La bellissima ragazza trovata da Orlando nella caverna racconta al paladino le proprie disavventure.
Si chiama Isabella, è saracena ed è figlia del re di Galizia (Maricoldo, ucciso in realtà per mano di Orlando, ma lei non lo sa). Il padre aveva organizzato una giostra ed erano giunti cavalieri da ogni parte del mondo per sfidarsi, tra i quali Zerbino, figlio del re di Scozia, del quale lei si innamorò subito. Zerbino ricambiava il sentimento e sapendo di non poterla avere in moglie dal padre di lei, a causa della loro diversa fede, organizzò il suo rapimento. Non potendo compiere l'opera di persona, poiché impegnato nella guerra in Frisia a fianco del padre, mandò per mare il suo fedele amico Odorico.
Terminato il racconto, entrano in quel momento nella caverna venti persone armate, Orlando gli lancia contro una immensa tavola e ne mette fuori gioco buona parte. Lega poi con una fune quelli che hanno ancora vita e li appende come cibo per i corvi ad un albero fuori dalla grotta. La vecchia fugge di corsa ed incontra infine un guerriero sulla riva di un fiume.
Orlando si allontana con Isabella ed i due proseguiranno insieme il viaggio finché non incontreranno un cavaliere che stava per essere portato in prigione.
Bradamante, tornata a Marsiglia per difendere la città dalle continue scorribande dei saraceni, non aveva più avuto notizie del suo amato Ruggiero dal giorno in cui aveva consegnato alla maga Melissa l'anello magico.
Il viaggio insieme è una nuova occasione per parlare del valore della stirpe d'Este, che da lei e da Ruggiero avrà origine. Se nella tomba di Merlino la maga aveva presentato alla donna i suoi discendeti maschi, ora Bradamante vuole conoscere anche la sorte delle discendenti femmina.
Giunte infine nei pressi del castello incantato, Bradamante si separa dalla maga e prosegue oltre da sola.
Re Agramante nel frattempo raccoglie il proprio esercito per tirare le file in vista delle prossime azioni.
Durante il viaggio che l'avrebbe portata da Zerbino la nave incontrò però una tempesta. Odorico e Isabella si salvarono salendo su una scialuppa, insieme a Almonio e Corebo, ed abbandonando la nave. Raggiunta una spiaggia deserta, Odorico manda Almonio, fedele compagno di Zerbino, a prendere alcuni cavalli e confida a Corebo, suo fedele compagno, di essere acceso d'amore per la ragazza e che ha intenzione di possederla. Corebo vuol fermare l'amico, i due combattono e Corebo rimane ucciso.
Rimasti ormai soli, Oberdo, non riuscendo con le buone maniere, inzia ad usare la forza per possedere la donna. Arriva fortunatamanete sul posto un gruppo di persone e lui è costretto a fuggire.
Isabella non ottiene però altro aiuto da loro, viene anzi imprigionata in quella caverna con l'intenzione di riuscire poi a venderla.
Quando Melissa le fa finalmente visita e Bradamante la vede arrivare sola, la donna teme per la vita del cavaliere. La maga le racconta però della trappola che il mago Atlante ha ancora una volta teso al cavaliere, e le chiede di partire subito per andare a salvarlo.
Le dice di andare nei pressi di quel castello incantato, di aspettare che il mago nelle sembianze di Ruggiero, per ingannare anche lei, le si avvicini e le ordina quindi di ucciderlo senza esitazione per porre fine ad ogni suo incantesimo.
Melissa, tra le numerose discendenti degne d'onore, colonne portanti di grandi famiglie nobili, parla subito di Isabella d'Este, figlia di Ercole I e moglie di Francesco II Gonzaga marchese di Mantova. Parla poi anche di Beatrice d'Este, sorella di Isabella e moglie di Ludovico Sforza, e di altre discendeti illustri, tra le quali anche Eleonora d'Aragona, madre di Ippolito, Alfonso ed Isabella.
Appena vede però Ruggiero combattere contro due giganti, si dimentica degli avvertimenti della maga ed anzi pensa che Melissa abbia in odio il cavaliere e lo voglia morto.
Il mago atlante, con le sembianze di Ruggiero, le chiede aiuto e subito parte al galoppo inseguito dai due aggressori. Bradamante insegue l'amato ed non esita ad entrare nel castello, cadendo anch'essa in trappola.
