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1
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alla solinga valle,
là dove calca la montagna Etnea
al fulminato Encelado le spalle,
la figlia non trovò dove l'avea
lasciata fuor d'ogni segnato calle;
fatto ch'ebbe alle guance, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e diè lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e 'l mare; e poi che tutto il mondo
cercò di sopra, andò al tartareo fondo.
3
S'in poter fosse stato Orlando pare
all'Eleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e 'l fondo de l'eterno oblio;
ma poi che 'l carro e i draghi non avea,
la gìa cercando al meglio che potea.
4
L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all'orecchia
una voce venir, che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede innanzi un cavalliero,
5
che porta in braccio e su l'arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
di gran dolore; ed in soccorso appella
il valoroso principe d'Anglante;
che come mira alla giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d'intorno.
6
Non dico ch'ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch'egli tant'ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar sì addolorata e grama,
spinto da l'ira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama;
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
7
Non resta quel fellon, né gli risponde,
all'alta preda, al gran guadagno intento,
e sì ratto ne va per quelle fronde,
che saria tardo a seguitarlo il vento.
L'un fugge, e l'altro caccia; e le profonde
selve s'odon sonar d'alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello.
8
Di vari marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d'oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
né più il guerrier, né la donzella mira.
9
Subito smonta, e fulminando passa
dove più dentro il bel tetto s'alloggia:
corre di qua, corre di là, né lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d'ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto, il tempo e l'opra.
10
D'oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar né de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
né per questo può far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n'ha portato il bel viso leggiadro.
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavallieri
vi ritrovò, ch'andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio.
12
Tutti cercando il van, tutti gli dànno
colpa di furto alcun che lor fatt'abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d'altro l'accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.
13
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra sé: - Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:
e potria il ladro aver tratta costei
da un'altra uscita, e molto esser lontano. -
Con tal pensiero uscì nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato.
14
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s'orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che l'ha da quel che fu, tanto diviso.
15
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: - Aita, aita!
la mia virginità ti raccomando
più che l'anima mia, più che la vita.
Dunque in presenza del mio caro Orlando
da questo ladro mi sarà rapita?
più tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a sì infelice sorte. -
16
Queste parole una ed un'altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d'alta speranza.
Talor si ferma, ed una voce ascolta,
che di quella d'Angelica ha sembianza
(e s'egli è da una parte, suona altronde),
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.
17
Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch'arrivò qui dove Orlando
dianzi arrivò, se 'l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede,
per la gran corte e per le logge mira;
né più il gigante né la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giù va molte volte e riede;
né gli succede mai quel che desira:
né si sa imaginar dove sì tosto
con la donna il fellon si sia nascosto.
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giù camere e logge e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.
Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte: ma una voce, quale
richiamò Orlando, lui chiamò non manco;
e nel palazzo il fe' ritornar anco.
20
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di sé medesmo in bando.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch'andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia.
21
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch'avea composto Atlante di Carena,
perché Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che 'l mal'influsso n'andasse da canto,
l'influsso ch'a morir giovene il mena.
Dopo il castel d'acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acciò che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perché di cibo non patischin brama,
sì ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio.
23
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell'annel mirabil tanto,
ch'in bocca a veder lei fa l'occhio cieco,
nel dito, l'assicura da l'incanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto disegno
di ritornare in India al suo bel regno.
24
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compania: non ch'ella
più caro avesse l'un che l'altro amante;
anzi di par fu a' lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante città, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
né potea aver con altri la più fida.
25
Or l'uno or l'altro andò molto cercando,
prima ch'indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin là dove il conte Orlando,
Ferraù e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso ed altri molti
che v'avea Atlante in strano intrico avolti.
26
Quivi entra, che veder non la può il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;
e trova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come, fingendo la sua immago,
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, né ben se ne risolve.
27
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potrà con più valore
meglio salvar nei perigliosi passi:
ma se sua guida il fa, sel fa signore;
ch'ella non vede come poi l'abbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo.
28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia,
potrà, se ben l'avesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch'ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L'annel trasse di bocca, e di sua faccia
levò dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch'Orlando e Ferraù le sopravenne.
29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando;
che l'uno e l'altro parimente giva
di su di giù, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch'era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perché l'annel ch'ella si pose in mano,
fece d'Atlante ogni disegno vano.
30
L'usbergo indosso aveano e l'elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
né notte o dì, dopo ch'entraro in questa
stanza, l'aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perché in uso l'avean tanto.
Ferraù il terzo era anco armato, eccetto
che non avea né volea avere elmetto,
31
fin che quel non avea, che 'l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch'allora lo giurò, che l'elmo fino
cercò de l'Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
né però Ferraù pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre là dentro foro.
32
Era così incantato quello albergo,
ch'insieme riconoscer non poteansi.
Né notte mai né dì, spada né usbergo
né scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l'arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all'uscita,
d'orzo e di paglia sempre era fornita.
33
Atlante riparar non sa né puote,
ch'in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all'auree chiome ed a' begli occhi neri
de la donzella, ch'in fuga percuote
la sua iumenta, perché volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l'altro avria.
34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe sì, che temer più non dovea
che contra lor l'incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l'annel che le schivò più d'un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lasciò come insensati e sciocchi.
35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch'a ritornar l'avessero nel regno
di Galafron ne l'ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si mutò di voglia in uno istante:
e senza più obligarsi o a questo o a quello,
pensò bastar per amendua il suo annello.
36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli è intercetta
o lepre o volpe, a cui dava la caccia,
che d'improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non è vista, e i lor progressi osserva.
37
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne può andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferraù non bada,
né Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia più ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.
38
Giunti che fur, correndo, ove i sentieri
a perder si venian ne la foresta,
e cominciar per l'erba i cavallieri
a riguardar se vi trovavan pesta;
Ferraù, che potea fra quanti altieri
mai fosser, gir con la corona in testa,
si volse con mal viso agli altri dui,
e gridò lor: - Dove venite vui?
39
Tornate a dietro, o pigliate altra via,
se non volete rimaner qui morti:
né in amar né in seguir la donna mia
si creda alcun, che compagnia comporti. -
Disse Orlando al Circasso: - Che potria
più dir costui, s'ambi ci avesse scorti
per le più vili e timide puttane
che da conocchie mai traesser lane?
40
Poi volto a Ferraù, disse: - Uom bestiale,
s'io non guardassi che senza elmo sei,
di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male,
senz'altra indugia accorger ti farei. -
Disse il Spagnuol: - Di quel ch'a me non cale,
perché pigliarne tu cura ti dei?
Io sol contra ambidui per far son buono
quel che detto ho, senza elmo come sono. -
41
- Deh (disse Orlando al re di Circassia),
in mio servigio a costui l'elmo presta,
tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia;
ch'altra non vidi mai simile a questa. -
Rispose il re: - Chi più pazzo saria?
Ma se ti par pur la domanda onesta,
prestagli il tuo; ch'io non sarò men atto,
che tu sia forse, a castigare un matto. -
42
Soggiunse Ferraù: - Sciocchi voi, quasi
che, se mi fosse il portar elmo a grado,
voi senza non ne fosse già rimasi;
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.
Ma per narrarvi in parte li miei casi,
per voto così senza me ne vado,
ed anderò, fin ch'io non ho quel fino
che porta in capo Orlando paladino. -
43
- Dunque (rispose sorridente il conte)
ti pensi a capo nudo esser bastante
far ad Orlando quel che in Aspramonte
egli già fece al figlio d'Agolante?
Anzi credo io, se tel vedessi a fronte,
ne tremeresti dal capo alle piante;
non che volessi l'elmo, ma daresti
l'altre arme a lui di patto, che tu vesti. -
44
Il vantator Spagnuol disse: - Già molte
fiate e molte ho così Orlando astretto,
che facilmente l'arme gli avrei tolte,
quante indosso n'avea, non che l'elmetto;
e s'io nol feci, occorrono alle volte
pensier che prima non s'aveano in petto:
non n'ebbi, già fu, voglia; or l'aggio, e spero
che mi potrà succeder di leggiero. -
45
Non potè aver più pazienza Orlando
e gridò: - Mentitor, brutto marrano,
in che paese ti trovasti, e quando,
a poter più di me con l'arme in mano?
Quel paladin, di che ti vai vantando,
son io, che ti pensavi esser lontano.
Or vedi se tu puoi l'elmo levarme,
o s'io son buon per torre a te l'altre arme.
