INFERNO - 34 canti

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Canto 2 (II) - Testo originale, parafrasi COMPLETA e video lettura di Roberto Benigni del Canto 2 (II) dell'Inferno dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri. La missione divina di Dante.

Commento e sintesi del Canto

Giunge la sera del venerdì santo (8 aprile 1300). L'arrivo delle tenebre fa da sfondo all'imminente ingresso di Dante nell'inferno.
Tutti gli animali si apprestano a dormire, solo Dante (io sol uno) ha ancora dalle fatiche da compiere. In questo verso è contenuta l'idea di vocazione del poeta, del suo presentarsi come un messia.
Dante invoca poi le muse (arti liberali), il suo ingegno e la sua memoria (doni divini) per sostenerlo nell'opera che sta per compiere.

Il poeta esprime a Virgilio il suo timore per il viaggio intrapreso, non si sente degno di quell'onore e vorrebbe pertanto interrompere l'impresa sul nascere. Enea e San Paolo avevano, ancora in vita, attraversato i regni dell'oltretomba prima di lui. Il viaggio del primo era però giustificato dalla sua nobile discendenza, fondatrice di Roma, ed era servito per renderlo vincitore (grazie ai consigli ricevuti dallo spirito di Anchise). San Paolo, strumento eletto, fu accolto invece in paradiso per ascoltare rivelazioni tali da confermare la sua fede e anche quella dei nuovi discepoli.

Virgilio capisce che la volontà del poeta è ostacolata dalla paura e, per mitigarla, gli spiega quindi i motivi del suo arrivo.

Virgilio, sospeso nel limbo tra beatitudine e dannazione, aveva ricevuto la visita di Beatrice (non viene subito nominata). La donna aveva chiesto a Virgilio di andare in aiuto di Dante, temendo per la sua sopravvivenza, avendo saputo che, preso dalla paura, si era ormai voltato verso la selva e stava per tornarci di corsa.
Virgilio, accettata la richiesta, chiese a Beatrice perché non fosse preoccupata di trovarsi nell'inferno. La donna disse di non provare paura sapendo di non poter essere ferita, intaccata dal loro stato. Raccontò quindi che la prima ad impietosirsi per Dante era stata Maria. La santa aveva annullato la sentenza divina che condannava il poeta, per poi incaricare Santa Lucia di inviare Beatrice stessa in suo soccorso.

L'amore per Beatrice, rivelazione di Dio in terra, ha elevato Dante al di sopra degli altri ignavi del suo tempo, inutili per sé e per la società. Il merito che ne deriva, gli consente quindi di essere degno del viaggio nell'oltretomba, con lo scopo di aprire la via al veltro, nemico della lupa (l'avarizia), conducendo gli uomini alla felicità temporale ed eterna.

Le parole della guida hanno subito effetto, Dante ritrova subito coraggio e si paragona quindi ad un fiore di campo che dopo una notte fredda riapre i propri petali e drizza il proprio stelo verso il sole.
Il poeta rinnova così la sua volontà di seguire Virgilio ed i due riprendono infine il loro viaggio.

Testo e Parafrasi del Canto

Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

 

m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

 

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

 

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s'ell' è possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.

 

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

 

Però, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale

 

 

non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:

 

 

la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.

 

Per quest' andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

 

 

Andovvi poi lo Vas d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di salvazione.

 

Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede.

 

Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».

 

 

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

 

tal mi fec' ïo 'n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

 

«S'i' ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell' ombra,
«l'anima tua è da viltade offesa;

 

la qual molte fïate l'omo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand' ombra.

 

 

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

 

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

 

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

 

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,

 

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt' è per paura;

 

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

 

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

 

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

 

 

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:

 

"O donna di virtù sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,

 

tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

 

 

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

 

"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch' i' non temo di venir qua entro.

 

Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.

 

 

I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto 'ncendio non m'assale.

 

 

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov' io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

 

 

 

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando —.

 

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.

 

Disse: — Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?

 

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? —.

 

 

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com' io, dopo cotai parole fatte,

 

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".

 

Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

 

E venni a te così com' ella volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

 

 

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

 

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».

 

 

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

 

 

tal mi fec' io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:

 

 

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

 

Tu m'hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.

