. All'interno della città si opera per opporsi con ogni mezzo al nemico.
I cristiani intanto danno fuoco al letto di rami secchi che avevano posto tra mura e mura, facendo morire bruciati tutti i pagani che si erano avventurati oltre la prima cerchia.
Se i cristiani hanno perduto tutta la campagna, sono accerchiati e tenuti d'assedio a Parigi, i saraceni hanno perduto buona parte del proprio esercito e soprattutto dei propri comadanti. Le loro vittorie sono state ottenute a caro prezzo; la gioia della vittoria è sempre stata accompagnata dal rammarico per le perdite subite. Si può dire altrettanto della grande vittoria ottenuta dai Francesi nella battaglia di Ravenna, nella quale si fece tanto onore Alfonso d'Este.
Una schiera dell'esercito è guidata invece da Rodomonte, il più forte e coraggioso cavaliere saraceno ed anche il più acerrimo nemico della fede cristiana.
Mancano infine all'appello le schiere di Norizia e Tlemsen, ad Agramante viene così raccontata la strage compiuta dal cavaliere misterioso (Orlando), che aveva segnato anche la morte delle loro guide.
Guarda con invidia i cadaveri che incontra sulla propria strada, invidia per essere giunto tardi ad un così bel massacro.
Mandricardo combatte con una lancia. Aveva infatti trovato solo l'armatura di Ettore, la spada Durindana era stata già presa da Orlando, ed il guerriero Tartaro è intenzionato a non usare nessuna spada finché non riuscirà ad impossessarsi di quella del paladino.
Anche con la sola lancia spezzata, il saraceno fa una strage. Alcuni soldati cercano infine di scappare ma Mandricardo non sopporta l'idea di lasciare superstiti: li insegue e completa la sua opera.
Vista la bellezza di Doralice in lacrime, Mandircardo se ne innamora e come premio per la propria vittoria diviene quindi prigioniero d'amore. Prende sul proprio cavallo la donna, saluta benevolmente i servitori di Doralice, dicendo di prendersi ora lui cura di lei, e continua il suo viaggio. Ora è però meno interessato a ritrovare il cavaliere misterioso e rallenta quindi notevolmente la ricerca.
Ripartiti il giorno dopo, incontrano poi due cavalieri ed una donna che riposano all'ombra sulla riva di un fiume.
Dio incarica l'arcangelo Michele di portare Silenzio all'esercito arrivato dall'Inghilterra, per farlo giungere all'improvviso alla città di parigi, e Discordia nell'accampamento saraceno, così da creare in esso liti accese e ridurne la forza.
L'arcangelo si reca presso chiese e monasteri credendo di trovare Silenzio insieme ad altre buone qualità, trova invece Discordia, che aveva pensato di trovare nell'inferno, insieme ad altre cattive qualità. Michele affida a Discordia il compito assegnatole e chiede quindi a lei infromazioni su Silenzio. Gli viene risposto di provare a chiedere a Frode, per lungo tempo compagna di Silenzio in rapine ed omicidi. Gli viene risposto di andare a casa del Sonno, là troverà per certo Silenzio.
L'arcangelo lo trova e lo porta infine presso l'esercito guidato da Rinaldo, che, grazie a quell'aiuto, raggiunge in un solo giorno Parigi senza essere visto o sentito dagli avversari pagani.
Rodomonte passa però lo sbarramento, fa strage di cristiani e libera una delle torri di difesa della città, creando quindi una via facile di accesso per i propri compagni che conquistano così la prima cerchia di mura.
I saraceni si calano dalla prima mura per passare il fossato e cercare di scalare anche le mure interne di difesa. Rodomonte salta invece direttamente da una torra all'altra e riprende a fare strage.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Nei molti assalti e nei crudel conflitti,
ch'avuti avea con Francia,
Africa e Spagna,
morti erano infiniti, e derelitti
al lupo, al corvo,
all'aquila griffagna;
e ben che i Franchi fossero più afflitti,
che tutta
avean perduta la campagna;
più si doleano i Saracin, per molti
principi e
gran baron ch'eran lor tolti.
2
Ebbon vittorie così sanguinose,
che lor poco avanzò di che
allegrarsi.
E se alle antique le moderne cose,
invitto Alfonso, denno
assimigliarsi;
la gran vittoria, onde alle virtuose
opere vostre può la
gloria darsi,
di ch'aver sempre lacrimose ciglia
Ravenna debbe, a queste
s'assimiglia:
3
quando cedendo Morini e Picardi,
l'esercito normando e
l'aquitano,
voi nel mezzo assaliste gli stendardi
del quasi vincitor
nimico ispano,
seguendo voi quei gioveni gagliardi,
che meritar con
valorosa mano
quel dì da voi, per onorati doni,
l'else indorate e
gl'indorati sproni.
4
Con sì animosi petti che vi foro
vicini o poco lungi al gran
periglio,
crollaste sì le ricche Giande d'oro,
sì rompeste il baston
giallo e vermiglio,
ch'a voi si deve il trionfale alloro,
che non fu
guasto né sfiorato il Giglio.
D'un'altra fronde v'orna anco la
chioma
l'aver serbato il suo Fabrizio a Roma.
5
La gran Colonna del nome romano,
che voi prendeste, e che servaste
intera,
vi dà più onor che se di vostra mano
fosse caduta la milizia
fiera,
quanta n'ingrassa il campo ravegnano,
e quanta se n'andò senza
bandiera
d'Aragon, di Castiglia e di Navarra,
veduto non giovar spiedi né
carra.
6
Quella vittoria fu più di conforto,
che d'allegrezza; perché troppo
pesa
contra la gioia nostra il veder morto
il capitan di Francia e de
l'impresa;
e seco avere una procella absorto
tanti principi illustri, ch'a
difesa
dei regni lor, dei lor confederati,
di qua da le fredd'Alpi eran
passati.
7
Nostra salute, nostra vita in questa
vittoria suscitata si
conosce,
che difende che 'l verno e la tempesta
di Giove irato sopra noi
non crosce:
ma né goder potiam, né farne festa,
sentendo i gran ramarichi
e l'angosce,
ch'in veste bruna e lacrimosa guancia
le vedovelle fan per
tutta Francia.
8
Bisogna che proveggia il re Luigi
di nuovi capitani alle sue
squadre,
che per onor de l'aurea Fiordaligi
castighino le man rapaci e
ladre,
che suore, e frati e bianchi e neri e bigi
violato hanno, e sposa e
figlia e madre;
gittato in terra Cristo in sacramento,
per torgli un
tabernaculo d'argento.