46
Né da te voglio un minimo vantaggio. -
Così dicendo, l'elmo si disciolse,
e lo suspese a un ramuscel di faggio;
e quasi a un tempo Durindana tolse.
Ferraù non perdè di ciò il coraggio:
trasse la spada, e in atto si raccolse,
onde con essa e col levato scudo
potesse ricoprirsi il capo nudo.
47
Così li duo guerrieri incominciaro,
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi;
e dove l'arme si giungeano, e raro
era più il ferro, col ferro a tentarsi.
Non era in tutto 'l mondo un altro paro
che più di questo avessi ad accoppiarsi:
pari eran di vigor, pari d'ardire;
né l'un né l'altro si potea ferire.
48
Ch'abbiate, Signor mio, già inteso estimo,
che Ferraù per tutto era fatato,
fuor che là dove l'alimento primo
piglia il bambin nel ventre ancor serrato:
e fin che del sepolcro il tetro limo
la faccia gli coperse, il luogo armato
usò portar, dove era il dubbio, sempre
di sette piastre fatte a buone tempre.
49
Era ugualmente il principe d'Anglante
tutto fatato, fuor che in una parte:
ferito esser potea sotto le piante;
ma le guardò con ogni studio ed arte.
Duro era il resto lor più che diamante
(se la fama dal ver non si diparte);
e l'uno e l'altro andò, più per ornato
che per bisogno, alle sue imprese armato.
50
S'incrudelisce e inaspra la battaglia,
d'orrore in vista e di spavento piena.
Ferraù, quando punge e quando taglia,
né mena botta che non vada piena:
ogni colpo d'Orlando o piastra o maglia
e schioda e rompe ed apre e a straccio mena.
Angelica invisibile lor pon mente,
sola a tanto spettacolo presente.
51
Intanto il re di Circassia, stimando
che poco inanzi Angelica corresse,
poi ch'attaccati Ferraù ed Orlando
vide restar, per quella via si messe,
che si credea che la donzella, quando
da lor disparve, seguitata avesse:
sì che a quella battaglia la figliuola
di Galafron fu testimonia sola.
52
Poi che, orribil come era e spaventosa,
l'ebbe da parte ella mirata alquanto,
e che le parve assai pericolosa
così da l'un come da l'altro canto;
di veder novità voluntarosa,
disegnò l'elmo tor, per mirar quanto
fariano i duo guerrier, vistosel tolto;
ben con pensier di non tenerlo molto.
53
Ha ben di darlo al conte intenzione;
ma se ne vuole in prima pigliar gioco.
L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone,
e sta a mirare i cavallieri un poco.
Di poi si parte, e non fa lor sermone;
e lontana era un pezzo da quel loco,
prima ch'alcun di lor v'avesse mente:
sì l'uno e l'altro era ne l'ira ardente.
54
Ma Ferraù, che prima v'ebbe gli occhi,
si dispiccò da Orlando, e disse a lui:
- Deh come n'ha da male accorti e sciocchi
trattati il cavallier ch'era con nui!
Che premio fia ch'al vincitor più tocchi,
se 'l bel elmo involato n'ha costui? -
Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira:
non vede l'elmo, e tutto avampa d'ira.
55
E nel parer di Ferraù concorse,
che 'l cavallier che dianzi era con loro
se lo portasse; onde la briglia torse,
e fe' sentir gli sproni a Brigliadoro.
Ferraù che del campo il vide torse,
gli venne dietro; e poi che giunti foro
dove ne l'erba appar l'orma novella
ch'avea fatto il Circasso e la donzella,
56
prese la strada alla sinistra il conte
verso una valle, ove il Circasso era ito:
si tenne Ferraù più presso al monte,
dove il sentiero Angelica avea trito.
Angelica in quel mezzo ad una fonte
giunta era, ombrosa e di giocondo sito,
ch'ognun che passa, alle fresche ombre invita,
né, senza ber, mai lascia far partita.
57
Angelica si ferma alle chiare onde,
non pensando ch'alcun le sopravegna;
e per lo sacro annel che la nasconde,
non può temer che caso rio le avegna.
A prima giunta in su l'erbose sponde
del rivo l'elmo a un ramuscel consegna;
poi cerca, ove nel bosco è miglior frasca,
la iumenta legar, perché si pasca.
58
Il cavallier di Spagna, che venuto
era per l'orme, alla fontana giunge.
Non l'ha sì tosto Angelica veduto,
che gli dispare, e la cavalla punge.
L'elmo, che sopra l'erba era caduto,
ritor non può, che troppo resta lunge.
Come il pagan d'Angelica s'accorse,
tosto ver lei pien di letizia corse.
59
Gli sparve, come io dico, ella davante,
come fantasma al dipartir del sonno.
Cercando egli la va per quelle piante
né i miseri occhi più veder la ponno.
Bestemiando Macone e Trivigante,
e di sua legge ogni maestro e donno,
ritornò Ferraù verso la fonte,
u' ne l'erba giacea l'elmo del conte.
60
Lo riconobbe, tosto che mirollo,
per lettere ch'avea scritte ne l'orlo;
che dicean dove Orlando guadagnollo,
e come e quando, ed a chi fe' deporlo.
Armossene il pagano il capo e il collo,
che non lasciò, pel duol ch'avea, di torlo;
pel duol ch'avea di quella che gli sparve,
come sparir soglion notturne larve.
61
Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa,
aviso gli è, che a contentarsi a pieno,
sol ritrovare Angelica gli resta,
che gli appar e dispar come baleno.
Per lei tutta cercò l'alta foresta:
e poi ch'ogni speranza venne meno
di più poterne ritrovar vestigi,
tornò al campo spagnuol verso Parigi;
62
temperando il dolor che gli ardea il petto,
di non aver sì gran disir sfogato,
col refrigerio di portar l'elmetto
che fu d'Orlando, come avea giurato.
Dal conte, poi che 'l certo gli fu detto,
fu lungamente Ferraù cercato;
né fin quel dì dal capo gli lo sciolse,
che fra duo ponti la vita gli tolse.
63
Angelica invisibile e soletta
via se ne va, ma con turbata fronte;
che de l'elmo le duol, che troppa fretta
le avea fatto lasciar presso alla fonte.
- Per voler far quel ch'a me far non spetta
(tra sé dicea), levato ho l'elmo al conte:
questo, pel primo merito, è assai buono
di quanto a lui pur ubligata sono.
64
Con buona intenzione (e sallo Idio),
ben che diverso e tristo effetto segua,
io levai l'elmo: e solo il pensier mio
fu di ridur quella battaglia a triegua;
e non che per mio mezzo il suo disio
questo brutto Spagnuol oggi consegua. -
Così di sé s'andava lamentando
d'aver de l'elmo suo privato Orlando.
65
Sdegnata e malcontenta la via prese,
che le parea miglior, verso Oriente.
Più volte ascosa andò, talor palese,
secondo era oportuno, infra la gente.
Dopo molto veder molto paese,
giunse in un bosco, dove iniquamente
fra duo compagni morti un giovinetto
trovò, ch'era ferito in mezzo il petto.
66
Ma non dirò d'Angelica or più inante;
che molte cose ho da narrarvi prima:
né sono a Ferraù né a Sacripante,
sin a gran pezzo per donar più rima.
Da lor mi leva il principe d'Anglante,
che di sé vuol che inanzi agli altri esprima
le fatiche e gli affanni che sostenne
nel gran disio, di che a fin mai non venne.
67
Alla prima città ch'egli ritruova
(perché d'andare occulto avea gran cura)
si pone in capo una barbuta nuova,
senza mirar s'ha debil tempra o dura:
sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova;
sì ne la fatagion si rassicura.
Così coperto seguita l'inchiesta;
né notte, o giorno, o pioggia, o sol l'arresta.
68
Era ne l'ora, che trae i cavalli
Febo del mar con rugiadoso pelo,
e l'Aurora di fior vermigli e gialli
venìa spargendo d'ogn'intorno il cielo;
e lasciato le stelle aveano i balli,
e per partirsi postosi già il velo:
quando appresso a Parigi un dì passando,
mostrò di sua virtù gran segno Orlando.
69
In dua squadre incontrossi: e Manilardo
ne reggea l'una, il Saracin canuto,
re di Norizia, già fiero e gagliardo,
or miglior di consiglio che d'aiuto;
guidava l'altra sotto il suo stendardo
il re di Tremisen, ch'era tenuto
tra gli Africani cavallier perfetto:
Alzirdo fu, da chi 'l conobbe, detto.
