INFERNO - 34 canti

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Canto 1 (I) - Testo originale, parafrasi e video lettura di Roberto Benigni del Canto 1 (I) dell'Inferno dell'opera letteraria la DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri

Commento e sintesi del Canto

L'opera di Dante inizia con i famosi versi "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita", ad esprimere lo smarrimento provato dal poeta ad ormai trentacinque anni, a causa di un eccessivo amore per i beni terreni. Il poeta confessa così di essere stato nel peccato (nel sonno), di aver perso la via della verità e della giustizia, e confessa la sua profonda paura di allora, tale da farlo tremare anche a posteriori.
La selva, il colle e ed il cielo rappresentano quindi rispettivamente l'inferno, il purgatorio ed il paradiso.

La notte tra il giovedì ed il venerdì santo (8 aprile 1300) Dante si perde in una selva. Il mattino dopo raggiungere un colle, la paura iniziale diviene speranza, e subito si incammina per raggiungerne la sua cima illuminata dal sole.
Durante la salita il poeta incontra tre animali selvaggi, a simboleggiare altrettanti vizi capitali: una lince (la lussuria), un leone (la superbia) ed una lupa (l'avarizia). Le tre fiere, soprattutto la lupa, riescono quasi a ricacciare indietro il poeta verso la selva; compare però Virgilio ed interviene in suo aiuto.

Virgilio comunica a Dante che dovrà percorrere un'altra via, dicendo di non poter nulla contro la lupa e mantenendo quindi viva la paura verso la bestia. Viene pronosticato anche l'arrivo di un nemico della lupa (simboleggiato con il veltro, cane da caccia), che gli darà la caccia in ogni villaggio, per poi spedirla nuovamente nell'inferno.

Virgilio si propone a Dante come guida e anticipa al poeta il suo viaggio attraverso l'inferno, per poi passare nel purgatorio ed infine nel paradiso con un'altra guida (Beatrice), non potendo Virgilio entrarci in quanto pagano. Dante prega la sua guida di salvarlo dalla lupa ed i due si mettono quindi subito in viaggio.

Testo e Parafrasi del Canto

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

 

Tant' è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

 

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

 

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

 

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

 

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.

 

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,

 

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

 

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

 

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

 

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

 

Temp' era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino

 

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

 

l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.

 

Questi parea che contra me venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.

 

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

 

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.

 

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

 

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.

 

Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

 

Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

 

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

 

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

 

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

 

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

 

«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.

 

«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

 

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

 

Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

 

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio;

 

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

 

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

 

Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

 

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

 

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

 

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.

 

Ond' io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

 

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;

 

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

 

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

 

ché quello imperador che là sù regna,
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.

 

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».

 

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch'io fugga questo male e peggio,

 

che tu mi meni là dov' or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».

 

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Nel mezzo del cammino della mia vita, a ormai 35 anni,
mi ritrovai in una selva scura
poiché avevo smarrito la via della giustizia.

 

Descrivere quella selva è cosa dura, penosa,
quanto selvaggia, intricata ed impraticabile fosse,
tanto che il solo suo pensiero mi rinnova la paura d'allora!

 

Causa tanta amarezza, poco meno di quella causata dalla morte;
Ma per parlar del bene che vi trovai,
dirò delle altre cose che io vidi là dentro.

 

Io non so ridire con precisione come vi entrai,
tanto ero pieno di sonno in quel momento, di incoscienza,
in cui abbandonai la via della giustizia.

 

Ma dopo che fui giunto ai piedi di un colle,
al termine di quella valle oscura,
che mi aveva afflitto di paura il cuore,

 

guardai in alto e vidi le spalle del colle, i suoi alti pendii,
vestiti, illuminati già dai raggi del Sole che conduce

ogni essere umano lungo la via, la vita, che a ciascuno spetta. 

 

Allora mi si calmò un poco la paura,
che nel profondo del cuore mi era durata
tutta quella notte trascorsa con tanta pietosa angoscia. 

 

E come il naufrago, colui che con respiro affannoso,
uscito sulla riva fuori dagli abissi marini,
si volge indietro verso l'acqua infida, pericolosa,

 

così l'anima mia, che ancor fuggiva per lo spavento,
si volse indietro a riguardare il percorso compiuto,
che non lasciò mai prima di allora superstite.

 

Poi che ebbi riposato il corpo stanco,
ripresi la via lungo quel lieve pendio deserto,
così che il piede sicuro ere sempre quello più in basso.

 

Ed ecco, quasi al cominciare della salita, apparire

una lince (la lussuria) agile e molto rapida nei movimenti,
coperta da un manto di pelliccia maculato;

 

e non smetteva di starmi di fronte,
anzi cercava di impedire a tal punto il mio cammino,
che fui più volte sul punto di tornare indietro.

 

Era il principio del mattino, tempo
in cui il sole saliva in cielo con quelle stelle, l'Ariete,
che erano con lui quando l'Amore divino  e creatore

 

impresse il primo moto a quelle belle cose celesti;
così che avevo buon motivo di sperare
riguardo a quella bestia dal
variopinto,

 

grazie all'ora del mattino ed alla dolce stagione primaverile;
ma la mia speranza non fu tanto salda da non spaventarmi
per la vista di un Leone (la superbia) che mi apparve dinanzi. 