9
O misera Ravenna, t'era meglio
ch'al vincitor non f�ssi
resistenza;
far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio,
che tu lo fossi a
Arimino e a Faenza.
Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio,
ch'insegni a
questi tuoi più continenza,
e conti lor quanti per simil torti
stati ne
sian per tutta Italia morti.
10
Come di capitani bisogna ora
che 'l re di Francia al campo suo
proveggia,
così Marsilio ed Agramante allora,
per dar buon reggimento alla
sua greggia,
dai lochi dove il verno fe' dimora,
vuol ch'in campagna
all'ordine si veggia;
perché vedendo ove bisogno sia,
guida e governo ad
ogni schiera dia.
11
Marsilio prima, e poi fece Agramante
passar la gente sua schiera per
schiera.
I Catalani a tutti gli altri inante
di Dorifebo van con la
bandiera.
Dopo vien, senza il suo re Folvirante,
che per man di Rinaldo
già morto era,
la gente di Navarra; e lo re ispano
halle dato Isolier per
capitano.
12
Balugante del popul di Leone,
Grandonio cura degli Algarbi
piglia;
il fratel di Marsilio, Falsirone,
ha seco armata la minor
Castiglia.
Seguon di Madarasso il gonfalone
quei che lasciato han Malaga e
Siviglia,
dal mar di Gade a Cordova feconda
le verdi ripe ovunque il Beti
inonda.
13
Stordilano e Tesira e Baricondo,
l'un dopo l'altro, mostra la sua
gente:
Granata al primo, Ulisbona al secondo,
e Maiorica al terzo è
ubidiente.
Fu d'Ulisbona re (tolto dal mondo
Larbin) Tesira, di Larbin
parente.
Poi vien Galizia, che sua guida, in vece
di Maricoldo, Serpentino
fece.
14
Quei di Tolledo e quei di Calatrava,
di ch'ebbe Sinagon già la
bandiera,
con tutta quella gente che si lava
in Guadiana e bee de la
riviera,
l'audace Matalista governava;
Bianzardin quei d'Asturga in una
schiera
con quei di Salamanca e di Piagenza,
d'Avila, di Zamora e di
Palenza.
15
Di quei di Saragosa e de la corte
del re Marsilio ha Ferraù il
governo:
tutta la gente è ben armata e forte.
In questi è Malgarino,
Balinverno,
Malzarise e Morgante, ch'una sorte
avea fatto abitar paese
esterno;
che, poi che i regni lor lor furon tolti,
gli avea Marsilio in
corte sua raccolti.
16
In questa è di Marsilio il gran bastardo,
Follicon d'Almeria, con
Doriconte,
Bavarte e Largalifa ed Analardo,
ed Archidante il sagontino
conte,
e Lamirante e Langhiran gagliardo,
e Malagur ch'avea l'astuzie
pronte,
ed altri ed altri, di quai penso, dove
tempo sarà, di far veder le
pruove.
17
Poi che passò l'esercito di Spagna
con bella mostra inanzi al re
Agramante,
con la sua squadra apparve alla campagna
il re d'Oran, che
quasi era gigante.
L'altra che vien, per Martasin si lagna,
il qual morto
le fu da Bradamante;
e si duol ch'una femina si vanti
d'aver ucciso il re
de' Garamanti.
18
Segue la terza schiera di Marmonda,
ch'Argosto morto abbandonò in
Guascogna:
a questa un capo, come alla seconda
e come anco alla quarta,
dar bisogna.
Quantunque il re Agramante non abonda
di capitani, pur ne
finge e sogna:
dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse,
e dove uopo ne fu,
guida li messe.
19
Diede ad Arganio quei di Libicana,
che piangean morto il negro
Dudrinasso.
Guida Brunello i suoi di Tingitana,
con viso nubiloso e ciglio
basso;
che, poi che ne la selva non lontana
dal castel ch'ebbe Atlante in
cima al sasso,
gli fu tolto l'annel da Bradamante,
caduto era in disgrazia
al re Agramante:
20
e se 'l fratel di Ferraù, Isoliero,
ch'a l'arbore legato
ritrovollo,
non facea fede inanzi al re del vero,
avrebbe dato in su le
forche un crollo.
Mutò, a' prieghi di molti, il re pensiero,
già avendo
fatto porgli il laccio al collo:
gli lo fece levar, ma riserbarlo
pel
primo error; che poi giurò impiccarlo:
21
sì ch'avea causa di venir Brunello
col viso mesto e con la testa
china.
Seguia poi Farurante, e dietro a quello
eran cavalli e fanti di
Maurina.
Venìa Libanio appresso, il re novello:
la gente era con lui di
Constantina;
però che la corona e il baston d'oro
gli ha dato il re, che
fu di Pinadoro.
22
Con la gente d'Esperia Soridano,
e Dorilon ne vien con quei di
Setta;
ne vien coi Nasamoni Puliano.
Quelli d'Amonia il re Agricalte
affretta;
Malabuferso quelli di Fizano.
Da Finadurro è l'altra squadra
retta,
che di Canaria viene e di Marocco;
Balastro ha quei che fur del re
Tardocco.
23
Due squadre, una di Mulga, una d'Arzilla,
seguono: e questa ha 'l
suo signore antico;
quella n'è priva; e però il re sortilla,
e diella a
Corineo suo fido amico.
E così de la gente d'Almansilla,
ch'ebbe
Tanfirion, fe' re Caico;
diè quella di Getulia a Rimedonte.
Poi vien con
quei di Cosca Balinfronte.
24
Quell'altra schiera è la gente di Bolga:
suo re è Clarindo, e già fu
Mirabaldo.
Vien Baliverzo, il qual vuò che tu tolga
di tutto il gregge pel
maggior ribaldo.
Non credo in tutto il campo si disciolga
bandiera
ch'abbia esercito più saldo
de l'altra, con che segue il re Sobrino,
né
più di lui prudente Saracino.
25
Quei di Bellamarina, che Gualciotto
solea guidare, or guida il re
d'Algieri
Rodomonte, e di Sarza, che condotto
di nuovo avea pedoni e
cavallieri;
che mentre il sol fu nubiloso sotto
il gran centauro e i corni
orridi e fieri,
fu in Africa mandato da Agramante,
onde venuto era tre
giorni inante.
26
Non avea il campo d'Africa più forte,
né Saracin più audace di
costui:
e più temean le parigine porte,
ed avean più cagion di temer
lui,
che Marsilio, Agramante e la gran corte
ch'avea seguito in Francia
questi dui:
e più d'ogni altro che facesse mostra,
era nimico de la fede
nostra.
