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Canto 12 (XII) IL CASTELLO DI ATLANTE - Parafrasi COMPLETA, riassunto e testo originale del Canto 12 (XII) - Il castello di Atlante - del poema Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

Riassunto del Canto

Continuamente alla ricerca di Angelica, Orlando insegue un cavaliere pensando che la donna che porta al seguito sia la sua amata. Rimane così prigioniero del castello incantato, trappola del mago Atlante, nel quale ognuno crede di vedere ciò che più va cercando.

Nel castello ci sono anche altri prigionieri: Ferraù, Bradamante, Gradasso ed altri cavalieri ancora. Si aggiungerà poi anche Ruggiero, all'inseguimento del gigante che aveva visto rapire Bradamante.

Al castello giunge anche Angelica, che, senza volerlo, annulla tramite l'anello magico l'incantesimo di Atlante.

Liberati dal palazzo, Ferraù, Orlando e Sacripante corrono al suo inseguimento: Orlando e Ferraù si sfidano per il possesso dell'elmo di Orlando, Sacripante continua invece a seguire le tracce di Angelica. Quest'ultima è però rimasta nei pressi del luogo dello scontro e sottrae l'elmo oggetto del contendere, che il paladino si era tolto ed aveva appeso ad un ramo per non essere avvantaggiato.

Non trovando più l'elmo e credendo che il ladro sia Sacripante, Ferraù ed Orlando corrono quindi al suo inseguimento.

Ferraù incontra Angelica ed entra in possesso dell'elmo, abbandonato dalla donna nella fuga precipitosa.

Angelica giunge in un bosco dove incontra un giovane ferito.

Orlando, dopo avere sconfitto due schiere di saraceni incontrati sul suo cammino, giunge ad una caverna dove trova una giovane ed una vecchia.

Testo e Parafrasi del Canto

1
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alla solinga valle,
là dove calca la montagna Etnea
al fulminato Encelado le spalle,
la figlia non trovò dove l'avea
lasciata fuor d'ogni segnato calle;
fatto ch'ebbe alle guance, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;

 

2
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e diè lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e 'l mare; e poi che tutto il mondo
cercò di sopra, andò al tartareo fondo.

 

3
S'in poter fosse stato Orlando pare
all'Eleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e 'l fondo de l'eterno oblio;
ma poi che 'l carro e i draghi non avea,
la gìa cercando al meglio che potea.

 

4
L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all'orecchia
una voce venir, che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede innanzi un cavalliero,

 

5
che porta in braccio e su l'arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
di gran dolore; ed in soccorso appella
il valoroso principe d'Anglante;
che come mira alla giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d'intorno.

 

6
Non dico ch'ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch'egli tant'ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar sì addolorata e grama,
spinto da l'ira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama;
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia.

 

7
Non resta quel fellon, né gli risponde,
all'alta preda, al gran guadagno intento,
e sì ratto ne va per quelle fronde,
che saria tardo a seguitarlo il vento.
L'un fugge, e l'altro caccia; e le profonde
selve s'odon sonar d'alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello.

 

8
Di vari marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d'oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
né più il guerrier, né la donzella mira.

 

9
Subito smonta, e fulminando passa
dove più dentro il bel tetto s'alloggia:
corre di qua, corre di là, né lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d'ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto, il tempo e l'opra.

 

10
D'oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar né de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
né per questo può far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n'ha portato il bel viso leggiadro.

 

11
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavallieri
vi ritrovò, ch'andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio.

 

12
Tutti cercando il van, tutti gli dànno
colpa di furto alcun che lor fatt'abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d'altro l'accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.

 

13
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra sé: - Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:
e potria il ladro aver tratta costei
da un'altra uscita, e molto esser lontano. -
Con tal pensiero uscì nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato.

 

14
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s'orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che l'ha da quel che fu, tanto diviso.

 

15
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: - Aita, aita!
la mia virginità ti raccomando
più che l'anima mia, più che la vita.
Dunque in presenza del mio caro Orlando
da questo ladro mi sarà rapita?
più tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a sì infelice sorte. -

 

16
Queste parole una ed un'altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d'alta speranza.
Talor si ferma, ed una voce ascolta,
che di quella d'Angelica ha sembianza
(e s'egli è da una parte, suona altronde),
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.

 

17
Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch'arrivò qui dove Orlando
dianzi arrivò, se 'l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.

 

18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede,
per la gran corte e per le logge mira;
né più il gigante né la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giù va molte volte e riede;
né gli succede mai quel che desira:
né si sa imaginar dove sì tosto
con la donna il fellon si sia nascosto.

 

19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giù camere e logge e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.
Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte: ma una voce, quale
richiamò Orlando, lui chiamò non manco;
e nel palazzo il fe' ritornar anco.

 

20
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di sé medesmo in bando.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch'andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia.

 

21
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch'avea composto Atlante di Carena,
perché Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che 'l mal'influsso n'andasse da canto,
l'influsso ch'a morir giovene il mena.
Dopo il castel d'acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.

 

22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acciò che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perché di cibo non patischin brama,
sì ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio.

 

23
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell'annel mirabil tanto,
ch'in bocca a veder lei fa l'occhio cieco,
nel dito, l'assicura da l'incanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto disegno
di ritornare in India al suo bel regno.

 

24
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compania: non ch'ella
più caro avesse l'un che l'altro amante;
anzi di par fu a' lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante città, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
né potea aver con altri la più fida.

 

25
Or l'uno or l'altro andò molto cercando,
prima ch'indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin là dove il conte Orlando,
Ferraù e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso ed altri molti
che v'avea Atlante in strano intrico avolti.

 

26
Quivi entra, che veder non la può il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;
e trova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come, fingendo la sua immago,
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, né ben se ne risolve.

 

27
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potrà con più valore
meglio salvar nei perigliosi passi:
ma se sua guida il fa, sel fa signore;
ch'ella non vede come poi l'abbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo.

 

28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia,
potrà, se ben l'avesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch'ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L'annel trasse di bocca, e di sua faccia
levò dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch'Orlando e Ferraù le sopravenne.

 

29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando;
che l'uno e l'altro parimente giva
di su di giù, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch'era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perché l'annel ch'ella si pose in mano,
fece d'Atlante ogni disegno vano.

 

30
L'usbergo indosso aveano e l'elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
né notte o dì, dopo ch'entraro in questa
stanza, l'aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perché in uso l'avean tanto.
Ferraù il terzo era anco armato, eccetto
che non avea né volea avere elmetto,

 

31
fin che quel non avea, che 'l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch'allora lo giurò, che l'elmo fino
cercò de l'Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
né però Ferraù pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre là dentro foro.

 

32
Era così incantato quello albergo,
ch'insieme riconoscer non poteansi.
Né notte mai né dì, spada né usbergo
né scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l'arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all'uscita,
d'orzo e di paglia sempre era fornita.

 

33
Atlante riparar non sa né puote,
ch'in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all'auree chiome ed a' begli occhi neri
de la donzella, ch'in fuga percuote
la sua iumenta, perché volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l'altro avria.

 

34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe sì, che temer più non dovea
che contra lor l'incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l'annel che le schivò più d'un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lasciò come insensati e sciocchi.

 

35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch'a ritornar l'avessero nel regno
di Galafron ne l'ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si mutò di voglia in uno istante:
e senza più obligarsi o a questo o a quello,
pensò bastar per amendua il suo annello.

 

36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli è intercetta
o lepre o volpe, a cui dava la caccia,
che d'improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non è vista, e i lor progressi osserva.

 

37
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne può andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferraù non bada,
né Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia più ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.

 

38
Giunti che fur, correndo, ove i sentieri
a perder si venian ne la foresta,
e cominciar per l'erba i cavallieri
a riguardar se vi trovavan pesta;
Ferraù, che potea fra quanti altieri
mai fosser, gir con la corona in testa,
si volse con mal viso agli altri dui,
e gridò lor: - Dove venite vui?

 

39
Tornate a dietro, o pigliate altra via,
se non volete rimaner qui morti:
né in amar né in seguir la donna mia
si creda alcun, che compagnia comporti. -
Disse Orlando al Circasso: - Che potria
più dir costui, s'ambi ci avesse scorti
per le più vili e timide puttane
che da conocchie mai traesser lane?