70
Questi con l'altro esercito pagano
quella invernata avean fatto soggiorno,
chi presso alla città, chi più lontano,
tutti alle ville o alle castella intorno:
ch'avendo speso il re Agramante invano,
per espugnar Parigi, più d'un giorno,
volse tentar l'assedio finalmente,
poi che pigliar non lo potea altrimente.
71
E per far questo avea gente infinita;
che oltre a quella che con lui giunt'era,
e quella che di Spagna avea seguita
del re Marsilio la real bandiera
molta di Francia n'avea al soldo unita;
che da Parigi insino alla riviera
d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto
alcune rocche) avea tutto suggetto.
72
Or cominciando i trepidi ruscelli
a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde,
e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli
a rivestirsi di tenera fronde;
ragunò il re Agramante tutti quelli
che seguian le fortune sue seconde,
per farsi rassegnar l'armata torma;
indi alle cose sue dar miglior forma.
73
A questo effetto il re di Tremisenne
con quel de la Norizia ne venìa,
per là giungere a tempo, ove si tenne
poi conto d'ogni squadra o buona o ria.
Orlando a caso ad incontrar si venne
(come io v'ho detto) in questa compagnia,
cercando pur colei, come egli era uso,
che nel carcer d'Amor lo tenea chiuso.
74
Come Alzirdo appressar vide quel conte
che di valor non avea pari al mondo,
in tal sembiante, in sì superba fronte,
che 'l dio de l'arme a lui parea secondo;
restò stupito alle fattezze conte,
al fiero sguardo, al viso furibondo:
e lo stimò guerrier d'alta prodezza;
ma ebbe del provar troppa vaghezza.
75
Era giovane Alzirdo, ed arrogante
per molta forza, e per gran cor pregiato.
Per giostrar spinse il suo cavallo inante:
meglio per lui, se fosse in schiera stato;
che ne lo scontro il principe d'Anglante
lo fe' cader per mezzo il cor passato.
Giva in fuga il destrier di timor pieno,
che su non v'era chi reggesse il freno.
76
Levasi un grido subito ed orrendo,
che d'ogn'intorno n'ha l'aria ripiena,
come si vede il giovene, cadendo,
spicciar il sangue di sì larga vena.
La turba verso il conte vien fremendo
disordinata, e tagli e punte mena;
ma quella è più, che con pennuti dardi
tempesta il fior dei cavallier gagliardi.
77
Con qual rumor la setolosa frotta
correr da monti suole o da campagne,
se 'l lupo uscito di nascosa grotta,
o l'orso sceso alle minor montagne,
un tener porco preso abbia talotta,
che con grugnito e gran stridor si lagne;
con tal lo stuol barbarico era mosso
verso il conte, gridando: - Addosso, addosso! -
78
Lance, saette e spade ebbe l'usbergo
a un tempo mille, e lo scudo altretante:
chi gli percuote con la mazza il tergo,
chi minaccia da lato, e chi davante.
Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo,
estima la vil turba e l'arme tante,
quel che dentro alla mandra, all'aer cupo,
il numer de l'agnelle estimi il lupo.
79
Nuda avea in man quella fulminea spada
che posti ha tanti Saracini a morte:
dunque chi vuol di quanta turba cada
tenere il conto, ha impresa dura e forte.
Rossa di sangue già correa la strada,
capace a pena a tante genti morte;
perché né targa né capel difende
la fatal Durindana, ove discende,
80
né vesta piena di cotone, o tele
che circondino il capo in mille vòlti.
Non pur per l'aria gemiti e querele,
ma volan braccia e spalle e capi sciolti.
Pel campo errando va Morte crudele
in molti, vari, e tutti orribil volti;
e tra sé dice: - In man d'Orlando valci
Durindana per cento de mie falci. -
81
Una percossa a pena l'altra aspetta.
Ben tosto cominciar tutti a fuggire;
e quando prima ne veniano in fretta
(perch'era sol, credeanselo inghiottire),
non è chi per levarsi de la stretta
l'amico aspetti, e cerchi insieme gire:
chi fugge a piedi in qua, chi colà sprona;
nessun domanda se la strada è buona.
82
Virtude andava intorno con lo speglio
che fa veder ne l'anima ogni ruga:
nessun vi si mirò, se non un veglio
a cui il sangue l'età, non l'ardir, sciuga.
Vide costui quanto il morir sia meglio,
che con suo disonor mettersi in fuga:
dico il re di Norizia; onde la lancia
arrestò contra il paladin di Francia.
83
E la roppe alla penna de lo scudo
del fiero conte, che nulla si mosse.
Egli ch'avea alla posta il brando nudo,
re Manilardo al trapassar percosse.
Fortuna l'aiutò; che 'l ferro crudo
in man d'Orlando al venir giù voltosse:
tirare i colpi a filo ognor non lece;
ma pur di sella stramazzar lo fece.
84
Stordito de l'arcion quel re stramazza:
non si rivolge Orlando a rivederlo;
che gli altri taglia, tronca, fende, amazza;
a tutti pare in su le spalle averlo.
Come per l'aria, ove han sì larga piazza,
fuggon li storni da l'audace smerlo,
così di quella squadra ormai disfatta
altri cade, altri fugge, altri s'appiatta.
85
Non cessò pria la sanguinosa spada,
che fu di viva gente il campo voto.
Orlando è in dubbio a ripigliar la strada,
ben che gli sia tutto il paese noto.
O da man destra o da sinistra vada,
il pensier da l'andar sempre è remoto:
d'Angelica cercar, fuor ch'ove sia,
teme, e di far sempre contraria via.
86
Il suo camin (di lei chiedendo spesso)
or per li campi or per le selve tenne:
e sì come era uscito di se stesso,
uscì di strada; e a piè d'un monte venne,
dove la notte fuor d'un sasso fesso
lontan vide un splendor batter le penne.
Orlando al sasso per veder s'accosta,
se quivi fosse Angelica reposta.
87
Come nel bosco de l'umil ginepre,
o ne la stoppia alla campagna aperta,
quando si cerca la paurosa lepre
per traversati solchi e per via incerta,
si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre,
se per ventura vi fosse coperta;
così cercava Orlando con gran pena
la donna sua, dove speranza il mena.
88
Verso quel raggio andando in fretta il conte,
giunse ove ne la selva si diffonde
da l'angusto spiraglio di quel monte,
ch'una capace grotta in sé nasconde;
e trova inanzi ne la prima fronte
spine e virgulti, come mura e sponde,
per celar quei che ne la grotta stanno,
da chi far lor cercasse oltraggio e danno.
89
Di giorno ritrovata non sarebbe,
ma la facea di notte il lume aperta.
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe;
pur vuol saper la cosa anco più certa.
Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe,
tacito viene alla grotta coperta:
e fra li spessi rami ne la buca
entra, senza chiamar chi l'introduca.
90
Scende la tomba molti gradi al basso,
dove la viva gente sta sepolta.
Era non poco spazioso il sasso
tagliato a punte di scarpelli in volta;
né di luce diurna in tutto casso,
ben che l'entrata non ne dava molta;
ma ve ne venìa assai da una finestra
che sporgea in un pertugio da man destra.
91
In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco,
era una donna di giocondo viso;
quindici anni passar dovea di poco,
quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso:
ed era bella sì, che facea il loco
salvatico parere un paradiso;
ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni,
del cor dolente manifesti segni.
92
V'era una vecchia; e facean gran contese
(come uso feminil spesso esser suole),
ma come il conte ne la grotta scese,
finiron le dispùte e le parole.
Orlando a salutarle fu cortese
(come con donne sempre esser si vuole),
ed elle si levaro immantinente,
e lui risalutar benignamente.
93
Gli è ver che si smarriro in faccia alquanto,
come improviso udiron quella voce,
e insieme entrare armato tutto quanto
vider là dentro un uom tanto feroce.
Orlando domandò qual fosse tanto
scortese, ingiusto, barbaro ed atroce,
che ne la grotta tenesse sepolto
un sì gentile ed amoroso volto.
94
La vergine a fatica gli rispose,
interrotta da fervidi signiozzi,
che dai coralli e da le preziose
perle uscir fanno i dolci accenti mozzi.
Le lacrime scendean tra gigli e rose,
là dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi.