27
Vien Prusione, il re de l'Alvaracchie;
poi quel de la Zumara,
Dardinello.
Non so s'abbiano o nottole o cornacchie,
o altro manco ed
importuno augello,
il qual dai tetti e da le fronde gracchie
futuro mal,
predetto a questo e a quello,
che fissa in ciel nel dì seguente è
l'ora
che l'uno e l'altro in quella pugna muora.
28
In campo non aveano altri a venire,
che quei di Tremisenne e di
Norizia;
né si vedea alla mostra comparire
il segno lor, né dar di sé
notizia.
Non sapendo Agramante che si dire,
né che pensar di questa lor
pigrizia,
uno scudiero al fin gli fu condutto
del re di Tremisen, che
narrò il tutto.
29
E gli narrò ch'Alzirdo e Manilardo
con molti altri de' suoi giaceano
al campo.
- Signor (diss'egli), il cavallier gagliardo
ch'ucciso ha i
nostri, ucciso avria il tuo campo,
se fosse stato a torsi via più tardo
di
me, ch'a pena ancor così ne scampo.
Fa quel de' cavallieri e de'
pedoni,
che 'l lupo fa di capre e di montoni. -
30
Era venuto pochi giorni avante
nel campo del re d'Africa un
signore;
né in Ponente era, né in tutto Levante,
di più forza di lui, né
di più core.
Gli facea grande onore il re Agramante,
per esser costui
figlio e successore
in Tartaria del re Agrican gagliardo:
suo nome era il
feroce Mandricardo.
31
Per molti chiari gesti era famoso,
e di sua fama tutto il mondo
empìa;
ma lo facea più d'altro glorioso,
ch'al castel de la fata di
Soria
l'usbergo avea acquistato luminoso
ch'Ettor troian portò mille anni
pria,
per strana e formidabile aventura,
che 'l ragionarne pur mette
paura.
32
Trovandosi costui dunque presente
a quel parlar, alzò l'ardita
faccia;
e si dispose andare immantinente,
per trovar quel guerrier, dietro
alla traccia.
Ritenne occulto il suo pensiero in mente,
o sia perché
d'alcun stima non faccia,
o perché tema, se 'l pensier palesa,
ch'un altro
inanzi a lui pigli l'impresa.
33
Allo scudier fe' dimandar come era
la sopravesta di quel
cavalliero.
Colui rispose: - Quella è tutta nera,
lo scudo nero, e non ha
alcun cimiero. -
E fu, Signor, la sua risposta vera,
perché lasciato
Orlando avea il quartiero;
che come dentro l'animo era in doglia,
così
imbrunir di fuor volse la spoglia.
34
Marsilio a Mandricardo avea donato
un destrier baio a scorza di
castagna,
con gambe e chiome nere; ed era nato
di frisa madre e d'un
villan di Spagna.
Sopra vi salta Mandricardo armato,
e galoppando va per
la campagna;
e giura non tornare a quelle schiere
se non truova il campion
da l'arme nere.
35
Molta incontrò de la paurosa gente
che da le man d'Orlando era
fuggita,
chi del figliuol, chi del fratel dolente,
ch'inanzi agli occhi
suoi perdè la vita.
Ancora la codarda e trista mente
ne la pallida faccia
era sculpita;
ancor, per la paura che avuta hanno,
pallidi, muti ed
insensati vanno.
36
Non fe' lungo camin, che venne dove
crudel spettaculo ebbe ed
inumano,
ma testimonio alle mirabil pruove
che fur raconte inanzi al re
africano.
Or mira questi, or quelli morti, e muove,
e vuol le piaghe
misurar con mano,
mosso da strana invidia ch'egli porta
al cavallier
ch'avea la gente morta.
37
Come lupo o mastin ch'ultimo giugne
al bue lasciato morto da'
villani,
che truova sol le corna, l'ossa e l'ugne,
del resto son sfamati
augelli e cani;
riguarda invano il teschio che non ugne:
così fa il crudel
barbaro in que' piani.
Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa,
che
venne tardi e così ricca mensa.
38
Quel giorno e mezzo l'altro segue incerto
il cavallier dal negro, e
ne domanda.
Ecco vede un pratel d'ombre coperto,
che sì d'un alto fiume si
ghirlanda,
che lascia a pena un breve spazio aperto,
dove l'acqua si torce
ad altra banda.
Un simil luogo con girevol onda
sotto Ocricoli il Tevere
circonda.
39
Dove entrar si potea, con l'arme indosso
stavano molti cavallieri
armati.
Chiede il pagan, chi gli avea in stuol sì grosso,
ed a che effetto
insieme ivi adunati.
Gli fe' risposta il capitano, mosso
dal signoril
sembiante e da' fregiati
d'oro e di gemme arnesi di gran pregio,
che lo
mostravan cavalliero egregio.
40
- Dal nostro re siàn (disse) di Granata
chiamati in compagnia de la
figliuola,
la quale al re di Sarza ha maritata,
ben che di ciò la fama
ancor non vola.
Come appresso la sera racchetata
la cicaletta sia, ch'or
s'ode sola,
avanti al padre fra l'ispane torme
la condurremo: intanto ella
si dorme. -
41
Colui, che tutto il mondo vilipende,
disegna di veder tosto la
pruova,
se quella gente o bene o mal difende
la donna, alla cui guardia si
ritruova.
Disse: - Costei, per quanto se n'intende,
è bella; e di saperlo
ora mi giova.
A lei mi mena, o falla qui venire;
ch'altrove mi convien
subito gire. -
42
- Esser per certo dei pazzo solenne, -
rispose il Granatin, né più
gli disse.
Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne
con l'asta bassa, e il
petto gli trafisse;
che la corazza il colpo non sostenne,
e forza fu che
morto in terra gisse.
L'asta ricovra il figlio d'Agricane,
perché altro da
ferir non gli rimane.
43
Non porta spada né baston; che quando
l'arme acquistò, che fu
d'Ettor troiano,
perché trovò che lor mancava il brando,
gli convenne
giurar (né giurò invano)
che fin che non togliea quella d'Orlando,
mai non
porrebbe ad altra spada mano:
Durindana ch'Almonte ebbe in gran stima,
e
Orlando or porta, Ettor portava prima.
44
Grande è l'ardir del Tartaro, che vada
con disvantaggio tal contra
coloro,
gridando: - Chi mi vuol vietar la strada? -
E con la lancia si
cacciò tra loro.