 

40
Poi volto a Ferraù, disse: - Uom bestiale,
s'io non guardassi che senza elmo sei,
di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male,
senz'altra indugia accorger ti farei. -
Disse il Spagnuol: - Di quel ch'a me non cale,
perché pigliarne tu cura ti dei?
Io sol contra ambidui per far son buono
quel che detto ho, senza elmo come sono. -

 

41
- Deh (disse Orlando al re di Circassia),
in mio servigio a costui l'elmo presta,
tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia;
ch'altra non vidi mai simile a questa. -
Rispose il re: - Chi più pazzo saria?
Ma se ti par pur la domanda onesta,
prestagli il tuo; ch'io non sarò men atto,
che tu sia forse, a castigare un matto. -

 

42
Soggiunse Ferraù: - Sciocchi voi, quasi
che, se mi fosse il portar elmo a grado,
voi senza non ne fosse già rimasi;
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.
Ma per narrarvi in parte li miei casi,
per voto così senza me ne vado,
ed anderò, fin ch'io non ho quel fino
che porta in capo Orlando paladino. -

 

43
- Dunque (rispose sorridente il conte)
ti pensi a capo nudo esser bastante
far ad Orlando quel che in Aspramonte
egli già fece al figlio d'Agolante?
Anzi credo io, se tel vedessi a fronte,
ne tremeresti dal capo alle piante;
non che volessi l'elmo, ma daresti
l'altre arme a lui di patto, che tu vesti. -

 

44
Il vantator Spagnuol disse: - Già molte
fiate e molte ho così Orlando astretto,
che facilmente l'arme gli avrei tolte,
quante indosso n'avea, non che l'elmetto;
e s'io nol feci, occorrono alle volte
pensier che prima non s'aveano in petto:
non n'ebbi, già fu, voglia; or l'aggio, e spero
che mi potrà succeder di leggiero. -

 

45
Non potè aver più pazienza Orlando
e gridò: - Mentitor, brutto marrano,
in che paese ti trovasti, e quando,
a poter più di me con l'arme in mano?
Quel paladin, di che ti vai vantando,
son io, che ti pensavi esser lontano.
Or vedi se tu puoi l'elmo levarme,
o s'io son buon per torre a te l'altre arme.

 

46
Né da te voglio un minimo vantaggio. -
Così dicendo, l'elmo si disciolse,
e lo suspese a un ramuscel di faggio;
e quasi a un tempo Durindana tolse.
Ferraù non perdè di ciò il coraggio:
trasse la spada, e in atto si raccolse,
onde con essa e col levato scudo
potesse ricoprirsi il capo nudo.

 

47
Così li duo guerrieri incominciaro,
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi;
e dove l'arme si giungeano, e raro
era più il ferro, col ferro a tentarsi.
Non era in tutto 'l mondo un altro paro
che più di questo avessi ad accoppiarsi:
pari eran di vigor, pari d'ardire;
né l'un né l'altro si potea ferire.

 

48
Ch'abbiate, Signor mio, già inteso estimo,
che Ferraù per tutto era fatato,
fuor che là dove l'alimento primo
piglia il bambin nel ventre ancor serrato:
e fin che del sepolcro il tetro limo
la faccia gli coperse, il luogo armato
usò portar, dove era il dubbio, sempre
di sette piastre fatte a buone tempre.

 

49
Era ugualmente il principe d'Anglante
tutto fatato, fuor che in una parte:
ferito esser potea sotto le piante;
ma le guardò con ogni studio ed arte.
Duro era il resto lor più che diamante
(se la fama dal ver non si diparte);
e l'uno e l'altro andò, più per ornato
che per bisogno, alle sue imprese armato.

 

50
S'incrudelisce e inaspra la battaglia,
d'orrore in vista e di spavento piena.
Ferraù, quando punge e quando taglia,
né mena botta che non vada piena:
ogni colpo d'Orlando o piastra o maglia
e schioda e rompe ed apre e a straccio mena.
Angelica invisibile lor pon mente,
sola a tanto spettacolo presente.

 

51
Intanto il re di Circassia, stimando
che poco inanzi Angelica corresse,
poi ch'attaccati Ferraù ed Orlando
vide restar, per quella via si messe,
che si credea che la donzella, quando
da lor disparve, seguitata avesse:
sì che a quella battaglia la figliuola
di Galafron fu testimonia sola.

 

52
Poi che, orribil come era e spaventosa,
l'ebbe da parte ella mirata alquanto,
e che le parve assai pericolosa
così da l'un come da l'altro canto;
di veder novità voluntarosa,
disegnò l'elmo tor, per mirar quanto
fariano i duo guerrier, vistosel tolto;
ben con pensier di non tenerlo molto.

 

53
Ha ben di darlo al conte intenzione;
ma se ne vuole in prima pigliar gioco.
L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone,
e sta a mirare i cavallieri un poco.
Di poi si parte, e non fa lor sermone;
e lontana era un pezzo da quel loco,
prima ch'alcun di lor v'avesse mente:
sì l'uno e l'altro era ne l'ira ardente.

 

54
Ma Ferraù, che prima v'ebbe gli occhi,
si dispiccò da Orlando, e disse a lui:
- Deh come n'ha da male accorti e sciocchi
trattati il cavallier ch'era con nui!
Che premio fia ch'al vincitor più tocchi,
se 'l bel elmo involato n'ha costui? -
Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira:
non vede l'elmo, e tutto avampa d'ira.

 

55
E nel parer di Ferraù concorse,
che 'l cavallier che dianzi era con loro
se lo portasse; onde la briglia torse,
e fe' sentir gli sproni a Brigliadoro.
Ferraù che del campo il vide torse,
gli venne dietro; e poi che giunti foro
dove ne l'erba appar l'orma novella
ch'avea fatto il Circasso e la donzella,

 

56
prese la strada alla sinistra il conte
verso una valle, ove il Circasso era ito:
si tenne Ferraù più presso al monte,
dove il sentiero Angelica avea trito.
Angelica in quel mezzo ad una fonte
giunta era, ombrosa e di giocondo sito,
ch'ognun che passa, alle fresche ombre invita,
né, senza ber, mai lascia far partita.

 

57
Angelica si ferma alle chiare onde,
non pensando ch'alcun le sopravegna;
e per lo sacro annel che la nasconde,
non può temer che caso rio le avegna.
A prima giunta in su l'erbose sponde
del rivo l'elmo a un ramuscel consegna;
poi cerca, ove nel bosco è miglior frasca,
la iumenta legar, perché si pasca.

 

58
Il cavallier di Spagna, che venuto
era per l'orme, alla fontana giunge.
Non l'ha sì tosto Angelica veduto,
che gli dispare, e la cavalla punge.
L'elmo, che sopra l'erba era caduto,
ritor non può, che troppo resta lunge.
Come il pagan d'Angelica s'accorse,
tosto ver lei pien di letizia corse.

 

59
Gli sparve, come io dico, ella davante,
come fantasma al dipartir del sonno.
Cercando egli la va per quelle piante
né i miseri occhi più veder la ponno.
Bestemiando Macone e Trivigante,
e di sua legge ogni maestro e donno,
ritornò Ferraù verso la fonte,
u' ne l'erba giacea l'elmo del conte.

 

60
Lo riconobbe, tosto che mirollo,
per lettere ch'avea scritte ne l'orlo;
che dicean dove Orlando guadagnollo,
e come e quando, ed a chi fe' deporlo.
Armossene il pagano il capo e il collo,
che non lasciò, pel duol ch'avea, di torlo;
pel duol ch'avea di quella che gli sparve,
come sparir soglion notturne larve.

 

61
Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa,
aviso gli è, che a contentarsi a pieno,
sol ritrovare Angelica gli resta,
che gli appar e dispar come baleno.
Per lei tutta cercò l'alta foresta:
e poi ch'ogni speranza venne meno
di più poterne ritrovar vestigi,
tornò al campo spagnuol verso Parigi;

 

62
temperando il dolor che gli ardea il petto,
di non aver sì gran disir sfogato,
col refrigerio di portar l'elmetto
che fu d'Orlando, come avea giurato.
Dal conte, poi che 'l certo gli fu detto,
fu lungamente Ferraù cercato;
né fin quel dì dal capo gli lo sciolse,
che fra duo ponti la vita gli tolse.

 

63
Angelica invisibile e soletta
via se ne va, ma con turbata fronte;
che de l'elmo le duol, che troppa fretta
le avea fatto lasciar presso alla fonte.
- Per voler far quel ch'a me far non spetta
(tra sé dicea), levato ho l'elmo al conte:
questo, pel primo merito, è assai buono
di quanto a lui pur ubligata sono.

 

64
Con buona intenzione (e sallo Idio),
ben che diverso e tristo effetto segua,
io levai l'elmo: e solo il pensier mio
fu di ridur quella battaglia a triegua;
e non che per mio mezzo il suo disio
questo brutto Spagnuol oggi consegua. -
Così di sé s'andava lamentando
d'aver de l'elmo suo privato Orlando.