Piacciavi udir ne l'altro canto il resto,
Signor, che tempo è ormai di finir questo.
|
1
Cerere,
dopo che tornando da Cibele, venerata sul monte Idea,
in
fretta alla solitaria valle,
dove
sotto la montagna Etna è sepolto
il
gigante Encelado morto fulminato da Giove,
non
trovò la figlia Proserpina dove l'aveva
lasciata,
lontana da ogni strada battuta, (fatto
che
le
arrecò alle guance, al petto, ai capelli
ed
agli occhi un danno)alla fine sradicò due pini
2
e
li accese con il fuoco di Vulcano, nel braciere dell'Etna,
diede
loro la virtù di non poter essere mai spenti,
e
portandone uno per mano,
su
un carro trainato da due draghi,
esplorò
i boschi ed i campi, il monte e le pianura,
le
valli, i fiumi, gli stagni ed i torrenti,
la
terra ed il mare. E dopo che il tutto il mondo
aveva
esplorato in superficie, andò a cercare anche nel profondo inferno.
3
Se
Orlando avesse avuto un potere simile a quello di
Cerere
così come aveva lo stesso desiderio di ritrovare la persona amata,
allora
non avrebbe, nel tentativo di cercare Angelica,
tralasciato
il bosco o il campo, lo stagno od il fiume,
la
valle o il monte, la pianura o la terra o il mare,
il
cielo ed anche il profondo luogo dell'eterno oblio, l'inferno.
Ma
poiché non possedeva il carro trainato da draghi,
vagava
nella ricerca di Angelica come meglio poteva.
4
L'aveva
cercata per tutta la Francia ed ora si appresta
a
cercarla per l'Italia e la Germania,
per
tutta la Spagna
per
poi attraversare lo stretto di Gibilterra ed andare in Africa.
Mentre
pensa alle nuove mete, sente all'orecchio
giungere
una voce che sembra piangere:
si
sporge e sopra un grande destriero
al
galoppa vede d'innanzi a sé un cavaliere
5
che
porta in braccio e sull'arcione anteriore
un
tristissima donzella con la forza, senza il suo consenso.
La
donna piange, si dibatte e sembra
soffrire.
In suo soccorso chiama
il
valoroso Orlando, il quale,
appena
guarda la bella ragazza,
crede
di vedere colei che, per tutto il giorno e la notte,
aveva
cercato in ogni luogo della Francia.
6
Non
dico che fosse veramente lei, ma sembrava
la
effettivamente la gentile Angelica che Orlando tanto ama.
Egli,
che la donna che adora
vede,
triste e addolorata, essere portava via,
spinto
dall'ira e dalla furia ardente,
con
voce spaventosa chiama il cavaliere;
lo
chiama e lo minaccia,
ed
infine lancia all'inseguimento Brigliadoro a tutta velocità.
7
Non
arresta la propria corsa il cavaliere, né risponde ad Orlando.
concentrato
sulla sua prigioniera, al valore di lei,
si
muove così velocemente tra i rami
che
anche il vento sarebbe in ritardo nel suo inseguimento.
L'uno
fugge e l'altro lo insegue; ed i fitti
boschi
risuonano dell'acuto lamento della donna.
Al
galoppo uscirono dal bosco e si trovarono in un vasto prato, dove,
nel
mezzo, si ergeva un maestoso e ricco castello (del mago Atlante).
8
Con
vari marmi, con un minuzioso lavoro,
era
stato costruito il maestoso palazzo.
All'interno
della porta costruita in oro corse
il
cavaliere con in braccio la donzella.
Non
molto dopo giunse anche Brigliadoro
con
in sella il fiero e sprezzante Orlando.
Appena
è dentro al palazzo, Orlando si guarda intorno
ma
né il guerriero né la donzella vede più.
9
Subito
smonta da cavallo e come un fulmine entra
nelle
stanze più interne del Castello:
corre
di qua e di là senza lasciare
inesplorata
né una camera né una loggia.
Dopo
che i segreti di ogni stanza del primo piano
ha
invano esplorato, sale le scale
e
non perde meno tempo a cercare anche di sopra
di
quanto ne aveva perso di sotto invano.
10
Vede
letti ornati di oro e seta.
Non
è possibile vedere né i muri esterni né le pareti interne
perché,
come il suolo dove mette piede,
sono
completamente nascoste da tende e tappeti.
Al
primo ed al secondo piano il conto Orlando torna e ritorna
senza
riuscire ad allietare gli occhi
con
la vista di Angelica, od al limite del ladro
che
ne aveva rapito il bel viso.
11
E
mentre di qua e di là invano si muoveva,
pieno
di affanno e di pensieri,
Ferraù,
Bradimarte ed il re Gradasso,
re
Sacripante ed altri cavalieri
incontrò,
che vagavano al primo e secondo piano
e
non meno di lui si muovevano a vuoto;
e
si lamentavano del malvagio
invisibile
signore di quel palazzo.
12
Tutti
girano per il palazzo alla sua ricerca, tutti lo accusano
di aver rubato loro qualcosa: uno
è all'affannata ricerca del destriero che il signore gli ha sottratto; un'altro
si arrabbia per aver perdutola propria donna; altri
lo accusa per altri misfatti: e stanno così senza
sapere come poter abbandonare quella gabbia; e
ci sono molti, catturati con l'inganno, in
trappola da intere settimane e mesi. 14 Orlando,
dopo che più volte ebbe
esplorato per intero lo strano castello, disse
fra sé: "Qui potrei trovare dimora, buttare
tempo e fatica senza alcun risultato; il
ladro potrebbe aver portato via la donna attraverso
un'altra uscita, ed essere ora molto lontano." Con
questo pensiero uscì nel verde prato che
circondava tutto il palazzo. 14 Mentre
gira intorno alla casa situato all'interno del bosco, tenendo
sempre rivolto a terra lo sguardo per
vedere se compare una traccia, o a destra o
da sinistra, di un passaggio recente (del destriero del cavaliere), si
sente chiamare da una finestra. Alza
gli occhi e la voce divina di Angelica gli
sembra di udire, e sembra anche vedere il viso che
l'aveva così tanto allontanato dalla persona che era stato. 15 Gli
sembra di udire Angelica che supplicando e
piangendo gli dice: "Aiuto, aiuto! Ti
chiedo di risparmiare la mia verginità più
che la mia anima e la mia vita. Alla
fine, in presenza del mio amato Orlando, mi
sarà sottratta (la verginità) da questo ladro? Dammi
piuttosto la morte con la tua mano che
essere abbandonata ad un così infelice destino." 16 Queste
parole fanno ancora un'altra volta fatto
tornare Orlando a girare in ogni stanza, con
angoscia e con molta fatica, ma
con altrettanta grande speranza. A
volte si ferma e sta ad ascoltare una voce, che
sembra essere quella di Angelica (se
lui è da una parte del castello, la voce suona in tutt'altro luogo) che
chiede aiuto, ma non sa capire e trovare da dove provenga. 17 Ma
tornando a raccontare di Ruggiero, che ho abbandonato quando dissi
che, attraverso un sentiero ombroso e buio, seguendo
il gigante e la donna, era
finalmente giunto, uscito dal bosco, in un grande prato; potrei
dire che arrivò nel luogo dove Orlando era
arrivato poco prima, se ho riconosciuto il luogo. Il
gigante passa attraverso la grande porta; Ruggiero
gli è subito dietro e non smette di seguirlo (entra anche lui). 18 Appena
mette il piede dentro alla porta, da
un'occhiata alla grande corte ed alle stanze ma
non vede più né il gigante né la donna. Invano
gira gli occhi tutt'intorno. Più
volte va su e giù e ci ritorna ma
mai trova quel che va cercando (gli accade quel che desidera) e
non riesce ad immaginare dove, così velocemente, il
fellone si sia nascosto con al donna. 19 Dopo
che ha controllato più e più volte le
camere, le logge e le sale del primo e del secondo piano, torna
comunque di nuovo a controllare, e non rinuncia a
cercare fin sotto le scale. Infine,
con la speranza che siano tornati nel vicino bosco,
esce dal castello. Ma una voce, simile a
quella che richiamò Orlando, richiamò anche lui non di meno e
lo fece tornare nel palazzo. 20 La
medesima voca, una persona che
era sembrata Angelica ad Orlando, sembrò
ora a Ruggiero essere Bradamante, della
quale era lui innamorato (che lo faceva sentire fuori di sé). Se
dovesse discutere con re Gradasso, o con altra persona di
quelle che andavano vagando per il palazzo, a
ciascuno sarebbe sembrata essere ciò
che più ciascuno ambisce e desidera avere per sé. 21 Questo