Chi l'asta abbassa, e chi tra' fuor la spada;
e
d'ogn'intorno subito gli foro.
Egli ne fece morir una frotta,
prima che
quella lancia fosse rotta.
45
Rotta che se la vede, il gran troncone
che resta intero, ad ambe
mani afferra;
e fa morir con quel tante persone,
che non fu vista mai più
crudel guerra.
Come tra' Filistei l'ebreo Sansone
con la mascella che levò
di terra,
scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spesso
spenge i cavalli
ai cavallieri appresso.
46
Correno a morte que' miseri a gara,
né perché cada l'un, l'altro
andar cessa;
che la maniera del morire, amara
lor par più assai che non è
morte istessa.
Patir non ponno che la vita cara
tolta lor sia da un pezzo
d'asta fessa,
e sieno sotto alle picchiate strane
a morir giunti, come
biscie o rane.
47
Ma poi ch'a spese lor si furo accorti
che male in ogni guisa era
morire,
sendo già presso alli duo terzi morti,
tutto l'avanzo cominciò a
fuggire.
Come del proprio aver via se gli porti,
il Saracin crudel non può
patire
ch'alcun di quella turba sbigottita
da lui partir si debba con la
vita.
48
Come in palude asciutta dura poco
stridula canna, o in campo àrrida
stoppia
contra il soffio di borea e contra il fuoco
che 'l cauto
agricultore insieme accoppia,
quando la vaga fiamma occupa il loco,
e
scorre per li solchi, e stride e scoppia;
così costor contra la furia
accesa
di Mandricardo fan poca difesa.
49
Poscia ch'egli restar vede l'entrata,
che mal guardata fu, senza
custode;
per la via che di nuovo era segnata
ne l'erba, e al suono dei
ramarchi ch'ode,
viene a veder la donna di Granata,
se di bellezze è pari
alle sue lode:
passa tra i corpi de la gente morta,
dove gli dà, torcendo,
il fiume porta.
50
E Doralice in mezzo il prato vede
(che così nome la donzella
avea),
la qual, suffolta da l'antico piede
d'un frassino silvestre, si
dolea.
Il pianto, come un rivo che succede
di viva vena, nel bel sen
cadea;
e nel bel viso si vedea che insieme
de l'altrui mal si duole, e del
suo teme.
51
Crebbe il timor, come venir lo vide
di sangue brutto e con faccia
empia e oscura,
e'l grido sin al ciel l'aria divide,
di sé e de la sua
gente per paura;
che, oltre i cavallier, v'erano guide,
che de la bella
infante aveano cura,
maturi vecchi, e assai donne e donzelle
del regno di
Granata, e le più belle.
52
Come il Tartaro vede quel bel viso
che non ha paragone in tutta
Spagna,
e c'ha nel pianto (or ch'esser de' nel riso?)
tesa d'Amor
l'inestricabil ragna;
non sa se vive in terra o in paradiso:
né de la sua
vittoria altro guadagna,
se non che in man de la sua prigioniera
si dà
prigione, e non sa in qual maniera.
53
A lei però non si concede tanto,
che del travaglio suo le doni il
frutto;
ben che piangendo ella dimostri, quanto
possa donna mostrar,
dolore e lutto.
Egli, sperando volgerle quel pianto
in sommo gaudio, era
disposto al tutto
menarla seco; e sopra un bianco ubino
montar la fece, e
tornò al suo camino.
54
Donne e donzelle e vecchi ed altra gente,
ch'eran con lei venuti di
Granata,
tutti licenziò benignamente,
dicendo: - Assai da me fia
accompagnata;
io mastro, io balia, io le sarò sergente
in tutti i suoi
bisogni: a Dio brigata. -
Così, non gli possendo far riparo,
piangendo e
sospirando se n'andaro;
55
tra lor dicendo: - Quanto doloroso
ne sarà il padre, come il caso
intenda!
quanta ira, quanto duol ne avrà il suo sposo!
oh come ne farà
vendetta orrenda!
Deh, perché a tempo tanto bisognoso
non è qui presso a
far che costui renda
il sangue illustre del re Stordilano,
prima che se lo
porti più lontano? -
56
De la gran preda il Tartaro contento,
che fortuna e valor gli ha
posta inanzi,
di trovar quel dal negro vestimento
non par ch'abbia la
fretta ch'avea dianzi.
Correva dianzi: or viene adagio e lento;
e pensa
tuttavia dove si stanzi,
dove ritruovi alcun commodo loco,
per esalar
tanto amoroso foco.
57
Tuttavolta conforta Doralice,
ch'avea di pianto e gli occhi e 'l
viso molle:
compone e finge molte cose, e dice
che per fama gran tempo ben
le volle;
e che la patria, e il suo regno felice
che 'l nome di grandezza
agli altri tolle,
lasciò, non per vedere o Spagna o Francia,
ma sol per
contemplar sua bella guancia.
58
- Se per amar, l'uom debbe essere amato,
merito il vostro amor; che
v'ho amat'io:
se per stirpe, di me chi è meglio nato?
che'l possente
Agrican fu il padre mio:
se per ricchezza, chi ha di me più stato?
che di
dominio io cedo solo a Dio:
se per valor, credo oggi aver esperto
ch'esser
amato per valore io merto. -
59
Queste parole ed altre assai, ch'Amore
a Mandricardo di sua bocca
ditta,
van dolcemente a consolar il core
de la donzella di paura
afflitta.
Il timor cessa, e poi cessa il dolore
che le avea quasi l'anima
trafitta.
Ella comincia con più pazienza
a dar più grata al nuovo amante
udienza;
60
poi con risposte più benigne molto
a mostrarsegli affabile e
cortese,
e non negargli di fermar nel volto
talor le luci di pietade
accese:
onde il pagan, che da lo stral fu colto
altre volte d'Amor,
certezza prese,
non che speranza, che la donna bella
non saria a' suo'
desir sempre ribella.
61
Con questa compagnia lieto e gioioso,
che sì gli satisfà, sì gli
diletta,
essendo presso all'ora ch'a riposo
la fredda notte ogni animale
alletta,
vedendo il sol già basso e mezzo ascoso,
comminciò a cavalcar con
maggior fretta;
tanto ch'udì sonar zuffoli e canne,
e vide poi fumar ville
e capanne.
62
Erano pastorali alloggiamenti,
miglior stanza e più commoda, che
bella.
Quivi il guardian cortese degli armenti
onorò il cavalliero e la
donzella,
tanto che si chiamar da lui contenti;
che non pur per cittadi e
per castella,
ma per tuguri ancora e per fenili
spesso si trovan gli
uomini gentili.