 

65
Sdegnata e malcontenta la via prese,
che le parea miglior, verso Oriente.
Più volte ascosa andò, talor palese,
secondo era oportuno, infra la gente.
Dopo molto veder molto paese,
giunse in un bosco, dove iniquamente
fra duo compagni morti un giovinetto
trovò, ch'era ferito in mezzo il petto.

 

66
Ma non dirò d'Angelica or più inante;
che molte cose ho da narrarvi prima:
né sono a Ferraù né a Sacripante,
sin a gran pezzo per donar più rima.
Da lor mi leva il principe d'Anglante,
che di sé vuol che inanzi agli altri esprima
le fatiche e gli affanni che sostenne
nel gran disio, di che a fin mai non venne.

 

67
Alla prima città ch'egli ritruova
(perché d'andare occulto avea gran cura)
si pone in capo una barbuta nuova,
senza mirar s'ha debil tempra o dura:
sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova;
sì ne la fatagion si rassicura.
Così coperto seguita l'inchiesta;
né notte, o giorno, o pioggia, o sol l'arresta.

 

68
Era ne l'ora, che trae i cavalli
Febo del mar con rugiadoso pelo,
e l'Aurora di fior vermigli e gialli
venìa spargendo d'ogn'intorno il cielo;
e lasciato le stelle aveano i balli,
e per partirsi postosi già il velo:
quando appresso a Parigi un dì passando,
mostrò di sua virtù gran segno Orlando.

 

69
In dua squadre incontrossi: e Manilardo
ne reggea l'una, il Saracin canuto,
re di Norizia, già fiero e gagliardo,
or miglior di consiglio che d'aiuto;
guidava l'altra sotto il suo stendardo
il re di Tremisen, ch'era tenuto
tra gli Africani cavallier perfetto:
Alzirdo fu, da chi 'l conobbe, detto.

 

70
Questi con l'altro esercito pagano
quella invernata avean fatto soggiorno,
chi presso alla città, chi più lontano,
tutti alle ville o alle castella intorno:
ch'avendo speso il re Agramante invano,
per espugnar Parigi, più d'un giorno,
volse tentar l'assedio finalmente,
poi che pigliar non lo potea altrimente.

 

71
E per far questo avea gente infinita;
che oltre a quella che con lui giunt'era,
e quella che di Spagna avea seguita
del re Marsilio la real bandiera
molta di Francia n'avea al soldo unita;
che da Parigi insino alla riviera
d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto
alcune rocche) avea tutto suggetto.

 

72
Or cominciando i trepidi ruscelli
a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde,
e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli
a rivestirsi di tenera fronde;
ragunò il re Agramante tutti quelli
che seguian le fortune sue seconde,
per farsi rassegnar l'armata torma;
indi alle cose sue dar miglior forma.

 

73
A questo effetto il re di Tremisenne
con quel de la Norizia ne venìa,
per là giungere a tempo, ove si tenne
poi conto d'ogni squadra o buona o ria.
Orlando a caso ad incontrar si venne
(come io v'ho detto) in questa compagnia,
cercando pur colei, come egli era uso,
che nel carcer d'Amor lo tenea chiuso.

 

74
Come Alzirdo appressar vide quel conte
che di valor non avea pari al mondo,
in tal sembiante, in sì superba fronte,
che 'l dio de l'arme a lui parea secondo;
restò stupito alle fattezze conte,
al fiero sguardo, al viso furibondo:
e lo stimò guerrier d'alta prodezza;
ma ebbe del provar troppa vaghezza.

 

75
Era giovane Alzirdo, ed arrogante
per molta forza, e per gran cor pregiato.
Per giostrar spinse il suo cavallo inante:
meglio per lui, se fosse in schiera stato;
che ne lo scontro il principe d'Anglante
lo fe' cader per mezzo il cor passato.
Giva in fuga il destrier di timor pieno,
che su non v'era chi reggesse il freno.

 

76
Levasi un grido subito ed orrendo,
che d'ogn'intorno n'ha l'aria ripiena,
come si vede il giovene, cadendo,
spicciar il sangue di sì larga vena.
La turba verso il conte vien fremendo
disordinata, e tagli e punte mena;
ma quella è più, che con pennuti dardi
tempesta il fior dei cavallier gagliardi.

 

77
Con qual rumor la setolosa frotta
correr da monti suole o da campagne,
se 'l lupo uscito di nascosa grotta,
o l'orso sceso alle minor montagne,
un tener porco preso abbia talotta,
che con grugnito e gran stridor si lagne;
con tal lo stuol barbarico era mosso
verso il conte, gridando: - Addosso, addosso! -

 

78
Lance, saette e spade ebbe l'usbergo
a un tempo mille, e lo scudo altretante:
chi gli percuote con la mazza il tergo,
chi minaccia da lato, e chi davante.
Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo,
estima la vil turba e l'arme tante,
quel che dentro alla mandra, all'aer cupo,
il numer de l'agnelle estimi il lupo.

 

79
Nuda avea in man quella fulminea spada
che posti ha tanti Saracini a morte:
dunque chi vuol di quanta turba cada
tenere il conto, ha impresa dura e forte.
Rossa di sangue già correa la strada,
capace a pena a tante genti morte;
perché né targa né capel difende
la fatal Durindana, ove discende,

 

80
né vesta piena di cotone, o tele
che circondino il capo in mille vòlti.
Non pur per l'aria gemiti e querele,
ma volan braccia e spalle e capi sciolti.
Pel campo errando va Morte crudele
in molti, vari, e tutti orribil volti;
e tra sé dice: - In man d'Orlando valci
Durindana per cento de mie falci. -

 

81
Una percossa a pena l'altra aspetta.
Ben tosto cominciar tutti a fuggire;
e quando prima ne veniano in fretta
(perch'era sol, credeanselo inghiottire),
non è chi per levarsi de la stretta
l'amico aspetti, e cerchi insieme gire:
chi fugge a piedi in qua, chi colà sprona;
nessun domanda se la strada è buona.

 

82
Virtude andava intorno con lo speglio
che fa veder ne l'anima ogni ruga:
nessun vi si mirò, se non un veglio
a cui il sangue l'età, non l'ardir, sciuga.
Vide costui quanto il morir sia meglio,
che con suo disonor mettersi in fuga:
dico il re di Norizia; onde la lancia
arrestò contra il paladin di Francia.

 

83
E la roppe alla penna de lo scudo
del fiero conte, che nulla si mosse.
Egli ch'avea alla posta il brando nudo,
re Manilardo al trapassar percosse.
Fortuna l'aiutò; che 'l ferro crudo
in man d'Orlando al venir giù voltosse:
tirare i colpi a filo ognor non lece;
ma pur di sella stramazzar lo fece.

 

84
Stordito de l'arcion quel re stramazza:
non si rivolge Orlando a rivederlo;
che gli altri taglia, tronca, fende, amazza;
a tutti pare in su le spalle averlo.
Come per l'aria, ove han sì larga piazza,
fuggon li storni da l'audace smerlo,
così di quella squadra ormai disfatta
altri cade, altri fugge, altri s'appiatta.

 

85
Non cessò pria la sanguinosa spada,
che fu di viva gente il campo voto.
Orlando è in dubbio a ripigliar la strada,
ben che gli sia tutto il paese noto.
O da man destra o da sinistra vada,
il pensier da l'andar sempre è remoto:
d'Angelica cercar, fuor ch'ove sia,
teme, e di far sempre contraria via.

 

86
Il suo camin (di lei chiedendo spesso)
or per li campi or per le selve tenne:
e sì come era uscito di se stesso,
uscì di strada; e a piè d'un monte venne,
dove la notte fuor d'un sasso fesso
lontan vide un splendor batter le penne.
Orlando al sasso per veder s'accosta,
se quivi fosse Angelica reposta.

 

87
Come nel bosco de l'umil ginepre,
o ne la stoppia alla campagna aperta,
quando si cerca la paurosa lepre
per traversati solchi e per via incerta,
si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre,
se per ventura vi fosse coperta;
così cercava Orlando con gran pena
la donna sua, dove speranza il mena.

 

88
Verso quel raggio andando in fretta il conte,
giunse ove ne la selva si diffonde
da l'angusto spiraglio di quel monte,
ch'una capace grotta in sé nasconde;
e trova inanzi ne la prima fronte
spine e virgulti, come mura e sponde,
per celar quei che ne la grotta stanno,
da chi far lor cercasse oltraggio e danno.

 

89
Di giorno ritrovata non sarebbe,
ma la facea di notte il lume aperta.
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe;
pur vuol saper la cosa anco più certa.
Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe,
tacito viene alla grotta coperta:
e fra li spessi rami ne la buca
entra, senza chiamar chi l'introduca.

 

90
Scende la tomba molti gradi al basso,
dove la viva gente sta sepolta.
Era non poco spazioso il sasso
tagliato a punte di scarpelli in volta;
né di luce diurna in tutto casso,
ben che l'entrata non ne dava molta;
ma ve ne venìa assai da una finestra
che sporgea in un pertugio da man destra.

