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La concubina di Titone
antico
di gemme la sua fronte era
lucente,
e la notte, de' passi con che
sale,
quand' io, che meco avea di quel d'Adamo,
Ne l'ora che comincia i tristi
lai
e che la mente nostra,
peregrina
in sogno mi parea veder
sospesa
ed esser mi parea là dove
fuoro
Fra me pensava: 'Forse questa
fiede
Poi mi parea che, poi rotata un
poco,
Ivi parea che ella e io
ardesse;
Non altrimenti Achille si
riscosse,
quando la madre da Chirón a
Schiro
che mi scoss' io, sì come da la
faccia agghiaccia.
Dallato m'era solo il mio
conforto,
«Non aver tema», disse il mio
segnore;
Tu se' omai al purgatorio
giunto:
Dianzi, ne l'alba che procede
al giorno,
venne una donna, e disse: "I'
son Lucia;
Sordel rimase e l'altre genti
forme;
Qui ti posò, ma pria mi
dimostraro
A guisa d'uom che 'n dubbio si
raccerta
mi cambia' io; e come sanza
cura
Lettor, tu vedi ben com' io
innalzo
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
vidi una porta, e tre gradi di
sotto
E come l'occhio più e più
v'apersi,
e una spada nuda avëa in
mano,
«Dite costinci: che volete
voi?»,
«Donna del ciel, di queste cose
accorta»,
«Ed ella i passi vostri in bene
avanzi»,
Là ne venimmo; e lo scaglion
primaio
Era il secondo tinto più che
perso,
Lo terzo, che di sopra
s'ammassiccia,
Sovra questo tenëa ambo le
piante
Per li tre gradi sù di buona
voglia
Divoto mi gittai a' santi
piedi;
Sette P ne la fronte mi
descrisse
Cenere, o terra che secca si
cavi,
L'una era d'oro e l'altra era
d'argento;
«Quandunque l'una d'este chiavi
falla,
Più cara è l'una; ma l'altra
vuol troppa
Da Pier le tegno; e dissemi
ch'i' erri
Poi pinse l'uscio a la porta
sacrata,
E quando fuor ne' cardini
distorti
non rugghiò sì né si mostrò sì
acra
Io mi rivolsi attento al primo
tuono,
Tale imagine a punto mi
rendea
ch'or sì or no s'intendon le parole. |
La sposa del vecchio Titone, l'Aurora, era ormai bianca all'orizzonte d'Oriente, come una donna al balcone che ha appena lasciato le braccia del suo uomo amato;
di fronte a lei brillavano quelle stelle, della costellazione dello Scorpione, che formano in cielo l'immagine di quel freddo animale che colpisce le persone con la sua coda;
e la notte, di tutti i passi che fa per salire in cielo, ne aveva fatti due nel luogo in cui ci trovavamo, e stava già portando a termine il terzo;
quando io, che portavo con me il mio corpo materiale, eredità di Adamo, vinto dal sonno mi abbandonai sull'erba, là dove tutti e cinque ci eravamo già seduti.
Nell'ora in cui comincia ad emettere i suoi tristi lamenti la rondine, sul far del mattino, forse ricordando le sue passate vicissitudini,
ed in cui la mente umana, più libera dai limiti della carne e meno presa dai suoi pensieri razionali, attraverso le sue visioni oniriche diviene preveggente,
mi sembrò di vedere in sogno un'aquila dalle penne d'oro sospesa nel cielo, con le sue ali aperte ed in procinto di scendere a terra;
e mi sembrò di trovarmi nel luogo dove Ganimede abbandonò i suoi compagni, quando venne rapito e condotto alla suprema assemblea degli dei.
Pensavo in sogno fra me: 'Forse questa aquila va a caccia soltanto qui per abitudine, forse disprezza di portar via la preda con gli artigli da un altro luogo'.
Mi sembrò in seguito che, dopo aver volato roteando per un po', piombasse a terra in un modo spaventoso come fosse un fulmine, e mi rapisse portandomi in alto nel cielo fino alla sfera del fuoco.
Giunti qui ebbi la sensazione che entrambi bruciassimo, e l'incendio che immaginavo sembrava tanto veritiero, scottava tanto che mi fece svegliare in modo brusco.
Achille non si svegliò in modo diverso, rivolgendo intorno a sé gli occhi appena riaperti e non riuscendo a capire dove si trovasse,
quando sua madre Teti lo portò via da Chirone tenendolo tra le sue braccia mentre ancora dormiva, per portarlo all'isola di Sciro, là dove i greci Ulisse e Diomede lo fecero poi allontanare;
del modo in cui mi svegliai io, non appena dai miei occhi se ne andò il sonno, e diventai pallido come chi rimane di ghiaccio per uno spavento.
Di fianco a me c'era soltanto il mio maestro Virgilio, il sole era già alto nel cielo da più di due ore, ed il mio sguardo era rivolto in direzione del mare.
"Non avere paura", mi disse la mia guida; "tranquillizzati invece, perché siamo ad un buon punto; non frenare ma sprona al contrario ogni tua energia.
Tu sei ormai arrivato al Purgatorio: puoi vedere là la parete rocciosa che lo circonda: e là dove la parete stessa sembra interrotta da una spaccatura, puoi vederne l'entrata.