Riassunto del Canto
Testo del Canto
1
Ben furo aventurosi i cavallieri
ch'erano a quella età, che nei
valloni,
ne le scure spelonche e boschi fieri,
tane di serpi, d'orsi e di
leoni,
trovavan quel che nei palazzi altieri
a pena or trovar puon giudici
buoni:
donne, che ne la lor più fresca etade
sien degne d'aver titol di
beltade.
2
Di sopra vi narrai che ne la grotta
avea trovato Orlando una
donzella,
e che la dimandò ch'ivi condotta
l'avesse: or seguitando, dico
ch'ella,
poi che più d'un signiozzo l'ha interrotta,
con dolce e
suavissima favella
al conte fa le sue sciagure note,
con quella brevità
che meglio puote.
3
- Ben che io sia certa (dice), o cavalliero,
ch'io porterò del mio
parlar supplizio,
perché a colui che qui m'ha chiusa, spero
che costei ne
darà subito indizio;
pur son disposta non celarti il vero,
e vada la mia
vita in precipizio.
E ch'aspettar poss'io da lui più gioia,
che 'l si
disponga un dì voler ch'io muoia?
4
Isabella sono io, che figlia fui
del re mal fortunato di
Gallizia.
Ben dissi fui; ch'or non son più di lui,
ma di dolor, d'affanno
e di mestizia.
Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui
dolermi più che de la
sua nequizia,
che dolcemente nei principi applaude,
e tesse di nascosto
inganno e fraude.
5
Già mi vivea di mia sorte felice,
gentil, giovane, ricca, onesta e
bella:
vile e povera or sono, or infelice;
e s'altra è peggior sorte, io
sono in quella.
Ma voglio sappi la prima radice
che produsse quel mal che
mi flagella;
e ben ch'aiuto poi da te non esca,
poco non mi parrà, che te
n'incresca.
6
Mio patre fe' in Baiona alcune giostre,
esser denno oggimai dodici
mesi.
Trasse la fama ne le terre nostre
cavallieri a giostrar di più
paesi.
Fra gli altri (o sia ch'Amor così mi mostre,
o che virtù pur se
stessa palesi)
mi parve da lodar Zerbino solo,
che del gran re di Scozia
era figliuolo.
7
Il qual poi che far pruove in campo vidi
miracolose di
cavalleria,
fui presa del suo amore; e non m'avidi,
ch'io mi conobbi più
non esser mia.
E pur, ben che 'l suo amor così mi guidi,
mi giova sempre
avere in fantasia
ch'io non misi il mio core in luogo immondo,
ma nel più
degno e bel ch'oggi sia al mondo.
8
Zerbino di bellezza e di valore
sopra tutti i signori era
eminente.
Mostrammi, e credo mi portasse amore,
e che di me non fosse meno
ardente.
Non ci mancò chi del commune ardore
interprete fra noi fosse
sovente,
poi che di vista ancor fummo disgiunti;
che gli animi restar
sempre congiunti.
9
Però che dato fine alla gran festa,
Il mio Zerbino in Scozia fe'
ritorno.
Se sai che cosa è amor, ben sai che mesta
restai, di lui pensando
notte e giorno;
ed era certa che non men molesta
fiamma intorno al suo cor
facea soggiorno.
Egli non fece al suo disio più schermi,
se non che cercò
via di seco avermi.
10
E perché vieta la diversa fede
(essendo egli cristiano, io
saracina)
ch'al mio padre per moglie non mi chiede,
per furto indi levarmi
si destina.
Fuor de la ricca mia patria, che siede
tra verdi campi allato
alla marina,
aveva un bel giardin sopra una riva,
che colli intorno e
tutto il mar scopriva.
11
Gli parve il luogo a fornir ciò disposto,
che la diversa religion ci
vieta;
e mi fa saper l'ordine che posto
avea di far la nostra vita
lieta.
Appresso a Santa Marta avea nascosto
con gente armata una galea
secreta,
in guardia d'Odorico di Biscaglia,
in mare e in terra mastro di
battaglia.
12
Né potendo in persona far l'effetto,
perch'egli allora era dal padre
antico
a dar soccorso al re di Framcia astretto,
manderia in vece sua
questo Odorico,
che fra tutti i fedeli amici eletto
s'avea pel più fedele
e pel più amico:
e bene esser dovea, se i benefici
sempre hanno forza
d'acquistar gli amici.