63
Quel che fosse dipoi fatto all'oscuro
tra Doralice e il figlio
d'Agricane,
a punto racontar non m'assicuro;
sì ch'al giudicio di ciascun
rimane.
Creder si può che ben d'accordo furo;
che si levar più allegri la
dimane,
e Doralice ringraziò il pastore,
che nel suo albergo le avea fatto
onore.
64
Indi d'uno in un altro luogo errando,
si ritrovaro al fin sopra un
bel fiume
che con silenzio al mar va declinando,
e se vada o se stia, mal
si prosume;
limpido e chiaro sì, ch'in lui mirando,
senza contesa al fondo
porta il lume.
In ripa a quello, a una fresca ombra e bella,
trovar dui
cavallieri e una donzella.
65
Or l'alta fantasia, ch'un sentier solo
non vuol ch'i'segua ognor,
quindi mi guida,
e mi ritorna ove il moresco stuolo
assorda di rumor
Francia e di grida,
d'intorno il padiglione ove il figliuolo
del re
Troiano il santo Impero sfida,
e Rodomonte audace se gli vanta
arder
Parigi e spianar Roma santa.
66
Venuto ad Agramante era all'orecchio,
che già l'Inglesi avean
passato il mare:
però Marsilio e il re del Garbo vecchio
e gli altri
capitan fece chiamare.
Consiglian tutti a far grande apparecchio,
sì che
Parigi possino espugnare.
Ponno esser certi che più non s'espugna,
se nol
fan prima che l'aiuto giugna.
67
Già scale innumerabili per questo
da' luoghi intorno avea fatto
raccorre,
ed asse e travi, e vimine contesto,
che lo poteano a diversi usi
porre;
e navi e ponti: e più facea che 'l resto,
il primo e il secondo
ordine disporre
a dar l'assalto; ed egli vuol venire
tra quei che la città
denno assalire.
68
L'imperatore il dì che 'l dì precesse
de la battaglia, fe' dentro a
Parigi
per tutto celebrare uffici e messe
a preti, a frati bianchi, neri e
bigi;
e le gente che dianzi eran confesse,
e di man tolte agl'inimici
stigi,
tutti communicar, non altramente
ch'avessino a morir il dì
seguente.
69
Ed egli tra baroni e paladini,
principi ed oratori, al maggior
tempio
con molta religione a quei divini
atti intervenne, e ne diè agli
altri esempio.
Con le man giunte e gli occhi al ciel supini,
disse: -
Signor, ben ch'io sia iniquo ed empio,
non voglia tua bontà, pel mio
fallire,
che 'l tuo popul fedele abbia a patire.
70
E se gli è tuo voler ch'egli patisca,
e ch'abbia il nostro error
degni supplici,
almeno la punizion si differisca
sì, che per man non sia
de' tuoi nemici;
che quando lor d'uccider noi sortisca,
che nome avemo pur
d'esser tuo' amici,
i pagani diran che nulla puoi,
che perir lasci i
partigiani tuoi.
71
E per un che ti sia fatto ribelle,
cento ti si faran per tutto il
mondo;
tal che la legge falsa di Babelle
caccerà la tua fede e porrà al
fondo.
Difendi queste genti, che son quelle
che 'l tuo sepulcro hanno
purgato e mondo
da' brutti cani, e la tua santa Chiesa
con li vicari suoi
spesso difesa.
72
So che i meriti nostri atti non sono
a satisfare al debito
d'un'oncia;
né devemo sperar da te perdono,
se riguardiamo a nostra vita
sconcia:
ma se vi aggiugni di tua grazia il dono,
nostra ragion fia
ragguagliata e concia;
né del tuo aiuto disperar possiamo,
qualor di tua
pietà ci ricordiamo. -
73
Così dicea l'imperator devoto,
con umiltade e contrizion di
core.
Giunse altri prieghi e convenevol voto
al gran bisogno e all'alto
suo splendore.
Non fu il caldo pregar d'effetto voto;
però che 'l genio
suo, l'angel migliore,
i prieghi tolse e spiegò al ciel le penne,
ed a
narrare al Salvator li venne.
74
E furo altri infiniti in quello instante
da tali messagger portati a
Dio;
che come gli ascoltar l'anime sante,
dipinte di pietade il viso
pio,
tutte miraro il sempiterno Amante,
e gli mostraro il commun lor
disio,
che la giusta orazion fosse esaudita
del populo cristian che chiede
aita.
75
E la Bontà ineffabile, ch'invano
non fu pregata mai da cor
fedele,
leva gli occhi pietosi, e fa con mano
cenno che venga a sé l'angel
Michele.
- Va (gli disse) all'esercito cristiano
che dianzi in Picardia
calò le vele,
e al muro di Parigi l'appresenta
sì, che 'l campo nimico non
lo senta.
76
Truova prima il Silenzio, e da mia parte
gli di' che teco a questa
impresa venga;
ch'egli ben proveder con ottima arte
saprà di quanto
proveder convenga.
Fornito questo, subito va in parte
dove il suo seggio
la Discordia tenga:
dille che l'esca e il fucil seco prenda,
e nel campo
de' Mori il fuoco accenda;
77
e tra quei che vi son detti più forti
sparga tante zizzanie e tante
liti,
che combattano insieme; ed altri morti,
altri ne sieno presi, altri
feriti,
e fuor del campo altri lo sdegno porti
sì che il lor re poco di
lor s'aiti. -
Non replica a tal detto altra parola
il benedetto augel, ma
dal ciel vola.
78
Dovunque drizza Michel angel l'ale,
fuggon le nubi, e torna il ciel
sereno.
Gli gira intorno un aureo cerchio, quale
veggiàn di notte
lampeggiar baleno.
Seco pensa tra via, dove si cale
il celeste corrier per
fallir meno
a trovar quel nimico di parole,
a cui la prima commission far
vuole.
79
Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi;
e se accordaro infin
tutti i pensieri,
che de frati e de monachi rinchiusi
lo può trovare in
chiese e in monasteri,
dove sono i parlari in modo esclusi,
che 'l
Silenzio, ove cantano i salteri,
ove dormeno, ove hanno la piatanza,
e
finalmente è scritto in ogni stanza.
80
Credendo quivi ritrovarlo, mosse
con maggior fretta le dorate
penne;
e di veder ch'ancor Pace vi fosse,
Quiete e Carità, sicuro
tenne.
Ma da la opinion sua ritrovosse
tosto ingannato, che nel chiostro
venne:
non è Silenzio quivi; e gli fu ditto
che non v'abita più, fuor che
in iscritto.