 

91
In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco,
era una donna di giocondo viso;
quindici anni passar dovea di poco,
quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso:
ed era bella sì, che facea il loco
salvatico parere un paradiso;
ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni,
del cor dolente manifesti segni.

 

92
V'era una vecchia; e facean gran contese
(come uso feminil spesso esser suole),
ma come il conte ne la grotta scese,
finiron le dispùte e le parole.
Orlando a salutarle fu cortese
(come con donne sempre esser si vuole),
ed elle si levaro immantinente,
e lui risalutar benignamente.

 

93
Gli è ver che si smarriro in faccia alquanto,
come improviso udiron quella voce,
e insieme entrare armato tutto quanto
vider là dentro un uom tanto feroce.
Orlando domandò qual fosse tanto
scortese, ingiusto, barbaro ed atroce,
che ne la grotta tenesse sepolto
un sì gentile ed amoroso volto.

 

94
La vergine a fatica gli rispose,
interrotta da fervidi signiozzi,
che dai coralli e da le preziose
perle uscir fanno i dolci accenti mozzi.
Le lacrime scendean tra gigli e rose,
là dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi.
Piacciavi udir ne l'altro canto il resto,
Signor, che tempo è ormai di finir questo.

1

Cerere, dopo che tornando da Cibele, venerata sul monte Idea,

in fretta alla solitaria valle,

dove sotto la montagna Etna è sepolto

il gigante Encelado morto fulminato da Giove,

non trovò la figlia Proserpina dove l'aveva

lasciata, lontana da ogni strada battuta, (fatto che

le arrecò alle guance, al petto, ai capelli

ed agli occhi un danno)alla fine sradicò due pini

 

2

e li accese con il fuoco di Vulcano, nel braciere dell'Etna,

diede loro la virtù di non poter essere mai spenti,

e portandone uno per mano,

su un carro trainato da due draghi,

esplorò i boschi ed i campi, il monte e le pianura,

le valli, i fiumi, gli stagni ed i torrenti,

la terra ed il mare. E dopo che il tutto il mondo

aveva esplorato in superficie, andò a cercare anche nel profondo inferno.

 

3

Se Orlando avesse avuto un potere simile a quello di

Cerere così come aveva lo stesso desiderio di ritrovare la persona amata,

allora non avrebbe, nel tentativo di cercare Angelica,

tralasciato il bosco o il campo, lo stagno od il fiume,

la valle o il monte, la pianura o la terra o il mare,

il cielo ed anche il profondo luogo dell'eterno oblio, l'inferno.

Ma poiché non possedeva il carro trainato da draghi,

vagava nella ricerca di Angelica come meglio poteva.

 

4

L'aveva cercata per tutta la Francia ed ora si appresta

a cercarla per l'Italia e la Germania,

per tutta la Spagna

per poi attraversare lo stretto di Gibilterra ed andare in Africa.

Mentre pensa alle nuove mete, sente all'orecchio

giungere una voce che sembra piangere:

si sporge e sopra un grande destriero

al galoppa vede d'innanzi a sé un cavaliere

 

5

che porta in braccio e sull'arcione anteriore

un tristissima donzella con la forza, senza il suo consenso.

La donna piange, si dibatte e sembra

soffrire. In suo soccorso chiama

il valoroso Orlando, il quale,

appena guarda la bella ragazza,

crede di vedere colei che, per tutto il giorno e la notte,

aveva cercato in ogni luogo della Francia.

 

6

Non dico che fosse veramente lei, ma sembrava

la effettivamente la gentile Angelica che Orlando tanto ama.

Egli, che la donna che adora

vede, triste e addolorata, essere portava via,

spinto dall'ira e dalla furia ardente,

con voce spaventosa chiama il cavaliere;

lo chiama e lo minaccia,

ed infine lancia all'inseguimento Brigliadoro a tutta velocità.

 

7

Non arresta la propria corsa il cavaliere, né risponde ad Orlando.

concentrato sulla sua prigioniera, al valore di lei,

si muove così velocemente tra i rami

che anche il vento sarebbe in ritardo nel suo inseguimento.

L'uno fugge e l'altro lo insegue; ed i fitti

boschi risuonano dell'acuto lamento della donna.

Al galoppo uscirono dal bosco e si trovarono in un vasto prato, dove,

nel mezzo, si ergeva un maestoso e ricco castello (del mago Atlante).

 

8

Con vari marmi, con un minuzioso lavoro,

era stato costruito il maestoso palazzo.

All'interno della porta costruita in oro corse

il cavaliere con in braccio la donzella.

Non molto dopo giunse anche Brigliadoro

con in sella il fiero e sprezzante Orlando.

Appena è dentro al palazzo, Orlando si guarda intorno

ma né il guerriero né la donzella vede più.

 

9

Subito smonta da cavallo e come un fulmine entra

nelle stanze più interne del Castello:

corre di qua e di là senza lasciare

inesplorata né una camera né una loggia.

Dopo che i segreti di ogni stanza del primo piano

ha invano esplorato, sale le scale

e non perde meno tempo a cercare anche di sopra

di quanto ne aveva perso di sotto invano.

 

10

Vede letti ornati di oro e seta.

Non è possibile vedere né i muri esterni né le pareti interne

perché, come il suolo dove mette piede,

sono completamente nascoste da tende e tappeti.

Al primo ed al secondo piano il conto Orlando torna e ritorna

senza riuscire ad allietare gli occhi

con la vista di Angelica, od al limite del ladro

che ne aveva rapito il bel viso.

 

11

E mentre di qua e di là invano si muoveva,

pieno di affanno e di pensieri,

Ferraù, Bradimarte ed il re Gradasso,

re Sacripante ed altri cavalieri

incontrò, che vagavano al primo e secondo piano

e non meno di lui si muovevano a vuoto;

e si lamentavano del malvagio

invisibile signore di quel palazzo.

 

12

Tutti girano per il palazzo alla sua ricerca, tutti lo

accusano di aver rubato loro qualcosa:

uno è all'affannata ricerca del destriero che il signore gli ha sottratto;

un'altro si arrabbia  per aver perdutola propria donna;

altri lo accusa per altri misfatti: e stanno così

senza sapere come poter abbandonare quella gabbia;

e ci sono molti, catturati con l'inganno,

in trappola da intere settimane e mesi.

 

14

Orlando, dopo che più volte

ebbe esplorato per intero lo strano castello,

disse fra sé: "Qui potrei trovare dimora,

buttare tempo e fatica senza alcun risultato;

il ladro potrebbe aver portato via la donna

attraverso un'altra uscita, ed essere ora molto lontano."

Con questo pensiero uscì nel verde prato

che circondava tutto il palazzo.

 

14

Mentre gira intorno alla casa situato all'interno del bosco,

tenendo sempre rivolto a terra lo sguardo

per vedere se compare una traccia, o a destra

o da sinistra, di un passaggio recente (del destriero del cavaliere),

si sente chiamare da una finestra.

Alza gli occhi e la voce divina di Angelica

gli sembra di udire, e sembra anche vedere il viso

che l'aveva così tanto allontanato dalla persona che era stato.

 

15

Gli sembra di udire Angelica che supplicando

e piangendo gli dice: "Aiuto, aiuto!

Ti chiedo di risparmiare la mia verginità

più che la mia anima e la mia vita.

Alla fine, in presenza del mio amato Orlando,

mi sarà sottratta (la verginità) da questo ladro?

Dammi piuttosto la morte con la tua mano

che essere abbandonata ad un così infelice destino."

 

16

Queste parole fanno ancora un'altra volta

fatto tornare Orlando a girare in ogni stanza,

con angoscia e con molta fatica,

ma con altrettanta grande speranza.

A volte si ferma e sta ad ascoltare una voce,

che sembra essere quella di Angelica

(se lui è da una parte del castello, la voce suona in tutt'altro luogo)

che chiede aiuto, ma non sa capire e trovare da dove provenga.

 

17

Ma tornando a raccontare di Ruggiero, che ho abbandonato quando

dissi che, attraverso un sentiero ombroso e buio,

seguendo il gigante e la donna,

era finalmente giunto, uscito dal bosco, in un grande prato;

potrei dire che arrivò nel luogo dove Orlando

era arrivato poco prima, se ho riconosciuto il luogo.

Il gigante passa attraverso la grande porta;

Ruggiero gli è subito dietro e non smette di seguirlo (entra anche lui).

 

18

Appena mette il piede dentro alla porta,

da un'occhiata alla grande corte ed alle stanze

ma non vede più né il gigante né la donna.

Invano gira gli occhi tutt'intorno.

