PARADISO - 33 canti

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Canto 1 (I) - Testo originale e parafrasi COMPLETA del Canto 1 (I) del Paradiso dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. L'invocazione ad Apollo e l'ascesa al cielo.

Commento e sintesi del Canto

Dante è salito in Paradiso fino all'Empireo, il cielo che è più illuminato dallo splendore e dalla carità di Dio, ed ha visto cose tanto sublimi da non poter essere tutte raccontate, sia perché la memoria non ha potuto trattenerle sia perchè né la lingua né la penna sono adatte per esprimerle.
Il poeta invoca quindi l'aiuto di Apollo, la Poesia stessa, così da poter compiere l'ultima fatica supportato da un valore adeguato all'argomento. Le Muse, invocate nell'Inferno e nel Purgatorio, simbolo della cognizione umana e degli strumenti tecnici a sua disposizione, non sono ora più sufficienti. Il valore di cui parla Dante è quello che permette all'uomo di elevarsi fino all'incoronazione poetica, rappresentata dalla tanto desiderata corona d'alloro.
La presentazione dell'argomento è quindi quella tipica dei poemi epici: la grandezza della materia rende evidenti i limiti personali ed è pertanto necessario invocare un aiuto esterno.

Dante vede Beatrice guardare intensamente verso il sole e non può fare a meno di compiere egli stesso quel gesto, andando oltre ogni possibilità umana. Dopo aver distolto lo sguardo dal sole, fissa i suoi occhi in quelli della donna ed ha così inzio l'ascesa al primo cielo. Il poetà però non se ne accorge, vede solo crescere l'intensità della luce e sente una nuova musica; è perciò Beatrice ad avvertirlo, vedendolo turbato, del fatto che non si trova più sulla terra.

Tolto il primo dubbio, Dante espone alla sua guida il secondo: come è possibile che un corpo pesante si elevi oltre le sfere degli elementi leggeri? Beatrice sospira in modo materno, mossa da pietà per i limiti dell'intelletto umano, ma non risponde poi direttamente al quesito, limitandosi solo ad imporre a Dante (e quindi indirettamente al lettore) un nuovo modo di considerare le cose, oltre quelli che sono i preconcetti umani.
Tutte le cose create da Dio sono tra loro ordinate. Tale ordine, segno di Dio, è il principio che rende l'universo somigliante a Dio stesso. In questo universo ordinato, tutte le creature ricevono una certa predisposizione ed agiscono di conseguenza, indirizzate dal loro istinto verso un fine.
Il fine verso cui tendono le creature dotate di intelligenza è l'Empireo, la sede di Dio. Essendo stato liberato da ogni impedimento, purificato da ongi peccato, Dante non può quindi ora fare altro che tendere verso l'Empireo.
Viene in sostanza sottointeso un processo di spiritualizzazione del corpo di Dante. L'involucro esterno della sua anima diventa anima esso stesso.

Testo e Parafrasi del Canto

La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

 

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

 

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

 

Veramente quant' io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

 

O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.

 

Infino a qui l'un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

 

Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.

 

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

 

vedra'mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

 

Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,

 

che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

 

Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.

 

 

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

 

 

con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

 

Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l'altra parte nera,

 

quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s'affisse unquanco.

 

E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,

 

così de l'atto suo, per li occhi infuso
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr' uso.

 

 

Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l'umana spece.

 

Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com' ferro che bogliente esce del foco;

 

e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole addorno.

 

Beatrice tutta ne l'etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

 

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l'erba
che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.

 

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

 

S'i' era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

 

Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,

 

parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.

 

La novità del suono e 'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.

 

Ond' ella, che vedea me sì com' io,
a quïetarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio

 

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l'avessi scosso.

 

Tu non se' in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch'ad esso riedi».

 

 

S'io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu' inretito

 

e dissi: «Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com' io trascenda questi corpi levi».

 

 

Ond' ella, appresso d'un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,

 

e cominciò: «Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.

 

Qui veggion l'alte creature l'orma
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.

 

Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;

 

onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

 

Questi ne porta il foco inver' la luna;
questi ne' cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;

 

né pur le creature che son fore
d'intelligenza quest' arco saetta,
ma quelle c'hanno intelletto e amore.

 

La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa 'l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;

 

e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

 

 

Vero è che, come forma non s'accorda
molte fïate a l'intenzion de l'arte,
perch' a risponder la materia è sorda,

 

così da questo corso si diparte
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;

 

e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l'impeto primo
l'atterra torto da falso piacere.