81
Né Pietà, né Quiete, né Umiltade,
né quivi Amor, né quivi Pace
mira.
Ben vi fur già, ma ne l'antiqua etade;
che le cacciar Gola, Avarizia
ed Ira,
Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.
Di tanta novità l'angel
si ammira:
andò guardando quella brutta schiera,
e vide ch'anco la
Discordia v'era.
82
Quella che gli avea detto il Padre eterno,
dopo il Silenzio, che
trovar dovesse.
Pensato avea di far la via d'Averno,
che si credea che
tra' dannati stesse;
e ritrovolla in questo nuovo inferno
(ch'il
crederia?) tra santi uffici e messe.
Par di strano a Michel ch'ella vi
sia,
che per trovar credea di far gran via.
83
La conobbe al vestir di color cento,
fatto a liste inequali ed
infinite,
ch'or la cuoprono or no; che i passi e 'l vento
le giano
aprendo, ch'erano sdrucite.
I crini avea qual d'oro e qual d'argento,
e
neri e bigi, e aver pareano lite;
altri in treccia, altri in nastro eran
raccolti,
molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.
84
Di citatorie piene e di libelli,
d'esamine e di carte di
procure
avea le mani e il seno, e gran fastelli
di chiose, di consigli e
di letture;
per cui le facultà de' poverelli
non sono mai ne le città
sicure.
Aveva dietro e dinanzi e d'ambi i lati,
notai, procuratori ed
avocati.
85
La chiama a sé Michele, e le commanda
che tra i più forti Saracini
scenda,
e cagion truovi, che con memoranda
ruina insieme a guerreggiar gli
accenda.
Poi del Silenzio nuova le domanda:
facilmente esser può ch'essa
n'intenda,
sì come quella ch'accendendo fochi
di qua e di là, va per
diversi lochi.
86
Rispose la Discordia: - Io non ho a mente
in alcun loco averlo mai
veduto:
udito l'ho ben nominar sovente,
e molto commendarlo per
astuto.
Ma la Fraude, una qui di nostra gente,
che compagnia talvolta gli
ha tenuto,
penso che dir te ne saprà novella; -
e verso una alzò il dito,
e disse: - � quella. -
87
Avea piacevol viso, abito onesto,
un umil volger d'occhi, un andar
grave,
un parlar sì benigno e sì modesto,
che parea Gabriel che dicesse:
Ave.
Era brutta e deforme in tutto il resto:
ma nascondea queste fattezze
prave
con lungo abito e largo; e sotto quello,
attosicato avea sempre il
coltello.
88
Domanda a costei l'angelo, che via
debba tener, sì che 'l Silenzio
truove.
Disse la Fraude: - Già costui solia
fra virtudi abitare, e non
altrove,
con Benedetto e con quelli d'Elia
ne le badie, quando erano ancor
nuove:
fe' ne le scuole assai de la sua vita
al tempo di Pitagora e
d'Archita.
89
Mancati quei filosofi e quei santi
che lo solean tener pel camin
ritto,
dagli onesti costumi ch'avea inanti,
fece alle sceleraggini
tragitto.
Cominciò andar la notte con gli amanti,
indi coi ladri, e fare
ogni delitto.
Molto col Tradimento egli dimora:
veduto l'ho con l'Omicidio
ancora.
90
Con quei che falsan le monete ha usanza
di ripararsi in qualche buca
scura.
Così spesso compagni muta e stanza,
che 'l ritrovarlo ti saria
ventura;
ma pur ho d'insegnartelo speranza:
se d'arrivare a mezza notte
hai cura
alla casa del Sonno, senza fallo
potrai (che quivi dorme)
ritrovallo. -
91
Ben che soglia la Fraude esser bugiarda,
pur è tanto il suo dir
simile al vero,
che l'angelo le crede; indi non tarda
a volarsene fuor del
monastero.
Tempra il batter de l'ale, e studia e guarda
giungere in tempo
al fin del suo sentiero,
ch'alla casa del Sonno, che ben dove
era sapea,
questo Silenzio truove.
92
Giace in Arabia una valletta amena,
lontana da cittadi e da
villaggi,
ch'all'ombra di duo monti è tutta piena
d'antiqui abeti e di
robusti faggi.
Il sole indarno il chiaro dì vi mena;
che non vi può mai
penetrar coi raggi,
sì gli è la via da folti rami tronca:
e quivi entra
sotterra una spelonca.
93
Sotto la negra selva una capace
e spaziosa grotta entra nel
sasso,
di cui la fronte l'edera seguace
tutta aggirando va con storto
passo.
In questo albergo il grave Sonno giace;
l'Ozio da un canto
corpulento e grasso,
da l'altro la Pigrizia in terra siede,
che non può
andare, e mal reggersi in piede.
94
Lo smemorato Oblio sta su la porta:
non lascia entrar, né riconosce
alcuno;
non ascolta imbasciata, né riporta;
e parimente tien cacciato
ognuno.
Il Silenzio va intorno, e fa la scorta:
ha le scarpe di feltro, e
'l mantel bruno;
ed a quanti n'incontra, di lontano,
che non debban venir,
cenna con mano.
95
Se gli accosta all'orecchio e pianamente
l'angel gli dice: - Dio
vuol che tu guidi
a Parigi Rinaldo con la gente
che per dar, mena, al suo
signor sussidi:
ma che lo facci tanto chetamente,
ch'alcun de' Saracin non
oda i gridi;
sì che più tosto che ritruovi il calle
la Fama d'avisar, gli
abbia alle spalle. -
96
Altrimente il Silenzio non rispose,
che col capo accennando che
faria;
e dietro ubidiente se gli pose;
e furo al primo volo in
Picardia.
Michel mosse le squadre coraggiose,
e fe' lor breve un gran
tratto di via;
sì che in un dì a Parigi le condusse,
né alcun s'avide che
miracol fusse.
97
Discorreva il Silenzio, e tuttavolta,
e dinanzi alle squadre e
d'ogn'intorno
facea girare un'alta nebbia in volta,
ed avea chiaro
ogn'altra parte il giorno;
e non lasciava questa nebbia folta,
che
s'udisse di fuor tromba né corno:
poi n'andò tra' pagani, e menò seco
un
non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco.
98
Mentre Rinaldo in tal fretta venìa,
che ben parea da l'angelo
condotto,
e con silenzio tal, che non s'udia
nel campo saracin farsene
motto;
il re Agramante avea la fanteria
messo ne' borghi di Parigi, e
sotto
le minacciate mura in su la fossa,
per far quel dì l'estremo di sua
possa.