13
Verria costui sopra un navilio armato,
al terminato tempo indi a
levarmi.
E così venne il giorno disiato,
che dentro il mio giardin lasciai
trovarmi.
Odorico la notte, accompagnato
di gente valorosa all'acqua e
all'armi,
smontò ad un fiume alla città vicino,
e venne chetamente al mio
giardino.
14
Quindi fui tratta alla galea spalmata,
prima che la città n'avesse
avisi.
De la famiglia ignuda e disarmata
altri fuggiro, altri restaro
uccisi,
parte captiva meco fu menata.
Così da la mia terra io mi
divisi,
con quanto gaudio non ti potrei dire,
sperando in breve il mio
Zerbin fruire.
15
Voltati sopra Mongia eramo a pena,
quando ci assalse alla sinistra
sponda
un vento che turbò l'aria serena,
e turbò il mare, e al ciel gli
levò l'onda.
Salta un maestro ch'a traverso mena,
e cresce ad ora ad ora,
e soprabonda;
e cresce e soprabonda con tal forza,
che val poco alternar
poggia con orza.
16
Non giova calar vele, e l'arbor sopra
corsia legar, né ruinar
castella;
che ci veggian mal grado portar sopra
acuti scogli, appresso
alla Rocella.
Se non ci aiuta quel che sta di sopra,
ci spinge in terra la
crudel procella.
Il vento rio ne caccia in maggior fretta,
che d'arco mai
non si aventò saetta.
17
Vide il periglio il Biscaglino, e a quello
usò un rimedio che fallir
suol spesso:
ebbe ricorso subito al battello;
calossi, e me calar fece con
esso.
Sceser dui altri, e ne scendea un drappello,
se i primi scesi
l'avesser concesso;
ma con le spade li tenner discosto,
tagliar la fune, e
ci allargammo tosto.
18
Fummo gittati a salvamento al lito
noi che nel palischermo eramo
scesi;
periron gli altri col legno sdrucito;
in preda al mare andar tutti
gli arnesi.
All'eterna Bontade, all'infinito
Amor, rendendo grazie, le man
stesi,
che non m'avessi dal furor marino
lasciato tor di riveder
Zerbino.
19
Come ch'io avessi sopra il legno e vesti
lasciato e gioie e l'altre
cose care,
pur che la speme di Zerbin mi resti,
contenta son che s'abbi il
resto il mare.
Non sono, ove scendemo, i liti pesti
d'alcun sentier, né
intorno albergo appare;
ma solo il monte, al qual mai sempre
fiede
l'ombroso capo il vento, e 'l mare il piede.
20
Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre
d'ogni promessa sua fu
disleale,
e sempre guarda come involva e stempre
ogni nostro disegno
razionale,
mutò con triste e disoneste tempre
mio conforto in dolor, mio
bene in male;
che quell'amico, in chi Zerbin si crede,
di desire arse, ed
agghiacciò di fede.
21
O che m'avesse in mar bramata ancora,
né fosse stato a dimostrarlo
ardito,
o cominciassi il desiderio allora
che l'agio v'ebbe dal solingo
lito;
disegnò quivi senza più dimora
condurre a fin l'ingordo suo
appetito;
ma prima da sé torre un de li dui
che nel battel campati eran
con nui.
22
Quell'era omo di Scozia, Almonio detto,
che mostrava a Zerbin portar
gran fede;
e commendato per guerrier perfetto
da lui fu, quando ad Odorico
il diede.
Disse a costui, che biasmo era e difetto,
se mi traeano alla
Rocella a piede;
e lo pregò ch'inanti volesse ire
a farmi incontra alcun
ronzin venire.
23
Almonio, che di ciò nulla temea,
immantinente inanzi il camin
piglia
alla città che 'l bosco ci ascondea,
e non era lontana oltra sei
miglia.
Odorico scoprir sua voglia rea
all'altro finalmente si
consiglia;
sì perché tor non se lo sa d'appresso,
sì perché avea gran
confidenza in esso.
24
Era Corebo di Bilbao nomato
quel di ch'io parlo, che con noi
rimase;
che da fanciullo picciolo allevato
s'era con lui ne le medesme
case.