 

Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

 

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Il sole stava ormai tramontando e l'aria diveniva scura,

liberando tutti gli animali che ci sono sulla terra

dalle loro fatiche quotidiane, mandandoli a riposare; io da solo

 

mi preparavo invece a sostenere tutte le fatiche

tanto del lungo viaggio quanto delle scene compassionevoli

che la mente infallibile andrà poi a ricordare.

 

Oh muse, oh mio elevato ingegno, aiutatemi voi in questo;

oh memoria, che hai scritto in te fedelmente ciò che allora vidi,

qui si dimostrerà tutto il tuo valore.

 

Comincia a dire a Virgilio: "Poeta che mi guidi,

valuta tu se il mio valore è abbastanza,

prima di impegnarmi in questo difficile cammino.

 

Tu dici che Enea, padre di Silvio,

quando era ancora mortale, scese nei regni eterni,

e lo fece realmente, in carne ed ossa.

 

Però in quel caso, se Dio, avversario di ogni male,

gli concesse tanto, lo fece pensando alla nobile discendenza

che avrebbe dovuto nascere da lui, così che chi lui fosse e le sue condizioni

 

a nessun uomo ragionevole possono fare pensare ad una concessione non meritata;

poiché fu della madre Roma e di tutto il suo impero

destinato per volontà divina ad esserne il fondatore:

 

La quale Roma ed il quale impero, a voler dire il vero,

fu destinata a divenire il luogo santo

dove risiete il papa, successore del grande Pietro.

 

Grazie a questo suo viaggio negli inferi, da te cantato nell'Eneide,

poté apprendere segreti che favorirono poi

la sua vittoria contro Turno ed futuro del manto papale.

 

Andò anche nei regni eterni san Paolo, lo strumento eletto,

per trovare conferme per quella fede cristiana

che è principio fondamentale per l'eterna salvezza.

 

Ma io, perché dovrei andarci? Chi mi concede questo onore?

Io non sono Enea, io non sono san Paolo;

né io stesso né nessuna latro mi crede degno di ciò.

 

Perciò, lasciandomi condurre da te,

temo di commettere una follia.

Tu che sei saggio; puoi capirlo assai meglio di quanto io non possa spiegare."

 

E come colui che non vuole più ciò che prima voleva

e cambia i propri propositi seguendo nuovi pensieri,

così che si distrae del tutto dal cominciare,

 

così feci io lungo quel pendio ormai buio,

perché con il pensiero mettevo già fine a quella impresa

che avevo accettato di intraprendere senza esitazioni.

 

"Se ho ben capito il tuo discorso",

rispose lo spirito del generoso Virgilio,

"il tuo animo è in preda alla paura;

 

che molte volte ostacola talmente l'uomo

da distoglierlo dal compiere imprese tanto rispettabili,

simile in ciò ad una bestia che si nasconde quando crede di vedere un pericolo.

 

Affinché tu ti possa liberare dalla paura che ti prende,

ti dirò perché sono venuto da te e ciò che mi è stato detto

di te in quel primo momento, quando mi preoccupai per te.

 

Mi trovavo tra le anime del limbo, sospese tra dolore e felicità,

quando una donna beta, del paradiso, e di bella presenza,

tanto bella che mi offrii di ubbidire al suo comando.

 

I suoi occhi brillavano di Venere, stella del mattino;

ed in modo dolce e piacevole cominciò a dirmi,

con voce angelica, nella sua lingua parlata:

 

"Oh gentile anima mantovana,

la cui fama dura ancora nel mondo

e durerà a lungo quanto il mondo stesso,

 

il mio amico, ma non amico della fortuna,

lungo il pendio deserto viene tanto ostacolato

nel suo cammino da essersi infine voltato indietro per paura;

 

e tempo che sia già talmente smarrito,

da essermi mossa tardi in suo soccorso,

stando a quello che ho sentito riguardo a lui in cielo.

 

Muoviti adesso e con la tua elegante parola

e con quanto altro possa essere d'aiuto per la sua sopravvivenza,

dagli aiuto così che io possa essere avere sollievo.

 

Io che ti mando in suo aiuto mi chiamo Beatrice;

vengo da un luogo tanto felice e desidero tornarci;

è l'amore nei confronti del mio amico a farmi muovere ed a suggerirmi le parole.

 

Quando sarò tornata dal mio Signore,

spesso mi dirò contenta di te dinanzi a Lui."