Più volte va su e giù e ci ritorna

ma mai trova quel che va cercando (gli accade quel che desidera)

e non riesce ad immaginare dove, così velocemente,

il fellone si sia nascosto con al donna.

 

19

Dopo che ha controllato più e più volte

le camere, le logge e le sale del primo e del secondo piano,

torna comunque di nuovo a controllare, e non rinuncia

a cercare fin sotto le scale.

Infine, con la speranza che siano tornati nel vicino

bosco, esce dal castello. Ma una voce, simile

a quella che richiamò Orlando, richiamò anche lui non di meno

e lo fece tornare nel palazzo.

 

20

La medesima voca, una persona

che era sembrata Angelica ad Orlando,

sembrò ora a Ruggiero essere Bradamante,

della quale era lui innamorato (che lo faceva sentire fuori di sé).

Se dovesse discutere con re Gradasso, o con altra persona

di quelle che andavano vagando per il palazzo,

a ciascuno sarebbe sembrata essere

ciò che più ciascuno ambisce e desidera avere per sé.

 

21

Questo era un incantesimo nuovo e poco usato,

che aveva creato il mago Atlante di Carena

affinché Ruggiero fosse stato tenuto occupato tanto

in quell'affanno, in quella dolce punizione,

finché fosse vanificato l'influsso maligno degli astri

che l'aveva condannato a morire giovane.

Dopo il castello d'acciaio che a è utile,

e dopo Alcina, Atlante tenta un nuovo incantesimo.

 

22

Non solo costui, ma anche tutti gli altri

il cui valore ha per tutta la Francia una grande fama,

affinché per loro mano Ruggiero non muoia,

Atlante aspira a condurre in questo castello incantato.

E mentre loro alloggiano in quel luogo,

affinché non patiscano la fame,

aveva così bene fornito il palazzo di tutto ciò che era necessario

che sia le donne che i cavalieri vi dimorano completamente a loro agio.

 

23

Ma torniamo da Angelica, che con sé

avendo portato quell'anello molto speciale,

che la rende invisibile quanto viene tenuto in bocca,

ed al dito la protegge da ogni incantesimo;

ed avendo trovato, nella conca della montagna,

cibo, una cavalla, vestiti e quanto altro

aveva bisogno, aveva ora deciso

di ritornare in India al suo bel regno.

 

24

Volentieri Orlando o Sacripante

avrebbe voluto al suo fianco: lei non

aveva voluto più bene a l'uno od all'altro dei due suoi amanti,

allo stesso modo, anzi, si era opposto ai loro desideri.

Ma dovendo, per tornare in Oriente,

attraversare tante città, tanti castelli,

aveva bisogno di compagnia e di una giuda,

e solo con Orlando e Sacripante poteva avere la più fidata compagnia.

 

25

Continuò a cercare ora l'uno ed ora l'altro

prima di riuscire a trovare un indizio od una loro traccia,

a volte in città, a volte in ville, altre volti

in alti boschi ed a volte ancora in tutt'altri luoghi.

La fortuna infine la inviò là dove il conte Orlando,

Ferraù e Sacripante si trovavano

insieme a Ruggiero, re Gradasso e molti altri ancora

che il mago Atlante aveva imprigionato in uno strano incantesimo.

 

26

Entra nel castello, invisibile agli occhi del mago,

e gira dappertutto, nascosta dall'anello.

Incontra Orlando e Sacripante che vagano

nel tentativo invano di cercarla in quel palazzo.

Vede come, simulando con l'incantesimo la sua immagine,

Atlante inganni l'uno e l'altro.

Chi di loro due debba prendere come guida (per tornare in Oriente)

valuta molto nei suoi pensieri senza riuscire a decidersi.

 

27

Non riesce a valutare chi dei sua sia il meglio per lei,

Il conte Orlando o Sacripante.

Orlando la potrà con più valore

proteggere nei punti più pericolosi del cammino:

ma se lo farà sua guida, lo farà anche suo signore;

non riesce quindi a vedere come potrà poi togliergli la signoria,

non appena, non più utile, vorrà poi

sminuirne l'importanza o rimandarlo in Francia (liberarsi di lui).

 

28

Al contrario, quando più le piaccia, valuta

di potersi liberare facilmente da Sacripante, agendo nel giusto modo.

Questa sola ragione fa sì che lei decida di scegliere Sacripante

come sua scorta e di mostrare a lui la sua fiducia ed il suo affetto.

Angelica si toglie l'anello dalla bocca, e dalla sua faccia

levò quindi quel velo che la rendeva invisibile a Sacripante.

Pensò di potersi mostrare a lui solo, accadde invece

che sia Orlando che Ferrù sopraggiunsero in quel momento.

 

29

Giunsero Ferraù ed Orlando,

che allo steso modo avevano girato,

sopra e sotto, fuori e dentro, alla ricerca

all'intero del palazzo di lei, che era la donna da loro amata ed adorata.

Corsero tutti insieme verso Angelica, dal momento che

nessun incantesimo poteva ora impedirglielo,

perché l'anello che la donna si mise alla mano,

rese vano ogni tentativo di incantesimo da parte di Atlante.

 

30

Avevano addosso la corazza e in testa avevano l'elmo,

due (Sacripante ed Orlando) di questi guerrieri le cui gesta io vi canto;

non di notte e neanche di giorno, dopo che furono entrati in questo

palazzo, se li erano mai levati di dosso.

Facili da portare, come fossero un vestito,

erano per loro, tanto erano abituati a portarli.

Ferraù, il terzo guerriero, era anche lui armato, ma

non aveva, e non voleva avere, nessun elmo

 

31

fino a ché non fosse entrato in possesso di quello che il paladino

Orlando tolse ad Almonte, fratello del re troiano.

Perché ciò aveva giurato allora, quando l'elmo, di buona fattura,

di Argalia aveva cercato senza successo nel fiume.

Sebbene avesse a portata di mano Orlando,

Ferraù non  lo assalì.

Incrociare fra loro le armi

non fu possibile fintanto che furono nel castello.

 

32

Era così incantato quel palazzo,

che non poterono riconoscersi l'un l'altro.

Né di notte né di giorno, né la spada né la corazza

e nemmeno solo lo scudo dal braccio si toglievano.

I loro cavalli, con la sella sul dorso,

con il morso a penzoloni dall'arcione, si rilassavano

in una stanza, che in prossimità dell'uscita del castello,

era sempre fornita di orzo e di paglia.

 

33

Il mago non sa e non può nemmeno evitare

che i tre guerrieri rimontino in sella dei loro destrieri

per correre dietro alle rosee guancie,

alla chioma dorata ed ai bei occhi neri

di angelica, che alla fuga spinge

la sua cavalla, perché non

gradisce vedere insieme i tre amanti,

che forse avrebbe preso come guida se fossero arrivati separatamente.

 

34

E dopo che li ebbe allontanati dal palazzo

a sufficienza, da poter non più temere

che contro loro l'incantatore malvagio

potesse usare le proprie ingannevoli arti magiche;

l'anello, che più di una brutta situazione le aveva evitato,

chiuse tra le sue rosse labbra,

di conseguenza scomparve alla loro vista,

e li lasciò istupiditi ed increduli.

 

35

Sebbene fosse stata la sua prima intenzione

quella di voler in propria compagnia Orlando o Sacripante,

perché l'aiutassero a ritornare nel regno

di suo padre (Galafron) nell'estremo oriente;

sdegnò a questo punto entrambi

cambiando all'improvviso la propria volontà,

e senza più doversi legare all'uno od all'altro,

penso bastasse l'anello a sostituire entrambi.

 

36

Rivolgono attraverso il bosco, ora da una parte ed ora dall'altra,

derisi da Angelica, la loro stupida faccia;

come a volte il cane se gli viene sottratta

o una lepre o una volpe, a cui dava la caccia,

perché all'improvviso in qualche stretta tana,

in un fitto cespuglio od in un fosso la preda si è cacciata.

Ride di loro senza pietà Angelica,

non vista, ed osserva i loro progressi.

 

37

In mezzo al bosco vedono esserci una sola strada:

i cavalieri credono quindi che la donzella

stia procedendo, davanti a loro, attraverso quella via;

poiché, essendo unica, non può altrimenti procedere.

Orlando corre all'inseguimento, Ferraù non indugia oltre,

nemmeno Sacripante sprona e punge il proprio destriero di meno.

Angelica non trattiene più la briglia del proprio cavallo

e procede quindi dietro a loro con minore fretta.

 

38

Appena furono giunti, correndo a tutta velocità, dove i diversi sentieri

si andavano a perdere all'interno della foresta,

ed avendo i cavalieri cominciato a guardare nell'erba intorno,

se vi trovavano punti calpestati, tracce di lei;

Ferraù, che poteva, tra tutte le persone

che mai fossero state altezzose, essere incoronato re degli altezzosi,

si volse verso gli altri due con viso cattivo,

e gridò loro: "Da dove venite voi?

