PARADISO - 33 canti

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Canto 33 (XXXIII) - Testo originale, parafrasi COMPLETA e video lettura di Roberto Benigni del Canto 33 (XXXIII) del Paradiso dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. La visione di Dio

Testo e Parafrasi del Canto

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

 

tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

 

Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.

 

Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.

 

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz' ali.

 

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

 

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

 

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

 

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

 

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

 

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

 

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

 

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

 

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

 

indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.

 

 

E io ch'al fine di tutt' i disii
appropinquava, sì com' io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.

 

Bernardo m'accennava, e sorridea,
perch' io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

 

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è vera.

 

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

 

 

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,

 

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

 

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

 

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

 

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

 

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

 

Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

 

E' mi ricorda ch'io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.

 

Oh abbondante grazia ond' io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

 

Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:

 

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

 

La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

 

Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

 

 

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

 

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

 

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

 

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

 

Non perché più ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;

 

ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom' io, a me si travagliava.

 

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;

 

e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

 

 

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

 

 

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

 

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

 

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

 

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond' elli indige,

 

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;

 

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

 

A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,

 

 

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

"Maria, vergine ma anche madre, figlia del tuo stesso figlio,

la più umile ma in realtà più preziosa di ogni altra creatura,

fine prescelto da Dio fin dal tempo antico,

 

tu sei colei che il genere umano ha tanto nobilitato,

innalzato di valore, che il suo creatore non disdegnò di divenire

egli stesso una sua creatura, di farsi uomo.

 

Nel tuo ventre si rinnovò il fuoco dell'amore divino,

grazie al calore del quale, nell'eterna beatitudine

ha potuto germogliare questo fiore, la rosa dei beati.

 

Qui nel Paradiso sei per noi un solo ardente

di carità, mentre giù sulla terra, tra la gente mortale,

se un fontana viva di speranza.

 

Nostra Signora, sei tanto illustre ed hai un così grande potere,

che chiunque voglia ottenere una grazia ma non ricorra a te,

è come se tentasse di fare volare il proprio desiderio senza ali.

 

La tua benevolenza non va in soccorso soltanto

di chi ti prega, ma molte volte,

per tua volontà, precede, anticipa, anche la richiesta.

 

In te si raccoglie la misericordia, in te la pietà,

in te la generosità, in te si raccoglie

qualunque qualità migliore presente nelle creature.

 

Ora costui, Dante, che dall'estrema profondità dell'inferno

fino a qui, al Paradiso, ha visto tutte le condizioni

in cui possono venirsi a trovarsi le anime morte,

 

ti supplica, ti prega, per la grazia divina, di poter ricevere tanta

virtù quanta è necessaria per poter innalzare il proprio sguardo

fino alla somma visione di Dio, fonte di eterna beatitudine.

 

Ed io, che per me non ho mai desiderato così tanto ciò

che ora desidero per lui, tutte le mie preghiere

rivolgo a te, sperando che non siano inadeguate alla richiesta,

 

affinché tu possa liberarlo, con le tue preghiere a Dio,

da ogni impedimento umano che gli offusca la mente, e possa

infine manifestarsi a lui il sommo piacere, la visione di Dio.

 

E ti prego inoltre, nostra regina, tu che hai il potere di realizzare

ogni tua volontà, di conservare sani, puri,

i suoi sentimenti, anche dopo la visione di Dio.

 

Possano le tue cure vincere le passioni umane:

guarda quante anime beate, insieme a Beatrice,

si uniscono alla mia preghiera congiungendo le propri mani!"

 

Gli occhi di Maria, tanto amati ed onorati da Dio,

fissi su Bernardo, che aveva parlato, dimostrarono

quanto lei gradisse le preghiere di anime devote;

 

li rivolse quindi verso la luce eterna, verso Dio,

nella quale luce non si deve credere che una qualsiasi altra

creatura possa rivolgere lo sguardo in modo tanto chiaro quanto fece lei.

 

Ed io, che stavo per avvicinarmi al fine ultimo di ogni desiderio

umano, così come dovevo,

raggiunsi il culmine del mio desiderio.

 

Bernardo mi sorrideva e mi faceva cenno

di guardare verso l'alto; ma io avevo già

iniziato a fare da solo quanto lui voleva che io facessi:

 

così che il mio sguardo, divenendo sempre più puro,

entrava sempre di più all'interno del raggio di quella suprema

luce che è origine di ogni altra luce ed è quindi l'unica vera luce.

 

Da qui in avanti la mia capacità di vedere fu assai superiore

a quanto possa spiegare con le parole, poiché dinnanzi a quella

visione perde di capacità la parola e di fronte ad un tale eccesso (di gioia) diviene insufficiente la memoria.

 

Come chi vede qualcosa in sogno,

e dopo essersi svegliato rimane con la sensazione del sogno

impressa nella mente, ma non riesce però a ricordare niente,

 

nella stessa situazione mi trovo io, poiché è quasi

completamente svanita dalla mia memoria quella visione, ma

sento ancora nel cuore la dolcezza che essa mi provocò allora.