Smise allora di parlare e cominciai quindi io:

 

"Oh donna tanto virtuosa, unica grazie alla quale

il genere umano supera tutte le altre cose terrene contenute

sotto quel cielo, della luna, che ha minore circonferenza,

 

il tuo comando mi riesce tanto gradito,

che l'ubbidire ad esso, anche se già in corso, mi sembrerebbe comunque troppo lento;

Non ti occorre dire altro, manifestare oltre la tua volontà.

 

Dimmi soltanto il motivo per cui non ti preoccupa

il dover scendere qua giù, in questo inferno, centro

dell'Empireo, dove desideri ardentemente tornare."

 

"Dal momento che tu vuoi sapere le cose tanto a fondo,

te lo dirò brevemente", mi rispose Beatrice,

"perché non ho paura di venire qua dentro, dove ci troviamo.

 

Si deve avere paura solamente di quelle cose

che hanno il poter di ferire, far male agli altri;

delle altre cose non bisogna temere, giacché, in confronto, non sono tali da fare paura.

 

Sono stata creata da Dio, per sua grazie, tanto impassibile, salda nei sentimenti,

che il vostro misero stato non mi tocca,

e nessuna fiamma di questo incendio può assalirmi.

 

Un donna tanto gentile, Maria, si è impietosita lassù in cielo

per l'ostacolo incontrato da Dante e per il quale vi mando in suo soccorso,

e con le sue suppliche ha annullato la severa sentenza divina che abbandonerebbe invece Dante al suo destino.

 

Costei chiese di vedere Santa Lucia

e le disse: "Dante, tanto a te fedele, ha ora bisogno

del tuo aiuto, e lo affido quindi alla tua protezione."

 

Lucia, sempre nemica di ogni forma di crudeltà,

si mosse e venne nel luogo dove io mi trovavo,

seduta insieme a Rachele dei tempi antichi.

 

Mi disse: "Beatrice, tu che rappresenti la vera lode a Dio,

perché non vai in soccorso di colui che ti ha amato tanto

e che, grazie a te, è riuscito ad uscire dalla comune gente?

 

Non senti la tristezza del suo pianto,

non vedi che la morte spirituale lo minaccia

con un impeto tanto travolgente che nemmeno le burrasche del mare possono eguagliarlo?"

 

Al mondo non ci furono mai persone tanto leste

a fare il proprio interesse o ad evitare un pericolo,

come lo fui io dopo che quelle parole furono pronunciate,

 

Venni qua giù da te abbandonando il mio beato stallo,

avendo fiducia nel tuo modo giusto di parlare, bello ed efficace,

che da onore a te ed a coloro che ebbero l'onore di ascoltarlo."

 

Dopo che Beatrice mi ebbe detto questo,

mi lasciò con occhi lucidi per le lacrime,

e perciò mi fece venire da te ancora più rapidamente.

 

Giunsi quindi da te così come ella volle:

ti liberai dalla presenza di quella belva, dalla lupa,

che ti impedì di procedere verso la cima del monte lungo la strada più corta.

 

Dunque: cos'è che ti spaventa? Perché, perché esiti a seguirmi,

perché nutri tanta codardia nel tuo cuore,

perché non mostri invece coraggio e sicurezza,

 

dopo che queste tre donne benedette

si preoccupano e si prendono cura di te nella corte del paradiso,

e le mie parole ti promettono di poter ottenere un bene tanto prezioso?"

 

Come i fiorellini di campo a causa del gelo notturno

stanno chiusi e chini, ma dopo che il sole li illumina

tornano in vita aprendo i propri petali e drizzandosi sul loro stelo,

 

allo stesso modo feci io riprendendomi dal momento di sconforto,

e arrivò al mio cuore un coraggio tanto efficace,

che cominciai a dire, da persona sicura di sé:

 

"Oh misericordiosa Beatrice, venuta in mio aiuto!

E tu Virgilio tanto gentile da aver ubbidito subito

alla tanto efficaci parole che ti disse!

 

Mi hai tanto riempito il cuore,

con le tue parole, del desiderio di seguirti,

che io tornato a credere alla mia prima convinzione.

 

Procedi quindi oltre, poiché ora ci unisce la stessa volontà:

sarai la mia guida, il mio signore ed il mio maestro."

Dissi queste parole; e dopo che ebbe ripreso il cammino,

 

mi inoltrai con lui per la strada aspra e selvaggia dell'inferno.