Poter con lui communicar l'ingrato
pensiero il traditor si
persuase,
sperando ch'ad amar saria più presto
il piacer de l'amico, che
l'onesto.
25
Corebo, che gentile era e cortese,
non lo potè ascoltar senza gran
sdegno:
lo chiamò traditore, e gli contese
con parole e con fatti il rio
disegno.
Grande ira all'uno e all'altro il core accese,
e con le spade
nude ne fer segno.
Al trar de' ferri, io fui da la paura
volta a fuggir
per l'alta selva oscura.
26
Odorico, che maestro era di guerra,
in pochi colpi a tal vantaggio
venne,
che per morto lasciò Corebo in terra,
e per le mie vestigie il
camin tenne.
Prestògli Amor (se 'l mio creder non erra),
acciò potesse
giungermi, le penne;
e gl'insegnò molte lusinghe e prieghi,
con che ad
amarlo e compiacer mi pieghi.
27
Ma tutto è indarno; che fermata e certa
più tosto era a morir, ch'a
satisfarli.
Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta
ebbe e minacce, e non
potean giovarli,
si ridusse alla forza a faccia aperta.
Nulla mi val che
supplicando parli
de la fé ch'avea in lui Zerbino avuta,
e ch'io ne le sue
man m'era creduta.
28
Poi che gittar mi vidi i prieghi invano,
né mi sperare altronde
altro soccorso,
e che più sempre cupido e villano
a me venìa, come
famelico orso;
io mi difesi con piedi e con mano,
ed adopra'vi sin a
l'ugne e il morso:
pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle,
con stridi
che n'andavano alle stelle.
29
Non so se fosse caso, o li miei gridi
che si doveano udir lungi una
lega,
o pur ch'usati sian correre ai lidi
quando navilio alcun si rompe o
anniega;
sopra il monte una turba apparir vidi,
e questa al mare e verso
noi si piega.
Come la vede il Biscaglin venire,
lascia l'impresa, e
voltasi a fuggire.
30
Contra quel disleal mi fu adiutrice
questa turba, signor; ma a
quella image
che sovente in proverbio il vulgo dice:
cader de la padella
ne le brage.
Gli è ver ch'io non son stata sì infelice,
né le lor menti
ancor tanto malvage,
ch'abbino violata mia persona:
non che sia in lor
virtù, né cosa buona.
31
Ma perché se mi serban, come io sono,
vergine, speran vendermi più
molto.
Finito è il mese ottavo e viene il nono,
che fu il mio vivo corpo
qui sepolto.
Del mio Zerbino ogni speme abbandono;
che già, per quanto ho
da lor detti accolto,
m'han promessa e venduta a un mercadante,
che
portare al soldan mi de' in Levante. -
32
Così parlava la gentil donzella;
e spesso con signiozzi e con
sospiri
interrompea l'angelica favella,
da muovere a pietade aspidi e
tiri.
Mentre sua doglia così rinovella,
o forse disacerba i suoi
martiri,
da venti uomini entrar ne la spelonca,
armati chi di spiedo e chi
di ronca.
33
Il primo d'essi, uom di spietato viso,
ha solo un occhio, e sguardo
scuro e bieco;
l'altro, d'un colpo che gli avea reciso
il naso e la
mascella, è fatto cieco.
Costui vedendo il cavalliero assiso
con la
vergine bella entro allo speco,
volto a' compagni, disse: - Ecco augel
nuovo,
a cui non tesi, e ne la rete il truovo. -
34
Poi disse al conte: - Uomo non vidi mai
più commodo di te, né più
opportuno.
Non so se ti se' apposto, o se lo sai
perché te l'abbia forse
detto alcuno,
che sì bell'arme io desiava assai,
e questo tuo leggiadro
abito bruno.
Venuto a tempo veramente sei,
per riparare agli bisogni miei.
-
35
Sorrise amaramente, in piè salito,
Orlando, e fe' risposta al
mascalzone:
- Io ti venderò l'arme ad un partito
che non ha mercadante in
sua ragione. -
Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito
pien di fuoco e di
fumo uno stizzone,
trasse, e percosse il malandrino a caso,
dove confina
con le ciglia il naso.
36
Lo stizzone ambe le palpebre colse,
ma maggior danno fe' ne la
sinistra;
che quella parte misera gli tolse,
che de la luce sola, era
ministra.