era un incantesimo nuovo e poco usato, che
aveva creato il mago Atlante di Carena affinché
Ruggiero fosse stato tenuto occupato tanto in
quell'affanno, in quella dolce punizione, finché
fosse vanificato l'influsso maligno degli astri che
l'aveva condannato a morire giovane. Dopo
il castello d'acciaio che a è utile, e
dopo Alcina, Atlante tenta un nuovo incantesimo. 22 Non
solo costui, ma anche tutti gli altri il
cui valore ha per tutta la Francia una grande fama, affinché
per loro mano Ruggiero non muoia, Atlante
aspira a condurre in questo castello incantato. E
mentre loro alloggiano in quel luogo, affinché
non patiscano la fame, aveva
così bene fornito il palazzo di tutto ciò che era necessario che
sia le donne che i cavalieri vi dimorano completamente a loro agio. 23 Ma
torniamo da Angelica, che con sé avendo
portato quell'anello molto speciale, che
la rende invisibile quanto viene tenuto in bocca, ed
al dito la protegge da ogni incantesimo; ed
avendo trovato, nella conca della montagna, cibo,
una cavalla, vestiti e quanto altro aveva
bisogno, aveva ora deciso di
ritornare in India al suo bel regno. 24 Volentieri
Orlando o Sacripante avrebbe
voluto al suo fianco: lei non aveva
voluto più bene a l'uno od all'altro dei due suoi amanti, allo
stesso modo, anzi, si era opposto ai loro desideri. Ma
dovendo, per tornare in Oriente, attraversare
tante città, tanti castelli, aveva
bisogno di compagnia e di una giuda, e
solo con Orlando e Sacripante poteva avere la più fidata compagnia. 25 Continuò
a cercare ora l'uno ed ora l'altro prima
di riuscire a trovare un indizio od una loro traccia, a
volte in città, a volte in ville, altre volti in
alti boschi ed a volte ancora in tutt'altri luoghi. La
fortuna infine la inviò là dove il conte Orlando, Ferraù
e Sacripante si trovavano insieme
a Ruggiero, re Gradasso e molti altri ancora che
il mago Atlante aveva imprigionato in uno strano incantesimo. 26 Entra
nel castello, invisibile agli occhi del mago, e
gira dappertutto, nascosta dall'anello. Incontra
Orlando e Sacripante che vagano nel
tentativo invano di cercarla in quel palazzo. Vede
come, simulando con l'incantesimo la sua immagine, Atlante
inganni l'uno e l'altro. Chi
di loro due debba prendere come guida (per tornare in Oriente) valuta
molto nei suoi pensieri senza riuscire a decidersi. 27 Non
riesce a valutare chi dei sua sia il meglio per lei, Il
conte Orlando o Sacripante. Orlando
la potrà con più valore proteggere
nei punti più pericolosi del cammino: ma
se lo farà sua guida, lo farà anche suo signore; non
riesce quindi a vedere come potrà poi togliergli la signoria, non
appena, non più utile, vorrà poi sminuirne
l'importanza o rimandarlo in Francia (liberarsi di lui). 28 Al
contrario, quando più le piaccia, valuta di
potersi liberare facilmente da Sacripante, agendo nel giusto modo. Questa
sola ragione fa sì che lei decida di scegliere Sacripante come
sua scorta e di mostrare a lui la sua fiducia ed il suo affetto. Angelica
si toglie l'anello dalla bocca, e dalla sua faccia levò
quindi quel velo che la rendeva invisibile a Sacripante. Pensò
di potersi mostrare a lui solo, accadde invece che
sia Orlando che Ferrù sopraggiunsero in quel momento. 29 Giunsero
Ferraù ed Orlando, che
allo steso modo avevano girato, sopra
e sotto, fuori e dentro, alla ricerca all'intero
del palazzo di lei, che era la donna da loro amata ed adorata. Corsero
tutti insieme verso Angelica, dal momento che nessun
incantesimo poteva ora impedirglielo, perché
l'anello che la donna si mise alla mano, rese
vano ogni tentativo di incantesimo da parte di Atlante. 30 Avevano
addosso la corazza e in testa avevano l'elmo, due
(Sacripante ed Orlando) di questi guerrieri le cui gesta io vi canto; non
di notte e neanche di giorno, dopo che furono entrati in questo palazzo,
se li erano mai levati di dosso. Facili
da portare, come fossero un vestito, erano
per loro, tanto erano abituati a portarli. Ferraù,
il terzo guerriero, era anche lui armato, ma non
aveva, e non voleva avere, nessun elmo 31 fino
a ché non fosse entrato in possesso di quello che il paladino Orlando
tolse ad Almonte, fratello del re troiano. Perché
ciò aveva giurato allora, quando l'elmo, di buona fattura, di
Argalia aveva cercato senza successo nel fiume. Sebbene
avesse a portata di mano Orlando, Ferraù
non lo assalì. Incrociare
fra loro le armi non
fu possibile fintanto che furono nel castello. 32 Era
così incantato quel palazzo, che
non poterono riconoscersi l'un l'altro. Né
di notte né di giorno, né la spada né la corazza e
nemmeno solo lo scudo dal braccio si toglievano. I
loro cavalli, con la sella sul dorso, con
il morso a penzoloni dall'arcione, si rilassavano in
una stanza, che in prossimità dell'uscita del castello, era
sempre fornita di orzo e di paglia. 33 Il
mago non sa e non può nemmeno evitare che
i tre guerrieri rimontino in sella dei loro destrieri per
correre dietro alle rosee guancie, alla
chioma dorata ed ai bei occhi neri di
angelica, che alla fuga spinge la
sua cavalla, perché non gradisce
vedere insieme i tre amanti, che
forse avrebbe preso come guida se fossero arrivati separatamente. 34 E
dopo che li ebbe allontanati dal palazzo a
sufficienza, da poter non più temere che
contro loro l'incantatore malvagio potesse
usare le proprie ingannevoli arti magiche; l'anello,
che più di una brutta situazione le aveva evitato, chiuse
tra le sue rosse labbra, di
conseguenza scomparve alla loro vista, e
li lasciò istupiditi ed increduli. 35 Sebbene
fosse stata la sua prima intenzione quella
di voler in propria compagnia Orlando o Sacripante, perché
l'aiutassero a ritornare nel regno di
suo padre (Galafron) nell'estremo oriente; sdegnò
a questo punto entrambi cambiando
all'improvviso la propria volontà, e
senza più doversi legare all'uno od all'altro, penso
bastasse l'anello a sostituire entrambi. 36 Rivolgono
attraverso il bosco, ora da una parte ed ora dall'altra, derisi
da Angelica, la loro stupida faccia; come
a volte il cane se gli viene sottratta o
una lepre o una volpe, a cui dava la caccia, perché
all'improvviso in qualche stretta tana, in
un fitto cespuglio od in un fosso la preda si è cacciata. Ride
di loro senza pietà Angelica, non
vista, ed osserva i loro progressi. 37 In
mezzo al bosco vedono esserci una sola strada: i
cavalieri credono quindi che la donzella stia
procedendo, davanti a loro, attraverso quella via; poiché,
essendo unica, non può altrimenti procedere. Orlando
corre all'inseguimento, Ferraù non indugia oltre, nemmeno
Sacripante sprona e punge il proprio destriero di meno. Angelica
non trattiene più la briglia del proprio cavallo e
procede quindi dietro a loro con minore fretta. 38 Appena
furono giunti, correndo a tutta velocità, dove i diversi sentieri si
andavano a perdere all'interno della foresta, ed
avendo i cavalieri cominciato a guardare nell'erba intorno, se
vi trovavano punti calpestati, tracce di lei; Ferraù,
che poteva, tra tutte le persone che
mai fossero state altezzose, essere incoronato re degli altezzosi, si
volse verso gli altri due con viso cattivo, e
gridò loro: "Da dove venite voi? 39 Tornate
indietro o prendete un'altra via, se
non volete giacere qui morti: né
nell'amare né nell'inseguire la mia donna possa
credere qualcuno che io sopporti essere in compagnia di altri." Disse
Orlando a Sacripante: "Cosa potrebbe mai
dire di più costui, se entrambi ci avesse scambiato per
le puttane più codarde e timorose che
mai facessero "lavori di filatura"?" 40 Poi
rivolto a Ferraù disse: "Bestia di un uomo, se
io non avessi visto che sei privo del tuo elmo, di
ciò che hai detto, se l'hai detto a buona o cattiva ragione, senza