 

39

Tornate indietro o prendete un'altra via,

se non volete giacere qui morti:

né nell'amare né nell'inseguire la mia donna

possa credere qualcuno che io sopporti essere in compagnia di altri."

Disse Orlando a Sacripante: "Cosa potrebbe

mai dire di più costui, se entrambi ci avesse scambiato

per le puttane più codarde e timorose

che mai facessero "lavori di filatura"?"

 

40

Poi rivolto a Ferraù disse: "Bestia di un uomo,

se io non avessi visto che sei privo del tuo elmo,

di ciò che hai detto, se l'hai detto a buona o cattiva ragione,

senza esitare oltre, ti farei rendere conto."

Disse lo Spagnolo, Ferraù: "Delle cose che a me non importano,

perché di devi tu invece interessare?

Io, contro voi due, sono capace da solo

di mettere in pratica ciò che ho detto, anche ora, senza l'elmo indosso."

 

41

Disse Orlando a Sacripante: "Deh,

fammi il favore di prestare a costui il tuo elmo,

così che possa curarlo dalla pazzia;

mai ho avuto occasione di vederne una paragonabile ad essa."

Il re, Sacripante, rispose: "Chi sarebbe poi più pazzo, io o lui?

Se la domanda che mi hai appena fatto ti sembra ragionevole,

prestagli allora il tuo di elmo;  perché non sarò meno bravo,

di quanto forse possa esserlo tu, a punire un folle."

 

42

Aggiunge Ferraù: "Parlate da sciocchi, come se,

se mi fosse cosa gradita portar un elmo,

non ne sareste già voi rimasti senza, non lo avrei già sottratto a voi;

perché vi avrei tolto i vostri, contro la vostra volontà.

Ma per raccontarvi piccola parte dei fatti miei,

me ne vado così in giro, senza elmo, per un giuramento fatto,

ed andrò in giro così, fino a che non potrò avere l'elmo, di ottima fattura,

che porta sul capo il paladino Orlando.

 

43

Rispose sorridendo il conte Orlando: "Dunque

ritieni di poter, anche a capo nudo,

fare ad Orlando quello che in Aspromonte

lui stesso aveva già fatto ad Almonte?

Credo io al contrario che se tu dovessi mai trovarti di fronte Orlando,

avresti timore di lui dalla testa alla pianta dei piedi;

non vorresti l'elmo, ma daresti a lui

tutte le altre armi, che hai addosso, a patto di non dover combattere."

 

44

Lo spaccone Spagnolo disse: "Già molte altre

volte, ed altre ancora, ho messo alle strette Orlando così

che avrei potuto facilmente togliergli le sue armi,

tutte quelle che aveva indosso, non soltanto l'elmetto;

e se io non lo feci, è perché vengono alla mente alle volte

propositi che uno non immagina neanche di poter avere:

non ebbi, allora, voglia di sottrargli le armi; ora invece ne ho, e spero

che possa riuscire facilmente nell'intento."

 

45

Orlando non riuscì più a mostrarsi paziente

e gridò quindi: "Bugiardo, brutto traditore,

in quale paese, e quando, ti sei trovato

ad essere più forte di me con le armi in mano?

Quel paladino, alle cui spalle ti stai vantando,

che pensavi essere lontano da te, sono io.

Ora potrai vedere se tu effettivamente puoi levarmi l'elmo dalla tesa,

o se sono invece io in grado di toglierti tutte le altre armi.

 

46

Non voglio neanche trovarmi, rispetto a te, in condizione di vantaggio."

Detto così, si tolse l'elmo

e lo appese ad un ramoscello di faggio;

impugnando saldamente, allo stesso tempo, la propria spada.

Ferraù non perse per questo coraggio:

trasse la spada e si raccolse in posizione,

così da poter, con la spada e con lo scudo levato in aria,

coprire il proprio capo nudo.

 

47

Così i due cavalieri cominciarono,

movendosi in cerchio i propri cavalli, a fare volteggi;

e dove le placche dell'armatura si congiungevano, e mostravano parti

prive di ferro, ognuno, con la propria spada, cercava di ferire l'altro.

In tutto il mondo, non poteva essere trovata una altra coppia di cavalieri

adatta ad affrontarsi in duello più di questa:

erano eguali per forza e per coraggio;

nessuno dei due poteva ferire l'altro.

 

48

Cardinale Ippolito, sono sicuro abbiate già compreso

che Ferraù era completamente invulnerabile, grazie ad un incantesimo,

ad eccezione dell'ombelico, là dove il suo primo alimento

prende il bambino ancora rinchiuso all'interno del ventre materno:

e dal giorno in cui la terra nera del sepolcro

gli coprì la faccia, iniziò a coprire con armatura

il punto del suo corpo dove poteva arrivare il pericolo, sempre

con sette piastre di acciaio di buona fattura e ben temprate.

 

49

Allo stesso modo anche Orlando

era completamente invulnerabile, ad eccezione di una parte del corpo:

poteva essere ferito sotto le piante dei piedi;

le difese perciò con ogni possibile stratagemma ed artificio.

Ogni altra parte del loro copro era più dura del diamante

(se la loro fama non si discosta dalla realtà);

e l'uno e l'altro andavano, più come ornamento

che per reale necessità, alle loro battaglie totalmente armati.

 

50

Lo scontro tra i due rivali diviene più crudele ed aspro,

orribile e spaventoso a vedersi.

Ferraù ora colpisce di punta ed ora di taglio,

e non sferra colpo non vada a segno:

ogni colpo di Orlando che incontra piastra o maglia dell'armatura di Ferraù

o la stacca o la rompe e la apre o la riduce in brandelli.

Angelica, invisibile, si concentra su di loro,

unica testimone di un tale spettacolo.

 

51

Nel frattempo, infatti, Sacripante, credendo

che poco oltre stesse correndo Angelica,

dopo che Ferraù ed Orlando in combattimento

vide confrontarsi, proseguì per quella via

lungo la quale credeva che la donzella, quando

era scomparsa alla loro vista, avesse proseguito la propria corsa:

così che appunto, di quella battaglia,

Angelica fu la sola testimone.

 

52

Dopo che, orribile e spaventoso quanto era,

ebbe, stando in disparte, ammirato a sufficienza il combattimento,

e che le sembrò troppo pericoloso

sia per l'uno che per l'altro dei contendenti;

desiderosa di vedere cose nuove,

decise di prendere lei l'elmo, per poter osservare cosa

avrebbero fatto quindi i due guerrieri vedendo che era stato rubato;

lo prese benché con l'intenzione di non tenerlo per molto tempo.

 

53

Ha infatti intenzione di ridarlo poi ad Orlando;

ma vuole prima prendersi gioco di lui.

Stacca l'elmo dal ramo e se lo pone in grembo,

e sta quindi a guardare ancora un po' i due cavalieri.

Infine si allontana senza dire loro una sola parola;

ed era già un bel po' lontana da quel luogo,

quando uno dei due si rese conto della sua azione:

tanto erano entrambi presi dall'ira ardente.

 

54

Ma Ferraù, che per primo aveva visto che l'elmo non c'era più,

si staccò da Orlando e gli disse:

"Deh, come ci ha trattati da sciocchi e da stupidi

il cavaliere che era prima insieme a noi!

Che premio sarà mai toccato al vincitore,

se costui ha rubato il bel elmo da noi conteso?"

Orlando si ritrae e gira lo sguardo verso il ramo:

non vede il suo elmo ed inizia ad accendersi d'ira.

 

55

Con l'ipotesi di Ferraù si trovò concorde,

che il cavaliere, Sacripante, che poco prima era insieme a loro,

avesse portato l'elmo con sé; strattonò pertanto le briglie

e fece sentire i propri speroni a Brigliadoro.

Ferraù, che dal campo di battaglia vide Orlando allontanarsi,

corse dietro di lui; e dopo essere giunti

dove, nell'erba, apparvero recenti le impronte

fatte da Sacripante e da Angelica,

 

56

il conte Orlando prese la strada sulla sinistra che

conduceva ad una valle, ove Sacripante era andato:

Ferraù si tenne invece nei pressi del monte,

lungo il sentiero battuto da Angelica.

Nel frattempo angelica era giunta ad una fonte,

ricca di ombra e situata in un luogo piacevole,

che invita chiunque passi a riposare presso le proprie fresche ombre,

e non lo lascia mai ripartire senza avergli prima offerto da bere.

 

57

Angelica si ferma presso le acque cristalline della fonte,

pensando che nessuno possa sopraggiungere sorprendendola;

grazie al potere dell'anello magico, che la rende invisibile,

non può neanche temere che le possa capitare qualcosa di pericoloso.