Né d'acciecarlo contentar si volse
il colpo fier, s'ancor non lo
registra
tra quelli spirti che con suoi compagni
fa star Chiron dentro ai
bollenti stagni.
37
Ne la spelonca una gran mensa siede
grossa duo palmi, e spaziosa in
quadro,
che sopra un mal pulito e grosso piede,
cape con tutta la famiglia
il ladro.
Con quell'agevolezza che si vede
gittar la canna lo Spagnuol
leggiadro,
Orlando il grave desco da sé scaglia
dove ristretta insieme è
la canaglia.
38
A chi'l petto, a chi'l ventre, a chi la testa,
a chi rompe le gambe,
a chi le braccia;
di ch'altri muore, altri storpiato resta:
chi meno è
offeso, di fuggir procaccia.
Così talvolta un grave sasso pesta
e fianchi
e lombi, e spezza capi e schiaccia,
gittato sopra un gran drapel di
biscie,
che dopo il verno al sol si goda e liscie.
39
Nascono casi, e non saprei dir quanti:
una muore, una parte senza
coda,
un'altra non si può muover davanti,
e 'l deretano indarno aggira e
snoda;
un'altra, ch'ebbe più propizi i santi,
striscia fra l'erbe, e va
serpendo a proda.
Il colpo orribil fu, ma non mirando,
poi che lo fece il
valoroso Orlando.
40
Quei che la mensa o nulla o poco offese
(e Turpin scrive a punto che
fur sette),
ai piedi raccomandan sue difese:
ma ne l'uscita il paladin si
mette;
e poi che presi gli ha senza contese,
le man lor lega con la fune
istrette,
con una fune al suo bisogno destra,
che ritrovò ne la casa
silvestra.
41
Poi li trascina fuor de la spelonca,
dove facea grande ombra un
vecchio sorbo.
Orlando con la spada i rami tronca,
e quelli attacca per
vivanda al corbo.
Non bisognò catena in capo adonca;
che per purgare il
mondo di quel morbo,
l'arbor medesmo gli uncini prestolli,
con che pel
mento Orlando ivi attaccolli.
42
La donna vecchia, amica a' malandrini,
poi che restar tutti li vide
estinti,
fuggì piangendo e con le mani ai crini,
per selve e boscherecci
labirinti.
Dopo aspri e malagevoli camini,
a gravi passi e dal timor
sospinti,
in ripa un fiume in un guerrier scontrosse;
ma diferisco a
ricontar chi fosse:
43
e torno all'altra, che si raccomanda
al paladin che non la lasci
sola;
e dice di seguirlo in ogni banda.
Cortesemente Orlando la
consola;
e quindi, poi ch'uscì con la ghirlanda
di rose adorna e di
purpurea stola
la bianca Aurora al solito camino,
partì con Isabella il
paladino.
44
Senza trovar cosa che degna sia
d'istoria, molti giorni insieme
andaro;
e finalmente un cavallier per via,
che prigione era tratto,
riscontraro.
chi fosse, dirò poi; ch'or me ne svia
tal, di chi udir non vi
sarà men caro:
la figliuola d'Amon, la qual lasciai
languida dianzi in
amorosi guai.
45
La bella donna, disiando invano
ch'a lei facesse il suo Ruggier
ritorno,
stava a Marsilia, ove allo stuol pagano
dava da travagliar quasi
ogni giorno;
il qual scorrea, rubando in monte e in piano,
per Linguadoca
e per Provenza intorno:
ed ella ben facea l'ufficio vero
di savio duca e
d'ottimo guerriero.
46
Standosi quivi, e di gran spazio essendo
passato il tempo che
tornare a lei
il suo Ruggier dovea, né lo vedendo,
vivea in timor di mille
casi rei.
Un dì fra gli altri, che di ciò piangendo
stava solinga, le
arrivò colei
che portò ne l'annel la medicina
che sanò il cor ch'avea
ferito Alcina.
47
Come a sé ritornar senza il suo amante,
dopo si lungo termine, la
vede,
resta pallida e smorta, e sì tremante,
che non ha forza di tenersi
in piede:
ma la maga gentil le va davante
ridendo, poi che del timor
s'avede;
e con viso giocondo la conforta,
qual aver suol chi buone nuove
apporta.
