PARADISO - 33 canti

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Canto 2 (II) - Testo originale e parafrasi COMPLETA del Canto 2 (II) del Paradiso dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. Le macchie lunari e le influenze celesti.

Testo e parafrasi del Canto

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,

 

tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.

 

L'acqua ch'io prendo già mai non si

corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.

 

Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,

 

metter potete ben per l'alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l'acqua che ritorna equale.

 

Que' glorïosi che passaro al Colco
non s'ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.

 

La concreata e perpetüa sete
del deïforme regno cen portava
veloci quasi come 'l ciel vedete.

 

Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel

posa
e vola e da la noce si dischiava,

 

giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,

 

volta ver' me, sì lieta come bella,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n'ha congiunti con la prima stella».

 

Parev' a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.

 

Per entro sé l'etterna margarita
ne ricevette, com' acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.

 

S'io era corpo, e qui non si concepe
com' una dimensione altra patio,
ch'esser convien se corpo in corpo repe,

 

 

accender ne dovria più il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s'unio.

 

Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l'uom crede.

 

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
com' esser posso più, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.

 

Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?».

 

Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra
l'oppinïon», mi disse, «d'i mortali
dove chiave di senso non diserra,

 

certo non ti dovrien punger li strali
d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l'ali.

 

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari e densi».

 

 

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l'argomentar ch'io li farò avverso.

 

La spera ottava vi dimostra molti
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti.

 

Se raro e denso ciò facesser tanto,
una sola virtù sarebbe in tutti,
più e men distributa e altrettanto.

 

Virtù diverse esser convegnon frutti
di princìpi formali, e quei, for ch'uno,
seguiterieno a tua ragion distrutti.

 

Ancor, se raro fosse di quel bruno
cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
fora di sua materia sì digiuno

 

esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.

 

Se 'l primo fosse, fora manifesto
ne l'eclissi del sol, per trasparere
lo lume come in altro raro ingesto.

 

Questo non è: però è da vedere
de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
falsificato fia lo tuo parere.

 

S'elli è che questo raro non trapassi,
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar non lassi;

 

e indi l'altrui raggio si rifonde
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo nasconde.

 

Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro.

 

 

Da questa instanza può deliberarti
esperïenza, se già mai la provi,
ch'esser suol fonte ai rivi di vostr' arti.

 

Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,
tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

 

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.

 

Ben che nel quanto tanto non si stenda
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch'igualmente risplenda.

 

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,

 

così rimaso te ne l'intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.

 

Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l'esser di tutto suo contento giace.

 

Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
quell' esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute.

 

Li altri giron per varie differenze
le distinzion che dentro da sé hanno
dispongono a lor fini e lor semenze.

 

 

Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.

 

Riguarda bene omai sì com' io vado
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.

 

Lo moto e la virtù d'i santi giri,
come dal fabbro l'arte del martello,
da' beati motor convien che spiri;

 

e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
de la mente profonda che lui volve
prende l'image e fassene suggello.

 

E come l'alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,

 

così l'intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.

 

Virtù diversa fa diversa lega
col prezïoso corpo ch'ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.

 

Per la natura lieta onde deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.

 

Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,

 

conforme a sua bontà, lo turbo e 'l

chiaro».

O voi lettori, che dentro le vostre piccole imbarcazioni,

desiderosi di ascoltarmi, avete seguito la mia mia barca che,

attraverso i regni dell'aldilà, vi narra in versi il mio viaggio,

 

ritornate alle spiagge dalle quali siete partiti:

non allontanatevi per mare aperto, perché forse,

non riuscendo a starmi dietro, vi potreste potreste.

 

I mari che sto solcando non sono mai stati navigati prima;

Minerva (la Sapienza) mi spinge e mi guida Apollo (la Poesia),

mentre le nove Muse mi danno i riferimenti necessari.

 

 

Voi pochi che avete alzato gli occhi

sin da giovani alla sapienza, nutrimento degli angeli, che si

può gustare anche in terra ma senza che ci si possa saziare,

 

potete voi a buona ragione condurre in mare aperto

la vostra barca, seguendo la scia che ho lasciato

e chi si richiude al mio passaggio.