Questa belva sembrava avanzare contro di me
a testa alta e spinto da una fame  rabbiosa,
tanto che sembrava che anche l'aria tremasse per paura.

 

E la vista di una lupa (l'avarizia) che di tutti i desideri più

ardenti sembrava carica nella sua magrezza,
e molti popoli aveva già fatto vivere nel dolore, 

 

questa lupa mi oppresse tanto l'anima,
con la paura causata dalla sua vista, che persi

la speranza di proseguire nell'ascesa verso la cima.

 

E come l'avaro, colui che è tutto voglioso di acquistare,

giunto il tempo in cui perde tutto ciò che aveva acquistato,

piange ed ogni suo pensiero non fa che rattristarlo;

 

tale mi rese quella bestia irrequieta,

che, venendo verso di me, a poco a poco

mi spingeva  nuovamente verso l'oscura selva.

 

Mentre correvo rovinosamente verso la valle,

dinanzi agli occhi mi comparve un individuo

la cui voce sembrava essere divenuta debole per il lungo silenzio.

Quando vidi costui in quella grande solitudine,

"Abbi pietà di me", gridai a lui, "qualunque cosa tu sia,

o ombra, spirito, o uomo in carne ed ossa!"

 

Mi rispose lui: "Non sono un uomo, ma un uomo sono stato,

ed i miei genitori furono lombardi,

entrambi di origine mantovana, di Mantova.

 

Nacqui al tempo di Giulio Cesare, sebbene troppo tardi,

e vissi a Roma al tempo del buon Augusto,

quando ancora venivano adorati déi falsi e bugiardi.

 

In vita sono stato un poeta ed ho cantato le gesta del devoto

Enea, figlio di Anchise, che giunse in Italia da Troia

dopo che la superba Ilio venne incendiata.

 

Ma tu perché stai torno alla selva, causa di tanto danno?

Perché non sali lungo il delizioso monte

che è origine e causa di ogni felicità?

 

"Tu sei allora il famoso Virgilio, la fonte

dalla quale fluisce il grande fiume dell'eloquenza?"

Risposi io a lui tenendo la fronte bassa.

 

"O onore e luce degli altri poeti,

sia dia mia utilità il lungo studio ed il grande amore

che mi spinse a ricercare le tue opere.

 

Tu sei il mio maestro ed il mio autore preferito,

se tu solo colui dal quale ho appreso

il mio bello stile che mi dato tanta fama.

 

Guarda la bestia che mi ha fatto volgere indietro;

aiutami contro di lei, famoso saggio,

perché lei mi fa tremare tutto di paura."

 

"Conviene che percorri un'altra via",

rispose Virgilio, vedendo che piangevo,

"se vuoi sopravvivere da questo luogo selvaggio;

 

perché questa bestia, la lupa, a causa della quale tu gridi

di paura, non lascia che nessuno passi attraverso la sua via,

anzi, tanto si oppone da uccidere chiunque ci tenti;

 

ed ha una natura tanto malvagia e cattiva,

che mai soddisfa la propria ingordigia,

e dopo ogni pasto ha più fame di prima.

 

Molti sono gli animali con i quali si unisce,

e saranno ancora più numerosi finché il veltro, veloce cane da

caccia, non arriverà e la fare morire con grande dolore fisico.

 

Questo veltro non si nutrirà né di potere e né di denaro,

ma di sapienza, amore e virtù,

ed avrà origini da umili e bassi parenti.

 

Egli sarà la salvezza di quella umile Italia

per la quale morì la vergine Camilla,

Eurialo, Turno e Niso a causa delle ferite.

 

Questo veltro darà la caccia alla lupa in ogni villaggio,

fino a ché non l'avrà fatta tornare nell'inferno,

là dove l'invidia l'ha in precedenza liberata e scatenata.

 

Perciò io penso e giudico che per te sia meglio

che tu mi segua, io sarò la tua guida,

e ti condurrò via da qui attraverso i regni dell'eternità;

 

nei quali ascoltai le disperate grida acute dei dannati,

vedrai gli spiriti afflitti sin dai tempi più antichi,

ciascuno dei quali chiede con grida la seconda morte;

 

vedrai quindi, nel purgatorio, coloro che sono contenti

di stare nel fuoco, perché sperano di salire,

quando sarà il momento, tra le anime beate del paradiso.

 

Tra le quali poi, se tu vorrai salire in paradiso,

ci sarà un anima più degna di me a guidarti:

ti lascerò con lei prima di lasciarti;

 

perché quell'imperatore che regna là su in paradiso

essendo stato io, pagano, ribelle alla sua legge,

non vuole che io salga nella sua città.

 

Domina in ogni luogo e là su comanda;

là si trova la sua città e il suo sublime trono:

oh quanto è felice chi da lui viene ammesso lassù in paradiso!"

 

Dissi io a Virgilio: "Poeta, io ti prego,

in nome di quel Dio che tu non conoscesti,

affinché possa scampare da questo male e da altri peggiori,

 

che tu mi conduca in quei posti che ha ora descritto,

così che io possa vedere la porta custodita da san Pietro

e quelle persone che tu dici essere tanto tristi."

 

A quel punto Virgilio si mosse e lo seguii.