48
- Non temer (disse) di Ruggier, donzella,
ch'è vivo e sano, e come
suol, t'adora;
ma non è già in sua libertà; che quella
pur gli ha levata
il tuo nemico ancora:
ed è bisogno che tu monti in sella,
se brami averlo,
e che mi segui or ora;
che se mi segui, io t'aprirò la via
donde per te
Ruggier libero fia. -
49
E seguitò, narrandole di quello
magico error che gli avea ordito
Atlante:
che simulando d'essa il viso bello,
che captiva parea del rio
gigante,
tratto l'avea ne l'incantato ostello,
dove sparito poi gli era
davante;
e come tarda con simile inganno
le donne e i cavallier che di là
vanno.
50
A tutti par, l'incantator mirando,
mirar quel che per sé brama
ciascuno,
donna, scudier, compagno, amico; quando
il desiderio uman non è
tutto uno.
Quindi il palagio van tutti cercando
con lungo affanno, senza
frutto alcuno;
e tanta è la speranza e il gran disire
del ritrovar, che
non ne san partire.
51
Come tu giungi (disse) in quella parte
che giace presso
all'incantata stanza,
verrà l'incantatore a ritrovarte,
che terrà di
Ruggiero ogni sembianza;
e ti farà parer con sua mal'arte,
ch'ivi lo vinca
alcun di più possanza,
acciò che tu per aiutarlo vada
dove con gli altri
poi ti tenga a bada.
52
Acciò l'inganni, in che son tanti e tanti
caduti, non ti colgan, sie
avertita,
che se ben di Ruggier viso e sembianti
ti parrà di veder, che
chieggia aita,
non gli dar fede tu; ma, come avanti
ti vien, fagli lasciar
l'indegna vita:
né dubitar perciò che Ruggier muoia,
ma ben colui che ti
dà tanta noia.
53
Ti parrà duro assai, ben lo conosco,
uccidere un che sembri il tuo
Ruggiero:
pur non dar fede all'occhio tuo, che losco
farà l'incanto, e
celeragli il vero.
Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco,
sì che poi non
si cangi il tuo pensiero;
che sempre di Ruggier rimarrai priva,
se lasci
per viltà che 'l mago viva. -
54
La valorosa giovane, con questa
intenzion che 'l fraudolente
uccida,
a pigliar l'arme ed a seguire è presta
Melissa; che sa ben quanto
l'è fida.
Quella, or per terren culto, or per foresta,
a gran giornate e
in gran fretta la guida,
cercando alleviarle tuttavia
con parlar grato la
noiosa via.
55
E più di tutti i bei ragionamenti,
spesso le ripetea ch'uscir di
lei
e di Ruggier doveano gli eccellenti
principi e gloriosi
semidei.
Come a Melissa fossino presenti
tutti i secreti degli eterni
dei,
tutte le cose ella sapea predire,
ch'avean per molti seculi a
venire.
56
- Deh, come, o prudentissima mia scorta
(dicea a la maga l'inclita
donzella),
molti anni prima tu m'hai fatta accorta
di tanta mia viril
progenie bella;
così d'alcuna donna mi conforta,
che di mia stirpe sia,
s'alcuna in quella
metter si può tra belle e virtuose. -
E la cortese maga
le rispose:
57
- Da te uscir veggio le pudiche donne,
madri d'imperatori e di gran
regi,
reparatrici e solide colonne
di case illustri e di domìni
egregi;
che men degne non son ne le lor gonne,
ch'in arme i cavallier, di
sommi pregi,
di pietà, di gran cor, di gran prudenza,
di somma e
incomparabil continenza.
58
E s'io avrò da narrarti di ciascuna
che ne la stirpe tua sia d'onor
degna,
troppo sarà; ch'io non ne veggio alcuna
che passar con silenzio mi
convegna.
Ma ti farò, tra mille, scelta d'una
o di due coppie, acciò ch'a
fin ne vegna.
Ne la spelonca perché nol dicesti?
che l'imagini ancor
vedute avresti.
59
De la tua chiara stirpe uscirà quella
d'opere illustri e di bei
studi amica,
ch'io non so ben se più leggiadra e bella
mi debba dire, o
più saggia e pudica,
liberale e magnanima Isabella,
che del bel lume suo
dì e notte aprica
farà la terra che sul Menzo siede,
a cui la madre d'Ocno
il nome diede:
60
dove onorato e splendido certame
avrà col suo dignissimo
consorte,
chi di lor più le virtù prezzi ed ame,
e chi meglio apra a
cortesia le porte.