esitare oltre, ti farei rendere conto." Disse
lo Spagnolo, Ferraù: "Delle cose che a me non importano, perché
di devi tu invece interessare? Io,
contro voi due, sono capace da solo di
mettere in pratica ciò che ho detto, anche ora, senza l'elmo
indosso." 41 Disse
Orlando a Sacripante: "Deh, fammi
il favore di prestare a costui il tuo elmo, così
che possa curarlo dalla pazzia; mai
ho avuto occasione di vederne una paragonabile ad essa." Il
re, Sacripante, rispose: "Chi sarebbe poi più pazzo, io o lui? Se
la domanda che mi hai appena fatto ti sembra ragionevole, prestagli
allora il tuo di elmo; perché non sarò meno bravo, di
quanto forse possa esserlo tu, a punire un folle." 42 Aggiunge
Ferraù: "Parlate da sciocchi, come se, se
mi fosse cosa gradita portar un elmo, non
ne sareste già voi rimasti senza, non lo avrei già sottratto a voi; perché
vi avrei tolto i vostri, contro la vostra volontà. Ma
per raccontarvi piccola parte dei fatti miei, me
ne vado così in giro, senza elmo, per un giuramento fatto, ed
andrò in giro così, fino a che non potrò avere l'elmo, di ottima
fattura, che
porta sul capo il paladino Orlando. 43 Rispose
sorridendo il conte Orlando: "Dunque ritieni
di poter, anche a capo nudo, fare
ad Orlando quello che in Aspromonte lui
stesso aveva già fatto ad Almonte? Credo
io al contrario che se tu dovessi mai trovarti di fronte Orlando, avresti
timore di lui dalla testa alla pianta dei piedi; non
vorresti l'elmo, ma daresti a lui tutte
le altre armi, che hai addosso, a patto di non dover combattere." 44 Lo
spaccone Spagnolo disse: "Già molte altre volte,
ed altre ancora, ho messo alle strette Orlando così che
avrei potuto facilmente togliergli le sue armi, tutte
quelle che aveva indosso, non soltanto l'elmetto; e
se io non lo feci, è perché vengono alla mente alle volte propositi
che uno non immagina neanche di poter avere: non
ebbi, allora, voglia di sottrargli le armi; ora invece ne ho, e spero che
possa riuscire facilmente nell'intento." 45 Orlando
non riuscì più a mostrarsi paziente e
gridò quindi: "Bugiardo, brutto traditore, in
quale paese, e quando, ti sei trovato ad
essere più forte di me con le armi in mano? Quel
paladino, alle cui spalle ti stai vantando, che
pensavi essere lontano da te, sono io. Ora
potrai vedere se tu effettivamente puoi levarmi l'elmo dalla tesa, o
se sono invece io in grado di toglierti tutte le altre armi. 46 Non
voglio neanche trovarmi, rispetto a te, in condizione di vantaggio." Detto
così, si tolse l'elmo e
lo appese ad un ramoscello di faggio; impugnando
saldamente, allo stesso tempo, la propria spada. Ferraù
non perse per questo coraggio: trasse
la spada e si raccolse in posizione, così
da poter, con la spada e con lo scudo levato in aria, coprire
il proprio capo nudo. 47 Così
i due cavalieri cominciarono, movendosi
in cerchio i propri cavalli, a fare volteggi; e
dove le placche dell'armatura si congiungevano, e mostravano parti prive
di ferro, ognuno, con la propria spada, cercava di ferire l'altro. In
tutto il mondo, non poteva essere trovata una altra coppia di cavalieri adatta
ad affrontarsi in duello più di questa: erano
eguali per forza e per coraggio; nessuno
dei due poteva ferire l'altro. 48 Cardinale
Ippolito, sono sicuro abbiate già compreso che
Ferraù era completamente invulnerabile, grazie ad un incantesimo, ad
eccezione dell'ombelico, là dove il suo primo alimento prende
il bambino ancora rinchiuso all'interno del ventre materno: e
dal giorno in cui la terra nera del sepolcro gli
coprì la faccia, iniziò a coprire con armatura il
punto del suo corpo dove poteva arrivare il pericolo, sempre con
sette piastre di acciaio di buona fattura e ben temprate. 49 Allo
stesso modo anche Orlando era
completamente invulnerabile, ad eccezione di una parte del corpo: poteva
essere ferito sotto le piante dei piedi; le
difese perciò con ogni possibile stratagemma ed artificio. Ogni
altra parte del loro copro era più dura del diamante (se
la loro fama non si discosta dalla realtà); e
l'uno e l'altro andavano, più come ornamento che
per reale necessità, alle loro battaglie totalmente armati. 50 Lo
scontro tra i due rivali diviene più crudele ed aspro, orribile
e spaventoso a vedersi. Ferraù
ora colpisce di punta ed ora di taglio, e
non sferra colpo non vada a segno: ogni
colpo di Orlando che incontra piastra o maglia dell'armatura di Ferraù o
la stacca o la rompe e la apre o la riduce in brandelli. Angelica,
invisibile, si concentra su di loro, unica
testimone di un tale spettacolo. 51 Nel
frattempo, infatti, Sacripante, credendo che
poco oltre stesse correndo Angelica, dopo
che Ferraù ed Orlando in combattimento vide
confrontarsi, proseguì per quella via lungo
la quale credeva che la donzella, quando era
scomparsa alla loro vista, avesse proseguito la propria corsa: così
che appunto, di quella battaglia, Angelica
fu la sola testimone. 52 Dopo
che, orribile e spaventoso quanto era, ebbe,
stando in disparte, ammirato a sufficienza
il combattimento, e
che le sembrò troppo pericoloso sia
per l'uno che per l'altro dei contendenti; desiderosa
di vedere cose nuove, decise
di prendere lei l'elmo, per poter osservare cosa avrebbero
fatto quindi i due guerrieri vedendo che era stato rubato; lo
prese benché con l'intenzione di non tenerlo per molto tempo. 53 Ha
infatti intenzione di ridarlo poi ad Orlando; ma
vuole prima prendersi gioco di lui. Stacca
l'elmo dal ramo e se lo pone in grembo, e
sta quindi a guardare ancora un po' i due cavalieri. Infine
si allontana senza dire loro una sola parola; ed
era già un bel po' lontana da quel luogo, quando
uno dei due si rese conto della sua azione: tanto
erano entrambi presi dall'ira ardente. 54 Ma
Ferraù, che per primo aveva visto che l'elmo non c'era più, si
staccò da Orlando e gli disse: "Deh,
come ci ha trattati da sciocchi e da stupidi il
cavaliere che era prima insieme a noi! Che
premio sarà mai toccato al vincitore, se
costui ha rubato il bel elmo da noi conteso?" Orlando
si ritrae e gira lo sguardo verso il ramo: non
vede il suo elmo ed inizia ad accendersi d'ira. 55 Con
l'ipotesi di Ferraù si trovò concorde, che
il cavaliere, Sacripante, che poco prima era insieme a loro, avesse
portato l'elmo con sé; strattonò pertanto le briglie e
fece sentire i propri speroni a Brigliadoro. Ferraù,
che dal campo di battaglia vide Orlando allontanarsi, corse
dietro di lui; e dopo essere giunti dove,
nell'erba, apparvero recenti le impronte fatte
da Sacripante e da Angelica, 56 il
conte Orlando prese la strada sulla sinistra che conduceva
ad una valle, ove Sacripante era andato: Ferraù
si tenne invece nei pressi del monte, lungo
il sentiero battuto da Angelica. Nel
frattempo angelica era giunta ad una fonte, ricca
di ombra e situata in un luogo piacevole, che
invita chiunque passi a riposare presso le proprie fresche ombre, e
non lo lascia mai ripartire senza avergli prima offerto da bere. 57 Angelica
si ferma presso le acque cristalline della fonte, pensando
che nessuno possa sopraggiungere sorprendendola; grazie
al potere dell'anello magico, che la rende invisibile, non
può neanche temere che le possa capitare qualcosa di pericoloso. Appena
giunta presso le rive erbose del
torrente, appende l'elmo ad un ramoscello; cerca
quindi, laddove, all'interno del bosco, ci sono gli alberi più robusti, di
legare la propria cavalla, così che possa pascolare e rifocillarsi. 58 Il
cavaliere spagnolo, Ferraù, che aveva proceduto seguendo
le orme di Angelica, giunse infine alla fonte. Angelica,
non appena lo vede, subito
scompare alla sua vista e sprona alla corsa la propria cavalla. Non
può però riprendere con sé l'elmo, caduto sull'erba, perché