Appena giunta presso le rive erbose

del torrente, appende l'elmo ad un ramoscello;

cerca quindi, laddove, all'interno del bosco, ci sono gli alberi più robusti,

di legare la propria cavalla, così che possa pascolare e rifocillarsi.

 

58

Il cavaliere spagnolo, Ferraù, che aveva proceduto

seguendo le orme di Angelica, giunse infine alla fonte.

Angelica, non appena lo vede,

subito scompare alla sua vista e sprona alla corsa la propria cavalla.

Non può però riprendere con sé l'elmo, caduto sull'erba,

perché da lei troppo distante.

Non appena il pagano si accorse della presenza di Angelica,

subito corse verso di lei pieno di felicità.

 

59

Parve a Ferraù, come ho raccontato, Angelica davanti a sé,

di vederla scomparire come una visione al termine del sonno.

La cerca all'interno del bosco,

ma i suoi poveri occhi non possono ormai più vederla.

Bestemmiando il nome di Maometto e Trivigante,

ed ogni altra autorità della loro religione,

Ferraù ritornò quindi verso la fonte,

vicino alla quale, giaceva in mezzo all'erba l'elmo del conte Orlando.

 

60

Lo riconobbe, subito dopo averlo visto,

grazie alla scritta presente sul suo bordo;

la quale diceva chiaramente dove Orlando l'aveva conquistato,

ed anche come e quando ed a chi l'aveva sottratto.

Ferraù lo calza subito a protezione del proprio capo e del collo,

non lasciò che il doloroso amore gli impedisse di prenderlo;

il doloroso amore che provava per colei che era scomparsa nel nulla,

come svanire sono soliti fare i fantasmi notturni.

 

61

Dopo aver allacciato l'elmo di ottima fattura che si era messo in testa,

si sembra che, per essere pienamente soddisfatto,

gli resta ora solo di ritrovare Angelica,

che appariva e scompariva dalla sua vista come fosse una saetta.

Esplorò la profonda foresta alla ricerca di lei:

dopo aver perso ogni speranza

di poter ritrovare le sue traccia,

ritornò all'accampamento spagnolo, verso Parigi;

 

62

cercando di attenuare il dolore che gli ardeva nel petto,

dolore per non avere potuto soddisfare un così grande desiderio,

con il conforto di portare in testa l'elmo

che era appartenuto ad Orlando, così come aveva giurato.

Il conte Orlando, dopo avere ricevuto notizia certa sulla sorte dell'elmo,

cerco poi per molto tempo Ferraù;

ma non riuscì a togliergli dal capo l'elmo fino al giorno

in cui lo uccise tra due ponti.

 

63

Angelica, invisibile e solitaria,

se ne va via, ma con espressione che mostra turbamento;

si duole per le sorti dell'elmo, che per la troppa fretta

aveva dovuto abbandonare presso la fonte.

"Per aver voluto fare ciò che a me non sarebbe spettato fare

(diceva tra sé), ho tolto al conte l'elmo:

ciò, per quanto lui meriti, è proprio una bella ricompensa

per tutto ciò che a lui devo.

 

64

Con buone intenzioni (lo sa solo Dio),

sebbene il risultato dell'azione è stato triste e diverso da quanto atteso,

mi sono impossessata dell'elmo: e l'unica mia intenzione

era di condurre quel combattimento ad una tregua;

e non che, con me come tramite, quel brutto spagnolo

potesse raggiungere il suo suo scopo."

In questo modo Angelica si lamentava con sé stessa

per avere privato Orlando del proprio elmo.

 

65

Malcontenta e sdegnata prese quindi la via

che le sembrava potesse essere la migliore per raggiungere l'Oriente.

A volte procedette mantenendosi invisibile, altre visibile,

a seconda di cosa era opportuno, tra la gente che incontrava.

Dopo aver visto molte cose in molti paesi,

giunse infine in un bosco, dove,

tra due compagni morti, incontrò un giovane (Medoro)

ferito con crudeltà in mezzo al petto.

 

66

Ma racconterò di Angelica più avanti;

perché molte cose devo prima narrarvi:

e né a Ferraù né a Sacripante,

per un bel po', potrò dedicare versi.

Distoglie la mia attenzione da loro Orlando,

perché di sé vuole che, prima degli altri, narri

le fatiche e le pene che dovette sostenere a causa del grande

desiderio di possedere Angelica, desiderio che non giunse mai ad una fine.

 

67

Alla prima città che incontra

(essendo molta l'intenzione di poter procedere senza essere riconosciuto)

pone sulla propria testa un nuovo elmo privo di cimiero,

senza badare al fatto che fosse o meno debitamente temprato:

fosse in un modo o nell'altro, avrebbe potuto poco giovare o nuocere;

tanto confida nell'incantesimo che lo rende invulnerabile.

Così coperto in testa, procede la ricerca:

non lo ferma né la notte né il giorno, né la pioggia e neppure il sole.

 

68

Era giunta l'alba, ora in cui Febo conduce i cavalli

fuori dal mare, con il pelo bagnato,

e l'Aurora sparge tutt'intorno nel cielo

fiori rossi e gialli;

e le stelle terminano le proprie danze in cielo,

e si sono già coperte con un velo per scomparire alla vista:

quando, passando un giorno nei pressi di Parigi,

Orlando diede prova del proprio valore.

 

69

Due schiere di soldati si erano unite:

ne comandava una Manilardo, l'arabo calvo,

re di Norizia, un tempo molto valoroso e tenace,

ora più utile per ottenere un consiglio che per ottenere man forte;

comandava l'altra, sotto le proprie insegne,

il re di Tlemsen, stimato come

cavaliere perfetto dal popolo africano:

Alzirdo era il suo nome.

 

70

Questi ultimi, insieme all'altro esercito pagano,

durante quella stagione invernale, avevano soggiornato

alcuni nei pressi di Parigi, altri più lontano,

tutti nelle ville e nei castelli presenti nei dintorni della città:

avendo infatti il re Agramante speso invano

più di un giorno, nel tentativo di espugnare Parigi,

alla fine volle tentare la via dell'assedio,

dato che non esistevano alri modi per poterne entrare in possesso.

 

71

Per riuscire nell'intento, aveva chiamato un numero enorme di soldati;

oltre infatti a coloro che erano arrivati con lui,

ed a coloro che dalla Spagna avevano seguito

le insegne regali del re Marsilio,

molti altri soldati aveva assoldato in Francia;

avendo assoggettato tutta la Francia da Parigi fino alle rive del fiume

Rodano, con in aggiunta buona parte della Guascogna

(ad eccezione di alcune poche roccaforti).

 

72

Cominciando ora gli agitati ruscelli

a il freddo ghiaccio, che si andava sciogliendo, in tiepide onde,

ed i prati a rivestirsi con erbe appena cresciute, e gli arbusti

a rivestirsi con rami adornati da foglie delicate;

il re Agamante radunò tutti quelli

che avevano seguito le sue sorti, sino a quel momento favorevoli,

per poter passare in rassegna il proprio esercito armato;

e poterne quindi organizzare un migliore assetto.

 

73

A tale scopo il re di Tlemsen

era lì giunto, insieme a quello di Norizia,

per poter arrivare in tempo in quel luogo dove venne poi considerato

ogni squadrone come amico, se presente, o nemico, se assente.

Per puro caso Orlando venne a trovarsi

(come vi ho prima detto) in quel gruppo di persone,

mentre continuava a cercare, come era ormai solito fare, la donna

che l'aveva fatto prigioniero d'amore.

 

74

Non appena Alzirdo vide avvicinarsi quel conte, Orlando,

che per valore non aveva pari in tutto il mondo,

con un tale aspetto esteriore, con magnifici lineamenti del viso,

che il dio della guerra, Marte, sarebbe sembrato inferiore a lui;

rimase stupito dei suoi lineamenti vigorosi,

del suo sguardo fiero, del suo aspetto pieno d'ira violenta:

lo cosiderò un guerriere di immenso valore;

ma ebbe però troppo desiderio di metterlo alla prova.

 

75

Alzirdo era troppo giovane, presuntuoso

della propria grande forza, ed apprezzato per il grande coraggio.

Per duellare con Orlando spinse in avanti il proprio cavallo,

sarebbe stato meglio per lui se si fosse tenuto nella schiera dei suoi;

poichè, nello scontro, il principe Orlando

lo fece cadere da cavallo con il cuore trafitto.

Pieno di paura il destriero di Alzirdo fuggì,

senza avere nessuno a tenergli il freno.

 

76

Si levo subito un grido orrendo,

che risonò forte per tutta l'aria,

non appena il giovane vide, cadendo,

fuoriuscie il sangue da quella ferita tanto estesa.