S'un narrerà ch'al Taro e nel Reame
fu a liberar da'
Galli Italia forte;
l'altra dirà: - Sol perché casta visse
Penelope, non
fu minor d'Ulisse. -
61
Gran cose e molte in brevi detti accolgo
di questa donna e più
dietro ne lasso,
che in quelli dì ch'io mi levai dal volgo,
mi fe' chiare
Merlin dal cavo sasso.
E s'in questo gran mar la vela sciolgo,
di lunga
Tifi in navigar trapasso.
Conchiudo in somma, ch'ella avrà, per dono,
de
la virtù e del ciel, ciò ch'è di buono.
62
Seco avrà la sorella Beatrice,
a cui si converrà tal nome a
punto:
ch'essa non sol del ben che qua giù lice,
per quel che viverà,
toccherà il punto;
ma avrà forza di far seco felice,
fra tutti i ricchi
duci, il suo congiunto,
il qual, come ella poi lascerà il mondo,
così de
l'infelici andrà nel fondo.
63
E Moro e Sforza e Viscontei colubri,
lei viva, formidabili
saranno
da l'iperboree nievi ai lidi rubri,
da l'Indo ai monti ch'al tuo
mar via danno:
lei morta, andran col regno degl'Insubri,
e con grave di
tutta Italia danno,
in servitute; e fia stimata, senza
costei, ventura la
somma prudenza.
64
Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome
medesmo, e nasceran
molt'anni prima:
di ch'una s'ornerà le sacre chiome
de la corona di
Pannonia opima;
un'altra, poi che le terrene some
lasciate avrà, fia ne
l'ausonio clima
collocata nel numer de le dive,
ed avrà incensi e imagini
votive.
65
De l'altre tacerò; che, come ho detto,
lungo sarebbe a ragionar di
tante;
ben che per sé ciascuna abbia suggetto
degno, ch'eroica e chiara
tuba cante.
Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto,
e le Costanze e
l'altre, che di quante
splendide case Italia reggeranno,
reparatrici e
madri ad esser hanno.
66
Più ch'altre fosser mai, le tue famiglie
saran ne le lor donne
aventurose;
non dico in quella più de le lor figlie,
che ne l'alta onestà
de le lor spose.
E acciò da te notizia anco si piglie
di questa parte che
Merlin mi espose,
forse perch'io 'l dovessi a te ridire,
ho di parlarne
non poco desire.
67
E dirò prima di Ricciarda, degno
esempio di fortezza e
d'onestade:
vedova rimarrà, giovane, a sdegno
di Fortuna; il che spesso ai
buoni accade.
I figli, privi del paterno regno,
esuli andar vedrà in
strane contrade,
fanciulli in man degli aversari loro;
ma infine avrà il
suo male amplo ristoro.
68
De l'alta stirpe d'Aragone antica
non tacerò la splendida
regina,
di cui né saggia sì, né sì pudica
veggio istoria lodar greca o
latina,
né a cui Fortuna più si mostri amica:
poi che sarà da la Bontà
divina
elletta madre a parturir la bella
progenie, Alfonso, Ippolito e
Isabella.
69
Costei sarà la saggia Leonora,
che nel tuo felice arbore
s'inesta.
Che ti dirò de la seconda nuora,
succeditrice prossima di
questa?
Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora
le beltà, la virtù, la fama
onesta
e la fortuna crescerà, non meno
che giovin pianta in morbido
terreno.
70
Qual lo stagno all'argento, il rame all'oro,
il campestre papavero
alla rosa,
pallido salce al sempre verde alloro,
dipinto vetro a gemma
preziosa;
tal a costei, ch'ancor non nata onoro,
sarà ciascuna insino a
qui famosa
di singular beltà, di gran prudenza,
e d'ogni altra lodevole
eccellenza.
71
E sopra tutti gli altri incliti pregi
che le saranno e a viva e a
morta dati,
si loderà che di costumi regi
Ercole e gli altri figli avrà
dotati,
e dato gran principio ai ricchi fregi
di che poi s'orneranno in
toga e armati;
perché l'odor non se ne va sì in fretta,
ch'in nuovo vaso,
o buono o rio, si metta.