da lei troppo distante. Non
appena il pagano si accorse della presenza di Angelica, subito
corse verso di lei pieno di felicità. 59 Parve
a Ferraù, come ho raccontato, Angelica davanti a sé, di
vederla scomparire come una visione al termine del sonno. La
cerca all'interno del bosco, ma
i suoi poveri occhi non possono ormai più vederla. Bestemmiando
il nome di Maometto e Trivigante, ed
ogni altra autorità della loro religione, Ferraù
ritornò quindi verso la fonte, vicino
alla quale, giaceva in mezzo all'erba l'elmo del conte Orlando. 60 Lo
riconobbe, subito dopo averlo visto, grazie
alla scritta presente sul suo bordo; la
quale diceva chiaramente dove Orlando l'aveva conquistato, ed
anche come e quando ed a chi l'aveva sottratto. Ferraù
lo calza subito a protezione del proprio capo e del collo, non
lasciò che il doloroso amore gli impedisse di prenderlo; il
doloroso amore che provava per colei che era scomparsa nel nulla, come
svanire sono soliti fare i fantasmi notturni. 61 Dopo
aver allacciato l'elmo di ottima fattura che si era messo in testa, si
sembra che, per essere pienamente soddisfatto, gli
resta ora solo di ritrovare Angelica, che
appariva e scompariva dalla sua vista come fosse una saetta. Esplorò
la profonda foresta alla ricerca di lei: dopo
aver perso ogni speranza di
poter ritrovare le sue traccia, ritornò
all'accampamento spagnolo, verso Parigi; 62 cercando
di attenuare il dolore che gli ardeva nel petto, dolore
per non avere potuto soddisfare un così grande desiderio, con
il conforto di portare in testa l'elmo che
era appartenuto ad Orlando, così come aveva giurato. Il
conte Orlando, dopo avere ricevuto notizia certa sulla sorte dell'elmo, cerco
poi per molto tempo Ferraù; ma
non riuscì a togliergli dal capo l'elmo fino al giorno in
cui lo uccise tra due ponti. 63 Angelica,
invisibile e solitaria, se
ne va via, ma con espressione che mostra turbamento; si
duole per le sorti dell'elmo, che per la troppa fretta aveva
dovuto abbandonare presso la fonte. "Per
aver voluto fare ciò che a me non sarebbe spettato fare (diceva
tra sé), ho tolto al conte l'elmo: ciò,
per quanto lui meriti, è proprio una bella ricompensa per
tutto ciò che a lui devo. 64 Con
buone intenzioni (lo sa solo Dio), sebbene
il risultato dell'azione è stato triste e diverso da quanto atteso, mi
sono impossessata dell'elmo: e l'unica mia intenzione era
di condurre quel combattimento ad una tregua; e
non che, con me come tramite, quel brutto spagnolo potesse
raggiungere il suo suo scopo." In
questo modo Angelica si lamentava con sé stessa per
avere privato Orlando del proprio elmo. 65 Malcontenta
e sdegnata prese quindi la via che
le sembrava potesse essere la migliore per raggiungere l'Oriente. A
volte procedette mantenendosi invisibile, altre visibile, a
seconda di cosa era opportuno, tra la gente che incontrava. Dopo
aver visto molte cose in molti paesi, giunse
infine in un bosco, dove, tra
due compagni morti, incontrò un giovane (Medoro) ferito
con crudeltà in mezzo al petto. 66 Ma
racconterò di Angelica più avanti; perché
molte cose devo prima narrarvi: e
né a Ferraù né a Sacripante, per
un bel po', potrò dedicare versi. Distoglie
la mia attenzione da loro Orlando, perché
di sé vuole che, prima degli altri, narri le
fatiche e le pene che dovette sostenere a causa del grande desiderio
di possedere Angelica, desiderio che non giunse mai ad una fine. 67 Alla
prima città che incontra (essendo
molta l'intenzione di poter procedere senza essere riconosciuto) pone
sulla propria testa un nuovo elmo privo di cimiero, senza
badare al fatto che fosse o meno debitamente temprato: fosse
in un modo o nell'altro, avrebbe potuto poco giovare o nuocere; tanto
confida nell'incantesimo che lo rende invulnerabile. Così
coperto in testa, procede la ricerca: non
lo ferma né la notte né il giorno, né la pioggia e neppure il sole. 68 Era
giunta l'alba, ora in cui Febo conduce i cavalli fuori
dal mare, con il pelo bagnato, e
l'Aurora sparge tutt'intorno nel cielo fiori
rossi e gialli; e
le stelle terminano le proprie danze in cielo, e
si sono già coperte con un velo per scomparire alla vista: quando,
passando un giorno nei pressi di Parigi, Orlando
diede prova del proprio valore. 69 Due
schiere di soldati si erano unite: ne
comandava una Manilardo, l'arabo calvo, re
di Norizia, un tempo molto valoroso e tenace, ora
più utile per ottenere un consiglio che per ottenere man forte; comandava
l'altra, sotto le proprie insegne, il
re di Tlemsen, stimato come cavaliere
perfetto dal popolo africano: Alzirdo
era il suo nome. 70 Questi
ultimi, insieme all'altro esercito pagano, durante
quella stagione invernale, avevano soggiornato alcuni
nei pressi di Parigi, altri più lontano, tutti
nelle ville e nei castelli presenti nei dintorni della città: avendo
infatti il re Agramante speso invano più
di un giorno, nel tentativo di espugnare Parigi, alla
fine volle tentare la via dell'assedio, dato
che non esistevano alri modi per poterne entrare in possesso. 71 Per
riuscire nell'intento, aveva chiamato un numero enorme di soldati; oltre
infatti a coloro che erano arrivati con lui, ed
a coloro che dalla Spagna avevano seguito le
insegne regali del re Marsilio, molti
altri soldati aveva assoldato in Francia; avendo
assoggettato tutta la Francia da Parigi fino alle rive del fiume Rodano,
con in aggiunta buona parte della Guascogna (ad
eccezione di alcune poche roccaforti). 72 Cominciando
ora gli agitati ruscelli a
il freddo ghiaccio, che si andava sciogliendo, in tiepide onde, ed
i prati a rivestirsi con erbe appena cresciute, e gli arbusti a
rivestirsi con rami adornati da foglie delicate; il
re Agamante radunò tutti quelli che
avevano seguito le sue sorti, sino a quel momento favorevoli, per
poter passare in rassegna il proprio esercito armato; e
poterne quindi organizzare un migliore assetto. 73 A
tale scopo il re di Tlemsen era
lì giunto, insieme a quello di Norizia, per
poter arrivare in tempo in quel luogo dove venne poi considerato ogni
squadrone come amico, se presente, o nemico, se assente. Per
puro caso Orlando venne a trovarsi (come
vi ho prima detto) in quel gruppo di persone, mentre
continuava a cercare, come era ormai solito fare, la donna che
l'aveva fatto prigioniero d'amore. 74 Non
appena Alzirdo vide avvicinarsi quel conte, Orlando, che
per valore non aveva pari in tutto il mondo, con
un tale aspetto esteriore, con magnifici lineamenti del viso, che
il dio della guerra, Marte, sarebbe sembrato inferiore a lui; rimase
stupito dei suoi lineamenti vigorosi, del
suo sguardo fiero, del suo aspetto pieno d'ira violenta: lo
cosiderò un guerriere di immenso valore; ma
ebbe però troppo desiderio di metterlo alla prova. 75 Alzirdo
era troppo giovane, presuntuoso della
propria grande forza, ed apprezzato per il grande coraggio. Per
duellare con Orlando spinse in avanti il proprio cavallo, sarebbe
stato meglio per lui se si fosse tenuto nella schiera dei suoi; poichè,
nello scontro, il principe Orlando lo
fece cadere da cavallo con il cuore trafitto. Pieno
di paura il destriero di Alzirdo fuggì, senza
avere nessuno a tenergli il freno. 76 Si
levo subito un grido orrendo, che
risonò forte per tutta l'aria, non
appena il giovane vide, cadendo, fuoriuscie
il sangue da quella ferita tanto estesa. Il
numeroso gruppo di guerrieri si avvicinò agitato al conte, in
modo scomposto, colpendolo con il taglio e la punta della spada; ma
sono molti di più quelli che con le frecce colpiscono
ripetutamente il migliore tra tutti i vigorosi cavalieri. 77 Con
il rumore con cui un branco di porci selvatici è
solito, talora, correre per i monti o per le campagne, quando