 

 

Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giuso ad imo.

 

Maraviglia sarebbe in te se, privo
d'impedimento, giù ti fossi assiso,
com' a terra quïete in foco vivo».

 

Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.

La gloria di Dio, che tutto muove,

si diffonde in tutto l'universo, risplendendo

in alcuni luoghi di più ed in altri di meno.

 

Nel cielo Empireo, che riceve più intensamente la luce divina,

arrivai a quel punto, e vidi là cose che raccontare

non sa né può chi da lassù scende sulla terra;

 

perché avvicinandosi tanto all'oggetto del proprio desiderio,

la nostra mente si addentra tanto nel mistero di Dio,

da non poter essere seguita dalla memoria.

 

In ogni caso, quanto del regno di Dio

riuscii a raccogliere allora nella mia memoria,

sarà ora argomento di questa nuova cantica .

 

Oh grande Apollo, affinché possa compiere questa ultima fatica,

rendimi capace di riceve tanto del tuo valore, l'abilità poetica,

quanta ne richiedi per offrire la tanto desiderata corona d'alloro.

 

Fino a questo punto l'aiuto delle Muse, che abitano una cima del

monte Parnaso, mi è stato più che sufficiente; ma ora è bene

che affronti con entrambi gli aiuti la prova ancora da superare.

 

Entra nel mio petto, nel mio cuore, ed ispirami con quella

potenza con cui Marsia, da te sconfitto nel canto, denudasti

poi delle sua stessa pelle.

 

Oh virtù divina, se mi sostieni

tanto che l'immagine del regno dei beati,

rimasta impressa nella mia memoria, possa descrivere,

 

mi vedrai quindi arrivare ai piedi del tuo sacro alloro,

ed incoronarmi con le foglie delle quali

mi renderanno degno l'argomento trattato e tu stesso.

 

Sono così rare le volte, Apollo, in cui si colgono dei rami dalla

tua pianta per celebrare il trionfo di un imperatore o di un

poeta, per colpa dei vergognosi desideri umani,

 

tanto che dovrebbe dare felicità al sereno

dio di Delfi, il fatto che il ramo di alloro

sia tanto desiderato da qualcuno.

 

Talvolta una piccola scintilla genera un grande incendio:

forse dopo di me, sul mio esempio, molti poeti più meritevoli

invocheranno il soccorso di Apollo, che abita l'altra cima, Cirra, del monte Parnaso.

 

Sorge sulla gente mortale da diversi punti, a seconda della

stagione, il Sole, luce del mondo;  ma quando sorge da quel

punto, ad oriente, in cui si congiungono i quattro cerchi dell'equatore, durante gli equinozi, formando tre croci,

 

da una migliore stagione e da costellazioni più favorevoli

è allora accompagnato, e la Terra, come fosse cera,

plasma e segna nella maniera più efficace.

 

Da quella parte, sul Purgatorio, era sorto il mattino mentre sulla

Terra era calata la sera, quasi completamente illuminato era

quell'emisfero mentre l'altro era ormai buio,

 

quando vidi Beatrice, rivolta alla sua sinistra,

guardare verso il sole:

nessuna aquila lo fissò mai tanto intensamente.

 

E così come un raggio riflesso deriva necessariamente

da quello originario e risale verso l'alto, come

un falco pellegrino che vuole tornare in quota dopo la picchiata,

 

allo stesso modo, dal gesto di Beatrice, penetrato nella mia

fantasia attraverso gli occhi, derivò un mio eguale gesto,

e fissai quindi anche io lo sguardo al sole, oltre ogni possibilità umana.

 

Molte cose sono là consentite che qui invece non sono permesse

alle nostre facoltà, in grazia di quel luogo

creato da Dio come dimora propria dell'umanità.

 

Io non resistetti molto alla luce, ma non così poco

da non vedere il sole mandare intorno scintille infuocate,

come il ferro quando viene tolto ancora incandescente dal fuoco;

 

ed subito mi sembrò che l'intensità della luce del giorno

raddoppiasse, come se Dio, che tutto può,

avesse fatto dono al cielo di un altro sole.

 

Beatrice teneva fissi al cielo

i propri occhi; ed io nei suoi

fissai i miei, dopo aver distolto lo sguardo dal sole.

 

Guardandola provai dentro di me una sensazione

simile a quella che provò Glauco mentre assaporava l'erba

che lo rese un Dio, compagno delle altre divinità marine.

 

L'atto di elevarsi sopra i limiti umani non può essere descritto

con le parole; basti perciò l'esempio di Glauco a coloro

ai quali la grazia divina concederà di provare tale esperienza.