99
Chi può contar l'esercito che mosso
questo dì contro Carlo ha 'l re
Agramante,
conterà ancora in su l'ombroso dosso
del silvoso Apennin tutte
le piante;
dirà quante onde, quando è il mar più grosso,
bagnano i piedi
al mauritano Atlante;
e per quanti occhi il ciel le furtive opre
degli
amatori a mezza notte scuopre.
100
Le campane si sentono a martello
di spessi colpi e spaventosi
tocche;
si vede molto, in questo tempio e in quello,
alzar di mano e
dimenar di bocche.
Se 'l tesoro paresse a Dio sì bello,
come alle nostre
openioni sciocche,
questo era il dì che 'l santo consistoro
fatto avria in
terra ogni sua statua d'oro.
101
S'odon ramaricare i vecchi giusti,
che s'erano serbati in quelli
affanni,
e nominar felici i sacri busti
composti in terra già molti e
molt'anni.
Ma gli animosi gioveni robusti
che miran poco i lor propinqui
danni,
sprezzando le ragion de' più maturi,
di qua di là vanno correndo a'
muri.
102
Quivi erano baroni e paladini,
re, duci, cavallier, marchesi e
conti,
soldati forestieri e cittadini,
per Cristo e pel suo onore a morir
pronti;
che per uscire adosso ai Saracini,
pregan l'imperator ch'abbassi i
ponti.
Gode egli di veder l'animo audace,
ma di lasciarli uscir non li
compiace.
103
E li dispone in oportuni lochi,
per impedire ai barbari la
via:
là si contenta che ne vadan pochi,
qua non basta una grossa
compagnia;
alcuni han cura maneggiare i fuochi,
le machine altri, ove
bisogno sia.
Carlo di qua di là non sta mai fermo:
va soccorrendo, e fa
per tutto schermo.
104
Siede Parigi in una gran pianura,
ne l'ombilico a Francia, anzi nel
core;
gli passa la riviera entro le mura,
e corre, ed esce in altra parte
fuore.
Ma fa un'isola prima, e v'assicura
de la città una parte, e la
migliore;
l'altre due (ch'in tre parti è la gran terra)
di fuor la fossa,
e dentro il fiume serra.
105
Alla città, che molte miglia gira,
da molte parti si può dar
battaglia:
ma perché sol da un canto assalir mira,
né volentier l'esercito
sbarraglia,
oltre il fiume Agramante si ritira
verso ponente, acciò che
quindi assaglia;
però che né cittade né campagna
ha dietro, se non sua,
fin alla Spagna.
106
Dovunque intorno il gran muro circonda,
gran munizioni avea già
Carlo fatte,
fortificando d'argine ogni sponda
con scannafossi dentro e
case matte;
onde entra ne la terra, onde esce l'onda,
grossissime catene
aveva tratte;
ma fece, più ch'altrove, provedere
là dove avea più causa di
temere.
107
Con occhi d'Argo il figlio di Pipino
previde ove assalir dovea
Agramante;
e non fece disegno il Saracino,
a cui non fosse riparato
inante.
Con Ferraù, Isoliero, Serpentino,
Grandonio, Falsirone e
Balugante,
e con ciò che di Spagna avea menato,
restò Marsilio alla
campagna armato.
108
Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,
con Pulian, con
Dardinel d'Almonte,
col re d'Oran, ch'esser gigante accenna,
lungo sei
braccia dai piedi alla fronte.
Deh perché a muover men son io la
penna,
che quelle genti a muover l'arme pronte?
che 'l re di Sarza, pien
d'ira e di sdegno,
grida e bestemmia e non può star più a segno.
109
Come assalire o vasi pastorali,
o le dolci reliquie de'
convivi
soglion con rauco suon di stridule ali
le impronte mosche a' caldi
giorni estivi;
come li storni a rosseggianti pali
vanno de mature uve:
così quivi,
empiendo il ciel di grida e di rumori,
veniano a dare il fiero
assalto i Mori.
110
L'esercito cristian sopra le mura
con lance, spade e scure e pietre
e fuoco
difende la città senza paura,
e il barbarico orgoglio estima
poco;
e dove Morte uno ed un altro fura,
non è chi per viltà ricusi il
loco.
Tornano i Saracin giù ne le fosse
a furia di ferite e di
percosse.
111
Non ferro solamente vi s'adopra,
ma grossi massi, e merli integri e
saldi,
e muri dispiccati con molt'opra,
tetti di torri, e gran pezzi di
spaldi.
L'acque bollenti che vengon di sopra,
portano a' Mori
insupportabil caldi;
e male a questa pioggia si resiste,
ch'entra per gli
elmi, e fa acciecar le viste.
112
E questa più nocea che 'l ferro quasi:
or che de' far la nebbia di
calcine?
or che doveano far li ardenti vasi
con olio e zolfo e peci e
trementine?
I cerchi in munizion non son rimasi,
che d'ogn'intorno hanno
di fiamma il crine:
questi, scagliati per diverse bande,
mettono a'
Saracini aspre ghirlande.
113
Intanto il re di Sarza avea cacciato
sotto le mura la schiera
seconda,
da Buraldo, da Ormida accompagnato,
quel Garamante, e questo di
Marmonda.
Clarindo e Soridan gli sono allato,
né par che 'l re di Setta si
nasconda;
segue il re di Marocco e quel di Cosca,
ciascun perché il valor
suo si conosca.
114
Ne la bandiera, ch'è tutta vermiglia,
Rodomonte di Sarza il leon
spiega,
che la feroce bocca ad una briglia
che gli pon la sua donna, aprir
non niega.
Al leon sé medesimo assimiglia;
e per la donna che lo frena e
lega,
la bella Doralice ha figurata,
figlia di Stordilan re di
Granata:
115
quella che tolto avea, come io narrava,
re Mandricardo, e dissi
dove e a cui.
Era costei che Rodomonte amava
più che'l suo regno e più che
gli occhi sui;
e cortesia e valor per lei mostrava,
non già sapendo ch'era
in forza altrui:
se saputo l'avesse, allora allora
fatto avria quel che
fe' quel giorno ancora.
116
Sono appoggiate a un tempo mille scale,
che non han men di dua per
ogni grado.
Spinge il secondo quel ch'inanzi sale;
che 'l terzo lui montar
fa suo mal grado.
Chi per virtù, chi per paura vale:
convien ch'ognun per
forza entri nel guado;
che qualunche s'adagia, il re d'Algiere,
Rodomonte
crudele, uccide o fere.