un lupo uscito da una tana nascosta, od
un orso sceso dalle montagne più basse, abbia
catturato un piccolo e tenero porco, che
si lamenta, con grugniti e suoni acuti; con
lo stesso frastuono si era mossa la schiera barbarica verso
Orlando, gridando: "Addosso, addosso!" 78 Lance,
frecce e spade impattarono contro l'armatura, mille
alla volta, lo scudo fu colpito altrettante volte: c'è
chi gli percuote la schiena con una mazza, chi
lo minaccia da un fianco, chi frontalmente. Ma
Orlando, che non lasciò mai spazio in sé alla paura, valuta
la codarda schiera e le sue tante armi, non
più di quello che un lupo, entrato a notte fonda in una mandria, valuti
essere il numero di agnelli che ha di fronte. 79 Estratta
dalla fodera, aveva ora in mano quella fulminea spada che
aveva condannato a morte così tanti saraceni: quindi,
chi volesse tenere il conto di
quanti cavalieri fece cadere morti, avrebbe
da compiere una impresa dura e difficile. La
strada, rossa per il sangue che vi scorreva, era
appena sufficiente per contenere tutti quei corpi morti; perché
né scudo né elmo potevano proteggere dalla
fatata Durindana, dove essa si abbatteva, 80 non
potevano niente nemmeno vestiti imbottiti di cotone, o turbanti posti
a circondare il capo con mille avvolgimenti. Non
solo gemiti e lamenti volano per l'aria, ma
anche braccia, spalle e teste separate dal corpo. La
Morte crudele procedere senza meta attraverso tutto il campo, facendo
propri molte e diverse persone, tutti con volti atroci; tra
sé dice: "Nelle mani di Orlando, vale la
spada Durindana come cento delle mie falci." 81 Orlando
infligge colpi uno dopo l'altro, senza sosta. Immediatamente
incominciarono tutti a scappare; e
mentre prima erano giunti con il desiderio di fare presto (poiché
era solo e credevano di poterlo mangiare in un solo boccone), non
c'è ora chi, per sottrarsi dalla situazione critica, aspetti
il proprio amico, e cerchi di andarsene insieme a lui: chi
fugge a piedi da una parte, chi sprona il cavallo per una altra via; nessuno
si cura troppo di scegliere la propria strada. 82 Il
valore se ne andava in giro con lo specchio che
va vedere ogni ogni imperfezione dell'anima, con la coscienza: nessuno
ci si specchiò, ad eccezione di un vecchio, al
quale l'età avanzata aveva asciugato il sangue e non il coraggio. Costui
vide nello specchio quanto il morire fosse assai meglio del
mettersi in fuga, disonorando sé stessi: sto
parlando del re di Norizia; per cui posizionò
la propria lancia per attaccare il paladino di Francia. 83 E
la ruppe contro il bordo superiore dello scudo del
fiero conte, che incassò il colpo senza muoversi minimamente. Orlando,
che aveva pronta la propria spada, colpì
re Manilardo mentre gli passava di fianco. La
fortuna lo aiutò; perché la spada di
Orlando, nell'abbattersi su Manilardo, si voltò, colpendo di piatto: sferrare
colpi di taglio non è sempre possibile; ma
lo fece comunque stramazzare al suolo. 84 Stordito
per il colpo ricevuto, il re venne disarcionato e stramazzò: Orlando
non si volta indietro per guardalo nuovamente; ma
gli altri taglia, spezza, straccia ed uccide; a
tutti, terrorizzati, sembra di averlo alle proprie spalle. Così
come nell'aria, dove hanno un così grande spazio disponibile, fuggono
gli storni dall'audace smeriglio, allo
stesso modo i cavalieri di quello squadrone ormai sconfitto, alcuni
cadono a terra, altri fuggono altri ancora si nascondono. 85 La
sanguinosa spada non cessò di abbattersi, fino
a quando il campo di battaglia fu privo di persone ancora in vita. Orlando
hai un dobbio sul riprendere la strada intrapresa, benché
tutta la Francia sia a lui nota. Sia
che vada a destra, sia che proceda a sinistra, la
sua mente è sempre lontana dal sentiero intrapreso: ha
sempre timore di cercare Angelica ovunque, tranne dove lei possa essere,
e di intraprendere sempre una via che lo allontani da lei. 86 Mantenne
il proprio cammino (chiedendo spesso notizie di lei) ora
per campi ed ora attraverso foreste: e
così come era uscito fuori di sé, uscì
poi anche di strada; giunse quindi ai piedi di un monte, dove,
di notte, da una apertura nella roccia, vide
in lontananza volare in cielo una luce intensa. Orlando
si accosta al sasso per vedere se
in quella fessura si fosse nascosta Angelica. 87 Come
in un bosco di basso ginepro, o
tra la stoppia in aperta campagnia, quando
si è alla ricerca della paurosa lepre, passando
per solchi che ostacolano il cammino e per vie poco sicure, si
va ad ogni cespuglio, ad ogni arbusto spinoso, per
verificare se per caso si fosse nascosta proprio lì; allo
stesso modo Orlando andava cercando, con gran dolore, la
donna amata in ogni luogo dove la speranza di trovarla lo spingeva. 88 Il
conte Orlando, procedendo di tutta fretta verso quel raggio di luce, giunse
nel punto dal quale lo stesso si diffondeva per tutta la foresta, attraverso
una stretta fessura ricavata nel monte, che
nasconde dentro di sé una grotta molto ampia e capiente; e
davanti all'ngresso principale trova spine
e giovani piante, come mura e fossati di protezione, per
nascondere coloro che si trovavano nella grotta, da
chi avesse cercato di fare loro danno o offesa. 89 Di
giorno, in pieno sole, non sarebbe stato possibile trovarla, ma
il raggio di luce la rendeva invece di notte ben visibile. Orlando
pensa subito quello che avrebbe dovuto essere; vuole
quindi meglio accertarsi della presenza di Angelica all'interno. Dopo
avere legato Brigliadoro, in
silenzio si avvicina alla grotta nascosta: e,
muovendosi tra i folti rami, entra quindi nell'apertura,
senza farsi annunciare da nessuno. 90 Scende
per molti gradini all'interno della grotta, dove
gente ancora viva stava imprigionata. L'interno
della caverna era non poco spazioso, inciso,
con la punta degli scalpelli, a forma di volta; non
totalmente priva di luce del sole, sebbene
l'entrata non ne potesse concedere molta; ne
poteva infatti entrare a sufficieza da una finestra, che,
sul lato destro, si apriva stringendosi verso l'esterno. 91 Al
centro della caverna, nei presso di un fuoco, si
trovava una giovane donna con un viso piacevole; doveva
avere da poco passato i quindi anni, a
quanto riuscì a stimare il conte dopo un primo sguardo: ed
era tanto bella da fare sembrare un
paradiso quel luogo selvatico; benché
avesse gli occhi completamente bagnati dalle lacrime, segnali
evidenti del dolore che provava nel suo cuore. 92 C'era
anche una donna anziana; era in corso tra di loro una disputa accesa (come
avviene solitamente tra le donne), ma
non appena il conte Orlando scese all'interno dell grotta, finì
la disputa e rimasero in silenzio. Orlando
le salutò in modo cortese (come
si deve sempre fare con le donne), loro
si alzarono prontamente, e
lo salutarono anch'esse in modo cortese. 93 Ed
è comunque vero che assunsero anche un'espressione alquanto turbata, non
appena udirono improvvisamente quella voce, e,
contemporaneamente, videro entrare là dentro un
uomo tanto fiero armato di tutto punto. Orlando
chiese loro chi fosse quella persona tanto scortese,
ingusta, selvaggia e crudele, che
potesse tenere imprigionata nella grotta una
donna con un viso tanto gentile ed amoroso. 94 La
vergine riuscì a fatica a rispondergli, essendo
interrotta da impetuosi singhiozzi, che
dalle rosse labbra, simili a coralli, e dai bianchi denti, simili a
preziose perle,
fanno uscire spezzettate le sue dolci parole. Le
sue lacrime scendevano dalle guancie fiorite fino
alla bocca, dove capita che se ne possa inghiottire qualcuna. Vi
possa fare piacere seguire il resto della storia nel prossimo canto, Ippolito,
perché è ormai tempo di finire questo canto.
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