 

Così come la neve si scioglie al sole;

così come, scritto sulle foglie, si disperdeva poi al

vento il responso della Sibilla.

 

O altissima luce, luce divina, che sei tanto al di sopra

di ogni mente umana, alla mia memoria

concedi ancora un poco di quella tua visione,

 

e rendi la mia lingua tanto potente

così che almeno una scintilla della tua magnificenza

possa essere lasciata ai posteri;

 

perché, se riuscissi a ricordare un poco

e tradurre quindi la tua visione in questi versi, la tua somma

potenza potrà essere con essi meglio compresa dagli uomini.

 

Credo che per l'intensità di quella luce viva, che affrontai

con lo sguardo, sarei potuto rimanere abbagliato

se avessi distolto gli occhi da essa.

 

E ricordo quindi che fui pertanto più tenace, per

questo motivo, nel sostenerne l'intensità, tanto che raggiunsi

infine con i miei occhi l'infinito valore di Dio.

 

Oh immensa grazia, che mi hai fatto trovare il coraggio

di spingere il mio sguardo nella luce eterna di Dio,

tanto che lo sguardo stesso fu portato al suo limite!

 

Nel profondo di quella luce divina vidi che era contenuto,

compatto come rilegato in un unico volume,

tutto ciò che è disperso per l'universo:

 

vidi gli elementi, le loro caratteristiche e le loro relazioni,

quasi uniti insiemi, in un modo che le mie parole non riescono assolutamente a descrivere, ne rappresentano solo un barlume.

 

La forma universale di questo assieme

credo di aver visto allora, perché sento allargarsi di più il mio

cuore mentre ne parlo, per il piacere, per la gioia che provo.

 

Un solo attimo ha provocato in me una dimenticanza

maggiore di quella generata dai venticinque secoli trascorsi

dall'impresa degli Argonauti, che suscitò lo stupore di Nettuno per la vista dell'ombra della prima nave.

 

Fino a questo punto la mia mente, tutta assorta, contemplava

intensamente, immobile ed attenta, concentrata, e desiderava

sempre di più addentrarsi nella contemplazione di Dio.

 

Di fronte a quella luce divina si raggiunge tale stato di

contemplazione, tale che il volgere lo sguardo altrove

diviene impossibile da fare;

 

dal momento che il bene, oggetto della volontà, del desiderio,

è tutto raccolto in essa, ed al di fuori di quella luce

è ciò che ha difetti è invece in lei perfetto.

 

D'ora in avanti la mia parola sarà più incerta,

anche rispetto a quel poco che ricordo, di quella di un bambino

che venga ancora allattato dalla propria madre.

 

Non perché più di un aspetto fosse contenuto in quella viva luce

che contemplavo, non perché cambiasse di aspetto, essendo

essa immutabile, sempre uguale a quella che io avevo dinnanzi;

 

ma per il fatto che la mia capacità visiva aumentava man mano

che contemplavo la luce, quell'unica visione, immutabile,

cambiava ai miei occhi perché riuscivo meglio a vederla.

 

Nell'infinita e luminosa essenza

di quella luce divina mi apparvero tre cerchi luminosi

di tre differenti colori ma di una stessa dimensione;

 

e l'uno nell'altro, come un arcobaleno nato da un altro

arcobaleno, sembrava riflettersi, mentre il terzo cerchio

sembrava un fuoco generato, allo stesso modo, in parte dall'uno ed in parte dall'altro dei primi cerchi.

 

Oh quanto risultano inadeguate le parole e così inferiori al

concetto che voglio esprimere! E la misura del mio ricordo,

rispetto a ciò che vidi, è tale che non basterebbe dire che è poco.

 

Oh luce eterna, che solo da te stessa sei racchiusa,

che tu sola sei in grado di comprenderti, e solo tu ti conosci

e conoscendoti rivolgi a te il tuo amore e la tua luce!

 

Quel cerchio di luce, il secondo, che così generato

appariva in te come una luce riflessa,

dopo essere stato a lungo da me osservato,

 

dentro di sé, disegnata nel suo stesso colore,

mi sembrò contenere l'immagine di un uomo:

per cui il mio sguardo era tutto intento a contemplare in esso.

 

Come il geometra, il matematico, che si impegna intensamente

per fare quadrare il cerchio, ma non riesce a trovare, pur

pensandoci a fondo, il principio su cui basare il proprio calcolo,

 

così stavo io di fronte a quella straordinaria visione:

volevo vedere, capire, come si adattasse

al cerchio quell'immagine umana, e come vi trovasse posto;

 

ma le mie capacità non erano adeguate ad una simile impresa:

se non che, all'improvviso, la mia mente fu colpita

da una bagliore che fece esaudire il suo desiderio.

 

Alla mia capacità di immaginazione mancarono a questo punto le

forze; ma già il mio desiderio di sapere e la mia volontà

venivano indirizzati altrove, così come è il moto uniforme di una ruota,

 

da Dio , che muove il sole e tutti gli altri astri.