 

Quei gloriosi marinai, gli Argonauti, che si recarono nella Colchide, non rimasero tanto stupiti, come lo sarete voi,

quando videro il loro capo Giasone trasformato in contadino.

 

Il desiderio innato ed eterno

di raggiungere il regno di Dio, l'Empireo, ci faceva salire

in cielo tanto veloci quanto lo è il moto del cielo stellato.

 

Beatrice guardava verso l'alto, io guardavo nei suoi occhi;

e forse in un tempo tanto breve quanto è quello che

impiega una freccia a posarsi, volare e giungere a segno,

 

 

io mi vidi essere giunto dove un cosa tanto meravigliosa

attirò il mio sguardo a sé; perciò Beatrice, alla quale

non poteva sfuggire nessun mio pensiero o sentimento,

 

rivoltasi a me, tanto felice quanto bella,

mi disse: "Rivolgi i tuoi pensieri di gratitudine a Dio,

che ci ha fatto arrivare al cielo della Luna."

 

Mi sembrava come se fossimo coperti da una nube

luminosa, densa, solida e liscia,

come lo è un diamante colpito dalla luce del sole.

 

La luna, incorruttibile gemma del cielo,

ci accolse dentro di sé, così come l'acqua accoglie in sé

un raggio di luce rimanendo comunque compatta.

 

Se io ero rimasto un corpo solido, e qui sulla terra non è

concepibile che una dimensione si possa fondere con un'altra,

cosa che necessariamente avviene se un copro penetra in un altro,

 

ciò dovrebbe accendere ancora di più il nostro desiderio

di vedere Cristo, in cui è possibile vedere come si siano uniti

la nostra natura umana e quella divina, di dio.

 

Nel cielo potremo vedere ciò che ora crediamo per fede,

e non ci sarà dimostrato, ma ci apparirà chiaro di per sé,

allo stesso modo in cui ci sono ora chiare le basi della logica.

 

Io le risposi: "Mia signora, io, con tutta la devozione

di cui posso essere capace, ringrazio Dio,

che mi ha allontanato dal regno mortale, dei vivi.

 

Ma ditemi: che cosa sono le macchie scure

della luna, nelle quali, laggiù sulla terra,

in modo tanto fantasioso alcuni dicono di riconoscere Caino?"

 

Beatrice sorrise un poco, poi disse: "Del fatto che errano

le opinioni umane, riguardo ad argomenti per i quali

i soli sensi non possono fornire la conoscenza esatta,

 

non dovresti ormai sentirti

più meravigliato, poiché vedi che la ragione

non riesce ad andare molto lontano dai dati sensibili.

 

Ma dimmi invece la tua opinione riguardo alle macchie." Dissi

allora io: "Ciò che visto dalla terra appare diverso nella luna,

più scuro o più luminoso, credo derivi dalla diversa densità dei corpi celesti."

 

E lei: "Vedrai certamente da solo quanto sia

completamente falsa la tua opinione, se ascolti con attenzione

l'argomentazione che porterò ora a suo sfavore.

 

L'ottavo cielo si mostra di sicuro ai vostri occhi cosparso

di molti astri, che per qualità e quantità di luce

appaiono tra loro differenti. 

 

Se ciò fosse dovuto ad una loro maggiore o minore densità,

essi avrebbero allora tutti una sola medesima virtù,

distribuita in quantità maggiore o minore in ciascuna stella.

 

È invece necessario che virtù diverse

derivino da diversi principi formali, mentre questi sarebbe

uno ed uno solo seguendo il tuo ragionamento.

 

Inoltre, se la scarsa densità fosse la ragione di quelle macchie

di cui parli, o in ogni sua parte

la Luna sarebbe veramente povera di materiale,

 

o, altrimenti, così come si alternano

strati grassi e magri in un corpo, essa alternerebbe,

come in un volume, fogli meno spessi e fogli più spessi.

 

Se fosse vero il primo caso, ciò sarebbe evidente durante

una eclisse di sole, poiché la Luna dovrebbe lasciare trasparire

la luce come avviene con qualunque altro corpo trasparente.