117
Ognun dunque si sforza di salire
tra il fuoco e le ruine in su le
mura.
Ma tutti gli altri guardano, se aprire
veggiano passo ove sia poca
cura:
sol Rodomonte sprezza di venire,
se non dove la via meno è
sicura.
Dove nel caso disperato e rio
gli altri fan voti, egli bestemmia
Dio.
118
Armato era d'un forte duro usbergo,
che fu di drago una scagliosa
pelle.
Di questo già si cinse il petto e 'l tergo
quello avol suo
ch'edificò Babelle,
e si pensò cacciar de l'aureo albergo,
e torre a Dio
il governo de le stelle:
l'elmo e lo scudo fece far perfetto,
e il brando
insieme; e solo a questo effetto.
119
Rodomonte non già men di Nembrotte
indomito, superbo e
furibondo,
che d'ire al ciel non tarderebbe a notte,
quando la strada si
trovasse al mondo,
quivi non sta a mirar s'intere o rotte
sieno le mura, o
s'abbia l'acqua fondo:
passa la fossa, anzi la corre e vola,
ne l'acqua e
nel pantan fin alla gola.
120
Di fango brutto, e molle d'acqua vanne
tra il foco e i sassi e gli
archi e le balestre,
come andar suol tra le palustri canne
de la nostra
Mallea porco silvestre,
che col petto, col grifo e con le zanne
fa,
dovunque si volge, ample finestre.
Con lo scudo alto il Saracin sicuro
ne
vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
121
Non sì tosto all'asciutto è Rodomonte,
che giunto si sentì su le
bertresche,
che dentro alla muraglia facean ponte
capace e largo alle
squadre francesche.
Or si vede spezzar più d'una fronte,
far chieriche
maggior de le fratesche,
braccia e capi volare; e ne la fossa
cader da'
muri una fiumana rossa.
122
Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende
la crudel spada, e
giunge il duca Arnolfo.
Costui venìa di là dove discende
l'acqua del Reno
nel salato golfo.
Quel miser contra lui non si difende
meglio che faccia
contra il fuoco il zolfo;
e cade in terra, e dà l'ultimo crollo,
dal capo
fesso un palmo sotto il collo.
123
Uccide di rovescio in una volta
Anselmo, Oldrado, Spineloccio e
Prando:
il luogo stretto e la gran turba folta
fece girar sì pienamente il
brando.
Fu la prima metade a Fiandra tolta,
l'altra scemata al populo
normando.
Divise appresso da la fronte al petto,
ed indi al ventre, il
maganzese Orghetto.
124
Getta da' merli Andropono e Moschino
giù ne la fossa: il primo è
sacerdote;
non adora il secondo altro che 'l vino,
e le bigonce a un sorso
n'ha già vuote.
Come veneno e sangue viperino
l'acque fuggia quanto fuggir
si puote:
or quivi muore; e quel che più l'annoia,
è 'l sentir che
nell'acqua se ne muoia.
125
Tagliò in due parti il provenzal Luigi,
e passò il petto al
tolosano Arnaldo.
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi
mandar lo spirto
fuor col sangue caldo;
e presso a questi, quattro da Parigi,
Gualtiero,
Satallone, Odo ed Ambaldo,
ed altri molti: ed io non saprei come
di tutti
nominar la patria e il nome.
126
La turba dietro a Rodomonte presta
le scale appoggia, e monta in
più d'un loco.
Quivi non fanno i Parigin più testa;
che la prima difesa
lor val poco.
San ben ch'agli nemici assai più resta
dentro da fare, e non
l'avran da gioco;
perché tra il muro e l'argine secondo
discende il fosso
orribile e profondo.
127
Oltra che i nostri facciano difesa
dal basso all'alto, e mostrino
valore;
nuova gente succede alla contesa
sopra l'erta pendice
interiore,
che fa con lance e con saette offesa
alla gran moltitudine di
fuore,
che credo ben, che saria stata meno,
se non v'era il figliuol del
re Ulieno.
128
Egli questi conforta, e quei riprende,
e lor mal grado inanzi se
gli caccia:
ad altri il petto, ad altri il capo fende,
che per fuggir
veggia voltar la faccia.
Molti ne spinge ed urta; alcuni prende
pei
capelli, pel collo e per le braccia:
e sozzopra là giù tanti ne getta,
che
quella fossa a capir tutti è stretta.
129
Mentre lo stuol de' barbari si cala,
anzi trabocca al periglioso
fondo,
ed indi cerca per diversa scala
di salir sopra l'argine
secondo;
il re di Sarza (come avesse un'ala
per ciascun de' suoi membri)
levò il pondo
di sì gran corpo e con tant'arme indosso,
e netto si lanciò
di là dal fosso.
130
Poco era men di trenta piedi, o tanto,
ed egli il passò destro come
un veltro,
e fece nel cader strepito, quanto
avesse avuto sotto i piedi il
feltro:
ed a questo ed a quello affrappa il manto,
come sien l'arme di
tenero peltro,
e non di ferro, anzi pur sien di scorza:
tal la sua spada,
e tanta è la sua forza!
131
In questo tempo i nostri, da chi tese
l'insidie son ne la cava
profonda,
che v'han scope e fascine in copia stese,
intorno a quai di
molta pece abonda
(né però alcuna si vede palese,
ben che n'è piena l'una
e l'altra sponda
dal fondo cupo insino all'orlo quasi),
e senza fin
v'hanno appiattati vasi,
132
qual con salnitro, qual con oglio, quale
con zolfo, qual con altra
simil esca;
i nostri in questo tempo, perché male
ai Saracini il folle
ardir riesca,
ch'eran nel fosso, e per diverse scale
credean montar su
l'ultima bertresca;
udito il segno da oportuni lochi,
di qua e di là fenno
avampare i fochi.
133
Tornò la fiamma sparsa tutta in una,
che tra una ripa e l'altra ha
'l tutto pieno;
e tanto ascende in alto, ch'alla luna
può d'appresso
asciugar l'umido seno.
Sopra si volve oscura nebbia e bruna,
che 'l sole
adombra, e spegne ogni sereno.
Sentesi un scoppio in un perpetuo
suono,
simile a un grande e spaventoso tuono.
134
Aspro concento, orribile armonia
d'alte querele, d'ululi e di
strida
de la misera gente che peria
nel fondo per cagion de la sua
guida,
istranamente concordar s'udia
col fiero suon de la fiamma
omicida.
Non più, Signor, non più di questo canto;
ch'io son già rauco e
vo' posarmi alquanto.