Il numeroso gruppo di guerrieri si avvicinò agitato al conte,

in modo scomposto, colpendolo con il taglio e la punta della spada;

ma sono molti di più quelli che con le frecce

colpiscono ripetutamente il migliore tra tutti i vigorosi cavalieri.

 

77

Con il rumore con cui un branco di porci selvatici

è solito, talora, correre per i monti o per le campagne,

quando un lupo uscito da una tana nascosta,

od un orso sceso dalle montagne più basse,

abbia catturato un piccolo e tenero porco,

che si lamenta, con grugniti e suoni acuti;

con lo stesso frastuono si era mossa la schiera barbarica

verso Orlando, gridando: "Addosso, addosso!"

 

78

Lance, frecce e spade impattarono contro l'armatura,

mille alla volta, lo scudo fu colpito altrettante volte:

c'è chi gli percuote la schiena con una mazza,

chi lo minaccia da un fianco, chi frontalmente.

Ma Orlando, che non lasciò mai spazio in sé alla paura,

valuta la codarda schiera e le sue tante armi,

non più di quello che un lupo, entrato a notte fonda in una mandria,

valuti essere il numero di agnelli che ha di fronte.

 

79

Estratta dalla fodera, aveva ora in mano quella fulminea spada

che aveva condannato a morte così tanti saraceni:

quindi, chi volesse tenere il conto di quanti cavalieri fece cadere morti,

avrebbe da compiere una impresa dura e difficile.

La strada, rossa per il sangue che vi scorreva,

era appena sufficiente per contenere tutti quei corpi morti;

perché né scudo né elmo potevano proteggere

dalla fatata Durindana, dove essa si abbatteva,

 

80

non potevano niente nemmeno vestiti imbottiti di cotone, o turbanti

posti a circondare il capo con mille avvolgimenti.

Non solo gemiti e lamenti volano per l'aria,

ma anche braccia, spalle e teste separate dal corpo.

La Morte crudele procedere senza meta attraverso tutto il campo,

facendo propri molte e diverse persone, tutti con volti atroci;

tra sé dice: "Nelle mani di Orlando, vale

la spada Durindana come cento delle mie falci."

 

81

Orlando infligge colpi uno dopo l'altro, senza sosta.

Immediatamente incominciarono tutti a scappare;

e mentre prima erano giunti con il desiderio di fare presto

(poiché era solo e credevano di poterlo mangiare in un solo boccone),

non c'è ora chi, per sottrarsi dalla situazione critica,

aspetti il proprio amico, e cerchi di andarsene insieme a lui:

chi fugge a piedi da una parte, chi sprona il cavallo per una altra via;

nessuno si cura troppo di scegliere la propria strada.

 

82

Il valore se ne andava in giro con lo specchio

che va vedere ogni ogni imperfezione dell'anima, con la coscienza:

nessuno ci si specchiò, ad eccezione di un vecchio,

al quale l'età avanzata aveva asciugato il sangue e non il coraggio.

Costui vide nello specchio quanto il morire fosse assai meglio

del mettersi in fuga, disonorando sé stessi:

sto parlando del re di Norizia; per cui

posizionò la propria lancia per attaccare il paladino di Francia.

 

83

E la ruppe contro il bordo superiore dello scudo

del fiero conte, che incassò il colpo senza muoversi minimamente.

Orlando, che aveva pronta la propria spada,

colpì re Manilardo mentre gli passava di fianco.

La fortuna lo aiutò; perché  la spada

di Orlando, nell'abbattersi su Manilardo, si voltò, colpendo di piatto:

sferrare colpi di taglio non è sempre possibile;

ma lo fece comunque stramazzare al suolo.

 

84

Stordito per il colpo ricevuto, il re venne disarcionato e stramazzò:

Orlando non si volta indietro per guardalo nuovamente;

ma gli altri taglia, spezza, straccia ed uccide;

a tutti, terrorizzati, sembra di averlo alle proprie spalle.

Così come nell'aria, dove hanno un così grande spazio disponibile,

fuggono gli storni dall'audace smeriglio,

allo stesso modo i cavalieri di quello squadrone ormai sconfitto,

alcuni cadono a terra, altri fuggono altri ancora si nascondono.

 

85

La sanguinosa spada non cessò di abbattersi,

fino a quando il campo di battaglia fu privo di persone ancora in vita.

Orlando hai un dobbio sul riprendere la strada intrapresa,

benché tutta la Francia sia a lui nota.

Sia che vada a destra, sia che proceda a sinistra,

la sua mente è sempre lontana dal sentiero intrapreso:

ha sempre timore di cercare Angelica ovunque, tranne dove lei possa

essere, e di intraprendere sempre una via che lo allontani da lei.

 

86

Mantenne il proprio cammino (chiedendo spesso notizie di lei)

ora per campi ed ora attraverso foreste:

e così come era uscito fuori di sé,

uscì poi anche di strada; giunse quindi ai piedi di un monte,

dove, di notte, da una apertura nella roccia,

vide in lontananza volare in cielo una luce intensa.

Orlando si accosta al sasso per vedere

se in quella fessura si fosse nascosta Angelica.

 

87

Come in un bosco di basso ginepro,

o tra la stoppia in aperta campagnia,

quando si è alla ricerca della paurosa lepre,

passando per solchi che ostacolano il cammino e per vie poco sicure,

si va ad ogni cespuglio, ad ogni arbusto spinoso,

per verificare se per caso si fosse nascosta proprio lì;

allo stesso modo Orlando andava cercando, con gran dolore,

la donna amata in ogni luogo dove la speranza di trovarla lo spingeva.

 

88

Il conte Orlando, procedendo di tutta fretta verso quel raggio di luce,

giunse nel punto dal quale lo stesso si diffondeva per tutta la foresta,

attraverso una stretta fessura ricavata nel monte,

che nasconde dentro di sé una grotta molto ampia e capiente;

e davanti all'ngresso principale trova

spine e giovani piante, come mura e fossati di protezione,

per nascondere coloro che si trovavano nella grotta,

da chi avesse cercato di fare loro danno o offesa.

 

89

Di giorno, in pieno sole, non sarebbe stato possibile trovarla,

ma il raggio di luce la rendeva invece di notte ben visibile.

Orlando pensa subito quello che avrebbe dovuto essere;

vuole quindi meglio accertarsi della presenza di Angelica all'interno.

Dopo avere legato Brigliadoro,

in silenzio si avvicina alla grotta nascosta:

e, muovendosi tra i folti rami, entra quindi

nell'apertura, senza farsi annunciare da nessuno.

 

90

Scende per molti gradini all'interno della grotta,

dove gente ancora viva stava imprigionata.

L'interno della caverna era non poco spazioso,

inciso, con la punta degli scalpelli, a forma di volta;

non totalmente priva di luce del sole,

sebbene l'entrata non ne potesse concedere molta;

ne poteva infatti entrare a sufficieza da una finestra,

che, sul lato destro, si apriva stringendosi verso l'esterno.

 

91

Al centro della caverna, nei presso di un fuoco,

si trovava una giovane donna con un viso piacevole;

doveva avere da poco passato i quindi anni,

a quanto riuscì a stimare il conte dopo un primo sguardo:

ed era tanto bella da fare sembrare

un paradiso quel luogo selvatico;

benché avesse gli occhi completamente bagnati dalle lacrime,

segnali evidenti del dolore che provava nel suo cuore.

 

92

C'era anche una donna anziana; era in corso tra di loro una disputa accesa

(come avviene solitamente tra le donne),

ma non appena il conte Orlando scese all'interno dell grotta,

finì la disputa e rimasero in silenzio.

Orlando le salutò in modo cortese

(come si deve sempre fare con le donne),

loro si alzarono prontamente,

e lo salutarono anch'esse in modo cortese.

 

93

Ed è comunque vero che assunsero anche un'espressione alquanto turbata,

non appena udirono improvvisamente quella voce,

e, contemporaneamente, videro entrare là dentro

un uomo tanto fiero armato di tutto punto.

Orlando chiese loro chi fosse quella persona tanto

scortese, ingusta, selvaggia e crudele,

che potesse tenere imprigionata nella grotta

una donna con un viso tanto gentile ed amoroso.

 

94

La vergine riuscì a fatica a rispondergli,

essendo interrotta da impetuosi singhiozzi,

che dalle rosse labbra, simili a coralli, e dai bianchi denti, simili a preziose

perle, fanno uscire spezzettate le sue dolci parole.

Le sue lacrime scendevano dalle guancie fiorite

fino alla bocca, dove capita che se ne possa inghiottire qualcuna.

Vi possa fare piacere seguire il resto della storia nel prossimo canto,

Ippolito, perché è ormai tempo di finire questo canto.