INFERNO - 34 canti

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Canto 3 (III) - Testo originale e parafrasi COMPLETA del Canto 3 (III) dell'Inferno dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. La porta dell'Inferno, il fiume Acheronte ed il traghettatore Caronte.

Commento e sintesi del Canto

Giunta infine la sera del venerdì santo (8 aprile 1300), Virgilio e Dante raggiungono la porta dell'inferno, che nella sua parte alta porta incisa la famosa scritta conclusa con la sentenza "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate", "Abbandonate per sempre ogni speranza voi che entrate".

Virgilio prende per mano Dante ed entrambi attraversano l'uscio etrando così nel mondo dei dannati. L'ambiente è cupo, buio, e risuona subito di pianti, lamenti, imprecazioni e rumori di percosse. Quell'anticamera dell'inferno accoglie gli ignavi, coloro che vissero senza prendere mai una posizione, né buona né cattiva, inutili a sé stessi ed alla società. Tra le anime dannate si trovano anche gli angeli che nella guerra tra Dio e Lucifero non si schierarono né dall'una né dall'altra parte.
Gli ignavi si lamentano della loro sorte, non possono che invidiare chiunque altro, essendo trascurati da tutti con disprezzo ed non avendo lasciato in vita nessun ricordo di sé. Le anime dannate sono continuamente punzecchiate da mosconi e vespe, così da versare ora inutilmente (sono solo cibo per vermi) quelle lacrime e quel sangue che in vita non furono in grado di versare. Sono anche costrette ad inseguire una insegna che cambia rapidamente posizione in ogni momento.
Dante riconosce tra le anime quella di Celestino V, colui che per codardia aveva ceduto alla carica papale lasciando il posto a Bonifacio VIII, che il poeta ritiene responsabile del male di Firenze e del suo esilio.

Dante vede poi il fiume Acheronte e l'immensa schiera di anime pronte ad essere traghettate sull'altra sponda da Caronte.
Il traghettatore infernale si avvicina alla sponda, subito urla contro i dannati, minacciandoli e spaventandoli, poi si rivolge a Dante per impedirgli il viaggio.
Virgilio interviene e pronuncia per la prima volta la celebre frase "vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare", "così è stato deciso in Paradiso, là dove si può fare ciò che si vuole, e non chiedere altro", zittendo il demone.

Le parole di Caronte fanno tramare di paura le anime dannate, che maledicono tutto e tutti per poi raccolgliersi sulla riva per prendere posto sul battello. La riva del fiume viene completamente sgomberata, per poi riempirsi subito di altre anime dannate, provenienti da ogni parte del mondo, morte nel peccato capitale e quindi destinate all'inferno.
La giustizia divina le spinge a convertire la loro paura per il destino che le attende, in un forte desiderio di conoscere la sentenza di Minosse.

Mentre Dante e Virgilio sono ancora sul battello, la terra inizia a tremare, si alza un forte vento ed una intenza luce rossa fa perdere i sensi al poeta.

Testo e Parafrasi del Canto

'Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

 

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.

 

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'.

 

Queste parole di colore oscuro
vid' ïo scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».

 

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

 

Noi siam venuti al loco ov' i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto».

 

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

 

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.

 

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

 

 

facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell' aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

 

 

E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel duol sì vinta?».

 

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

 

 

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

 

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».

 

 

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

 

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.

 

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

 

 

 

E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;

 

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.

 

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

 

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.

 

 

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

 

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

 

E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi

 

ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com' i' discerno per lo fioco lume».

 

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte».

 

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.

 

 

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!

 

Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

 

 

E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

 

disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».

 

E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

 

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

 

Ma quell' anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.

 

 

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

 

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.

 

 

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.

 

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

 

similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

 

 

Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.

 

 

«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese;

 

 

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.

 

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».

 

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

 

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

 

e caddi come l'uom cui sonno piglia.

"Attraverso me si va nella città del dolore,

attraverso me si va nell'eterno dolore,

attraverso me si va tra le genti dannate.

