PURGATORIO - 33 canti

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Canto 3 (III) - Testo originale e parafrasi COMPLETA del Canto 3 (III) del Purgatorio dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. Incontro con Manfredi di Svevia, scomunicato ma pentito in tempo.

Testo e Parafrasi del Canto

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,

 

i' mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la montagna?

 

El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t'è picciol fallo amaro morso!

 

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l'onestade ad ogn' atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,

 

lo 'ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi 'l viso mio incontr' al poggio
che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.

 

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avëa in me de' suoi raggi l'appoggio.

 

Io mi volsi dallato con paura
d'essere abbandonato, quand' io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;

 

e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch'io ti guidi?

 

Vespero è già colà dov' è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto.

 

Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
non ti maravigliar più che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio non ingombra.

 

 

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.

 

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

 

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

 

e disïar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente è dato lor per lutto:

 

 

io dico d'Aristotile e di Plato
e di molt' altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.

 

Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.

 

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.

 

«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
«sì che possa salir chi va sanz' ala?».

 

E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,

 

da man sinistra m'apparì una gente
d'anime, che movieno i piè ver' noi,
e non pareva, sì venïan lente.

 

«Leva», diss' io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».

 

Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch'ei

vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».

 

Ancora era quel popol di lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,

 

 

quando si strinser tutti ai duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com' a guardar, chi va dubbiando, stassi.

 

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,

 

ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l'andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».

 

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

 

e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;

 

sì vid' io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.

 

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la grotta,

 

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.

 

«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole in terra è fesso.

 

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».

 

Così 'l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate

innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.

 

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se', così andando, volgi 'l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

 

Io mi volsi ver' lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

 

Quand' io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

 

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond' io ti priego che, quando tu riedi,

 

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.

 

Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

 

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

 

 

Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

 

l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

 

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov' e' le trasmutò a lume spento.

 

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

 

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

 

 

per ognun tempo ch'elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

 

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto divieto;

 

 

ché qui per quei di là molto s'avanza».

Sebbene l'improvvisa fuga avesse fatto disperdere tutte le anime

per la pianura circostante, in direzione di quel monte

dove la giustizia divina ci purifica con adeguate punizioni,

 

io riuscii a riunirmi alla mia fidata guida:

come avrei potuto correre senza di lui?

chi mi avrebbe condotto su per la montagna?

 

Virgilio sembrava si rimproverasse da sé, per la

debolezza mostrata: oh coscienza limpida e piena di dignità,

quanto amaro ti può apparire ogni tuo minimo errore!

 

Quando i suoi piedi rallentarono il passo, terminando la fuga,

che toglie dignità ad ogni azione,

la mia mente, che prima era concentrata su un unico pensiero,

 

allargò il proprio orizzonte, spinta dal desidero di nuove

conoscenze, e rivolsi quindi lo sguardo verso il monte, che si

slanciava alto, più della spiaggia circostante, verso il cielo.

 

Il sole, che splendeva rosso mie spalle,

aveva i suoi raggi interrotti davanti alla mia figura,

trovando in me un ostacolo.

 

Mi volsi di lato con la paura

di trovarmi solo, abbandonato, quando vidi proiettata in terra

davanti a me la mia sola ombra;

 

Virgilio mi confortò: "Perché non hai fiducia in me?"

cominciò a dirmi, premuroso nei miei confronti;

"Credi che non sarò al tuo fianco e che non ti guiderò?

 

La sera è ormai giunta là dove si trova sepolto

il corpo dentro al quale potevo anch'io creare un ombra;

ora il mio corpo è a Napoli, prima era a Brindisi.

 

Quindi se davanti a me non vedi nessuna ombra,

non provare più sorpresa di quanta tu possa provarne per il fatto

che i cieli non impediscono l'uno all'altro il passaggio dei raggi solari.

 

A sentire l'effetto del tormento causato dal caldo e dal freddo,

questi corpi sono sono preparati dalla potenza di Dio, che non

vuole mai che venga a noi rivelato come riesca a fare ciò.

 

Solo un pazzo può sperare che la ragione umana

possa comprendere la logica divina, la quale tiene

in tre distinte persone una unica sostanza.

 

Uomini, cercate di accontentarvi dei fatti, senza pretendere

di conoscere anche i motivi; perché, se aveste potuto conoscere

tutto, Maria non avrebbe dovuto partorire il figlio di dio;

 

e avreste dovuto vedere, continuare a desiderare la conoscenza

senza alcun successo, uomini di un tale ingegno che, fosse stato

possibile, avrebbero sicuramente potuto soddisfare il loro

desiderio, che si è invece trasformato nella loro eterna pena.

 

sto parlando di Aristotele e di Platone

e di molti altri." Detto questo chinò il capo,

non disse più nulla ed apparve turbato.

 

Nel frattempo eravamo giunti ai piedi del monte;

ci trovammo di fronte una parete tanto ripida che le gambe si

sarebbero stancate inutilmente nel tentativo di scalarla.

 

Il più selvaggio ed il più ripido pendio sulla costa tra Lerici

e La Turbie, è in confronto

a quella rupe una agevole ed ampia scalinata.

 

"Chi può sapere ora da che parte diventa meno rigido il pendio",

disse la mia guida fermandosi pensieroso,

"così che possa salire al monte anche chi non può volare?"