 

Questo però non succede: bisogna perciò passare a valutare

l'altro caso; e se dovessi arrivare a dimostrare anche la sua

inesattezza, allora anche la tua opinione risulterà errata.

 

Se è vero, come è, che la Luna non è attraversata dalla luce,

allora deve necessariamente esserci un punto a partire dal

quale si trova quello strato denso che non la lascia passare.

 

e da lì il raggio di luce si riflette allo stesso modo in cui il

colore di un oggetto è riflesso attraverso un vetro, grazie alla

lamina di piombo che il vetro stesso nasconde dietro di sé.

 

Potresti ora dire che il raggio di sole si mostra meno luminoso

laddove lo strato riflettente si trova più in dentro,

perché riflesso da un punto più lontano, meno in superficie (dando così origine alle macchie).

 

Può liberarti da questa tua obiezione

un semplice esperimento, se mai provare ad eseguirlo,

che è la base, origine, delle vostri arti.

 

Prendi tre specchi; due disponili

alla stessa distanza da te e l'altro collocalo invece più lontano,

in mezzo agli altri due e di fronte ai tuoi occhi.

 

Rivolgendo ad essi il tuo sguardo, poni dietro di te

un lume così che illumini i tre specchi e la sua luce

ritorni riflessa a te da tutti e tre.

 

Benché, in quanto ad intensità, non sarà uguale a quella degli

altri due la luce riflessa dallo specchio più lontano, tu vedrai

che sarà comunque equivalente agli altri per purezza.

 

Come la neve, quando è esposta ai caldi raggi del sole,

si scioglie e lascia quindi il suo soggetto, l'acqua, spoglio

delle sue precedenti qualità, il colore ed il freddo,

 

allo stesso modo voglio che il tuo intelletto,

spogliato dalle false opinioni, venga modellato

da una luce così intensa che scintillerà manifestandosi a te.

 

Dentro l'Empireo, il cielo sede della pace divina,

ruota un corpo, il Primo Mobile, nella cui virtù ha origine

la vita dell'intero universo, che è contenuto al suo interno.

 

L'ottavo cielo, adornato da tante stelle, suddivide poi questa

virtù universale dell'Empireo in diverse virtù specifiche

(le Stelle), da lui distinte ma in lui comunque contenute.

 

Gli altri cieli dispongono in differenti modi le distinte virtù

che hanno derivato dentro di sé dall'influsso dell'ottavo cielo,

così che possano conseguire i loro effetti ed esercitare i loro influssi.

 

Questi organi vitali del mondo procedono quindi, come ormai puoi capire, in modo gerarchico, accolgono gli influssi

dal cielo superiore ed esercitano i propri su quello inferiore.

 

Valuta attentamente il modo in cui procedo lungo questa via

per svelarti la verità che tu desideri conoscere,

così da saper poi percorre da solo l'ultimo tratto del cammino.

 

Il moto e gli influssi dei cieli divini,

come l'arte del martello dipende dal fabbro, da chi lo impugna,

devono derivare da intelligenze angeliche;

 

ed il cielo adornato da così tante stelle,

dall'intelligenza angelica che lo muove

deriva la virtù per poi diventarne a sua volta diffusore.

 

E come l'anima si diffonde all'interno del corpo umano,

attraverso i diversi organi vitali che presiedono

alle diverse funzioni vitali,

 

allo stesso modo l'intelligenza divina

distribuisce la sua bontà, amplificata, attraverso le stelle,

pur restando, nel suo ruotare, in se stessa una e identica.

 

La virtù, differenziata in ciascun astro, crea una nuova

amalgama con la preziosa materia a cui essa dà vita,

alla quale poi si lega come l'anima al corpo umano.

 

A causa della natura beata da cui deriva,

la virtù, unita all'astro, risplende attraverso di esso così

come la gioia si mostra attraverso la lucentezza degli occhi.

 

Ed è questa virtù che fa sì che da stella a stella la luce possa

sembrare differente, non una maggiore o minore densità;

essa è il principio formale che produce

 

l'oscurità o la brillantezza a seconda della sua potenza.