 

Fui fabbricata da Dio eccelso mosso da giustizia;

mi fece la Divina potenza,

la suprema Sapienza ed il primo Amore.

 

Prima di me ci furono solo creature

immortali, ed anche io durerò in eterno.

Abbandonate per sempre ogni speranza voi che entrate."

 

Queste parole in colore scuro

vidi io scritte nella parte alta di una porta;

perciò io dissi: "Maestro, il loro significato mi fa paura."

 

Ed egli mi disse quindi, da persona esperta:

"Qui deve essere abbandonato ogni dubbio;

ogni vigliaccheria deve essere qui cessata per sempre.

 

Noi siamo giunti in quel luogo del quale ti ho parlato,

nel quale vedrai le anime dannate

che hanno perduto Dio, nutrimento dell'intelletto."

 

E dopo avermi preso per mano

con espressione lieta, che mi diede coraggio,

mi condusse all'interno al misterioso mondo dei morti.

 

All'interno sentii sospiri, pianti e forti guaiti,

risuonare in quell'ambiente chiuso e cupo,

per i quali mi venne subito da piangere.

 

Strane lingue parlate, orribili modi di esprimersi,

parole di dolore, intonazioni che esprimevano rabbia,

voci forti e voci deboli, e con esse rumori di mani occupate a percuotere

 

facevano una gran confusione, che non cessa mai di agitarsi

in quell'aria eternamente buia,

così come la sabbia viene agitata nel deserto dal vortice d'aria che la circonda.

 

Ed io, che avevo la testa immersa nei dubbi,

chiesi a Virgilio: "Maestro, cos'è questa confusione che sento?

e chi sono queste anime che sembrano tanto afflitte dal dolore?"

 

E lui mi rispose: "In questa miserabile condizione

vengono tenute le anime tristi degli ignavi, coloro

che vissero, in modo insignificante, senza disonori ma anche senza meriti.

 

Si trovano qui mischiate a quel cattivo gruppo

di angeli che non furono né ribelli, nella ribellione di Lucifero,

né fedeli a Dio, ma si curarono solo di sé stessi.

 

Sono stati cacciati dal cielo perché ne rovinerebbero la bellezza,

ma neanche il profondo inferno li accoglie,

perché i dannati potrebbero gloriarsi, sentendosi superiori, della loro presenza.

 

Dissi allora: "Maestro, a che pena tanto dolorosa

sono loro sottoposti per lamentarsi tanto forte?"

Mi rispose: "Te lo spiegherò molto brevemente.

 

Costoro non possono sperare di cessare d'esistere,

e questa loro vita senza speranze è tanto spregevole

da renderli invidiosi di qualunque altra sorte.

 

Il mondo non lascia che si conservi qualche ricordo di loro;

la misericordia divina e la giustizia infernale li rifiutano con disprezzo:

non perdiamo tempo a parlare di loro, osservali solo e procedi oltre."

 

Ed io, che osservai, vidi una insegna

che girando tra le anime procedeva tanto velocemente

che sembrava non dovesse mai trovare una posizione fissa;

 

e dietro a le, seguendola, procedeva fila una così lunga

di gente, che io non avrei mai potuto credere

che la morte avesse fatto tante vittime.

 

Avendo riconosciuto alcune delle anime,

guardai più attentamente e riconobbi l'anima di colui

che per viltà rifiutò la carica papale (Celestino V).

 

Capii subito e ne fui anche certo

che questa era la schiera dei vili, dei codardi,

che non piacciono a Dio, perché non buoni, e nemmeno ai suoi nemici, perché non malvagi.

 

Questi disgraziati, che mai furono realmente vivi,

stavano nudi ed erano continuamente punzecchiati

dai mosconi e dalle vespe che si trovavano là con loro.

 

Le punture facevano scorre sui loro volti sangue,

che, mischiato alle loro lacrime, cadeva a terra ed ai loro piedi

veniva raccolto da vermi schifosi.