 

Nel frattempo che, tenendo bassa la propria testa,

lui rifletteva su un possibile percorso

ed io osservavo la parte alta di quel monte,

 

alla mia sinistra mi apparve una folla di

anime che muovevano i propri piedi verso di noi,

pur sembrando ferme, tanto lentamente procedevano.

 

Dissi a Virgilio: "Maestro, solleva il tuo sguardo:

ecco arrivare qualcuno che potrà indicarci la via per salire,

se tu non riesci a trovarla da solo."

 

Virgilio vide il gruppo di anime e, con espressione libera da preoccupazioni, rispose: "Andiamo noi là da loro, perché esse

procedono troppo lente; e tu rafforza la speranza, caro figliolo."

 

 

Quella folla di anime ara ancora lontana da noi,

anche dopo che eravamo avanzati verso loro di molti passi,

per una distanza pari a quella che un buon tiratore può coprire con un sasso,

 

quando le vidi stringersi tutte introno alle dure rocce

di quell'alto pendio, e stare immobili e vicine, come si sofferma

a guardarsi in giro chi procede incerto sulla via da seguire.

 

"Oh anime morte in grazia di Dio, spiriti ormai eletti",

cominciò a dire Virgilio, "in nome di quella pace

che credo tutti voi vi aspettiate di ottenere,

 

indicateci dove la montagna diviene meno ripida,

e rende quindi possibile la sua scalata;

perché a chi ha più conoscenza più dispiace perdere tempo."

 

Come le pecorelle escono dall'ovile

una, a due, a tre per volta, e le altre stanno ferme,

timorose, tenendo il muso e lo sguardo a terra;

 

e ciò che fa la prima lo fanno anche le altre,

stringendosi intorno a lei se lei si arresta,

docili e serene, senza sapere il perché delle proprie azioni;

 

così vidi io una anima muoversi la prima linea

di quella mandria fortunata, di quella folla fortunata,

umile nell'espressione del volto e decorosa nell'andatura.

 

Non appena le prime anime videro interrotta

in terra la luce del sole alla mia destra,

formando un'ombra che dal mio corpo arrivava fino alla roccia,

 

si fermarono ed indietreggiarono un poco,

e tutte le altre che procedevano dietro di loro

fecero altrettanto, non sapendo la motivazione di quel gesto.

 

"Senza che voi me lo dobbiate domandare, vi rivelo

che questo che vedete è un corpo in carne ed ossa;

e perciò la luce del sole viene interrotta sul terreno.

 

Non vi meravigliate, ma credete al fatto che

è con l'aiuto di un potere divino che

cerchiamo di scalare questa parete."

 

Così Virgilio spiegò loro la situazione; e quella folle di anime

elette disse "Tornate indietro se volete salire sul monte",

facendo segno con il dorso della mano.

 

 

Uno di loro cominciò quindi a dire: "Chiunque tu sia,

che hai intrapreso questo cammino, rivolgi a me lo sguardo

e cerca di ricordare se mi hai mai visto quand'ero in vita."

 

Io rivolsi il mio sguardo verso di lui e lo guardai attentamente:

era biondo, bello e dall'aspetto legante, ma il viso era sfigurato

da colpo di spada aveva diviso in due una delle sue sopracciglia.

 

Quando ebbi umilmente rinunciato al tentativo

di riconoscerlo, lui mi disse: "Guarda allora";

e mi mostrò una ferita che aveva nella parte alta del petto.

 

Proseguì quindi sorridendo: "Io sono Manfredi,

nipote dell'imperatrice Costanza;

e perciò ti prego, quando tornerai nel mondo dei vivi,

 

di andare dalla mia bella figlia, madre

dei due re di Sicilia e di Aragona, a raccontarle

la mia vera storia, se viene raccontata un'altra versione.

 

Dopo che il mio corpo subì queste

due ferite mortali, io affidai la mia anima, piangendo per il

pentimento, a Dio, lui che è sempre disposto a perdonare.

 

I peccati che commisi in vita furono orribili;

ma l'infinità bontà di Dio ha delle braccia tanto larghe

che abbraccia chiunque si rivolga a lei, perdona chiunque si penta realmente.

 

Se il vescovo di Cosenza, che fu mandato in cerca del mio corpo

da papa Clemente dopo la mia morte,

avesse ben compreso questo aspetto di Dio,

 

le ossa del mio corpo si troverebbero ancora

all'estremità del ponte presso Benevento,

custodite dal quel pesante mucchio di pietre che le ricopriva.

 

Ora stanno senza sepoltura, le bagna la pioggia e le smuove il

vento, fuori dai confini del mio regno, presso il fiume Liri,

là dove il vescovo le portò con una processione a candele spente.

 

La loro scomunica non può comunque evitare

la possibilità che possa tornare l'eterno amore di dio,

fintanto che c'è anche la minima speranza.

 

Tuttavia, è comunque vero che chi muore dopo essere stato

cacciato dalla Santa Sede, scomunicato, anche se si pente sul

punto di morte, prima di poter entrare nel purgatorio dovrà aspettare un tempo pari a

 

trenta volte il periodo in cui si è ostinato a vivere

nel peccato, a meno che tale sentenza non venga ridotta

grazie alle preghiere pronunciate per lui da persone buone.

 

Adesso che sai la mia storia, vedi se riesci ad accontentarmi,

rivelando alla mia buona figlia Costanza

che mi hai visto qui e non all'inferno, ed anche che mi viene ancora vietata l'ascesa;

 

perché noi anime del purgatorio possiamo ottenere molto dalle preghiere dei vivi."