72
Non voglio ch'in silenzio anco Renata
di Francia, nuora di costei,
rimagna,
di Luigi il duodecimo re nata,
e de l'eterna gloria di
Bretagna.
Ogni virtù ch'in donna mai sia stata,
di poi che 'l fuoco scalda
e l'acqua bagna,
e gira intorno il cielo, insieme tutta
per Renata adornar
veggio ridutta.
73
Lungo sarà che d'Alda di Sansogna
narri, o de la contessa di
Celano,
o di Bianca Maria di Catalogna,
o de la figlia del re
sicigliano,
o de la bella Lippa da Bologna,
e d'altre; che s'io vo' di
mano in mano
venirtene dicendo le gran lode,
entro in un alto mar che non
ha prode. -
74
Poi che le raccontò la maggior parte
de la futura stirpe a suo
grand'agio,
più volte e più le replicò de l'arte
ch'avea tratto Ruggier
dentro al palagio.
Melissa si fermò, poi che fu in parte
vicina al luogo
del vecchio malvagio;
e non le parve di venir più inante,
acciò veduta non
fosse da Atlante.
75
E la donzella di nuovo consiglia
di quel che mille volte ormai l'ha
detto.
La lascia sola; e quella oltre a dua miglia
non cavalcò per un
sentiero istretto,
che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia;
e dui giganti
di crudele aspetto
intorno avea, che lo stringean sì forte,
ch'era vicino
esser condotto a morte.
76
Come la donna in tal periglio vede
colui che di Ruggiero ha tutti i
segni,
subito cangia in sospizion la fede,
subito oblia tutti i suoi bei
disegni.
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede,
per nuova ingiuria e non
intesi sdegni,
e cerchi far con disusata trama
che sia morto da lei che
così l'ama.
77
Seco dicea: - Non è Ruggier costui,
che col cor sempre, ed or con
gli occhi veggio?
e s'or non veggio e non conosco lui,
che mai veder o mai
conoscer deggio?
perché voglio io de la credenza altrui
che la veduta mia
giudichi peggio?
Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso
può il cor
sentir se gli è lontano o appresso. -
78
Mentre che così pensa, ode la voce
che le par di Ruggier, chieder
soccorso;
e vede quello a un tempo, che veloce
sprona il cavallo e gli
ralenta il morso,
e l'un nemico e l'altro suo feroce,
che lo segue e lo
caccia a tutto corso.
Di lor seguir la donna non rimase,
che si condusse
all'incantate case.
79
De le quai non più tosto entrò le porte,
che fu sommersa nel commune
errore.
Lo cercò tutto per vie dritte e torte
invan di su e di giù, dentro
e di fuore;
né cessa notte o dì, tanto era forte
l'incanto: e fatto avea
l'incantatore,
che Ruggier vede sempre e gli favella,
né Ruggier lei, né
lui riconosce ella.
80
Ma lasciàn Bradamante, e non v'incresca
udir che così resti in
quello incanto;
che quando sarà il tempo ch'ella n'esca,
la farò uscire, e
Ruggiero altretanto.
Come raccende il gusto il mutar esca,
così mi par che
la mia istoria, quanto
or qua or là più variata sia,
meno a chi l'udirà
noiosa fia.
81
Di molte fila esser bisogno parme
a condur la gran tela ch'io
lavoro.
E però non vi spiaccia d'ascoltarme,
come fuor de le stanze il
popul Moro
davanti al re Agramante ha preso l'arme,
che, molto minacciando
ai Gigli d'oro,
lo fa assembrare ad una mostra nuova,
per saper quanta
gente si ritruova.
82
Perch'oltre i cavallieri, oltre i pedoni
ch'al numero sottratti
erano in copia,
mancavan capitani, e pur de' buoni,
e di Spagna e di Libia
e d'Etiopia,
e le diverse squadre e le nazioni
givano errando senza guida
propia;
per dare e capo ed ordine a ciascuna,
tutto il campo alla mostra
si raguna.
83
In supplimento de le turbe uccise
ne le battaglie e ne' fieri
conflitti,
l'un signore in Ispagna, e l'altro mise
in Africa, ove molti
n'eran scritti;
e tutti alli lor ordini divise,
e sotto i duci lor gli
ebbe diritti.
Differirò, Signor, con grazia vostra,
ne l'altro canto
l'ordine e la mostra.