 

Spingendo oltre lo sguardo,

vidi molta gente in riva ad un grande fiume;

dissi perciò a Virgilio: "Maestro, concedimi ora

 

di sapere chi sono quelle anime e quale legge

le rende tanto desiderose di oltrepassare quel fiume,

come mi sembra di vedere attraverso questa scarsa luce."

 

Ed egli disse: "Queste cose ti saranno chiare

quando ci fermeremo noi stessi

sulla dolorosa sponda del fiume Acheronte."

 

Allora, con gli occhi bassi e pieni di vergogna per la risposta ricevuta,

temendo che il mio continuo chiedere non fosse gradito,

mi astenni dal parlare fino a che non raggiungemmo il fiume.

 

Ed ecco, una volta giunti, venire verso di noi su di una nave

un vecchio, tutto bianco per l'età avanzata,

gridando: "Guai a voi, anime malvagie!

 

Non sperate di poter mai vedere il cielo:

io vengo per condurvi sull'altra sponda del fiume,

nella notte eterna dell'inferno, al fuoco ed al gelo a seconda della vostra condanna.

 

E tu che, anima ancora attaccata al corpo mortale, ti trovi qui,

tieniti lontana da questi altri che invece sono già morti."

Ma dopo aver visto che non mi allontanavo,

 

disse: "Per una altra via, per altri porti giungerai

sulla spiaggia dell'eternità, non puoi passare da qui:

ti deve trasportare una barca ben più leggera di questa."

 

E la mia guida gli disse allora: "Caronte, non ti tormentare:

fu deciso così in cielo, là dove si può fare

ciò che si vuole, e non domandare altro."

 

Si placarono quindi le lanose guace

del barcaiolo di quella cupa palude,

che intorno agli occhi aveva occhiaie simili al fuoco.

 

Mentre le anime che aspettavano sulla riva, stanche  e senza alcun riparo,

impallidirono e batterono i denti per la paura

non appena udirono le dure parole di Caronte.

 

Bestemmiavano Dio ed i loro genitori,

tutta il genere umano, il luogo e il tempo della loro nascita

ed i genitori dei loro genitori, causa prima della loro nascita.

 

Si raccolsero quindi tutte insieme,

piangendo forte, sulla riva malvagia di quel fiume,

che attende tutti i peccatori, ogni uomo che agisce senza timore di Dio.

 

Il diavolo Caronte, con i suoi occhi fiammeggianti,

con un solo cenno raccoglie tutte le anime sulla barca;

colpisce con il remo chiunque si attardi a salire.

 

Come in autunno le foglie cadono dagli alberi

l'una dopo l'altra, fino a ché il ramo

vede giacere in terra tutte le sue spoglie,

 

allo stesso modo, quei cattivi discendenti di Adamo

si lanciano dalla riva sulla barca di Caronte una ad una,

ad un suo cenno, come l'uccello spinto dal richiamo del cacciatore.

 

Quindi procedono in barca su quell'acqua scura,

e non fanno in tempo a scendere sull'altra sponda del fiume,

che una nuova schiera di anime si è già radunata sulla prima sponda.

 

"Figliolo mio", mi disse in modo cortese il mio maestro,

"quelli che sono morti nel peccato capitale, suscitando l'ira di Dio,

tutti giungono poi qui da ogni parte del mondo;

 

e sono tutti pronti per oltrepassare il fiume Acheronte,

spinti dalla giustizia divina tanto

che la paura per il loro destino viene tramutata in desiderio.

 

Da qui non passa mai nessuna anima buona, non dannata;

perciò, se Caronte si lamentò della tua presenza,

puoi ben capire quanto possa essere un buon segno".

 

Finito questo discorso, la buia campagna dove ci trovavamo

cominciò a tremare tanto forte che il suo ricordo,

per lo spavento, mi fa ancora gocciolare di sudore.

 

Da quella terra di pianti si sprigionò un forte vento,

che lampeggiò con una luce rossa,

la quale mi fece perdere coscienza;

 

e caddi quindi a terra come chi improvvisamente è vinto dal sonno.