Poco fa, nel momento dell'alba che precede immediatamente il giorno, quando la tua anima dormiva profondamente nel tuo corpo, in mezzo ai fiori che adornano la valle laggiù
venne una donna e disse: "Io sono Lucia; lasciate che prenda con me quest'uomo che dorme; così che possa facilitare il suo viaggio."
Sordello e le altre anime nobili rimasero nella valle; lei ti sollevò e non appena il giorno divenne più luminoso, salì verso l'alto del monto; ed io la seguii da vicino.
Ti depose poi qui, ma non prima di avermi indicato con i suoi begli occhi quella apertura nella parete; poi, nello stesso istante, svanirono sia la donna che il tuo sonno."
Come chi riacquista sicurezza dopo aver dubitato, e converte quindi la propria paura in coraggio dopo aver scoperto chiaramente la verità,
così cambiai io il mio stato d'animo; e non appena mi vide la mia guida libero da ogni preoccupazioni, subito cominciò a salire lungo il pendio, ed io lo seguii verso l'alto.
Lettore, tu puoi ben vedere come si eleva ora l'argomento del mio poema, e se quindi lo tratto con uno stile più elevato non ti stupire.
Salendo il pendio ci avvicinammo ed in poco tempo raggiungemmo il punto dove prima la parete rocciosa mi sembrava interrotta, come un crepa che divide un muro,
vidi una porta, sotto di essa tre gradini per poterla raggiungere, diversi nel loro colore, e davanti un custode che ancora non parlava.
E quando iniziai ad osservare con maggiore attenzione, lo vidi sedere sopra il gradino più alto, e tanto splendente in viso che non riuscivo a sopportarne la vista;
teneva un mano una spada sguainata, che rifletteva i raggi del sole su di noi a tal punto che spesso sollevavo invano lo sguardo verso di essa.
"Ditemi, parlando da dove vi trovate: che cosa volete?", cominciò a domandare l'Angelo, "dov'è la potenza che vi accompagna? Badate che l'essere saliti fin qui non vi procuri poi un danno."
"Una donna inviata dal cielo, esperte della leggi divine", rispose al guardiano la mia guida, "appena poco tempo fa ci ha detto: "Andate là; troverete lì la porta d'ingresso" ."
"Possa questa donna far avanzare i vostri passi verso il bene", aggiunse cortesemente l'Angelo: "Venite dunque avanti verso i nostri gradini."
Avanzammo allora fin là; il primo scalino era di marmo bianco, così puro e splendente che riuscii a specchiarmici dentro.
Il secondo era di colore scuro, quasi nero, fatto di pietra grezza, ruvida e come bruciacchiata, con crepe sia per il lungo che trasversali.
Il terzo gradino, che da sopra grava sugli altri due, mi sembrava realizzato in porfido, di un colore rosso tanto fiammeggiante quanto il sangue che zampilla da una vena.
Sopra questo ultimo gradino teneva poggiati entrambi i suoi piedi l'Angelo di Dio, stando seduto sulla soglia del Purgatorio, che mi sembrava fatta di diamante.
Su per i tre scalini, incontrando la mia buona volontà, mi accompagnò la mia guida dicendo: "Chiedigli umilmente di aprire la porta di accesso."
Mi inginocchiai allora con devozione ai suoi piedi; gli chiesi di avere pietà di me e che mi aprisse, ma non prima di essermi battuto il petto per tre volte.
L'Angelo descrisse sulla mia fronte sette 'P' con la punta della sua spada, e disse poi "Fai in modo di lavare via queste piaghe quando sarai dentro al Purgatorio."
La cenere, o la terra arida estratta da una cava, sarebbe dello stesso colore del vestito indossato dall'Angelo; da sotto il quale estrasse due chiavi.
Una chiave era d'oro e l'altra d'argento; prima con la bianca, d'argento, e poi con la gialla, d'oro, aprì la porta così da accontentare la mia preghiera.
"Ogni volta che una di queste chiavi fallisce, perché non entra dritta nel foro della serratura", ci disse il guardiano, "questa porta no si apre.
Una è più preziosa dell'altra; ma l'impiego dell'altra richiede l'uso di molta abilità ed intelligenza prima di riuscire ad aprire l'usci, poiché è quella che scioglie il nodo del peccato.
Mi sono state date da S. Pietro; il quale mi invitò a sbagliare nell'aprire con troppo irruenza piuttosto che tenerla chiusa con troppo rigore, a patto che i penitenti mi supplichino umilmente in ginocchio."
Spinse poi i battenti della porta sacra, dicendo: "Entrate; ma vi avverto che deve subito uscire nuovamente chiunque si volti indietro."
E quando girarono nei loro cardini il battenti di quella porta sacra, che sono fatti di metallo sonante e resistente,
la porta non fu più dura e stridente nell'aprirsi di quella di Tarpea, quando fu sconfitto il suo valoroso difensore Cecilio Metello, e restò poi priva del suo tesoro.
Rivolsi allora la mia attenzione al primo suono proveniente dall'interno, e l'inno 'Te Deum' mi sembrò di sentire cantato da delle voci di anime miste ad una melodiosa musica.
Una tale sensazione provai in quel momento per ciò che udivo, quale si può provare quando si canta accompagnati da un organo;
che le parole si comprendono solo a tratti. |