 

Se in quel momento ero solamente anima (creata

dopo l'organismo), oh Dio che regni nei cieli, lo sai tu, dal

momento che sei stato tu ad innalzarmi al cielo con la tua luce.

 

Quando il moto circolare dei cieli, che rendi perpetuo con

il desiderio di te, ebbe richiamato su di sé la mia attenzione

con quella sua musica che tu regoli e moduli,

 

mi sembrò che la luce del sole accendesse una parte del cielo

ben più grande di quella occupata da qualsiasi lago, formato

dalla pioggia o da un fiume.

 

La novità della musica che sentivo e l'intensa luce

suscitarono in me un forte desiderio di conoscerne la ragione,

più forte di quanto avessi mai provato.

 

Per cui Beatrice, che capiva i miei pensieri così come me stesso,

per calmare il mio animo turbato,

prima ancora che io potessi domandare, aprì la bocca

 

ed iniziò a spiegare: "Tu stesso ti rendi chiuso verso la

comprensione con false supposizioni, così da non riuscire poi

a vedere ciò che vedresti senza quel pensiero sbagliato.

 

Non ti trovi in questo momento sulla Terra, così come credi;

ma un fulmine, allontanandosi dal suo punto di origine, non si

mosse mai tanto velocemente quanto tu ti stai movendo adesso verso il Paradiso."

 

Se fui allora liberato dal primo dubbio, grazie a quelle poche

parole pronunciate da una sorridente Beatrice,

fui però successivamente colto da un nuovo dubbio

 

e dissi quindi: "Sono ormai soddisfatto rispetto

alla mia più grande perplessità; ma mi stupisco ora

di come possa, con ancora il peso del corpo, levarmi attraverso questi corpi leggeri."

 

Per cui lei, dopo un lungo sospiro di pietà,

alzò i propri occhi verso di me con uno sguardo simile a quello

con cui una madre si rivolge al proprio figlio colto dalla febbre,

 

cominciò quindi a dire: "Tutte le cose esistenti

sono sottoposte ad un ordine, che è il principio

che rende l'universo somigliante a Dio.

 

In quell'ordine le creature superiori vedono l'impronta, il segno,

della potenza di Dio, che è anche il fine ultimo

a cui aspira l'ordine stesso a cui accenno.

 

In questo universo ordinato del quale parlo, ricevono una certa

predisposizione tutte le creature, a seconda delle loro diverse condizioni, più o meno vicine al loro creatore, a Dio;

 

perciò esse si dirigono verso destinazioni differenti,

attraverso il grande mare della vita, ciascuna creatura

guidata dall'istinto a lei assegnato.

 

Quest'ordine spinge il fuoco a salire verso il cielo della luna;

che regola le funzioni vitali negli esseri privi di ragione;

che tiene unita e compatta la terra;

 

ma non soltanto le creature prive

di ragione sono spinte da quest'ordine verso il loro fine,

ma anche le creature dotate di intelligenza e di volontà.

 

La provvidenza divina, che è ha capo di questo ordine,

con la propria luce rende appagato il cielo dell'Empireo,

nel quale ruota la più veloce delle sfere celesti;

 

ed ora lì, nell'Empireo, luogo ordinato come nostro fine,

che ci porta la potenza di quella predisposizione, di quell'ordine

provvidenziale, che indirizza ogni creatura verso il proprio fine, che sarà per essa fonte di gioia.

 

È comunque vero che il risultato non corrisponde

molte volte a quella che era l'intenzione dell'artefice,

perché la materia non è disposta a comprenderla,

 

e così a volte si allontana da questo ordine naturale

l'uomo, avendo il potere

di rivolgersi altrove, pur essendo stato indirizzato verso il bene;

 

e così come è possibile vedere cadere il fuoco in forma di saetta

da una nube, allo stesso modo l'inclinazione naturale rivolge verso terra l'uomo, naturalmente spinto verso il cielo, quando è traviato una falsa immagine del bene.

 

Non devi quindi meravigliarti, come credo tu faccio, del fatto

che stai salendo al cielo, più di quanto tu possa farlo per il fatto

che un fiume scenda dall'alto di un monte fino a valle.

 

Ti saresti dovuto piuttosto meravigliare se, libero

da ogni impedimento, tu fossi rimasto inchiodato giù,

come un fuoco vivo che rimane quieta a terra."

 

Detto questo, rivolse quindi al cielo il proprio viso.